#Turchia, la lunga scia di #attentati

Strage ad Ankara. Nel pomeriggio di ieri una potente esplosione ha investito un convoglio militare vicino ad una base dell’Esercito nel quartiere di Kizilay, che ospita la sede del Parlamento e del quartier generale dell’Esercito. Secondo un primo bilancio, fornito dal governatore Mehmet Kilicer, è di almeno 28 morti e 61 feriti, nelle prime ore il Governo dava un bilancio di 5 morti.

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#Turchia, strategia della tensione in corso

Dopo quattro giorni di silenzio, il sanguinoso attentato ad Ankara di domenica scorsa (37 morti e 125 feriti) è stato rivendicato oggi dal gruppo militante curdo dei Falconi per la libertà del Kurdistan (Tak) attraverso il proprio sito. Nella dichiarazione online l’attacco viene descritto come una «azione di vendetta» contro l’offensiva dell’esercito turco nel sudest a maggioranza curda del Paese, in corso da luglio, aggiungendo che il gruppo realizzerà altri attacchi contro coloro che ritiene responsabili per le operazioni.

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Il Kenya conquista Chisimaio, ma al-Shabaab non è ancora sconfitta

Venerdì 28 settembre le truppe del Kenya hanno conquistato la città portuale somala di Chisimaio, roccaforte delle milizie al-Shabaab. L’operazione, pianificata da tempo, sebbene ufficialmente congiunta e sotto la guida dell’Amisom, è stata in realtà condotta e gestita quasi esclusivamente dalle forze militari di Nairobi, che hanno impiegato un gran numero di unità terrestri e anfibie, due squadroni aerei e numerose unità navali.
Si conclude così un assedio iniziato quasi un anno fa.

Nell’ottobre 2011 le truppe kenyote entrano in territorio somalo per contrastare la presenza degli Shaabab, spingendosi fino alle porte di Chisimaio (circa 120 km dal confine). L’importanza della città sta nel porto, avamposto di traffici commerciali leciti (commercio di bestiame) e meno leciti (pirateria). Strappando Chisimaio ai miliziani, questi perderebbero la loro principale fonte di reddito.
Le truppe di Nairobi, coadiuvate da quelle del Governo Federale di Transizione somalo e dell’AMISOM, hanno registrato un successo di rilievo in maggio con la conquista delle città di Afgoye, Afmadow e Hayo. Da lì cominciano i primi bombardamenti sulla città, preludio di un assalto che l’esercito kenyota progetta di concludere entro tre mesi.
In metà agosto parte l’operazione (qui tutti i dettagli). Gli analisti si aspettano una vittoria, ma nel contempo iniziano a interrogarsi sul “dopo”. Il Gruppo di monitoraggio dell’ONU segnala un calo del numero di combattenti e mostra ottimismo. In realtà la situazione è meno favorevole di quanto appaia: la cattura di Chisimaio viene ostacolata per ragioni politiche (in particolare, a causa di controversie nei rapporti tra i clan locali). Tutto viene rimandato a settembre (qui un’esauriente analisi sul campo).
L’offensiva finale è partita lunedì 17 settembre, quando le forze kenyote hanno sconfitto gli Shabaab nei pressi di Birtha-der, circa 20 km da Chisimaio. CSM segnala che i miliziani hanno già iniziato a spostarsi nelle zone rurali e nelle foreste (dove le vie di approvvigionamento sono più scarse) e nella regione del Puntland; scenario confermato da un rapporto del Gruppo di monitoraggio ONU. Tuttavia gli scontri provocano una seria emergenza umanitaria tra la popolazione.
Si arriva così alla presa di Chisimaio, nella mattina del 28 settembre.

La riuscita dell’operazione non deve lasciar andare a facili entusiasmi. Innanzitutto perché, più che una vittoria delle forze armate del Kenya, si è trattato di una ritirata tattica di al-Shabaab.
In secondo luogo, la capacità del Kenya di amministrare l’area è tutta da verificare: già il mese scorso l’analista Tres Thomas, esperto delle questioni del Corno d’Africa, aveva segnalato in un tweet la mancanza di piani adeguati per la gestione di Chisimaio in caso di conquista.
In terzo luogo, la guerra non è ancora finita: fin dalla presa di Afgoye l’analista Roland Marchal ricordava come nel 2006 al-Shabaab, dopo le sconfitte subite contro l’esercito etiope (la milizia non aveva i mezzi per affrontare un esercito regolare a viso aperto), è passata dalla guerra aperta alla guerriglia urbana, creando nuovi problemi all’esercito di Addis Abeba. Una strategia che potrebbe adottare oggi contro quello del Kenya.
Le prime avvisaglie di questo cambio di paradigma ci sono già. Questa lunga e dettagliata analisi di Nicola Pedde su Limes (da leggere per intero perché riassume tutti gli aspetti nevralgici della questione) sostiene che ora il Kenya rischia di diventare la meta dei terroristi in rotta. In questa logica si spiega l’attentato di domenica alla chiesa di Nairobi:

Con la disfatta e lo sbando delle milizie islamiche in Somalia, il rischio è oggi quello di uno spostamento dei superstiti in direzione del Kenya. Non solo per vendicarsi del ruolo svolto dalle truppe di Nairobi in Somalia al fianco dell’Amisom, ma anche e soprattutto per trovare un rifugio dove poter riorganizzare le proprie forze.
Non sarà facile far transitare i resti delle unità ancora allo sbando attraverso la poderosa maglia di sicurezza messa in atto dal Kenya e dall’Amisom nel sud e nel centro della Somalia, ma le masse di profughi ancora in movimento nella regione e le comunità accampate a ridosso del confine potranno rappresentare un’ottima copertura.
L’obiettivo, quindi, è quello di raggiungere aree remote del Kenya settentrionaledove poter riorganizzare le forze e condurre azioni di razzia atte ad alimentare la logistica delle milizie, per poi condurre attentati soprattutto nelle aree urbane, dove l’impatto è alimentato dal ruolo della stampa.
È in questa logica che, presumibilmente, deve inserirsi l’attentato del 30 settembre a Nairobi contro la chiesa cristiano-evangelica di San Policarpo, quando una bomba a mano è stata lanciata in un locale attiguo alla chiesa, dove si svolgeva una lezione di catechismo per un gruppo di bambini. L’attentato ha provocato la morte di un bambino e il ferimento di altri quattro.

Si veda anche l’intervista a Marco Bello, giornalista ed esperto di questioni africane, su Il Sussidiario.

Il Sinai è fuori controllo, ma il mondo lo scopre solo adesso

L’attacco in cui sono morti 16 ufficiali di polizia egiziani – a cui il Cairo ha risposto con un pesante raid aereo che ha ucciso 20 miliziani – è solo l’ultimo grave episodio a testimonianza dell’anarchia in cui la penisola del Sinai è piombata dagli inizi del 2011.
Episodi che comprendono innanzitutto una lunga scia di rapimenti: quelli di migliaia disperati eritrei in fuga dal loro Paese – di cui, diciamo la verità, alla comunità internazionale non frega nulla -, e quelli ben più rilevanti dal punto di vista mediatico di turisti americani (in febbraio, maggio e luglio). E poi i ripetuti attentati al gasdotto che rifornisce Israele: 15, da quando la rivoluzione è cominciata.

Il problema del Sinai è innanzitutto etnico-sociale, a cui si legano rivendicazioni economiche inascoltate. Un articolo di Joshua Goodman apparso su Carnegie Endowment, tradotto da Medarabnews, spiega che i rapimenti e gli attentati ad opera di beduini del Sinai sono una ritorsione contro le politiche statali di emarginazione nei loro confronti:

La maggior parte delle violenze hanno avuto luogo nel governatorato del Sinai del Nord. Dato che la divisione amministrativa tra nord e sud è stata tracciata secondo i confini tribali – il sud in gran parte coincide con i confini tradizionali della confederazione Tawara, il nord con i gruppi dei Tiyaha e dei Terabin – molti hanno attribuito la differenza nei livelli di violenza alle suddivisioni tribali regionali. Ma nel Sinai è l’economia, piuttosto che le suddivisioni identitarie, a spiegare meglio queste fluttuazioni nei conflitti.

Dopo il ritiro di Israele dalla penisola a seguito del trattato di pace tra il Cairo e Tel Aviv, i progetti di sviluppo (stabiliti dai funzionari egiziani e dall’USAID come parte del pacchetto di assistenza finanziaria americana sulla scia dell’accordo di Camp David) selezionarono il sud per il turismo e il nord per il lavoro agricolo e industriale, in base alle risorse e ai punti di forza geografici di ciascuna regione – terreno fertile nel nord, petrolio e giacimenti minerari nella parte occidentale, scogliere e beni ambientali nella parte sudorientale. Ma in nessuno di questi casi i beduini locali sono stati consultati.

Tuttavia, la distinzione tra resistenza tribale e terrorismo islamista si sta riducendo nel nord. Ad aggravare questo problema vi è l’incapacità dello Stato di distinguere tra le due cose, che a sua volta ha portato a punizioni collettive che trattano tutte le violenze – siano esse atti di terrorismo, incursioni tribali, o semplicemente episodi criminali isolati – allo stesso modo, imponendo le stesse pene. Ciò aumenta il risentimento tribale e spinge la violenza di reazione verso forme più sanguinose rispetto alla tradizionale rivolta tribale. Inoltre, a seguito della primavera araba, il progresso verso una maggiore inclusione (per quanto tenue) realizzato nell’Egitto centrale è stato assente nel Sinai.

Questo fino a ieri. La novità di oggi è che la lotta sottotraccia condotta dai beduini ha dato molto ad al-Qa’ida di aprire  nella regione un nuovo fronte della sua lotta all’Occidente.
Esattamente un anno fa la Jamestown Foundation denunciava la nascita di formazioni filo-qaidiste in assenza di forze di sicurezza del governo.
Nei giorni convulsi di Piazza Tahrir, il Sinai era stata l’unica regine dell’Egitto in cui la violenza pareva sul punto di esplodere. I beduini erano ben armati e, approfittando della confusione regnante negli apparati di sicurezza, avrebbero potuto sfruttare il fattore sorpresa per lanciare un’offensiva. Se ciò non è accaduto, nota l’istituto di analisi, è perché in quei giorni quasi tutte le forze di polizia del luogo disertarono, lasciando campo libero alle tribù. Che non hanno perso tempo ad assaltare le carceri per liberare i beduini detenuti – alcuni dei quali contrabbandieri e trafficanti di esseri umani.
Il 27 luglio comparve un video su Youtube (ora rimosso) in cui un gruppo chiamato al-Shabaab al-Islam annunciava la propria costituzione. Il 2 agosto nella cittadina di al-Arish, teatro degli attacchi al gasdotto israelo-egiziano, comparve un opuscolo intitolato “Una dichiarazione da al-Qa’ida nel Sinai“, in cui il gruppo chiedeva, tra le altre cose, la creazione di un emirato islamico nella penisola e l’imposizione della shari’ia. Il 12 agosto lo SCAF ha inviato 2000 uomini nella penisola nel tentativo di riprenderne il controllo, ma qualunque risposta militare trova ostacolo nei cavilli del Trattato di Camp David, che vieta all’Egitto di schierare le proprie truppe a ridosso del confine con Israele. Dove i beduini sembrano aver stretto un proficuo sodalizio con Hamas e gli altri islamisti di Gaza.

Sulla nascita della minaccia qaidista nel Sinai si veda anche qui, qui, qui, qui, qui.
In novembre il Jerusalem Post confermava che i beduini del Sinai si erano uniti ad al-Qa’ida. La quale da allora non ha fatto che accrescere la propria presenza nella regione.
Nel gennaio di quest’anno un altro gruppo, Ansar al-Jihad nella Penisola del Sinai, ha rilasciato una dichiarazione che annuncia la propria formazione nonché la promessa di fedeltà ad Ayman al-Zawahiri (qui il video). Il 20 giugno ha fatto il suo ingresso sulla scena anche Majlis Shura al-Mujahedin Fi Aknaf Bayt al-Maqdis (MSC, che in questi giorni ha rilasciato un comunicato in cui nega ogni coinvolgimento nella strage degli ufficiali egiziani).
Proprio il 20 giugno un gruppo di miliziani ha aperto il fuoco contro un gruppo di operai israeliani impegnati nella costruzione di una barriera al confine col Sinai, uccidendone uno. Questo episodio dimostra come il Sinai rappresenti una seria minaccia per lo Stato ebraico. Ma a Tel Aviv sono troppo impegnati a propagandarne una finta (quella iraniana) per occuparsi di quest’altra più concreta.

Storicamente, il Sinai è stato definito come il ponte tra Africa ed Asia, ma migliaia di anni di occupazione egiziana non sono bastati ad integrare le popolazioni autoctone della penisola nella Terra dei Faraoni. Anzi, ancora oggi in Egitto c’è una certa riluttanza a discutere pubblicamente dei beduini e delle loro richieste.
La marginalizzazione del Sinai, esacerbata negli ultimi anni e nient’affatto risolta dalla primavera araba – la quale ha peraltro agevolato le infiltrazioni qaidiste in Nord Africa: vedi Libia e Sahel -, ha reso la penisola il luogo ideale dove i jihadisti di Gaza e di tutto il Medio Oriente possono trovare rifugio e agire indisturbati, destabilizzando un confine delicato come quello con Israele, la cui (poca) pazienza verso i vicini arabi è ben nota.

Quello che tutti sapevano: l’Iran contrabbanda armi in Iraq

di Luca Troiano

Negli ultimi mesi l’esercito iraniano avrebbe fornito armi di contrabbando agli insorti in Iraq e Afghanistan per accelerare il ritiro degli Stati Uniti.
La notizia è del Wall Street Journal. Secondo il giornale le armi e i proiettili inviati dal corpo dei pasdaran avrebbero già ucciso soldati americani. Gli iraniani avrebbero anche consegnato razzi a lungo raggio ai taliban in Afghanistan, aumentando la capacità bellica degli insorti in modo da colpire le postazioni Isaf da maggiore distanza.
Accuse definite “ridicole” dal Ministro della Difesa iraniano, Ahmad Vahidi. Secondo Teheran si tratta di chiaro tentativo degli americani di scaricare sugli altri le colpe dei propri errori.

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In Iraq aumentano gli attacchi agli impianti petroliferi

di Luca Troiano

L’industria petrolifera irachena potrebbe diventare bersaglio di attacchi una volta che le forze americane si saranno ritirate. A denunciarlo è Nejmeddine Karim, governatore della provincia curda di Kirkuk, a nord del Paese. “La situazione rischia di precipitare di nuovo se le forze Usa si ritirassero ora”, ha avvertito il governatore lo scorso 15 giugno, che è anche capo della Commissione per la sicurezza di Kirkuk.
A poche ore dall’allarme, alcuni elicotteri Usa hanno aperto il fuoco contro un gruppo di predoni vicino a Bassora, nel Sud dell’Iraq, seconda città e fondamentale centro petrolifero del Paese. Gli aggressori avevano lanciato sette razzi contro l’aeroporto della città, prima di subire la risposta. Negli ultimi mesi gli attacchi terroristici hanno ripreso vigore, al punto da suscitare un aspro dibattito, sia a Baghdad che a Washington, sull’eventualità di mantenere un contingente in Iraq ben oltre il 31 dicembre di quest’anno, termine preventivato per il completamento del ritiro.

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