Dare un senso alla strage di Boston

Organizzare un attentato a Boston significa colpire un emblema della memoria patriottica americana: difficile ignorare il valore simbolico dl giorno e del luogo dell’atto terroristico, chiunque ne sia il responsabile.
Internazionale 
(qui il liveblog) ricorda che quello del 15 aprile a Boston è l’ultimo di una storia di attentati contro gli Stati Uniti. Non sorprendiamoci se ci sarà una prossima volta.
Una storia che l’America – 11 settembre a parte – sembrava aver rimosso. Come puntualizza Fulvio Scaglione su Avvenire:

sul termine “terrorismo”, così intensamente usato in queste ore, occorre intendersi. È chiaro che gli americani, dalle massime autorità al cittadino della strada, intendono soprattutto un attacco organizzato dall’esterno, se non proprio dall’estero. Da qualcuno che odia loro, il loro sistema e il loro Paese, e non da qualcuno che, dall’interno, detesta il governo o qualche sua decisione. Come furono, per fare solo un paio di esempi comunque legati alle bombe, Timothy McVeigh (168 morti a Oklahoma City nel 1995) o Eric Rudolph (1 morto ad Atlanta nel 1996). E questo è un lascito indubbio dell’11 settembre e della cicatrice che quegli attentati hanno lasciato nella coscienza collettiva degli Stati Uniti.
Una sicurezza, anzi, un’innocenza perduta ai propri occhi che le imponenti e peraltro efficaci misure dell’ultimo decennio non sono mai riuscite a ricostruire. Tra il 2001 e l’altro ieri, ben 380 individui sono stati arrestati per aver cercato di mettere a segno negli Usa attentati di stampo terroristico.

Secondo Linkiesta (che propone sia le immagini che la mappa dell’attentato), mentre sale la psicosi di altri attacchi in tutto il Paese, le piste più accreditate sembrano essere tre:

  1. un dilettante che ha operato in completa autonomia;
  2. un gruppo terroristico interno agli Stati Uniti, forse di estrema destra, come quello dei cosiddetti “white supremacists”, esponenti del “potere bianco;
  3. un gruppo legato ad al-Qa’ida.

Per qualche ora si era diffusa la notizia (poi smentita) del fermo di un cittadino saudita che si trovava sul luogo dell’attentato al momento dell’esplosione, senza che però ne fossero diffuse le generalità o altri particolari.
L’assenza, per il momento, di una rivendicazione della doppia esplosione alla maratona di Boston esclude una pista d’indagine esplicita per gli inquirenti. Pertanto non rimane che procedere per induzione.
In un primo momento si è pensato al nemico di sempre: al-Qa’ida. In particolare si è pensato all’iniziativa “spontanea” di uno o più soggetti, ispirati dall’organizzazione che fu di bin Laden o da gruppi che operano in franchising nell’ambito della stessa, come sostenuto da LimesQuella delle bombe in sequenza è una tecnica collaudata nelle file qaidiste e fra jihadisti solitari che si radicalizzano su internet, ma la scelta dei cestini della spazzatura appare inusuale. Secondo Paolo Magri, vicepresidente e direttore ISPI, in un’intervista rilasciata a Lettera 43, al-Qa’ida appare l’indiziata meno probabile poiché le bombe dei terroristi islamici in genere non sono rudimentali come quelle impiegate a Boston e, inoltre, la maratona non sembrava un obiettivo sensibile. Tuttavia l’ipotesi qaidista non può essere del tutto esclusa.
Gli inquirenti hanno allora ipotizzato una pista interna, studiando analogie con la strage di Oklahoma City o altri eventi sanguinosi come quelli di Columbine e Wako, avvenuti nella stessa settimana di quello di Boston.
Non è però da escludere che si sia trattato del gesto di un lupo solitario, un Giovanni Vantaggiato spinto da chissà quale motivazione. Non fosse altro perché le bombe sono il risultato dell’assemblaggio di ingredienti comuni del valore di 100 dollari in tutto.
Le ipotesi complottiste non sto nemmeno ad illustrarle.

Infine, un’analisi dell’ISPI – che in coda riporta la cronologia dei principali attentati terroristici in territorio americano degli ultimi anni – prende in esame i possibili risvolti politici dell’attentato:

Identificare la matrice dell’attentato riveste notevole importanza anche in termini politici. Infatti, come afferma il professor Mario Del Pero, università di Bologna, nel suo blog se la matrice risultasse islamica, ciò indebolirebbe Obama, che ha costruito la sua credibilità in materia di sicurezza grazie a una ferma azione nei confronti del terrorismo internazionale. Se la matrice fosse invece quella interna il presidente ne risulterebbe probabilmente avvantaggiato, impegnato com’è nella campagna per introdurre norme più stringenti sulla vendita e il possesso di armi da fuoco.

Dalla risposta a questa domanda dipenderà la reazione della Casa Bianca. Al momento l’unica certezza è che l’attacco ha centrato il suo obiettivo: produrre paura. Nel giro di un paio d’ore dopo le esplosioni Boston si è svuotata, si sono moltiplicati falsi allarmi bomba in tutti gli angoli della città, hanno evacuato piazze ed edifici. L’America si è così sentita ancora una volta vulnerabile, esposta a un male che credeva di avere debellato.

Con l’omicidio di Belaid, i nodi della Tunisia vengono al pettine

Chokri Belaïd era uno dei politici più importanti dell’opposizione di sinistra in Tunisia. Il 6 febbraio è stato ucciso a Tunisi, di fronte alla sua casa. Dopo la sua uccisione sono iniziate in alcune zone del paese una serie di manifestazioni e proteste contro la polizia. Tutti i partiti si affrettano a condannare l’attentato, in una catena di dichiarazioni tanto lunga quanto scontata.
Ma la situazione si complica anche a livello politico, dopo che il partito di governo Ennahda (al-Nahda) si è opposto alla proposta del suo leader Hamadi Jebali, e primo ministro, di sciogliere il governo in carica e formarne uno nuovo di unità nazionale formato da tecnici, con un “mandato limitato per gestire gli affari del paese fino alle elezioni, che dovranno svolgersi il prima possibile”.

Si tratta solo dell’ultimo – e più grave – episodio che testimonia come negli ultimi mesi la realtà sociale e politica nel Paese maghrebino si sia fatta particolarmente tesa e violenta, per quanto messa in ombra dal più risonante marasma egiziano.
Egitto col quale la Tunisia condivide il fatto di essere governata da un partito espressione della Fratellanza Musulmana, al punto che ora si teme un’evoluzione simile a quella in corso al Cairo.
Ma qui la “contrapposizione” tra tra laici e islamisti rimarcata dalla stampa nostrana non c’entra quasi nulla. Lorenzo Declich spiega che la reazione della popolazione all’omicidio di Belaid esprime la sfiducia nei confronti del nuovo sistema di potere (partiti secolari compresi), che si è spartito le poltrone mentre la Tunisia sprofonda nel baratro:

Per capire quanto sia depistante il distinguo che definisce “laiche” le forze scese in piazza basta ascoltare le invocazioni a Dio di quelle folle in lutto e leggere i messaggi di cordoglio della cittadinanza. Non si parla, qui, di “laici” contro “religiosi”. Si parla di un blocco di potere (indulgente nei confronti delle ali estremiste dell’islam politico, quelle stesse formazioni che oggi festeggiano la morte di Belaid) al quale partecipano anche partiti “laici” – la sinistra moderata di Ettakatol e il Congresso per la repubblica. Un blocco che in poco più di un anno ha proceduto all’occupazione delle sedie lasciate vuote dai sodali di Ben Ali, venendo a patti con i poteri forti, vecchi e nuovi, tunisini e non. E che si è dimostrato incapace di affrontare i problemi dei cittadini, mentre il paese correva a grandi passi verso il baratro economico e lo scontro sociale.

Giacomo Fiaschi, esperto di comunicazione e da anni residente in Tunisia, aggiunge:

alla domanda “chi c’è dietro alla mano omicida che ha stroncato l’esistenza di Chokri Belaïd?” la risposta non può essere che una: chi ha interesse a destabilizzare il Paese, e nessuna formazione, nessun movimento politico attualmente in campo può avere questo interesse. Ma, a questo proposito, conviene ricordare che le mani su questo paese, per oltre un secolo, non è stata solo la politica di chi l’ha governato, o ha fatto finta di governarlo, ad avercele.

Una pista porta alla polizia.