#Nagorno, elezioni e tensioni nello Stato che non c’è

Il Nagorno Karabakh è un Paese che non esiste. Difeso dall’Armenia, conteso dall’Azerbaigian e dimenticato dal resto del mondo, questo piccolo territorio incastonato nel Caucaso meridionale lotta ogni giorno per affermare un’indipendenza che nessuno Stato o organismo al mondo gli riconosce, neppure l’Armenia. Indipendenza ribadita con le elezioni amministrative tenutesi in data 13 settembre, che la comunità internazionale si è tuttavia affrettata a bollare come illegittime.
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Armenia, Ungheria e Azerbaijan. Cosa c’è dietro l’affare Safarov

Nel 2004 due ufficiali, uno armeno e l’altro azero, erano entrambi ospiti della base Nato a Budapest, per un seminario della Partnership per la Pace. Come è facile immaginare, i due non si piacquero granché. Finita la sessione, Gurgen Margaryan, 24 anni, l’armeno, fece ritorno nel suo alloggio. Ramil Safarov, l’azero invece si recò allo spaccio del compound militare per comprare un’ascia. Giunto nel dormitorio, si introdusse nella stanza di Margaryan, sfortunatamente aperta e, mentre il ragazzo dormiva (secondo altre versioni no), lo uccise con 16 colpi d’accetta. Il motivo? Quest’ultimo aveva urinato sulla bandiera dell’Azerbaigian.
Safarov venne arrestato subito dopo e nel 2006 condannato all’ergastolo, da scontare in Ungheria. La storia, dopo il clamore iniziale, fu presto dimenticata. Almeno fino a pochi giorni fa, quando l’Ungheria si è decisa ad accogliere la richiesta di estrazione avanzata dall’Azerbaijan. Ma appena è atterrato a Baku, ad accogliere Safarov non c’era una cella, bensì il presidente Ilham Aliyev in persona. Il quale lo ha “perdonato”, abbracciato e addirittura promosso al grado di maggiore in quanto “eroe” nazionale. Il motivo? Se Margaryan aveva oltraggiato la bandiera azera, allora il suo omicidio è “patriottico”.

Inutile dire che l’Armenia è su tutte le furie. Yerevan ha già interrotto i suoi rapporti con l’Ungheria e il 2 settembre il presidente armeno Serzh Sarkisian si è spinto a dichiarare di essere pronto ad una guerra contro l’Azerbaijan. La tregua fra i due Paesi è sempre più fragile. Solo un armistizio, firmato nel maggio del 1994, si frappone fra la pace e la guerra. E i ripetuti incidenti alle frontiere negli ultimi tre mesi hanno fatto che aumentare la tensione.
Se l’affermazione del presidente armeno sembra troppo avventata, non è stata da meno quella del vicepresidente azero nonché segretario del partito presidenziale Nuovo Azerbaigian, Ali Akhmedov: ora che “Ramil è stato rilasciato, la prossima liberazione sarà quella del Karabakh“.
L’indignazione degli armeni è stata forte e le scuse degli ungheresi non sono bastate a placarla. Sarkistan ha dovuto chiedere alla sua gente di non bruciare più bandiere ungheresi in segno di protesta.

Peraltro, lo stesso governo ungherese si dice contrariato dall’atteggiamento di Baku, visto che il governo azero si era impegnato a rispettare le condizioni stabilite da Budapest per l’accoglimento della richiesta di estradizione. A riguardo, il Ministero ungherese della Pubblica amministrazione e la giustizia aveva ricevuto una risposta via fax, firmata dal viceministro della Giustizia azero, Vilayat Zahirov, la quale rassicurava sul fatto che, per prassi generale, le persone condannate all’estero ed estradate in Azerbaigian devono scontare la propria pena senza bisogno di una nuova procedura giudiziaria.
In realtà, Zahirov aveva affermato di aderire al disposto dell’art. 9 della Convenzione di Strasburgo sul trasferimento di persone condannate, il quale statuisce che:

Le autorità competenti dello Stato di esecuzione devono: 
continuare l’esecuzione della condanna immediatamente o sulla base di una decisione giudiziaria o amministrativa, alle condizioni previste dall’articolo 10; o convertire, per mezzo di una procedura giudiziaria o amministrativa, la condanna in una decisione di detto Stato, sostituendo in tal modo la pena inflitta nello Stato di condanna con una sanzione prevista dalla legge dello Stato di esecuzione per lo stesso reato, alle condizioni previste all’articolo 11. 
Lo Stato di esecuzione deve, se richiesto, indicare allo Stato di condanna, prima del trasferimento della persona condannata, quale delle procedure intende seguire. 
L’esecuzione della condanna è regolata dalla legge dello Stato di esecuzione e questo Stato è l’unico competente a prendere ogni decisione al riguardo.

Ma la stessa convenzione prevede, all’art. 12, che “Ciascuna Parte può accordare la grazia, l’amnistia o la commutazione della condanna conformemente alla propria Costituzione o ad altre leggi”. In altre parole, nessuno poteva impedire all’Azerbaijan di liberare Safarov una volta tornato in patria. Per quanto discutibile, si tratta di una scelta giuridicamente legittima.
Altra cosa è la questione politica. Il quotidiano magiaro Origo riporta una controversa dichiarazione di Zahid Oruj, un membro del comitato  nazionale sicurezza del parlamento azero, secondo cui la ragione principale dell’apertura di un’ambasciata azera a Budapest era proprio quella di tutelare gli interessi di Safarov in vista di una possibile estradizione. Dunque l’Ungheria sapeva – e non poteva non sapere – che, una volta in patria, questi sarebbe stato liberato e perfino accolto come un eroe. Eppure lo ha consegnato lo stesso alla “giustizia” azera. Perché?
Il governo Orban, in carica dal 2010, ha ereditato la pesante situazione economica di un Paese oberato dai debiti e in piena recessione. Una sfida che il nuovo esecutivo ha cercato di affrontare attraverso – parole dello stesso Orban – soluzioni “non ortodosse”. Una politica che, dietro le confortanti espressioni di “apertura globale” e “apertura orientale”, ha sbattuto la porta in faccia ai prestiti condizionati dell’Europa e del FMI per aprire la strada ad accordi di cooperazione economica ed assistenza con Paesi come la Cina, l’Arabia Saudita ed anche – e questo è il punto che ci interessa – l’Azerbaijan.
All’inizio di agosto l’Ungheria ha annunciato di considerare l’idea di una emissione di titoli di Stato in Turchia, denominati in lire turche oppure in manat azeri, o in entrambe le divise. E a proposito di titoli sovrani, gira voce (smentita dagli azeri) che il governo di Baku abbia promesso l’acquisto di quelli ungheresi per un ammontare di 3 miliardi di euro. Il 20 dello stesso mese, vale a dire un giorno dopo che la compagnia petrolifera azera Socar aveva dichiarato la propria partecipazione al progetto Nabucco per il trasporto di gas dai giacimenti di Shah Deniz all’Europa, l’Ungheria ha confermato il proprio assenso alla costruzione del gasdotto sul proprio territorio.
11 giorni dopo Safarov è stato estradato. Coincidenze?

Il sospetto che il governo ungherese si sia “venduto” è forte: a pensarlo sono sia gli armeni che gli stessi ungheresi (qui qui). Oggi il segretario degli affari esteri azero Novruz Mammadov rivela che colloqui occasionali tra Orban e il presidente azero Ilham Aliyev a proposito del destino di Safarov si sono susseguiti per oltre un anno.
L’Ungheria ha bisogno sia di prestiti che di energia, per cui l’opzione azera non poteva – e non può – essere accantonata a cuor leggero. E la libertà di un assassino, nei canoni della realpolitik, è un prezzo sufficiente in cambio del benessere di un intero Paese. Sull’altro piatto della bilancia troviamo la rottura dei legami con un partner orientale, il danno d’immagine e un futuro giudizio (poco lusinghiero) da parte della storia.
In ogni caso, l’affare Safarov è l’ennesimo esempio di come la giustizia venga facilmente sacrificata sull’altare degli interessi politici. Avanti il prossimo.

Sale la tensione tra Armenia e Azerbaijan

Dai primi di giugno il traballante cessate-il-fuoco tra Armenia e Azerbaijan è messo a dura prova da una delle peggiori serie di incidenti degli ultimi anni.

Tutto è iniziato il 31 maggio con ripetuti scambi di artiglieria in diverse località in tutto il settore settentrionale, che si protraggono per 3 giorni. Pochi giorni dopo si comincia a spargere sangue. Il 4 giugno tre soldati armeni sono stati uccisi e sei feriti dalle forze azere in uno scontro presumibilmente innescata da un tentativo di infiltrazione in territorio armeno. Le autorità azere hanno tuttavia affermato che l’incidente è stato una  provocazione da parte delle forze di Yerevan. Il giorno seguente sono caduti cinque soldati azeri  in un nuovo scontro al confine.

Quale che sia la verità sugli incidenti, le informazioni disponibili suggeriscono che in entrambi i casi si sia trattato di un tentativo delle due parti di catturare le posizioni avversarie. Ed è un fatto preoccupante, se pensiamo che di solito gli scontri si limitano a raffiche di mitragliatrice o al massimo al lancio di alcune granate. E’ inoltre degno di nota che i combattimenti sono avvenuti ad una distanza significativa (circa 50 km) dalla frontiera col Nagorno-Karabakh, teatro abituale degli scontri: i soldati armeni morto a Tavush, vicino al villaggio di Chinari, mentre i soldati azeri sono stati uccisi nei pressi di Ashagy-Askipara, parte di una piccola – e quasi interamente deserta – esclave di Baku in Armenia. Tutto ciò indica che gli scontri non sono in funzione della geografia locale (vale a dire una incursione armeno seguito da un locale azero contropiede), ma bensì di un disegno più ampio volto a sondare la capacità di reazione avversaria lungo il confine.

Coincidenza, i fatti sono avvenuti proprio nel corso del tour di Hillary Clinton nel Caucaso. Il Segretario di Stato USA ha  condannato le violenze, insistendo affinché le parti si astengano dall’uso della forza. Le quali, in ogni caso, non hanno perso occasione per incolparsi reciprocamente. Secondo Yerevan, gli azeri avrebbero violato il cessate-il-fuoco quasi 11.000 volte negli ultimi sette mesi.

E gli incidenti, manco a dirlo, sono continuati.
Il 20 luglio un ufficiale azero ha perso la vita per mano delle forze azere. Coincidenza anche qui, il giorno prima si era avuta la conferma di Bako Sahakian a presidente dell’autoproclamata repubblica del Nagorno-Karabakh. Evento che ha contribuito a gettare benzina sul fuoco regionale, visto che nessuno tra Turchia (i cui già tesi rapporti con l’Armenia minacciano di deteriorarsi ulteriormente), Georgia e ovviamente Azerbaijan intende riconoscere il benché minimo valore a queste elezioni.
L’ultimo episodio si è verificato a fine luglio, quando le guardie azere hanno aperto il fuoco approfittando del fatto che il presidente armeno si trovava a Londra per presenziare ai Giochi Olimpici.

Nonostante questa scia di fuoco – contornata da 11 morti totali – militari e politici di ambo i fronti non hanno alimentato l’avvio di una vera e propria escalation.
Possiamo pensare che i comandanti di frontiera godano di una certa autonomia rispetto ai rispettivi stati maggiori centrali. Tuttavia la concomitanza tra scontri a fuoco ed eventi politici di vario genere suggerisce che le parti – soprattutto l’Azerbaijan – intendessero sfruttare la maggiore visibilità per attrarre l’attenzione sul tema del Nagorno-Karabakh.
Un piano coerente con l’ambigua strategia azera, che alterna offerte di dialogo e minacce di guerra:

Innanzitutto nel 2014 ricorrerà il ventennale del cessate-il-fuoco ratificato nel luglio del 1994. Se risultati negoziali di spessore non saranno raggiunti entro questa data, la dirigenza di Baku potrebbe essere tentata a spingere sull’ “acceleratore” del conflitto per evitare che i maggiori attori internazionali incomincino a considerare lo status-quo come un elemento ormai acquisito. In secondo luogo, il 2014 segnerà anche il lento ma inevitabile declino delle scorte petrolifere azere, il cosiddetto “oil peak”. Per il “Centre for Economic and Social Development” di Baku, la stima dovrebbe essere anticipata al 2011, mentre il 2012 sarà l’anno di svolta secondo quanto affermato dalla stessa dirigenza azera e dalla BP. Malgrado il paese disponga di ingenti scorte di gas naturale, l’attuale potere negoziale di Baku, costruito in gran parte sugli idrocarburi, potrebbe incrinarsi sensibilmente dando al regime degli Aliyev un senso di malsana “urgenza” nel colpire il nemico storico. Oltre a questo, nel 2014 si terranno anche le Olimpiadi invernali a Sochi, in Russia, con il conseguente “spostamento” dell’interesse pubblico mondiale per l’area dal minuscolo Nagorno al più consistente evento sportivo.

Ma come si sta preparando, materialmente, l’Azerbaijan al conflitto?

Come detto, incrementando in qualità e quantità gli armamenti a sua disposizione. Con il 3.4% di PIL (1,421,000,000$) destinato alla difesa, il paese caucasico si pone al 30esimo posto mondiale in valore percentuale e al 60esimo in valore assoluto per spesa (Sipri, 2011). Confrontato al più modesto budget armeno (404,000,000$), il flusso di denaro destinato al futuro sforzo bellico risalta alquanto rendendo l’Azerbaijan un attivo compratore internazionale. Nonostante le vicinanze “storiche”, per quanto riguarda le armi non tanto è la Turchia il partner commerciale di spicco quanto piuttosto Russia, Pakistan, Sud Africa e Israele oltre che, in maniera saltuaria, Germania, Repubblica Ceca e Polonia (Oxford Analytica, 2012). Questo, ovviamente, in spregio a un embargo istituito dall’OSCE nel 1992 che impedirebbe la vendita di armi ai soggetti coinvolti direttamente nel conflitto in Nagorno-Karabakh.

D’altra parte, in questi diciotto anni, le armi hanno fatto sentire la loro voce molto più della diplomazia. Secondo Wikipedia:

Sin dal loro avvio le trattative di pace sono state coordinate dall’Osce attraverso il Gruppo di Minsk. I primi colloqui, nel 1994 e nel 1995 non concretizzano alcun risultato per il sostanziale immobilismo delle parti. Nel 1996 la dichiarazione conclusiva del Summit Osce di Lisbona non è firmata dall’Armenia che contesta la posizione espressa nel documento.
Nel maggio 1997 il Gruppo di Minsk presenta un nuovo documento che scontenta sia gli armeni che gli azeri. Altri tentativi e proposte nei mesi a venire non sortiscono alcun risultato. Nel 1999 il presidente armeno Robert Kocharyan e quello azero Ilham Aliyev si incontrano a New York a margine di lavori delle Nazioni Unite: sarà il primo di numerosi incontri tra le massime autorità dei due stati.
Anche i meeting di Parigi (gennaio 2001), Key West in Florida (aprile 2001), Rambouillet in Francia (gennaio 2006) si concludono senza risultati apprezzabili.
Nel 2007 un documento Osce, i cosiddetti Principi di Madrid, getta le basi per le future discussioni nonostante il livello di insoddisfazione delle parti rimanga alto; il documento verrà rivisto nel 2009 dopo che anche l’incontro di San Pietroburgo (giugno 2008) non è andato a buon fine.
Il 2 novembre 2008 il presidente armeno (ora Serzh Sargsyan) e quello azero si incontrano al castello moscovita di Maiendorf ospiti del collega russo Dmitrij Medvedev e firmano una dichiarazione congiunta (la prima dall’Accordo di Bishkek del 1994) in cinque punti che sembra rappresentare una concreta base di mediazione.
Nonostante questo passaggio significativo il negoziato non riesce ad andare avanti. Nuove proposte sono avanzate al G8 del’Aquila a luglio 2009.
Ma tra frequenti violazioni del cessate il fuoco, minacce di ripresa dell’ostilità (soprattutto da parte azera) e nuovi vertici falliti (l’ultimo a Kazan nel giugno 2011) la trattativa per la soluzione del contenzioso non riesce a sbloccarsi.

Lo scenario pare destinato a mantenersi in questo limbo. Ma gli incidenti dei giorni scorsi hanno dimostrato quanto la tregua sia fragile, e quanto facilmente gli scontri possano diffondersi lungo il confine.

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Secondo le ultime statistiche ufficiali disponibili, nel 2009 un terzo degli armeni viveva sotto la soglia di povertà. Continua a leggere

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