#America Latina, #sinistra radicale al capolinea?

Il 2015 dell’America Latina può essere riassunto sotto l’espressione ‘inizio della fine’: parliamo della sinistra radicale e più in generale di quel populismo che, nei primi anni Duemila, complici le profonde crisi economiche e l’allentamento della pressione usa, si era fatto democraticamente portando i propri leader a capo delle maggiori democrazie del continente. Un modello entrato in crisi in conseguenza di quella economica già in atto.

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#Argentina: troppi decreti, la piazza protesta

Benché iniziato da meno di due settimane, il ‘macrismo’ in Argentina sembra già eguagliare i peggiori risvolti del passato ‘kirchnerismo’. Venerdì 18 dicembre decine di migliaia di persone hanno protestato per le strade Buenos Aires contro l’eccessivo uso da parte del neo Presidente Mauricio Macri della decretazione d’urgenza, scavalcando così il controllo del parlamento.

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Good morning #Argentina: #Macri chiude l’èra #Kirchner

Mauricio Macri è il nuovo presidente dell’Argentina: col 51,5% dei voti, l’imprenditore di centrodestra già sindaco di Buenos Aires e leader della coalizione “Cambiemos” ha battuto al ballottaggio il candidato peronista Daniel Scioli, del Fronte per la vittoria, erede della “presidenta” Cristina Fernández de Kirchner e favorito della vigilia. Scioli aveva ottenuto il maggior numero di consensi sia al primo turno delle presidenziali sia in occasione delle primarie dello scorso agosto, ma non è riuscito a confermare le attese. Quello che lo scorso anno era solo uno dei candidati tra i tanti è oggi il primo cittadino del Paese.

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#Argentina: finita l’era #Kirchner, finirà il ‘#kirchnerismo’?

Il prossimo 25 ottobre l’Argentina sarà chiamata alle urne per eleggere il suo nuovo presidente, che in ogni caso non sarà Cristina Fernández de Kirchner, giunta alla scadenza del suo secondo mandato. Una prima indicazione sul suo possibile successore l’abbiamo avuto lo scorso 9 agosto, in occasione delle elezioni primarie obbligatorie.
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Argentina vicina al (settimo) default

Chissà se l’Argentina vincerà il suo terzo titolo mondiale di calcio; per saperlo dovremo attendere la finale in programma per il 13 luglio, sempre che Messi e compagni ci arrivino. Nel frattempo il Paese potrebbe centrare un altro primato, meno appetibile del primo: quello di nazione più volte “fallita” della storia. Per saperlo ci basterà aspettare il 30 giugno, termine ultimo per pagare alcune vecchie pendenze legate al default del 2001.

Il 16 giugno scorso la Corte suprema di Washington ha respinto l’appello presentato dal governo di Buenos Aires contro una sentenza di Thomas Poole Griesa, giudice federale di New York che nel 2012 aveva avallato le richieste di alcuni fondi (tra i quali Elliott Management Corp.’s NML Capital Ltd. & Aurelius Capital Management LP., pari al 7,6% dei creditori totali) che dopo aver fatto incetta di bond argentini, svalutati per via delle ristrutturazioni del 2001, ne avevano chiesto il rimborso integrale. L’Argentina era così stata condannata a risarcire 1,33 miliardi di dollari ai richiedenti. La decisione prevedeva che il Paese non potesse ripagare i suoi debiti ristrutturati a meno di stanziare nuovi fondi per i creditori che non avevano accettato il default.

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L’Argentina tra la fine dell’era Kirchner e il rischio (evitato?) di un nuovo default

Sui media internazionali, ma anche quelli argentini, si sta già parlando della “fine di un’era”. Nelle elezioni parlamentari di medio termine in Argentina, tenute domenica 27 ottobre e necessarie per rinnovare la metà dei seggi della Camera e un terzo di quelli del Senato, la coalizione al governo, il Frente para la Victoria (FPV) guidata dalla presidente Cristina Kirchnerha subito una netta sconfitta, perdendo in 12 dei 24 distretti elettorali del Paese, inclusi i 5 più popolati.

Le elezioni di ottobre

Il FPV ha ottenuto il 32,7% dei voti, garantendo alla presidente una risicata maggioranza assoluta alla Camera (257 membri) e indebolisce la sua maggioranza relativa al Senato (72 membri), ma non arriva ai 2/3 dei seggi, ossia la quota necessaria alla riforma costituzionale che permetterebbe alla Kirchner di rimuovere il limite di due mandati presidenziali e candidarsi così per la terza volta consecutiva.

Oggi i riflettori sono puntati sul fronte del “peronismo dissidente” rappresentato da Sergio Massa, sindaco della città di Tigre, capace di conquistare il 20,6% dei voti a livello nazionale e il 42,6% dei voti nella principale e più popolata provincia del Paese, quella di Buenos Aires. Negli ultimi mesi il consenso intorno al volto nuovo della politica argentina sono progressivamente cresciuti, tanto da insidiare la coalizione della presidente anche nei distretti considerati fino ad ora una roccaforte del kirchnerismo. Ora Massa inizierà a preparare la campagna elettorale per le presidenziali del 2015, a cui – salvo sorprese – la Kirchner non parteciperà.

La legge sui media

Tuttavia, già due giorni dopo le legislative la Kirchner ha ottenuto un’importante vittoria politica, quando la Corte Suprema argentina ha dichiarato costituzionale la legge sui media (Ley de Medios) varata nel 2009 dal governo. Di conseguenza, il gruppo editoriale Clarin, mai tenero con la presidente, dovrà vendere parte delle sue licenze. Quello della Ley de Medios è l’ennesimo capitolo di una battaglia fra il Grupo Clarin – principale holding multimediale dell’America Latina – e i governi di Nestor e Cristina Kirchner. Ufficialmente nata con l’intento di contrastare i monopoli, secondo i detrattori non sarebbe altro che un tentativo di colpire la stampa nemica. Non è un mistero che la Kirchner abbia sempre avuto un rapporto conflittuale con i media.

La rottura con Clarin risale al 2008, quando il governo si trovò di fronte a una forte protesta agricola e cominciò ad accusare i media del gruppo di cavalcare le contestazioni. Questo portò a un misterioso incontro personale fra Nestor Kirchner e l’amministratore delegato, Hector Magnetto. Sull’episodio esistono versioni opposte e racconti di presunte minacce incrociate, ma da quel momento lo scontro tra presidente e gruppo è diventato “la madre di tutte le battaglie” politiche argentine, secondo le parole di un dirigente kirchnerista.

Secondo la nuova normativa, un gruppo editoriale potrà detenere un massimo di 24 licenze tv satellitari (Clarin ne controlla 237), 10 tra radio o tv e non oltre il 35% di partecipazioni di mercato nel settore audiovisivo. In teoria la misura dovrebbe aprire il Paese al pluralismo dell’informazione; in pratica l’unica cosa che aprirà sarà una voragine nei conti pubblici: lo Stato infatti dovrà risarcire le aziende dei rami ceduti, se queste non riusciranno a venderli prima.

Il default (almeno per ora) evitato 

A proposito di finanze pubbliche, l’Argentina sta vivendo una fase drammatica a livello economico e finanziario. A parole il 2014 sarà un anno positivo per l’economia argentina: secondo il rapporto presentato dal ministro del Tesoro Hernan Lorenzino in settembre, il Pil del paese sudamericano dovrebbe crescere del 6,2% a fronte di un tasso d’inflazione che si manterrà al 10,4%. Il ministro Lorenzino ha infatti spiegato che l’Argentina confida in una ripresa dell’economia dei suoi principali partner commerciali, Stati Uniti e Brasile che, a quanto detto dal suo vice, Axel Kicillof, “sono ancora in una zona grigia”.

La realtà è invece di ben altro tenore. Nel solo primo semestre del 2013, gli investimenti diretti dall’estero (IDE) sono crollati del 32,2%, così come le riserve di valuta straniera, mentre l’inflazione reale si attesterebbe tra il 25% e il 30%, ma sottostimata volutamente dalle statistiche ufficiali. L’inflazione è – almeno in parte – il frutto avvelenato del tentativo di sostenere la crescita reale del Paese attraverso la monetizzazione del debito pubblico, a cui la banca centrale è stata costantemente spinta (leggi: costretta) dal governo. Inoltre il governo ha deciso di stabilire un cambio quasi fisso con il dollaro pari a 5,54 pesos, circa i due terzi rispetto al cambio al mercato nero, pari a 8,51 pesos per dollaro.

Questo deprezzamento artificioso della valuta locale, però, ha provocato un costante deflusso di capitali proprio in un momento in cui il governo cerca disperatamente di recuperare valuta forte (come il dollaro) o quantomeno prevenirne la fuga. A tal fine il governo ha imposto dei controlli valutari molto rigidi, i quali tuttavia non hanno affatto arrestato l’emorragia finanziaria. A causa della svalutazione di fatto del peso, non tramutatasi in un adeguamento del tasso di cambio ufficiale, le riserve di valuta sono crollate del 33% a 35 miliardi di dollari. Ad oggi le riserve ufficiali consentono di pagare importazione di in beni e servizi ancora per pochi mesi.

Se le riserve dovessero continuare a ridursi, l’Argentina sarebbe costretta a svalutare ulteriormente il peso, e di conseguenza il governo  si troverebbe presto o tardi in serie difficoltà a ripagare un debito denominato dollari. Secondo Citigroup, le riserve della banca centrale finiranno sotto i 25 miliardi di dollari entro la fine del 2015, e ciò dovrebbe mettere sulle spalle dei possessori di debito pubblico argentino il timore che Buenos Aires possa cercare sollievo imponendo loro delle perdite: la possibilità di una ristrutturazione delle obbligazioni con scadenza nel 2015 risulta essere del 37,5% secondo la banca newyorkese.

In questo scenario il rischio di una nuova bancarotta (la settima nella storia del Paese), già paventato da diversi anni, era (ed è) tornato a farsi concreto. Nel 2002 l’Argentina aveva ristrutturato il proprio debito – pari a 132 miliardi di dollari – proponendo un accordo, supportato dal Fondo Monetario Internazionale, che prevedeva il pagamento dei titoli precedenti a valori molto più bassi, circa il 25,30% dell’obbligazione contratta, e con una dilazione significativa della scadenza. Il 93% dei creditori accettò questa soluzione, mentre il 7% restante – quasi tutti creditori privati americani, come i fondi speculativi o quelli pensionistici – decise di querelare l’Argentina al fine di ottenere i loro investimenti volatilizzatisi con il ripudio.

Alla fine del 2012, un giudice americano della Corte di Appello federale di New York, Thomas Griesa, ha avallato le richieste del 7% di irriducibili. condannando l’Argentina a risarcire 1,33 miliardi di dollari ad un gruppo di fondi che include Elliott Management Corp.’s NML Capital Ltd. & Aurelius Capital Management LP. La decisione in primo grado prevedeva che il Paese non potesse ripagare i suoi debiti ristrutturati a meno di stanziare nuovi fondi per i creditori che non avevano accettato il default, ma l’avvocato dello Stato argentino ha più volte ribadito che in caso di conferma della sentenza il governo di Buenos Aires non l’avrebbe rispettata, palesando così la volontà di procedere ad un nuovo ripudio del debito.

Il nervosismo dei mercati cominciava a farsi palpabile, tanto che in settembre l’Argentina era già il Paese più a rischio di default nel mondo, almeno guardando ai credit default swaps a cinque anni, con una possibilità pari all’80% da qui al 2018. Una situazione paradossale se si pensa che l’Argentina sta effettivamente ripagando i possessori di tango-bonds che hanno deciso di rinegoziare il debito ad una percentuale compresa tra il 60% e l’80% a seconda delle opzioni di rifinanziamento scelte. Ma il caos generato dalla decisione di Griesa stava rischiando di mandare all’aria l’intera operazione di ristrutturazione del debito.

A fine ottobre, pochi giorni prima delle elezioni, le parti in causa sono finalmente riuscire a trovare una (parziale) soluzione. L’ipotesi di accordo tra le parti su cui si sta lavorando si basa sul coinvolgimento dei nuovi bondholders che hanno in portafoglio i titoli argentini ristrutturati per 28 miliardi di dollari per contribuire al rimborso dei capitali reclamati dai fondi hedge. In sostanza gli obbligazionisti ristrutturati rinuncerebbero al 20% delle cedole per i prossimi cinque anni, corrispondendo così la somma pretesa dagli hedge fund.  Se la soluzione andasse in porto L’Argentina eviterebbe un altro default e potrebbe tornare a finanziarsi sui mercati internazionali. 

Se passasse, sarebbe una soluzione che accontenterebbe tutti. Ma per quanto l’ipotesi possa sembrare risolutiva, l’ex FMI, Charles Blitzer, ricorda come sia necessario il consenso di almeno il 75% degli obbligazionisti ristrutturati affinché il piano diventi operativo, trattandosi di una seconda forma di ristrutturazione del debito. Inoltre alcuni analisti si dichiarano scettici sulle probabilità che il piano venga concretamente approvato, dato che ad oggi l’Argentina si è sempre rifiutata di negoziare. Sarebbe alquanto difficile, in tal eipotesi, ristrutturare nuovamente il debito senza che il governo argentino partecipi all’operazione.

Conclusioni

In conclusione, forse è ancora presto per dire se la parabola di Cristina Kirchner – recentemente dimessa dall’ospedaleal termine di un periodo di convalescenza dopo il drenaggio di un ematoma cerebrale realizzato un mese fa – possa dirsi conclusa. Non dobbiamo dimenticare che già alle elezioni di medio termine del 2009 l’alleanza kirchnerista aveva subito un rovescio, in larga parte vendicato dal trionfo alle presidenziali di 2 anni dopo, a dispetto dei requiem declamati dalla stampa interna ed estera.

Tuttavia la crisi economica e finanziaria che l’Argentina vive da molti mesi, ma che il governo si ostina a nascondere, frutto delle spericolate politiche macroeconomiche volute dalla Kirchner in prima persona, si sono alla fine rivelate un boomerang per l’immagine della presidente. La sua politica fortemente demagogica, improntata ai sussidi di massa e alla lotta contro gli investitori stranieri, l’avrà pur resa celebre agli occhi di no global, indignados e grillini, ma ha aggravato la situazione economica del Paese al punto da comprometterne le capacità di ripresa.

Il responso delle  urne suona dunque come una bocciatura senza appello. E all’orizzonte si profila la figura di Massa, astro nascente di una società pronta ad archiviare definitivamente il decennio targato Kirchner.

Papa Bergoglio, molte luci e qualche ombra

L’altro giorno scrivevo che:

il dilemma che i cardinali elettori affronteranno non è trovare l’accordo sul nome del successore, bensì sulla sua agenda.

Ed è forse qui la chiave di lettura dell’elezione di Jorge Mario Bergoglio, arcivescovo di Buenos Aires e noto come progressista, a 265esimo successore di Pietro.
Il Punto di Lucio Caracciolo:

La scelta di Jorge Mario Bergoglio è rivoluzionaria.
A cominciare dal nome, Francesco, che non si potrebbe immaginare più programmatico.
E dal fatto di non essersi mai chiamato papa nel primo discorso davanti alla folla di piazza San Pietro. Francesco ha parlato da vescovo di Roma, non da pontefice massimo.
Da vescovo che “presiede nella carità a tutte le chiese” da Roma, non da papa imperatore.
Una sottile ma evidente punta polemica Bergoglio l’ha riservata al suo predecessore, pur cristianamente invitando alla preghiera per lui: lo ha ribattezzato “vescovo emerito di Roma” così smentendo la scelta di Ratzinger di farsi chiamare “papa emerito”.
Il fatto che i cardinali abbiano scelto, 8 anni dopo, colui che fino all’ultimo contese il soglio di Pietro a Joseph Ratzinger, è molto significativo. Quasi una forma di pentimento per una elezione che molti di loro evidentemente hanno considerato infelice.
In questo modo il collegio cardinalizio ha inteso probabilmente sigillare, una volta per tutte, l’abdicazione di Benedetto XVI. È stata un’eccezione e tale deve rimanere.
Che un gesuita si chiami Francesco è piuttosto singolare. E impegna ancora di più il nuovo papa a una svolta pastorale nel segno di Assisi. In questo spirito la rinuncia, sia pure ovviamente temporanea, a presentarsi come papa è un formidabile segno di apertura alle Chiese cristiane, ortodossi e luterani in testa, con le quali il dialogo ecumenico promosso in particolare da Paolo VI e da Giovanni Paolo II era sembrato arenarsi durante il pontificato ratzingeriano.
Infine, tratto non secondario, Bergoglio sembra proprio un vescovo empatico. Molto più di un comunicatore, soprattutto un pastore.
Dalle sue mosse nei prossimi giorni, a cominciare dalla scelta del segretario di Stato, capiremo quanti di questi spunti potranno poi produrre realtà.

Il nuovo pontefice dovrà affrontare grandi sfide, sia sul fronte interno (scandalo Vatileaks, accuse di aver coperto casi di pedofilia) sia sul fronte internazionale (perdita dell’influenza della Chiesa cattolica, rapporto con le altre religioni, relazioni con la Cina).

Ma perché proprio Bergoglio? 

Il nuovo Papa è stato eletto al quinto scrutinio. In genere, quando un conclave termina repentinamente è perché si è trovato subito l’accordo su uno dei candidati forti della vigilia. Ratzinger, ad esempio, fu eletto alla sesta votazione.
E’ probabile che i due fronti, quello pro-Scola e quello pro-Scherer – dati per favoriti -, in qualche modo si siano come annullati a vicenda, non raccogliendo l’afflusso degli elettori “indecisi”. In particolare, sulla sconfitta di Scola ha pesato il marchio Cl e le diffidenze Usa verso il potere italiano. Inoltre, su di lui sono confluiti molti di quei porporati che spingevano per l’elezione di un non-europeo.
Di certo quello appena concluso è stato il primo conclave dove i cardinali americani erano realmente favoriti e dove alla fine si sono rivelati decisivi per eleggere il Pontefice. Esprimendo un voto, probabilmente, contro il “partito” della curia romana.

C’è poi un altro aspetto.
Dal diario segreto di uno dei cardinali partecipanti al conclave del 2005 apprendiamo infatti che Bergoglio era stato lo sfidante di Ratzinger per la successione di Giovanni Paolo II. Ma la scelta di puntare sul porporato argentino parve dettata più dalla volontà di sbarrare la strada all’ascesa del cardinale tedesco che di premiare il sudamericano:

Per le sue virtù spirituali il mite Bergoglio gode di una stima trasversale ai continenti e agli schieramenti tradizionali. Tutti sono coscienti però che è pressoché impossibile che il gesuita argentino possa diventare il successore di Wojtyla. Non è certo nemmeno che accetterebbe l’elezione. «Lo guardo mentre va a deporre la sua scheda nell’urna, sull’altare della Sistina: ha lo sguardo fisso sull’immagine di Gesù che giudica le anime alla fine dei tempi. Il volto sofferente, come se implorasse: Dio non mi fare questo».
L’obiettivo realistico dello schieramento di minoranza che intende sostenere Bergoglio è creare una situazione di stallo, che porti al ritiro della candidatura Ratzinger.

Forse è la conferma di quel “salto evolutivo e rivoluzionario” impresso dalla rinuncia di Benedetto XVI, che oltre all’abbandono di una concezione esclusivamente eurocentrica della Chiesa prova a mettersi alle spalle anni di intrighi e giochi di potere all’interno della Curia romana.
L’arcivescovo Bergoglio ne era consapevole. E stavolta ha accettato la sfida.

Tuttavia, la figura di Bergoglio, tra tante luci, presenta anche qualche ombra. Non fosse altro perché, nell’era di internet e dell’informazione in tempo reale, i detrattori non potevano mancare di dare il proprio benvenuto al nuovo Papa.
Tra questi c’è il giornalista argentino Horacio Verbitsky, che da anni studia e indaga sul periodo più tragico del Paese sudamericano, lavorando sulla ricostruzione degli eventi attraverso ricerche serie e attente. Nel suo libro L’isola del Silenzio, Verbitsky sostiene che il nuovo Papa fu colluso con la dittatura, mettendo sotto accusa alcuni provvedimenti presi dal gesuita contro i suoi stessi confratelli.
Accuse rilanciate dalla stampa anglosassone e a prima vista confermate dalla denuncia di una ex detenuta politica in un carcere segreto della dittatura argentina che tre anni e mezzo fa scrisse una lettera aperta all’allora cardinale Bergoglio, accusandolo di aver prima collaborato con il regime fascista e poi di aver cercato di far calare un velo di oblio su quegli anni.

Ma non va dimenticato che Verbitsky scrive per il quotidiano Pagina 12, molto vicino alle posizioni della presidente Kirchner. E in Argentina si sa che i rapporti tra Bergoglio e i Kirchner sono sempre stati molto aspri.
Per la presidente, l’elezione di Bergoglio è praticamente il secondo smacco in due giorni, dopo il referendum consultivo nelle Falkland in cui il 98,8% dei votanti ha espresso la volontà di restare con Londra. Naturale che abbia il dente avvelenato, e che la stampa amica si scateni.

In ogni caso, il nuovo millennio della Chiesa è appena iniziato.