Turchia: nemici vicini, amici lontani

Nei giorni tra il 7 e l’11 aprile il Sultano del Brunei Hassanal Bolkiah si è recato in visita in Turchia, dove ha incontrato il premier Recep Tayyip Erdogan, in procinto di partire per la Cina. Si è trattata della prima visita di alto livello tra i due Paesi dall’inizio delle loro relazioni bilaterali nel febbraio del 1985.
Tra le altre cose, i due governi hanno annunciato l’apertura di ambasciate nelle rispettive capitali (fino ad ora quella turca in Brunei era accreditata a Kuala Lumpur), l’abolizione dei visti d’ingresso e la cooperazione in futuri programmi di difesa, oltre a numerosi accordi commerciali.
Oggi l’interscambio commerciale tra i due Paesi ammonta a 7 milioni di euro, in continua crescita. Il Brunei è uno dei pochi Stati in tutta l’Asia con i quali Ankara ha un saldo commerciale attivo, ed è ricco di risorse energetiche – esporta 180.000 barili di petrolio al giorno ed è il terzo produttore di gnl in Asia.

Di per sé, questa notizia non ha molto peso. Se tuttavia la inquadriamo nella più generale visione delle relazioni internazionali di Ankaka, notiamo risvolti molto significativi.
Per anni il mantra della politica estera turca è stato “zero problemi coi vicini”. Invece, problemi coi vicini la Turchia sembra averne tanti, a cominciare dalla crisi sirianache sta creando sempre più grattacapi ad Ankara. Poi c’è Israele, con il quale i rapporti sembrano ormai compromessi, almeno fintantoché Erdogan e Netanyahu occuperanno i rispettivi scranni. Le relazioni con la UE si sono raffreddate, ora che Ankara pare non più interessata ad entrare nel club – ammesso che lo sia mai veramente stata. Cipro è sempre più spaccata in due. Anche con Russia e Iran, partner strategici sul piano della politica energetica, i rapporti non più così solidi a causa delle rispettive posizioni sulla Siria. Inoltre, contrariamente a quanto era stato pronosticato un anno fa, la Turchia non è riuscita ad avvantaggiarsi dalla primavera araba – nonostante le roboanti dichiarazioni del ministro degli esteri Davutouglu in proposito -, smentendo quanti la accreditavano come nuovo faro del mondo islamico. Era accaduta la stessa cosa vent’anni fa, all’indomani della dissoluzione dell’URSS. La nascita delle repubbliche turcofone dell’Asia Centrale offr’ ad Ankara l’opportunità di recitare un ruolo di primo piano sulla scena internazionale – l’allora presidente Turgut Özal aveva parlato del XXI secolo come il possibile “secolo dei turchi“. La storia preso un’altra strada.
Il declino in politica estera rappresenta il primo scricchiolio nel sontuoso edificio messo in piedi da Ergodan nel suo decennio di governo. Il doppio gioco di cui si è reso protagonista in questi anni ha assicurato prosperità economica e influenza internazionale al prezzo di minori libertà per i cittadini e di un pericoloso islamismo strisciante, ma si trattava di un castello di carta. Peraltro, ora anche gli indicatori economici iniziano a girare in senso contrario.

Per risollevarsi da questa situazione, negli ultimi tempi la Turchia ha rivolto lo sguardo verso orizzonti più lontani. Come la Somalia, dove Erdogan si è recato lo scorso agosto con la promessa di lauti aiuti, poi ribadita nel febbraio di quest’anno. Evidente tentativo di avvantaggiarsi rispetto all’Unione Europea, interessata al destino di Mogadisho soltanto per garantirsi un posto al sole nei giacimenti petroliferi del Puntland.
Il Sudest asiatico rappresenta un’altra interessante frontiera per Ankara. Nel luglio 2010, Davutoğlu ha partecipato alla 43° riunione dei ministri degli esteri dell’ASEAN ad Hanoi, dove ha firmato un accordo per l’amicizia e la cooperazione  con l’associazione; partnership che ora la Turchia punta a rafforzare. E qui entra in gioco il Brunei. Anche se si tratta di un Paese piccolo, il sultanato gioca un ruolo molto attivo nell’organizzazione (un pò  il Qatar in Medio Oriente), di cui occuperà il turno di presidenza per il prossimo anno. Di conseguenza, stringere una più stretta collaborazione col Brunei è per la Turchia un ottimo trampolino di lancio per sviluppare le sue relazioni con la regione.
Morale della favola: quando si hanno molti problemi coi vicini, tanto vale andare a cercare amici lontani. Meglio ancora se ricchi e influenti.

Heartsea, ovvero Indiano e Pacifico. Il Grande Gioco del futuro si svolgerà qui

È opinione generalmente condivisa che i due grandi oceani orientali, l’Indiano e il Pacifico, siano dal punto di vista geografico il cuore dell’economia mondiale. E che ciascun oceano sia un immenso tavolo del nuovo Grande Gioco  tra la (ex) unica superpotenza, gli USA, e quelle (ri)emergenti, Cina e India.

Partiamo dall’Indiano. Abbiamo già visto come il Mar Arabico sia diventato il terreno di sfida tra Cina e India, le due maggiori – e più energivore – tra le economie emergenti.
Nonostante un ambizioso piano di diversificazione energetica (che comprende nucleare e rinnovabili) in corso d’opera da anni, Pechino è, e rimane, dipendente dal greggio mediorientale. È notizia di questi giorni che l’export di petrolio saudita verso Pechino ha superato quello verso Washington. L’India, per non essere da meno, importa grandi quantità dall’Iran – avvalendosi di mezzi creativi di pagamento (come l’oro) per aggirare le sanzioni finanziarie imposte a Teheran.
Pochi giorni fa, Obama ha rimarcato che è proprio la crescita economica di Cina e India a contribuire all’ascesa delle quotazioni del greggio. Scoprendo l’acqua calda.

Al centro dell’attenzione c’è anche l’Africa. Con la sue vaste ricchezze minerarie, il Continente nero sta diventando strategicamente importante per alimentare la crescita dei due giganti asiatici.
Lì la Cina è il primo investitore. Sono cinque le destinazioni principali dell’immenso flusso di capitali sinici: Angola, Nigeria, Sudan, Mauritania e Botswana; ma anche Etiopia, Zambia  e Mozambico rivestono un ruolo sempre più importante nelle strategie dell’ex (e futuro?) Impero di mezzo.
Non c’è da stupirsi, di conseguenza, che dal 2008 la flotta navale di Pechino sia sempre più presente nell’Oceano Indiano, ufficialmente per fronteggiare la minaccia dei pirati. Si era anche parlato di costruire basi di rifornimento nell’Oceano Indiano, come nelle Seychelles – che già ospitano una base di droni USA. La progressione bellica della Cina è stata talmente rapida ed imponente che persino gli USA ne hanno finora sottostimato l’effettiva entità.
Tanto attivismo non piace agli indiani, preoccupati di vedere ridimensionata la propria influenza in un’area che, per storia, tradizione e contiguità geografica, considerano di propria esclusiva pertinenza. Il SIPRI di Stoccolma segnala che l’India ha acquisito il 10% delle importazioni totali di armi nel periodo 2007-2011. Punta di diamante di questo programma di militarizzazione, manco a dirlo, sarà la flotta navale. Nel mese di gennaio l’India ha acquistato un sottomarino nucleare da 8140 tonnellate di fabbricazione russa
Tuttavia, al momento l’India non è ancora in grado di bilanciare i progressi della Cina, così Delhi necessita della sempre utile collaborazione con Washington, anch’essa interessata a contenere l’influenza della Cina nella regione.
Si crede che ci vorrà almeno un altro decennio prima che le marine militari indiani e cinesi siano in grado di operare a pieno regime, ma entrambi i Paesi sono determinati a stabilire già da ora una posizione dominante nell’oceano Indiano, dalla costa orientale dell’Africa allo Stretto di Malacca.

Già, lo Stretto di Malacca. Ovvero, l’altra porta dell’oceano. Quella da cui passa il 40% del commercio mondiale (5.500 mld di dollari) e che gli Stati Uniti considerano indispensabile per mantenere saldo il passaggio da e per il Medio Oriente, ossia la giugulare del greggio.
La Cina è consapevole che la sua forte dipendenza dallo Stretto della Malacca (il petrolio che importa dal Medio Oriente passa da lì) di fatto rappresenta una vulnerabilità strategica. Per tenere ben salde le mani su questo braccio di mare sta attuando la cosiddetta strategia del “filo di perle”, che consiste nello stabilire basi militari navali lungo le rotte da salvaguardare. Qui le partite in corso sono addirittura due.
La prima è con le nazioni dell‘Indocina. Pechino sta cercando di stabilire il proprio controllo su tutti i giacimenti petroliferi offshore compresi tra le contestate acque del Mar Meridionale Cinese. L’ultimo vertice dell’ASEAN, che riunisce praticamente tutti i Paesi coinvolti, non è riuscito ad assumere una posizione ferma e condivisa al riguardo, paralizzato dalla necessità dei singoli di non mettere a rischio le pur irrinunciabili relazioni con il loro Grande vicino.
L’India è presente anche qui, con evidente interesse per l’esplorazione dei giacimenti offshore del Vietnam. Ma Pechino ha avvertito Delhi di astenersi dal proseguire le operazioni. E’ evidente come i cinesi, che con molta disinvoltura mettono il naso nello spazio vitale degli indiani, non intendono concedere a questi di fare altrettanto a parti invertite.
La seconda, e ovviamente più importante, è con gli Stati Uniti. La centralità del Pacifico nel quadro della futura politica estera americana era stata annunciata già in novembre. Ma la Casa Bianca è consapevole che il riorientamento il proprio focus strategico dal Medio Oriente al più grande tra gli oceani porterà inevitabilmente ad un confronto diretto con la Cina, la quale ormai considera il Pacifico una sorta di Mare Nostrum.
Dopo la caduta del muro di Berlino nel 1989, l’attenzione degli esperti di sicurezza passò dal dominio della terra a quello delle acque, ma la Guerra del Golfo nel 1991e le campagne mediorientali post 11 settembre avrebbero posticipato l’evoluzione strategica della talassocrazia americana di almeno un ventennio. Ora, completato il ritiro dall’Iraq e in vista del prossimo disimpegno dall’Afghanistan, gli USA hanno l’opportunità di concentrarsi su ciò che c’è al di là della West Coast. Forse è un po’ tardi, e non è detto che il containment inaugurato da Obama riuscirà a arginare la volontà di potenza sinica, ma è ancora presto per ritenere che l’oceano Pacifico sia destinato a diventare il Grande lago cinese.

Nel 1904 Sir Halford Mackinder chiamò Heartland la zona centrale del continente Eurasia, corrispondente all’incirca alla Russia e alle province limitrofe,  “cuore” pulsante di tutte le civiltà di terra e inavvicinabile per via marittima. “Chi controlla l’Est Europa comanda l’Heartland: chi controlla l’Heartland comanda l’Isola-Mondo [Africa-Europa-Asia]: chi controlla l’Isola-Mondo comanda il mondo”. Allora quelle terre erano controllate dell’Impero Russo, impegnato con Londra in quella sfida geopolitica passata alla storia come il “Grande Gioco”. Cento anni dopo, il Cuore si è trasferito dai deserti dell’Asia centrale alle acque dell’Indio-Pacifico. Un’immensa area blu che un giorno, forse, qualcuno chiamerà Heartsea.
Un gioco, due tavoli, tre giocatori. Premio in palio, la supremazia globale. La partita è iniziata.

Myanmar: le elezioni (non) sono un passo verso la democrazia

Il popolo birmano tornerà alle urne per la prima volta dopo vent’anni, ma l’esito del voto appare già deciso. L’assenza di Aung San Suu Kyi, agli arresti domiciliari, toglie ogni credibilità alla consultazione. Ma la giunta militare ha bisogno di garantirsi una parvenza di legittimità. E intanto si rafforza l’alleanza con la Cina, che rischia di spaccare l’Asean.

1. A tre anni dalle proteste di piazza capeggiate da monaci buddhisti e sfociate in gravi incidenti con vittime, i riflettori internazionali si accendono di nuovo sul Myanmar, l’ex Birmania. Il paese (che dal 21 ottobre adottato il nome ufficiale di Repubblica dell’Unione di Myanmar) torna alle urne per la prima volta dal 1990 e molti cittadini sembrano finalmente nutrire nuove speranze per il futuro. Sottoposti a decenni di repressione, il ritorno al voto è percepito come il primo passo verso un’era meno rigida e autoritaria.
Per comprendere quanto questa speranza sia fallace basta dare un’occhiata alle modalità di svolgimento di queste elezioni. Con il 25% dei seggi in parlamento riservati ai militari, i due terzi dei candidati presentati dai partiti del regime (il Partito per lo Sviluppo e l’Unione Solidale e il Partito per l’Unità Nazionale), l’esclusione del principale partito di opposizione (la Lega Nazionale per la Democrazia guidato da Aung San Suu Kyi) e il rifiuto della giunta militare di accogliere osservatori stranieri, la dicono lunga sulla regolarità delle odierne elezioni. Uno specchio per le allodole per restituire (per quel che è possibile) un barlume di legittimità ad un regime indebolito dallo stesso effetto garrota con cui strangola il paese dal 1962.
Già lo scorso 28 settembre, a New York, il segretario generale delle Nazioni Unite, Ban Ki-moon, aveva ribadito “la necessità di un processo elettorale più trasparente e al quale tutti possano partecipare”. Tradotto in linguaggio (poco) diplomatico: le elezioni saranno credibili solo se Aung San Suu Kyi sarà rimessa in libertà. Il regime lo sa, ma non è dello stesso avviso.
Per la verità, la giunta al potere ha già fatto sapere che la pena detentiva della donna, Premio Nobel per la Pace nel 1991, scadranno tra pochi giorni: esattamente il 13 novembre. Una settimana dopo il voto.

2. Secondo la nuova costituzione approvata nel 2008 un partito può prendere parte alle elezioni in seguito ad una registrazione ad una Commissione elettorale formata di recente.
Il 29 marzo la LND, che alle elezioni del 1990 aveva raccolto l’80% dei voti (provocando la reazione della giunta militare, che di lì a poco avrebbe sciolto il parlamento), ha annunciato che non avrebbe provveduto alla registrazione, considerata ingiusta e dalle condizioni proibitive. Da qui la decisione di una parte dei dirigenti di separarsi dal partito per fondarne un altro con cui prendere parte alla consultazione.
Le esigue dimensioni dei partiti, gli elevati costi di registrazione e la mancanza di una voce nazionale sono stati un ostacolo alla partecipazione di gruppi politici. Dei 39 partiti iscritti, solo quelli appoggiati dal regime sono presenti in tutti i collegi elettorali. Tra questi, poi, 15 sono espressione delle minoranze etniche (oltre 135, per un totale del 30% della popolazione) presenti nel paese, e la loro diffusione è limitata all’areale delle minoranze stesse.
La decisione della LND si basa anche sul rifiuto della giunta militare di liberare i suoi due massimi dirigenti, tra cui Aung San Suu Kyi, entrambi arrestati nel 2005 e tenuti a riposo agli arresti domiciliari. Non tutti i membri hanno condiviso questa decisione, sostenendo che la mancata partecipazione del partito non avrebbe fornito all’elettorato alcuna alternativa ai partiti del regime.
D’altra parte, nel Myanmar, dopo decenni di dittatura la soglia di accettazione della speranza e del progresso è molto più bassa di quella considerata standard in Occidente, per cui è legittimo che molte persone vedano in queste elezioni un primo spiraglio per un sistema meno autoritario, nonostante tutte le ambigue modalità del loro svolgimento.

3. La questione se partecipare o meno alle elezioni è stata al centro di un contenzioso anche tra i vari gruppi etnici. Con una popolazione frazionata in 135 etnie (le maggiori sono i Bamar, cioè i Birmani propriamente detti, e gli Shan) il problema delle autonomie locali è stato sentito fin dall’inizio, nel 1947.
In quell’anno i leader Shan strinsero un’alleanza con i Bamar nella lotta contro gli inglesi per l’indipendenza. Conquistatala, le due etnie maggiorenti di riunirono in una conferenza tenutasi a Panglong (nello stato Shan), diretta dal generale Aung Sang, (eroe dell’indipendenza e padre di Aung San Suu Kyi), per definire l’assetto istituzionale della neonata Unione della Birmania. Nella costituzione fu decisa la creazione di consigli etnici, organi a rappresentanza locale dotati di una certa autonomia legislativa e amministrativa. Per lo stato Shan fu addirittura previsto che superato il decimo anno d’indipendenza avrebbe potuto ottenere la completa autonomia dall’Unione. Il paese conobbe un decennio di prosperità che ne fecero un esempio di crescita e modernizzazione nel panorama asiatico.
Ma la storia seguì presto un altro corso: ancora nel 1950 molte delle promesse così solennemente sancite non avevano ancora trovato attuazione. Il malcontento in alcune zone del paese crebbe e nel 1962 il generale Ne Win, con un colpo di stato, prese il potere rovesciando tutti gli accordi. La costituzione fu sospesa, il paese messo a ferro e fuoco e tutte le spinte autonomistiche represse nel sangue. Per quasi cinquant’anni la voce delle minoranze fu schiacciata dal pugno della giunta militare.
Ora i gruppi etnici invocano una seconda “conferenza di Panglong” per cercare un nuovo inizio all’insegna del dialogo e non più della lotta armata. Le timide richieste dal basso non hanno fatto che irrigidire la posizione dei militari, aldilà delle apparenti aperture. Vi sono addirittura le prove che la giunta stia cercando di creare spaccature all’interno delle minoranze per poi giustificare l’ennesimo intervento con la forza per riportare l’ordine.

4. La pianificazione centralizzata decisa dal regime, cancellando ogni iniziativa privata, ha finito col soffocare l’economia birmana. Mezzo secolo fa il Myanmar era il paese più ricco e prospero della regione. Oggi, invece, ha il reddito pro capite più basso, occupa il 132° posto nella classifica di Indice di Sviluppo Umano e molti altri parametri restano incerti a causa della reticenza del regime nel divulgare i dati. L’ultimo censimento ufficiale della popolazione risale al 1984. Anche in occasione dell’apocalittico maremoto del 2004 furono diffuse stime fittizie: le fonti ufficiali parlarono di 55 vittime, poi aumentate a 90; ma i missionari sul posto parlarono di migliaia di morti.
Anche le cifre sulla spesa pubblica restano avvolte nella nebbia. Nel 2007 uno studio della International Institute for Strategic Studies di Londra ha evidenziato che la spesa per l’istruzione era pari allo 0,9% del PIL, a fronte di un investimento tra il 40% e 60% per la difesa. Altre organizzazioni stimano che la spesa sociale non superi comunque l’1%.
Oggi il paese ha delle infrastrutture insufficienti. La rete ferroviaria (risalente perlopiù al XIX secolo) è vecchia e scarsamente manutenuta, e le strade sono asfaltate solo in prossimità e all’interno delle città principali. L’economia è ancora essenzialmente rurale, con il settore primario occupa i due terzi della popolazione attiva e fornisce il 60% di tutta la ricchezza del paese.
Eppure il paese è ricco di materie prime, in particolare di beni energetici. Nel 2004 la BP il Myanmar ha le più grandi riserve di gas del Sud-Est asiatico, stimate in 510 miliardi di metri cubi e pari al 1,37% delle riserve di gas naturale mondiale. Per rendere l’idea, basti pensare che tale quantitativo ammonta a metà di tutte le riserve dell’Algeria (fornitore, tra gli altri, anche dell’Italia).
Questo dato ci aiuta a comprendere due aspetti. Da un lato, che il vero obiettivo del federalismo etnico è un maggior controllo sulle risorse naturali di ciascun territorio, ma era logico che i partiti delle minoranze ponessero l’accento su altri temi, quali l’istruzione e la giustizia sociale. Dall’altro, che la giunta militare non tollera alcune forma di autonomia per garantirsi tutti i profitti dello sfruttamento dei giacimenti. L’esigenza di difendere le risorse energetiche è talmente sentita nel 2005 il regime decise di trasferire la capitale da Yangon a Pyinmana (situata all’interno), ufficialmente ribattezzata Naypyidaw (“sede dei re”). Erano gli anni della presidenza Bush negli Usa, e troppo grande era il timore che, dopo la guerra in Iraq finalizzata al controllo dei pozzi petroliferi, il governo americano pianificasse una sortita anche in Indocina sempre con il pretesto di “esportare le democrazia”.

5. Il Myanmar intrattiene rapporti molto stretti con la Cina. Ne è la prova la visita a Pechino del capo di stato birmano, il generale Than Shwe, dal 7 all’11 settembre scorso, per commemorare il sessantesimo anniversario delle relazioni politiche tra i due paesi; visita che fa il paio con quella del premier cinese Wen Jiabao in Myanmar, in giugno. Occasioni in cui i due stati hanno rafforzato le proprie relazioni bilaterali e concluso progetti di cooperazione economica. Nella conferenza stampa tenutasi il 7 settembre, il portavoce ufficiale cinese, Jiang Yu, ha dichiarato: “Ci auguriamo che la comunità internazionale possa fornire un aiuto costruttivo per le prossime elezioni e astenersi da qualsiasi impatto negativo sul processo politico interno e sulla pace e stabilità regionali”. Quasi un avvertimento all’occidente di non formalizzarsi troppo sul rispetto del pluralismo.
D’altra parte la Cina sostiene il regime birmano. Lo aveva dimostrato tre anni fa, chiudendo entrambi gli occhi sul modo in cui la giunta aveva soppresso la pacifica marcia dei monaci nelle strade della capitale, lasciando sull’asfalto molte vittime (tra cui il reporter giapponese Kenji Nagai). Un’alleanza che il colosso asiatico ha ribadito con il suo diritto di veto in seno al Consiglio di Sicurezza Onu ogniqualvolta c’era all’ordine del giorno la proposta di un pacchetto di sanzioni contro il Myanmar. E che comporta un reciproco vantaggio per entrambi: la Cina mantiene a galla la asfittica economia birmana attraverso legami commerciali (l’interscambio è di 2,91 miliardi di dollari), vendita di armi e massicci investimenti (8,17 miliardi di dollari di dollari solo nell’ultimo anno); il Myanmar contribuisce a soddisfare l’insaziabile sete di materie prime dell’ex Impero Celeste.
Nel giugno di quest’anno, ad esempio, sono iniziati i lavori di costruzione del gasdotto doppio (petrolio e gas naturale) da parte della CNPC (China National Petroleum Corporation), che parte dal porto oceanico di Kyaukpyu, sulla costa occidentale del Myanmar, e attraverso il Paese arriva nella provincia dello Yunnan, in Cina. La pipeline ha lo scopo di assicurare l’approvvigionamento energetico alle regioni dello Yunnan e del Sichuan, affrancando parzialmente il paese dai rifornimenti dello Stretto della Malacca per il trasporto di idrocarburi dal Medio Oriente. E assicurandosi un avamposto sull’Oceano Indiano, fondamentale scenario nella partita geopolitica globale. Un altro progetto degno di attenzione riguarda la costruzione della diga di Ta Sang, la più alta del Sudest asiatico, con una capacità di produzione di energia pari a 7.100 MW.
Il sodalizio tra i due paesi, insomma, è piuttosto solido. Nato in concomitanza con i fatti di piazza Tienanmen, nel comune interesse a reprimere ogni forma di dissenso al potere centrale, si è rafforzato nel tempo. Garantendo alle parti un reciproco vantaggio.

6. Fatta eccezione per la solida partnership con la Cina, i rapporti esteri del Myanmar sono abbastanza difficili. Le relazioni con l’occidente sono ridotte all’osso, se non del tutto inesistenti. L’Unione Europea, ad esempio, ha tagliato i commerci con lo stato e ha tolto qualsiasi aiuto economico, tranne quello umanitario. Analoghe sanzioni sono state adottate dagli Stati Uniti. Le aziende asiatiche, al contrario, hanno scelto di proseguire gli investimenti nel paese, soprattutto per i progetti legati all’estrazione del gas naturale.
Il paese è membro dell’Asean dal 1997 ma la sua posizione nell’organizzazione è sempre più marginale. In un momento in cui la regione si sta muovendo verso una maggiore integrazione economica e la connettività, il Myanmar continua a mantenere le distanze nei rapporti con il resto del gruppo. Circostanza che non manca di creare divisioni all’interno dell’organizzazione. Da un lato ci sono Indonesia e Filippine che premono per una maggiore democratizzazione; dall’altro Vietnam, Cambogia e Laos che offrono una cauta difesa al regime birmano; in mezzo Malesia, Singapore e Thailandia, collocati su posizioni più attendiste.
Già nell’aprile 2007 il Ministro degli Esteri malese Ahmad Shabery Cheek disse che né il suo Stato, né tanto meno l’Asean avrebbero sostenuto il paese in nessun consesso internazionale, se non avesse dato avvio alle necessarie riforme economiche e politiche per avvicinarlo agli standard degli altri paesi membri. Nella riunione di Hanoi in settembre il primo ministro cambogiano Hun Sen ha affermato che il Myanmar dovrebbe essere applaudito e non condannato per le elezioni, dichiarazione che ha fatto storcere più di un naso in seno all’assemblea dell’istituzione. “Dobbiamo guardare oltre le elezioni,” si è limitato a replicare segretario generale dell’Asean e ex Ministro degli Esteri tailandese Surin Pitsuwan. Segno che affrontare la questione birmana non è facile.
Nata come organizzazione di cooperazione economica, per alcuni analisti l’Asean potrebbe diventare il secondo esempio di integrazione politica sovranazionale dopo l’Unione Europea. Altri dissentono da questa opinione, sottolineando che le differenze sociali, culturali e altresì economiche tra gli stati membri sono troppo marcate affinché possa prospettarsi un’aggregazione sulla falsariga del modello europeo. Ma non sono le uniche divergenze ad impedire un siffatto scenario. L’Asean risente della ingombrante presenza della Cina molto più di quanto l’Europa soffra quella della Russia. Ad esempio, l’Europa è solitamente unita quando si dibatte sul dei diritti umani, tema sul quale il gigante russo ha sempre glissato, mentre analoga coesione non si riscontra nel Sudest Asiatico, dove i poderosi investimenti cinesi sono sufficienti a far tacere qualunque obiezione. Come la forza bruta fa con ogni opinione non allineata ai diktat di chi comanda.