#PapaFrancesco nel #Messico di #migranti e #narcos

Il Chiapas, e in particolare San Cristobal de Las Casas, al Sud del Paese, lunedì 15 febbraio, e Ciudad Juarez, mercoledì 17 febbraio, al Nord caratterizzato dalla violenza e dal filo spinato che separa con gli Stati Uniti: sono due delle tappe del viaggio che il Papa farà in Messico dal 12 al 18 febbraio per mostrare la sua vicinanza ai migranti, quelli che entrano nel paese nordamericano dal Guatemala e quelli che cercano di raggiungere gli Usa. E poi la capitale Città del Messico e le regioni dove sono gli indios. Nel corso del viaggio nel Paese latinoamericano, visitato svariate volte da Giovanni Paolo II, una volta da Benedetto XVI e due volte, prima dell’elezione a pontefice, da Jorge Mario Bergoglio, Francesco parlerà in spagnolo, ma non è escluso che improvvisi come è sua abitudine, in particolare con i giovani e i religiosi. Con un decreto, che significativamente sarà pubblicato nel corso del viaggio, Papa Francesco ha autorizzato ufficialmente l’uso delle lingue indigene nella Liturgia.

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#America Latina, #sinistra radicale al capolinea?

Il 2015 dell’America Latina può essere riassunto sotto l’espressione ‘inizio della fine’: parliamo della sinistra radicale e più in generale di quel populismo che, nei primi anni Duemila, complici le profonde crisi economiche e l’allentamento della pressione usa, si era fatto democraticamente portando i propri leader a capo delle maggiori democrazie del continente. Un modello entrato in crisi in conseguenza di quella economica già in atto.

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Il Brasile cerca ancora un posto tra i grandi

Introduzione

Il primo decennio del Ventunesimo secolo ha segnato l’ascesa di Paesi che fino al termine della Guerra Fredda parevano in secondo piano sulla scena internazionale. Tra questi un posto d’onore spetta al Brasile.
La crescita economica degli ultimi anni, complice la simultanea flessione delle economie Primo mondo, ha modificato il profilo internazionale del gigante sudamericano spingendolo al centro della scena non solo regionale, ma anche globale. Oggi Brasilia è determinata ad accrescere la sua influenza nel Sudamerica, a stabilire un solido rapporto con la Cina e con gli altri Paesi emergenti, ad accreditarsi come portavoce delle rivendicazioni di questi ultimi, a riassestare le relazioni con gli USA su un piano paritario e ad assumere un ruolo guida sulla ristrutturazione della governance globale. Lottare per un nuovo ordine economico e politico mondiale per il Brasile vuol dire sostanzialmente: guadagnare un seggio permanente al Consiglio di Sicurezza dell’Onu; acquisire maggior peso nelle istituzioni di Bretton Woods; stabilire solide alleanze con gli altri paesi emergenti; avere voce in capitolo nelle più importanti questioni internazionali.

I concetti chiave della politica estera brasiliana

Sarebbe arduo ripercorrere la storia del Brasile in poche righe. Per ciò che riguarda la presente analisi, possiamo notare che i caratteri fondamentali dell’identità verdeoro sono stati essenzialmente due: il mantenimento nel tempo dell’unità nazionale e la costante aspettativa di giocare un ruolo all’altezza della sua taglia nelle relazioni internazionali. Su queste basi, la politica estera di Brasilia ha sempre avuto come obiettivi la protezione il vasto territorio nazionale, evitando o risolvendo tutti i conflitti con i Paesi vicini, il mantenimento di una distante ma cordiale relazione con gli Stati Uniti e la promozione di iniziative volte ad incoraggiare il commercio su scala globale. Benché nell’ultimo secolo la proiezione esterna del Brasile non si sia discostata rispetto a queste posizioni, è tuttavia possibile identificare uno spartiacque a partire dal 2002, anno dell’elezione a Presidente di Luiz Inácio Lula da Silva meglio noto come Lula. Continua a leggere

OT: Gabriel García Márquez, il vento della libertà

Se volete farvi un’idea della grandezza di Gabriel García Márquez guardate questa foto. Avrete riconosciuto l’uomo al fianco dello scrittore: Bill Clinton, ex Presidente degli Stati Uniti d’America. L’occasione era un incontro alla Casa Bianca nel 1995.

Quando muore un grande narratore, ci si sente inadeguati a ripercorrere al posto suo la sua vita e le sue opere; l’unico modo sarebbe avventurarsi tra le pagine che sono uscite dalla sua penna. Questa è cultura. Peccato che la stragrande maggioranza degli utenti web che in queste ore sta inondando Facebook con i suoi aforismi, ci scommetto, non abbia letto neppure uno dei suoi capolavori. E questa è moda.

Affiderò il mio ricordo a questa foto, a suo modo storica.

La vocazione di Márquez era raccontare storie, ed è stato in quelle storie che un intero continente ha imparato a trovare la reale coscienza della propria identità. Perché lui non è stato solo un grande scrittore: è stato prima di tutto un osservatore della realtà, uno che la sua notorietà la ha sempre usata anche quale megafono per un un impegno in nome della libertà e giustizia, valori spesso dimenticati dalle dittature sudamericane, in un’epoca come gli anni Sessanta e Settanta, nella quale era impossibile essere scrittori in America Latina senza impregnarsi di politica e ideologia.

Sono fondamentalmente uno scrittore, un giornalista, non un politico“, rispondeva a chi gli chiedeva ragione del suo impegno politico. Ma tanto bastò per renderlo inviso a chi – gli Stati Uniti – sul fuoco del caos politico latino americano soffiava costantemente. Per vent’anni fu nel mirino della Cia, censurato dalle librerie americane, bandito dagli USA in quanto persona non gradita. Continua a leggere

Senza Chávez in America Latina cambia tutto

Per capire da che parte va l’America Latina del dopo Chávez, partiamo da un evento recente. Si è concluso giovedì 23 maggio a Cali, in Colombia, il settimo vertice dell’Alleanza del Pacifico, organizzazione che comprende Messico, Colombia, Perù e Cile. All’incontro hanno partecipato anche diversi altri Stati (quasi tutti latinoamericani, più Canada, Giappone e Spagna) in qualità di osservatori. Secondo Niccolò Locatelli su Limes:

L’Alleanza del Pacifico è unica e interessante per tre motivi. Innanzitutto, la geografia: come suggerisce il nome, fanno parte dell’Ap esclusivamente paesi che si affacciano sull’Oceano Pacifico e che, in virtù di ciò, si proiettano anche commercialmente verso i dinamici mercati dell’Asia Orientale, a cominciare naturalmente da quello della Cina. Poi, l’economia: non solo nel senso che l’Alleanza nasce con obiettivi economici quali garantire la libera circolazione di beni, servizi, capitali e persone e favorire la crescita, lo sviluppo e la competitivà dei paesi membri. Ma anche nel senso che chi ne fa parte è un convinto sostenitore dell’economia di mercato, deve aver stretto accordi di libero commercio con gli altri membri e punta sull’export (percentuale export/pil: Colombia 19%, Perù 29%, Messico 32%, Cile 38%; nessuna grande economia regionale ha valori più alti). Infine, la politica: per essere membri dell’Alleanza del Pacifico basta essere uno Stato di diritto, democratico, con separazione dei poteri. L’Ap non si pone obiettivi politici nè nasce in antagonismo ad altre organizzazioni regionali – almeno, non dichiaratamente. Il fatto che i 4 paesi che la compongono siano retti da governi di destra (Cile, Colombia), di centro (Messico) o nazionalisti (Perù) conta fino a un certo punto. Sicuramente nessuno di quei presidenti è un seguace di Hugo Chávez

L’America Latina è una delle regioni economicamente più dinamiche del mondo in questo periodo storico. Assieme all’Africa, è l’unica area del pianeta ad aver registrato un incremento netto degli investimenti esteri nel 2012 rispetto all’anno precedente, in gran parte provenienti dalla Cina ma di cui non è possibile avere dati certi (perché Pechino investe attraverso paradisi fiscali o in paesi avari di dati come il Perù e il Venezuela). Basta questo ad avere un’idea di quanto Estremo Oriente e America del Sud puntino forte al processo di integrazione economico-commerciale in corso – per quanto le conseguenze di questo boom di investimenti non siano tutte positive.

Corollario di queste considerazioni è che al momento l’Alleanza del Pacifico si contrappone all’altro grande blocco commerciale del continente, il Mercosur, che comprende Brasile, Argentina, Uruguay, Paraguay (sospeso lo scorso anno), Venezuela e in procinto di accogliere la Bolivia.  Un mercato comune sudamericano in realtà controllato dai suoi azionisti di maggioranza (Argentina e Brasile), che non esitano a ricorrere a misure protezionistiche per tutelare economie meno aperte di quelle dei membri dell’AP. Pensiamo proprio al Brasile. E’ la prima economia latinoamericana, che tuttavia rischia di rimanere intrappolata nelle stesse politiche restrittive volte a difenderla: il protezionismo alla Lula, utile nelle fasi iniziali di sviluppo di un settore industriale, nel lungo periodo è insostenibile. E senza cambiamenti strutturali, la ripresa della crescita (dopo le difficoltà palesate nell’ultimo biennio) potrebbe tardare.

Emerge così la spaccatura che si sta creando in America Latina: mentre Messico, Colombia, Perù e Cile puntano sull’integrazione e sul commercio con i mercati emergenti dell’Asia, gli orfani di Chávez si trovano costretti fare i conti con la nuova realtà economica e politica che va profilandosi nel continente.

Che l’asse bolivariano si stia sgretolando è dimostrato da un altro evento simbolico avvenuto durante la scorsa settimana, e precisamente venerdì 24 maggio, all’indomani della chiusura del vertice dell’AP. A Quito, Rafael Correa si è insediato per la terza volta alla presidenza dell’Ecuador.
Il filo conduttore che lega i due eventi è la scelta del presidente di entrare proprio nell’AP (attualmente il Paese gode dello status di osservatore) rifiutando di far parte del Mercosur. Se da un lato Correa è indicato come il naturale erede di Chávez come leader del blocco dei governi latinoamericani di sinistra più radicale, dall’altro sta mostrando doti di grande pragmatismo, testimoniate appunto dalla volontà di avvicinare il Paese alla sponda del Pacifico e alle opportunità che questa offre, allontanandolo dalle – almeno in teoria – più affini Bolivia e Venezuela.
Due Paesi i cui presidenti non attraversano un grande periodo di forma.

In Bolivia, Evo Morales potrà correre alla presidenza per la terza volta, ma è messo alle strette dalla recente ondata di scioperi. Raggiunto l’accordo con i minatori per l’aumento delle pensioni, che ha consentito la ripresa dell’attività nel principale sito minerario del Paese (quello di Huanuni) dopo 18 giorni di blocco, il presidente non ha trovato di meglio che accusare gli Stati Uniti di aver finanziato le proteste antigovernative attraverso l’agenzia statunitense per lo sviluppo internazionale Usaid, espulsa dal Paese all’inizio di maggio.

Analoga la situazione del Venezuela, non soltanto a causa del comprensibile smarrimento per aver perduto la guida del comandante Chávez . Il presidente Maduro vede complotti ovunque: da parte della CNN, accusata di fomentare un colpo di stato; della compagnia Alimentos Polar, il maggior produttore di alimenti del Paese, colpevole di nascondere gli alimenti di base per destabilizzare il suo governo; di Obama e della vicina Colombia, fautori di piani cospiratori rivolti allo stesso fine. Inoltre, ha appena ordinato la costituzione di una nuova milizia dei lavoratori a difesa della “rivoluzione bolivariana” del Paese, in un momento in cui il governo deve affrontare un periodo di problemi economici e incertezza politica.
In realtà, si tratta solo di folcloristici annunci per distrarre la popolazione dal vero problema del Venezuela: l’incapacità del neopresidente di governare un Paese bisognoso di riforme che vadano oltre la semplice redistribuzione delle rendite petrolifere.

L’eredità di Chávez

La morte di Chávez era nell’aria. Lo dimostrava il fatto stesso che il presidente fosse rientrato in Venezuela per passare in patria la fase terminale della sua malattia: la sanità di Caracas non è certo all’altezza di quella di L’Avana, quindi non sembrava sensato proseguire le cure a casa. A meno che non ci fosse più nulla da fare.
Anche se i dettagli della sua malattia non sono mai stati rivelati, si ritiene che sia morto a causa di un cancro manifestatosi nella zona pelvica. Un male che non gli ha neppure lasciato il tempo di prestare giuramento per il suo quarto mandato. E che anche per questo gli garantirà l’immortalità politica.
In ogni caso, se ne va un grande protagonista della politica internazionale.

E’ impossibile raccontare gli ultimi due decenni della storia del Venezuela senza nominare Chávez, tanto è stata importante la sua figura. Tuttavia, la rivoluzione bolivariana resta  incompiutae a questo punto c’è da chiedersi se rimarrà tale. Se si procederà a regolari elezioni, probabilmente vincerebbe un rappresentante del fronte chavista (come Nicolas Maduro, indicato come successore dallo stesso Chávez, oppure Diosdado Cabello, o Elías Jaua) e il progetto potrebbe essere portato avanti. Se invece prevalesse un candidato dell’opposizione (Capriles) il Venezuela volterebbe pagina, ad un prezzo – in termini di stabilità politica – al momento impossibile da prevedere.

Chávez, secondo Linkiesta:

Ha unito il tradizionale caudillismo latinoamericano a una orgogliosa difesa della lotta di classe, che un giorno ha ribattezzato con il nome più moderno di Socialismo del secolo XXI.

Ma la politica di Chávez in America latina ha avuto anche altre conseguenze: la rivoluzione cubana è riuscita a sopravvivere agli embarghi Usa grazie agli aiuti di Caracas. I governi di Bolivia ed Ecuador sono nati sotto la stella chavista. E il presidente Comandante è stato anche responsabile, con l’appoggio di Néstor Kirchner e di Lula, del fallimento dell’Alca, l’Area di libero commercio delle Americhe, voluto dall’allora capo degli Stati Uniti George Bush. Un episodio che ha segnato la rottura dei rapporti con l’America a stelle e strisce, con tutte le limitazioni imposte dalla globalizzazione economica.

E oggi, alla sua morte, i dati parlano chiaro: l’inflazione è la più alta al mondo, il tasso di cambio e le riserve internazionali in caduta libera. Alcune importazioni, sebbene aumentate di quasi cinque volte dal 2003, non riescono a bilanciare la carenza cronica di generi alimentari o medicine. La produzione petrolifera è in calo e le raffinerie fuori controllo. L’indebitamento poi è in ascesa: nel 2007 sfiorava i 30 miliardi di dollari, oggi è a quota 200. Mentre i piccoli agricoltori e artigiani sono alle prese con una microeconomia a brandelli e con i salari ridotti a zero. E i ranchos di Caracas crescono. L’ultima ambizione presidenziale era governare fino al 2031, in quello che, secondo Chávez, sarebbe stato il decennio d’oro (2020 /2030). Questa volta però il Comandante ha perso la battaglia.

Sempre Linkiesta spiega la centralità del petrolio nella costruzione dello Stato sociale e, di riflesso, nella propaganda del presidente. La conclusione è che spesso gli “Stati personali”, morto il leader, crollano:

Hugo Chávez è stato un Vladimir Putin sudamericano: il rischio per un paese ricco di petrolio come il Venezuela è che potentati privati emergano e diventino più forti dello stato – e Chávez ha fatto in modo che ciò non avvenisse. Se questo ha richiesto di imprimere una direzione autoritarista al paese, il lidér non si è mai fatto problemi. Il petrolio è diventato cosa di stato.
L’unica forma possibile di opposizione alla regola statale era quella borghese. Per questo sono stati impiegati tutti i mezzi per evitare che la classe alfabetizzata e benestante avesse qualsiasi tipo di espressione politica. Quando una decina di anni fa quasi due milioni e mezzo di venezuelani firmarono una petizione contro di lui, la lista dei nomi fu pubblicata (la famigerata “Lista Tascòn”) e per un periodo è stata attivamente usata per l’esautorazione dei firmatari dalle aziende statali.

L’idea di comprare consenso con il petrolio è tipica per uno stato petrolifero. E se i soldi del greggio mancavano, Chávez non si è mai fatto problemi a trovarne da altre parti: prima delle ultime elezioni nell’ottobre 2012, il presidentissimo si è fatto prestare soldi dalla Cina – tanto che l’anno scorso il deficit del paese è arrivato al 7,8%, almeno ufficialmente.
Perché alla fine, che lo si voglia o meno, il Venezuela di Chávez non si è mai riuscito a elevarsi rispetto allo status terzomondista di “paese petrolifero”. Il ritmo della vita politica, sociale, economica è dettato dalla velocità alla quale il petrolio esce dal terreno.

Si sostiene che il “chauvismo” possa rimanere nella storia come il peronismo in Argentina. Il problema, però, è che mentre il peronismo si nutre di povertà – che non manca mai – il chauvismo ha come ingrediente fondamentale il petrolio. È un’ideologia che si mantiene in vita finché ci sono barili da vendere. Sarà condannato alla cantina della storia per i limiti stessi della sua tenuta: Chávez lascia un Venezuela in cui, secondo Moisés Naim, «il deficit fiscale è pari al 20% dell’economia, un mercato nero in cui il dollaro è quotato quattro volte di più rispetto al valore ufficiale, un debito dieci volte più grande rispetto al 2003, un sistema bancario fragile e un’industria petrolifera in caduta libera».
Proprio quest’ultimo punto è stato il tallone d’Achille di Chávez: la produzione petrolifera è scesa da del 13% a 2,7 milioni di barili al giorno nel 2011 (ma c’è chi stima anche 2,3-2,5), rispetto a quando ha preso il potere nel 1999. Non è sostenibile per un paese così che la produzione diminuisca. Questo dato, unito all’effetto dei prezzi del petrolio più bassi rispetto alle previsioni, spiega anche perché il Venezuela si sia indebitato così tanto: i programmi sociali finanziati dal greggio non possono essere interrotti, e tagliare la spesa pubblica significa immediata rivolta sociale.
È così che si squarcia il velo del “neobolivarismo” sulla realtà economica del paese. È un bel brand per chi è costretto a crederci in patria, e per chi si costringe a farlo da fuori. Nonostante accurati sforzi di diversificazione verso la Cina, il maggior mercato per il petrolio venezuelano è sempre stato quello degli Stati Uniti. Chavez aveva nazionalizzato gli asset stranieri, ma stava pagando a caro prezzo la scelta, con la diminuzione della produzione.

Le sovvenzioni populiste hanno ridotto il costo della benzina a un dollaro al pieno, forse il prezzo alla pompa più basso al mondo, ma costano miliardi in termini di entrate statali, a fronte di un considerevole peggioramento della congestione sulle strade e dell’inquinamento atmosferico. E come spesso accade, il populismo ha alimentato anche il mal funzionamento della burocrazia e la corruzione, mentre poco si è fatto sul tema della sicurezza. Nell’ultimo decennio gli omicidi sono triplicati a quasi 20.000 all’anno, mentre le bande criminali rapiscono le loro vittime alle fermate degli autobus e lungo le autostrade.
Senza contare l’economia. In febbraio il bolívar, la moneta nazionale, ha subito una svalutazione del 30%. Il mondo finanziario giudica tale mossa necessaria, ancorché ritardataria e insufficiente. Caracas ora godrà di un export più competitivo e potrà riassestare le casse dello Stato, anche se c’è il rischio di veder ulteriormente aumentare un’inflazione che a gennaio ha toccato quota 22% su base annua.
Per tutte queste ragioni il New York Times afferma che Chávez, “in definitiva, è stato un pessimo manager“.
Dello stesso tenore Gianni Riotta su La Stampa:

Indirizzando nei quartieri popolari un po’ dei profitti del petrolio di cui il Paese è ricchissimo, Chavez ottiene il consenso di tantissimi, maturato poi in ammirazione formidabile, alla Peron in Argentina: un leader, spesa pubblica sfrenata, folla adorante.

C
’è però «l’altro» Hugo Chavez, censurato dalle cronache commosse. Il Chavez che impone a tutte le tv i propri, infiniti, discorsi. Il Chavez che licenzia 19.000 lavoratori del Petróleos der Venezuela perché hanno osato scioperare senza permesso. Il Chavez che impone un suo «lodo» per togliere autonomia alla Corte Costituzionale e cambia le regole elettorali pur di conservare la maggioranza di deputati all’Assemblea Nazionale.
L’imponente spesa pubblica, una sorta di Cassa del Mezzogiorno lubrificata dal petrolio, gli fa vincere le elezioni e oggi lo fa rimpiangere a tanti cittadini. Ma spaventa e costringe all’emigrazione i migliori professionisti del ceto medio, dottori, ingegneri, docenti universitari e fa crollare investimenti e fiducia, tra nazionalizzazioni sfrenate e corruzione. Appalti, progetti locali, finanziamenti ad aziende, niente in Venezuela si muove se la macchina politica chavista non riceve le sue mazzette. La corruzione è rampante, e chi non fa parte dei clan deve andarsene. Giornalisti, intellettuali, politici, imprenditori, studenti dissidenti hanno vita dura.
Malgrado l’immensa ricchezza del petrolio il Venezuela è in panne economica. Moises Naim, ex ministro a Caracas e direttore di Foreign Policy, osserva che il Venezuela ha «uno dei deficit fiscali maggiori al mondo, alto tasso di inflazione, valuta in pessimo stato nei cambi, un debito che cresce come nessun altro, crollo della produttività, inclusa industria petrolifera. Cadono gli investimenti, sale la corruzione. Un leader arrivato al potere con la promessa di eliminare gli oligarchi e scandali, è circondato da quelli che in Venezuela si chiamano boliburgueses, casta di dirigenti chavisti, familiari, clienti che hanno ammassato enormi patrimoni in affari loschi col governo». 

Lasciamo il Venezuela per allargare lo sguardo al resto dell’America Latina.

E’ significativa la coincidenza – prima del decesso di Chàvez – tra il rientro in patria del presidente venezuelano e la rielezione in Ecuador di Rafael Correain una sorta di ideale passaggio di consegne tra due leader che hanno molto in comune – attenzione alle classi povere, così come lo scarso rispetto per la libertà di stampa – ma anche molte differenze. Correa, ad esempio, non ha mai elaborato un disegno geopolitico per fare del suo paese una potenza regionale e non può vantare la statura internazionale del suo defunto omologo. E poi non ha i soldi per poter finanziare welfare e geopolitica allo stesso modo, poiché l’economia dell’Ecuador è pari a circa un quarto di quella venezuelana e il petrolio è molto meno.
Negli stessi giorni, la Bolivia di Evo Morales procedeva alla nazionalizzazione di Sabsa, un’impresa spagnola che controlla i principali aeroporti del Paese. Una mossa tipica dei governi di Chàvez e Correa.

Costoro sono stati gli apripista di quel processo di emancipazione che ha affrancato, in varie tappe, l’America Latina dal ruolo di cortiletto di casa degli Stati Uniti in cui era stato relegato fino a non troppi anni fa. Eppure, benché nella memoria collettiva del Sud America Chávez sia destinato a rimanere un simbolo, la sua scomparsa non dovrebbe modificare di molto gli equilibri regionali. Il Subcontinente di oggi è ben diverso da quello di vent’anni fa, e alla retorica infiammata dei Chávez e compagnia si è affiancata una corrente di governi di centro-sinistra meno radicali e più attenti alla crescita economica, sul modello di Lula in Brasile.
Ma la notizia della morte del Comandante è ancora troppo calda perché si possa ipotizzare uno scenario a breve termine.

Venezuela: anno nuovo, presidente nuovo?

Hugo Chavez sta bene. Il 12 dicembre, il presidente venezuelano è rientrato a Caracas da Cuba, dove si era sottoposto alla radioterapia per curare il cancro. Una settimana dopo, alle elezioni amministrative il suo Partito socialista unito prevale in 20 Stati su 23. E pochi giorni prima, la Bolivia di Evo Morales, amico e alleato di Chavez, aveva sottoscritto il protocollo di adesione al Mercosur come membro a pieno titolo. Sembra imminente anche l’adesione dell’Ecuador, la cui candidatura, così come quella di La Paz, è stata sponsorizzata proprio da Chavez. 
Buone notizie, dunque? Non esattamente.

Per il 10 gennaio è in programma la cerimonia d’insediamento per il suo quarto mandato, ma non è detto che Chavez potrà esserci – in Parlamento c‘è chi propone un rinvio della cerimonia. Anzi, non è neppure detto che il navigato presidente sarà in grado di rimanere al potere.
Limes prova a tratteggiare gli scenari futuri:

Prima di partire da Caracas, Chávez ha lasciato un’indicazione chiara: il suo successore, nel caso lui non fosse in grado di esercitare i poteri presidenziali, dev’essere proprio Maduro, da poco vicepresidente e ministro degli Esteri da 6 anni. Sia, come prevede l’articolo 233 della Costituzione, per quanto riguarda la fine dell’attuale mandato (manca meno di un mese); sia se il 10 gennaio 2013, giorno in cui è prevista l’inaugurazione del nuovo sessennio presidenziale, Chávez non potesse assumere l’incarico. In questo secondo caso la Carta venezuelana prevede che i poteri presidenziali siano conferiti al presidente dell’Assemblea Nazionale (attualmente Diosdado Cabello), che deve convocare nuove elezioni entro 30 giorni: l’attuale capo di Stato ha chiesto al suo popolo di scegliere Maduro.

Il probabile passo indietro di Chávez solleva un interrogativo di lungo periodo(cosa rimarrà del chavismo?) e uno più contingente: chi dopo di lui? Maduro ha ricevuto l’appoggio presidenziale, ma succedere all’attuale capo di Stato non sarà facile: non si può dare per scontato che la boliborghesia, ossia quell’apparato di potere che ha guadagnato soldi e influenza negli anni di Chávez, si schieri unanimemente con lui. Il ministro degli Esteri è un ex autista di autobus e sindacalista dato per vicino alle posizioni più “moderate” del Partito socialista unito del Venezuela (Psuv, la formazione chavista); amico del presidente dagli anni Ottanta, in qualità di cancelliere è stato in questi anni l’uomo – dopo Chávez – più in contatto con i leader dei paesi alleati.

Il dubbio sulla lealtà dei militari a un presidente diverso dall’attuale interessa naturalmente anche il fronte dell’opposizione, che intravede per la prima volta in un decennio la possibilità concreta di tornare al potere in maniera costituzionale, dopo il fallito golpe del 2002. Rientrato nell’alveo della legalità, il variegato schieramento delle forze anti-chaviste è riuscito quest’anno a unirsi e a proporre un candidato unitario alle elezioni presidenziali di novembre. Henrique Capriles Radonski, già governatore dello Stato di Miranda, ha conquistato un numero di voti record per un avversario di Chávez, circa 6,6 milioni – ma ha pur sempre perso con uno scarto del 10%, pari a più di un milione e mezzo di voti.

I problemi del Venezuela dopo 14 anni di Hugo Chávez sono noti: corruzione, violenza, inflazione alta, eccessiva dipendenza dall’export di petrolio. Se sarà necessario e possibile eleggere democraticamente un nuovo presidente, cambierà la maniera di affrontarli, a seconda che il capo di Stato sia un bolivariano o un esponente dell’opposizione.
Nel primo caso, soprattutto con Maduro al governo, è lecito immaginare continuità in politica estera e guanti di velluto nei confronti della boliborghesia. Con Capriles verrebbe salvaguardata la spesa per le classi più disagiate – che si confermerebbe una delle principali eredità di Chávez, molto più della retorica anti-imperialista – ma il paese si allontanerebbe dall’internazionale chavista (Cuba-Bolivia-Ecuador-Nicaragua-Iran-Siria-Bielorussia-Corea del Nord) per riavvicinarsi agli Usa. Un presidente dell’opposizione che non fosse Capriles forse prenderebbe decisioni diverse in politica interna, ma sicuramente si lascerebbe alle spalle le alleanze bolivariane.

Chavez esce (forse) di scena proprio nel momento in cui la crescente radicalizzazione all’interno del Mercosur (evidenziata dalle discusse prese di posizione di Cristina Kirchner) avrebbe favorito e rilanciato la proiezione in politica estera del Venezuela.
Ma nel Mercosur non è tutto oro quello che luccica. Con l’ingresso del Venezuela il Mercato comune del Sud è arrivato a coprire il 72% del territorio sudamericano, con un PIL di 3,32 miliardi di dollari, una popolazione da 375 milioni di abitanti e con una grossa fetta delle riserve provate di greggio mondiali (Caracas ne possiede il 19,6%). Ma nello stesso tempo l’interscambio commerciale tra i Paesi che ne fanno parte si è ridotto del -10,8% nell’arco gennaio-ottobre 2012, rispetto all’analogo periodo del 2011: soprattutto per il -18% di acquisti da parte dell’Argentina. Evidente che il nazionalismo economico della Kirchner sta mettendo in difficoltà anche i Paesi vicini.

Anche sul fronte interno la situazione presenta luci e ombre. Formalmente il fronte di Chavez ha vinto le elezioni locali, ma il principale esponente dell’opposizione, quel Capriles che aveva sfidato Chavez alle presidenziali di ottobre, si conferma a capo dello Stato di Miranda. E proprio la presenza di Capriles – nonché di altri leader emergenti, come Henri José Falcon Fuentes e Liborio Guarulla Garrido – sembra indicare come, nel momento in cui il carisma di Chávez viene meno, proprio nella nascita di carismi altrettanto forti l’opposizione può trovare la sua riscossa.

Dopo quasi 14 anni al potere, la stella di Chavez potrebbe essere vicina al tramonto.