Tunisia, la verità sui campi jihadisti segreti dietro la morte di Chokri Belaid

Annamaria Rivera sul Manifesto ricorda come Belaid avesse denunciato più volte l’escalation della violenza politica, che rischiava, diceva, di mettere in grave pericolo la transizione democratica in Tunisia: lui stesso era stato più volte minacciato di morte. Nei primi due giorni di febbraio ci sono stati almeno sei atti di violenza politica in 48 ore ad opera, si dice, delle famigerate «Leghe di protezione della rivoluzione» – milizie armate al servizio di Ennahda.
Il fatto è che di milizie, in Tunisia, ce ne sono ben altre. E in questo aspetto sta forse la risposta al perché dell’uccisione di Belaid.

Giorni prima del suo assassinio, il leader dell’opposizione tunisina aveva rilasciato un’intervista al quotidiano degli Emirati Arabi Uniti al-Khaleej. Alla domanda: “Qual è la sua opinione sulla crisi in Siria?“, Belaid ha risposto che quello che sta accadendo a Damasco è una cospirazione di americani e sionisti per sostituire il regime siriano con la complicità di alcuni Paesi arabi, usati come strumenti per agevolare la presenza statunitense nella regione.

Facciamo un passo indietro.

Nel mese di ottobre il settimanale francese, Marianne aveva rivelato l’esistenza di due campi di addestramento jihadisti in Tunisia, rimarcando la scarsa attenzione del governo in proposito.
Secondo la testata, i campi si troverebbero nella regione Tanarka, a nord, e vicino al confine libico e algerino,non lontano dall’oasi di Ghadamès, nel sud. Un (anonimo) diplomatico europeo  citato nell’articolo ha sottolineato come le autorità di Tunisi fossero state avvertite della situazione, senza però prendere provvedimenti. Probabilmente, la questione era stata tenuta segreta per non alterare la già fragile transizione che lo Stato nordafricano sta attraversando.
Nel pezzo si leggeva che, per il governo algerino, il confine con la Tunisia è diventato una delle maggiori principali preoccupazioni. In poche settimane, due importanti operazioni hanno messo in evidenza l’entità del pericolo: la prima ha smentellato una rete jihadista nella località di Annaba; nella seconda le forze di sicurezza algerine hanno recuperato missili terra-aria – provenienti dalla Libia – a Tebessa, giunti fin lì dopo aver attraversato la Tunisia. L’articolo paventava la possibilità di attacchi terroristici in Europa nell’eventualità – poi concretizzata – di un intervento militare francese in Mali.
Il governo di Tunisi ha smentito quanto affermato nel rapporto. Però  il 21 dicembre le forze di sicurezza tunisine hanno annunciato l’arresto di 16 uomini sospettati di appartenere ad un gruppo legato ad al-Qa’ida nel Maghreb islamico, a riprova che il problema del jihadismo da quelle parti esiste eccome.

Chokri Belaid è stato il primo – e unico – uomo politico tunisino a rivelare l’esistenza di questi campi di addestramento segreti nel Paese. Lo ha fatto in questo video (segnalatomi da un’amica) nel corso di un’accesa discussione televisiva. Le strutture in questione sono finanziate dal Qatar attraverso Ennahda, braccio politico della Fratellanza Musulmana, e servono a formare jihadisti da inviare poi in Siria. In un passaggio  Belaid parla di circa 5000 uomini reclutati nella zona al confine tra Tunisia e Algeria e poi mandati in Siria attraverso la Turchia. In un altro video, Belaid rivela la complicità del governo con i salafiti.
La denuncia di Belaid non poteva non infastidire qualcuno. In quest’ultimo video un leader religioso emette addirittura una fatwa per farlo uccidere. Quattro giorni prima del suo assassinio.

Dietro lo scandalo Saipem, la lotta per il potere in Algeria

Per comprendere cosa c’è dietro l’indagine della procura di Milano sulle attività di Saipem in Algeria, dobbiamo fare un salto sull’altra sponda del Mediterraneo e addentrarci negli insidiosi meandri del più grande Stato africano. Una lunga ed eccellente analisi su Linkiesta ricostruisce la vicenda nel contesto della lotta di potere per la successione fra il presidente Bouteflika e il DRS, i servizi segreti algerini, da ventitré anni sotto il controllo del generale Mohamed Mediène, detto Toufik.

In sintesi, da qualche tempo il colosso energetico Sonatrach è finito nel mirino della magistratura nazionale, ma in un Paese dove  gli idrocarburi rappresentano il 98% delle esportazioni, e quasi il 40% del Pil, un’indagine del genere non può che destare qualche dubbio.

Tra la fine del 2009 e l”inizo del 2010 i vertici della società, vengono rimossi dal loro incarico e posti sotto processo. A cadere è anche il ministro dell’energia, Chakib Khelil, uomo-chiave dell’élite di Bouteflika. Un cablo di WikiLeaks, datato 8 febbraio 2010, avrebbe infatti guidato le operazioni di Sonatrach attraverso un suo cugino, Réda Hemche, stretto consigliere dell’ormai ex CEO di Sonatrach Mohamed Meziane. Hemche è sospettato di essere il cervello dietro alle attività oggetto dell’inchiesta, compresa l’attribuzione di contratti per via illecita, ma riesce a fuggire dall’Algeria.
L’ex vicepresidente di Sonatrach Hocine Malti, ai vertici della compagnia dal 1972 al 1975 e grande conoscitore delle sue dinamiche interne, afferma che l’inchiesta rappresenta un regolamento di conti tra il DRS e la presidenza. La posta in gioco? Il controllo della Sonatrach e, quindi, dell’intera economia algerina.

Le ragioni dell’attacco del DRS – e quindi del generale Touflik – al presidente Bouteflika sono principalmente due: le manovre del presidente algerino per svincolarsi il più possibile dall’influenza dei militari, e la sua successione. Sotto il primo aspetto, subito dopo le elezioni che lo portano alla presidenza, nel 1999, Bouteflika ha cercato di rimpiazzare vari generali e comandanti regionali con uomini a lui leali, anche se meno competenti dal punto di vista militare.
Diffidando del capo del DRS e appoggiandosi invece al ministro dell’Interno Yazid Zerhouni, Bouteflika ha poi aumentato in modo significativo gli effettivi della polizia nazionale, di fatto attuando una transizione da uno Stato militare a uno di polizia. Il DRS cerca oggi di riaffermare il suo controllo sull’esercito ma, davanti al diritto del presidente di nominare e congedare i generali, il suo ultimo asso nella manica si riduce ormai a quello di designare il successore di Bouteflika. Il presidente ha infatti 76 anni e si dice sia molto malato. Ed è proprio la questione della successione a far precipitare la situazione fra Toufik e il presidente.

In base alla ricostruzione di Jeremy Keenan, professore del Dipartimento di Antropologia e Sociologia della School of Oriental and African Studies dell’Università di Londra (citato da Lorenzo Declich nei suoi post sul sequestro di In Amenas, da me sintetizzati qui), l’attacco della magistratura a Sonatrach è frutto della reazione di Touflik contro la possibilità di un ritorno in politica di Mohamed Betchine, consigliere del presidente Liamine Zéroual (1994-1999), ex direttore del DRS ed ex ministro della difesa. Quando Touflik si rende conto che Bouteflika sta stringendo rapporti con Betchine allo scopo di emarginarlo, l’indagine sulle attività di Sonatrach prende avvio.

Non è difficile colpire la compagnia, visti gli elevati livelli di corruzione al suo interno. L’inchiesta colpisce i vertici riguarda inizialmente presunte malversazioni per somme – quasi irrilevanti – per ontratti di consulenza e d’acquisto di attrezzature di controllo e sorveglianza elettronica per oleodotti e gasdotti. Ma Hocine Malti, in una lettera aperta che indirizza al DRS nel gennaio del 2010, pubblicata da Le Quotidien d’Algérie., segnala piste più interessanti: il progetto di gas integrato di Gassi Touil, ad esempio, nel quale la Sonatrach era associata alle imprese spagnole Repsol e Gas Natural». Un contratto dal valore stimato di oltre 3 miliardi di dollari che nel 2009 Sonatrach decide inspiegabilmente di rescindere, per realizzare il progetto da sola.
Il progetto viene suddiviso in due parti, una delle quali – la costruzione di un impianto per la liquefazione di gas naturale ad Arzew, dal valore di quasi 5 miliardi di dollari – è attribuita a Saipem. Società che nel corso del 2009 vince un altro contratto da oltre un miliardo di euro per la costruzione di impianti di produzione a Menzel Ledjemet. Un mese dopo la lettera aperta di Malti, la magistratura apre un’indagine su un appalto di circa 580 milioni di dollari assegnato proprio a Saipem e relativo alla progettazione e realizzazione di una parte del gasdotto GK3 nel nord est dell’Algeria. E sotto la lente finiscono anche i presunti rapporti tra la società italiana e Réda Meziane, figlio dell’ormai destituito CEO di Sonatrach, Mohammed Meziane. La la Saipem sarebbe accusata di “corruzione e riciclaggio di denaro attraverso indebiti vantaggi” a favore, appunto, di Réda Meziane.
La notizia arriva ai magistrati di Milano che aprono un’inchiesta sulle attività della Saipem in Algeria. Il 5 dicembre i vertici della società vengono azzerati.

In definitiva, l’obiettivo di Touflik è quello di assicurarsi la scelta del presidente, o almeno dimostrare che nessuno che sia contro al DRS può arrivare al potere. Anche a costo di paralizzare i lavori di Sonatrach, peraltro in un momento in cui il settore degli idrocarburi algerino versa in una fase molto delicata. Ed eccoci così alla vicenda di In Amenas, definita da Keenan come un fallimento catastrofico dell’intelligence, tuttavia reso possibile grazie ad un certo grado di complicità della stessa, poi sfuggito di mano. Nell’ultimo anno l’Algeria ha appoggiato i gruppi islamisti in Mali e molti loro leader sono agenti del DRS o ad esso collegati (per maggiori dettagli, rimando al precedente post sul tema).

Probabilmente, afferma Keenan, i servizi segreti si aspettavano un attentato terroristico ma non questo tipo di azione. Una vicenda che avrà pesanti conseguenze per la stabilità dell’Algeria, posto che dopo una simile catastrofe i Paesi occidentali diffideranno di Algeri e dei suoi servizi segreti – nonostante gli incentivi fiscali promessi dal governo alle compagnie.
Intanto, con la ricandidatura di Bouteflifka per un quarto mandato, la lotta per il potere in Algeria continua.

Verità scomode su al-Qa’ida nel Maghreb Islamico. E sui rapporti tra jihadismo e Occidente

Per capire cosa è successo ad In Amenas dobbiamo innanzitutto sgomberare il campo dai pregiudizi di parte.

Un articolo del prof Michel Chossudovsky su Global Resarch (tradotto qui) fa risalire le origini di AQIM ad un’iniziativa della CIA in funzione della guerra in Afghanistan, a cui si somma oggi il ruolo occulto rivestito da Arabia Saudita e Qatar (quest’ultimo definito come un fedele alleato degli Stati Uniti).

Il testo, come tutti quelli dello stesso autore, è pesantemente intriso di antiamericanismo. E questo impedisce un’analisi obiettiva della situazione reale.
Affermare che gli USA abbiano finanziato la Jihad islamica in Afghanistan – così come altri gruppi paramilitari in giro per il mondo – in funzione antisovietica e anticomunista è storia; ma vedere la mano americana dietro ogni formazione terroristica che minacci la stabilità dell’Occidente, al fine di giustificare la necessità di un intervento armato risolutore agli occhi dell’opinione pubblica, è complottismo puro.

Le origini di AQIM – e di riflesso, la spiegazione dei fatti di In Amenas – sono molto più sottili. Lorenzo Declich, studioso del mondo islamico contemporaneo serio e affidabile, ricostruisce la vicenda in tre distinti contributi su Islametro.

Il primo prende le mosse da alcuni suoi appunti del 2010, integrati con alcuni passaggi di un articolo del prof. Jeremy Keenan sul penultimo volume di Limes, per rivelare che:

La storia dell’AQMI è controversa. Tempo fa osservavo quanto i suoi legami con al-Qaida “centrale” fossero scarsi – i suoi vertici, sembra, snobbano l’AQMI – e mettevo in evidenza il fattore locale: talvolta, in questi anni, si è fatta molta fatica a distinguere l’AQMI da una banda di predoni “normali” (vedi i links sopra).

Ora arriva un’analisi accurata (preceduta da un libro: “The Dark Sahara: America’s War on Terror in Africa”) di Jeremy Keenan, professore associato di ricerca presso la School of Oriental and African Studies della London University.

L’articolo narra di una situazione molto complicata: dietro all’AQMI, secondo Keenan, vi sono principalmente il governo algerino, con i suoi servizi segreti, e in seconda battuta i servizi segreti americano e britannico.

Obiettivo algerino: riarmarsi e divenire il cliente privilegiato degli americani nell’area.

Obiettivo americano (e britannico): stabilire le proprie basi militari in aree di grande importanza strategica ed economica.

Operazioni di false flag, infiltrazioni nei gruppi esistenti ed altre amenità sono le strategie usate da queste agenzie.

Tutto, ovviamente, nel quadro della Guerra al Terrore.

Keenan riprende il tema su Limes, descrivendo la prima operazione di false flag algerino-statunitense, che data 2003:

Sotto il comando di un agente infiltrato dei servizi segreti, Amari Sayfi (alias Abd el-Razzaq Lamri, anche noto come El Para), circa sessanta terroristi del Gruppo salafita per la predicazione e il combattimento (Gspc) – una formazione con base in Algeria, rinominata nel 2006 al-Qa’ida nel Maghreb Islamico (Aqim) – presero in ostaggio trentadue turisti europei nel Sahara algerino. Con gran fanfara, l’amministrazione Bush etichettò prontamente El Para come “L’uomo di bin Laden nel Sahara”

[…]

Il fiorire di organizzazioni jihadiste “simili” ad AQIM nell’area sub-sahariana non sarebbe, secondo Keenan, che l’ultima tappa di un percorso di destabilizzazione dell’area preparatorio dell’intervento esterno, il quale sta avvenendo in queste ore (se volete approfondire andatevi a prendere l’articolo di Keenan).

AQIM è frutto di un’iniziativa di Algeri rispetto alla quale Washington ha avuto un ruolo (se lo ha avuto) solo secondario, per non dire subalternoCon buona pace dei classici cliché antiamericanisti. Ma andiamo oltre.

Il secondo (icasticamente intitolato false flag) tratteggia il background dietro il sequestro di In Amenas, mettendone in luce alcune contraddizioni:

I francesi bombardano il Mali ma al-Qa’ida nel Maghreb Islamico (AQIM) colpisce in Algeria.

I jihadisti non avevano neanche quasi fatto in tempo a dichiarare che l’occidente avrebbe pagato il conto per l’attacco francese, le cancellerie occidentali non avevano neanche quasi fatto in tempo a dichiarare il proprio appoggio, anche logistico,  che 41 “occidentali” (americani, norvegesi, inglesi) sono stati rapiti presso uno stabilimento per il trattamento del gas della BP.

Lo stabilimento si trova a In Amenas, nel sud-est, vicino alla frontiera con la Libia e molto lontano dalla frontiera maliana.

L’attacco, sembra, è stato ben preparato. Si tratta del più imponente rapimento mai realizzato nel Sahel.

A rivendicare l’attacco è Mokhtar Belmokhtar, a nome di una katiba (battaglione) di “nuova formazione“, un battaglione di “giovani attivisti” formotasi nel Mali settentrionale.

Il “Battaglione di Quelli che Firmano col Sangue” (كتيبة الموقعين بالدم).

Eppure l’Algeria aveva chiuso le frontiere col Mali quasi subito, il 14 gennaio.

Le frontiere nel Sahara sono poca cosa, si dirà.

Ma Mokhtar Belmokhtar non è esattamente ciò che si può definire una “novità”.

Trattasi di uno dei capi storici di AQIM.

Riprendiamo il nostro Jeremy H. Keenan, un “non esattamente sprovveduto” rispetto al tema della “Guerra al terrorismo” nel Sahara-Sahel.

Su Open Democracy, un think tank “non esattamente complottista”, Keenan scrive (25 settembre 2012):

I tre leader di AQMI nel Sahara, Abdelhamid Abou Zaid, Yahia Djouadi e Mokhtar Belmokhtar (hanno molti soprannomi), sono stati e sono tuttora agenti del DRS [cioè il Département du Renseignement et de la Sécurité algerino, it.: Dipartimento di informazione e sicurezza, DIS]. Sono responsabili del rapimento di oltre 60 ostaggi occidentali (due sono stati uccisi e due sono morti) e della maggior parte degli altri attacchi terroristici perpetrati nella regione del Sahara-Sahel negli ultimi anni. Questa è una cosa che molte intelligence sanno bene.

Per chi legge in inglese (dicembre 2012): How Washington helped foster the Islamist uprising in Mali.

Potete leggere anche qui per diffidare di chi farà una facile equazione con la Siria.

qui per avere un certo background.

Il terzo (flas flag 2) è la continuazione del precedente:

Gli americani ripetono fino quasi a morirne che l’attacco è orchestrato da al-Qa’ida.

Al-Qa’ida quale?

Nell’area ci sono due formazioni legate in qualche forma ad al-Qa’ida: al-Qa’ida nel Maghreb Islamico (AQMI) e Movimento per il tawhid e il Jihad nell’Africa Occidentale (si usa l’acronimo MUJAO).

La seconda è una scissione della prima.

Ma questo commando non fa parte né dell’una né dell’altra.

Uno fra i mille siti che fanno monitoraggio del jihadismo mondiale, Jihadica, ci racconta che Mokhtar Belmokhtar, cioè colui che parla a nome di questi salnguinolenti firmatari,  è stato sospeso da AQMI nell’ottobre 2011.

Questi però sarebbe ancora collegato con al-Qa’ida “centrale”, cioè quella organizzazione che ha base nel Waziristan, a cavallo fra Pakistan e Afghanistan.

Quindi nel Sahara-Sahel avremmo tre formazioni qaidiste, in una qualche relazione – di scontro o di alleanza – fra loro.

Secondo DEBKA (sempre da prendere con le molle ma stavolta riprende una fonte mauritana che non ho ritrovato) Mokhtar Belmokhtar, che noi conosciamo per essere collegato coi servizi di sicurezza algerini e che da sempre viene snobbato da “al-Qa’ida centrale”, oltre a chiedere la cacciata dei francesi dal Mali chiede la liberazione dello “sceicco cieco”, Omar Abd el-Rahman, il responsabile del primo attacco al World Trade Center di New York, tuttora in carcere negli Stati Uniti.

Una richiesta che suona davvero ridicola per il suo anacronismo.

Pensate che, a suo tempo, se n’è interessato anche l’attuale Presidente egiziano, Mohamed Morsi.

I combattenti del commando di In Amenas sarebbero una “brigata internazionale”.

Sarebbe un commando “vecchio stile”, insomma, reclutato in Mali.

Che però conosce benissimo In Amenas al punto che, come dice un ex ostaggio algerino: “non sono andati nel sito dell’algerina Gtp, né in quello dell’italiana Sarpi, vuoti al momento dell’attacco”. I terroristi, secondo lui, “avevano delle complicità all’interno perché conoscevano le camere degli stranieri e tutti i dettagli sul funzionamento della base”.

Mokhtar Belmokhtar, quindi, diventa il capo di un gruppo qaidista decisamente “retro” che ha contatti con al-Qa’ida centrale. Fa attaccare (perché lui non ci va, a In Amenas) una istallazione economica strategica per l’Algeria in un’operazione che sulle prime si configura come il più importante sequestro mai avvenuto nell’area e subito dopo come una grande carneficina di ostaggi e terroristi. Chiede ai francesi di andarsene dal Mali ma anche di liberare Omar Abd el-Rahman.

Perché a me suona così finto?

La somma delle riflessioni di Declich ci conduce alle ultime righe del primo articolo, che da AQIM ci porta fino alla guerra civile in Siria:

Bene, ho scritto tutto questo per un motivo preciso, ovvero per raccontare come sia tutto sommato facile infiltrarsi in un’organizzazione terroristica jihadista.

E quale sia la relazione perversa fra jihadismo e “occidente”.

Il jihadismo si nutre di retorica antioccidentale, l’occidente si nutre di jihadismo.

Queste organizzazioni esistono, nascono da sé, e poi vengono infiltrate ed eterodirette.

Non è facile, invece, infiltrarsi in movimenti di liberazione, in rivoluzioni, in movimenti.

Questo ci porta in Siria e ci spiega perché il fiorire del jihadismo non può che essere considerato una “manna dal cielo” per chi, fino a oggi, è stato alla finestra a guardare una manica di criminali massacrare civili inermi.

Senza jihadisti, possibilmente infiltrati, non si può controllare la Siria di domani.

Algeria, la primavera mai iniziata

Le elezioni in Algeria hanno visto la partecipazione del 42,36%degli aventi diritto. Il Fronte di Liberazione Nazionale, partito al potere dai tempi della guerra d’indipendenza contro la Francia, avrà 220 seggi. Sommati ai 68 conquistati dal Raggruppamento nazionale democratico (il partito nato da una costola del Fln) otteniamo 288 seggi su 462. Non sarà necessario, come in passato, scendere a compromessi con gli islamisti.
A questi ultimi non è riuscita la cavalcata al potere sulla falsariga di quanto abbiamo visto in Tunisia ed Egitto. L’Alleanza verde, formata dal Movimento sociale per la pace (Msp), Ennahda e Islah, ha avuto appena 48 seggi. Nemmeno l’altra lista islamista, Adala del leader radicale Djaballa, che si era staccato da Islah perché non condivideva la scelta di allearsi con il Msp, ha avuto successo, raggiungendo appena i 7 seggi. Il Fronte delle forze socialiste (Ffs), che aveva boicottato due tornate elettorali nel 2007  e2009, ha ottenuto 21 seggi. Sono state elette 144 donne, inferiori alla quota del 30% prevista, comunque superiore al 7% precedente.
Questa attenta analisi sul sito della Treccani, che rivela alcuni importanti retroscena della campagna elettorale dal punto di vista del regime, ci aiuta ad approfondire lo scenario:

Jamal Zenati, dalle pagine del quotidiano el-Watan, ci spiega in maniera piuttosto perentoria come “l’appuntamento del prossimo 10 maggio rappresenti qualcosa di più di una semplice elezione legislativa”. A seguito delle modifiche apportate al testo costituzionale nel 2008 che hanno permesso al presidente della Repubblica algerina di essere eletto per la terza volta, si è creata, secondo Zenati, una spaccatura tra un potere presidenziale sempre più autonomo, ed un parlamento sempre meno protagonista sulla scena politica. Ecco perché, continua l’autore, “le elezioni legislative non rappresentano più un momento di espressione della sovranità popolare”, ma il “preludio ad uno scrutinio presidenziale”. … Ad avvalorare questa lettura un articolo di Ghania Oukazi apparso sul Quotidien d’Oran. Oggetto dell’analisi la battaglia tutta interna all’ex-partito unico algerino, il FLN (Fronte di liberazione nazionale – Jabha al-tahrîr al-watanî), nella quale sembra evidente agli occhi di Oukazi la longa manus del Presidente Bouteflika, che è riuscito a ridefinire gli equilibri interni al proprio partito in modo da mantenerne il controllo.

L’Alleanza Verde ha subito parlato di brogli, nonostante la presenza di 500 osservatori internazionali. In effetti in Africa – e nei Paesi in via di sviluppo in generale – la denuncia di irregolarità da parte della fazione perdente è consuetudine, ma le previsioni parlavano di un testa a testa tra FLN e islamisti. E i toni entusiasti con i quali i commentatori locali hanno celebrato la partecipazione, la regolarità delle operazioni e (soprattutto) il consenso intorno al presidente Bouteflika suonano quanto meno sospetti. In ogni caso, dopo il voto si apre la sfida delle riforme – ammesso che il governo abbia davvero la volontà di attuarle.

Per comprendere il contesto particolare in cui l’Algeria è inserita, bisogna riflettere su alcuni punti.
In generale, gli esperti hanno evidenziato come la “primavera araba” sembra aver toccato solo superficialmente l’Algeria. Per la verità qui le rivolte erano scoppiate già nel novembre 2010 (dunque oltre un mese prima dell’immolazione di Mohamed Bouazizi), nelle regioni interne del Paese, per arrivare poi ad Algeri nel gennaio successivo. La concomitanza con i moti in corso in Tunisia ha fatto sì che l’opinione pubblica internazionale aprisse gli occhi solo in quel momento. Le ragioni dell’insurrezione erano legate a questioni prettamente sociali, piuttosto che politiche: il rincaro dei beni di prima necessità – farina, riso, olio e latte – dovuto alla riduzione delle sovvenzioni statali, aveva aggravato le già difficili condizioni di vita della popolazione, ancora scottata dalla precedente ondata inflattiva del 2008 (l’anno dei 31.500 migranti a Lampedusa). Ancora oggi l’autosufficienza alimentare è un miraggio e i prodotti di consumo restano legati all’importazione, dal momento che il comparto interno non è considerato una priorità.
Oltre alla crisi alimentare, a mortificare le speranze dei giovani algerini c’è la mancanza di lavoro. Grazie alle sue notevoli riserve di idrocarburi, l’Algeria è il secondo paese più ricco d’Africa, alle spalle del Sudafrica. Una ricchezza che ha permesso al Paese di estinguere il proprio debito estero, ma non di risollevare le condizioni di vita della popolazione, posto che essa non viene ridistribuita secondo criteri di equità o di necessità. La rendita serve di fatto ad alimentare il sistema di potere, ossia Bouteflika e la sua cricca. Inoltre il settore energetico, il quale genera enormi profitti ma richiede al contempo poderosi investimenti, non garantisce ricadute altrettanto positive sul piano occupazionale. Non c’è da stupirsi che il 40% dei giovani sotto i trent’anni sia ancora disoccupato, nonostante gli ambiziosi piani di sviluppo del settore, coronati dall’annuncio di nuove raffinerie. Ciò di cui davvero il Paese necessita è un programma che punti alla crescita di un’economia diversificata.
Eppure l’abbozzo di “primavera sociale” del 2010-2011 non si è tradotto in rivoluzione, come è invece avvenuto in Egitto e nella vicina Tunisia. È come se gli algerini abbiano preferito non alzare il livello dello scontro, lasciando che la protesta si spegnesse.
L’Algeria ha un background politica distinto rispetto, ad esempio, a quello dell’Egitto. Un aspetto a volte sottovalutato nelle analisi che leggiamo sul tema e che include gli incipit di rivolta del 1988 e del 1992, per proseguire con la drammatica guerra civile degli anni Novanta.  Linkiesta ripercorre queste fasi:

Il 5 ottobre 1988 è la data da cui partire per comprendere il passato, il presente ma soprattutto il futuro dell’Algeria … Quell’ottobre di 24 anni fa, il Paese nord africano conobbe una Primavera araba “ante litteram” quando migliaia di giovani ma non solo, stanchi di un trentennio di partito unico caratterizzato inizialmente da una sbornia socialista e da una mala gestione e corruzione in seguito, scesero in strada assaltando uffici e ministeri, dando alle fiamme i simboli dello stato. La risposta non si fece attendere: l’esercito uscì dalle caserme e aprì il fuoco contro i dimostranti, uccidendone almeno 169 e ferendone migliaia (qualcuno avanza il numero di 500 morti). Il regime algerino (contrariamente a quanto accaduto lo scorso anno in molti Paesi arabi) aveva subito intuito che in uno scontro sarebbe stato spazzato via. Così nel febbraio del 1989 offrì molte concessioni, con l’abrogazione della costituzione, l’instaurazione del multipartitismo, la nascita della prima stampa araba indipendente, ma soprattutto l’apertura all’economia di mercato.
Il sogno di una profonda riforma democratica del sistema svanì però in meno di 4 anni. Dopo aver stravinto le elezioni Locali del giugno 1990 (prime elezioni libere nel Paese) il Fronte islamico della salvezza, guidato da Abbas Madani e Ali Belhaj, si ripete nel dicembre del 1991 vincendo nel primo turno delle legislative l’82% dei seggi.
Ed eccoci alla seconda data che sarà fatale per l’apertura democratica ma non solo. Sarà il bivio che stravolgerà per 17 anni la storia recente dell’Algeria. L’11 gennaio del 1992 l’esercito costringe l’allora Presidente Chadli Benjadid a dimettersi interrompendo il processo elettorale. Le assemblee comunali dove ha vinto il Fis vengono sciolte, gli eletti e i militanti arrestati e spediti nei campi allestiti nel deserto del Sahara. Qui inizia l’incubo algerino, un bagno di sangue collettivo (la tragedia nazionale) costato la vita ad oltre 250mila persone con migliaia di dispersi, da cui la società fatica ancora a riprendersi.

Gran parte delle narrazioni sugli eventi che hanno avuto luogo nel mondo arabo si concentrano su elementi simbolici come la folla di Tahrir, il martellamento dei social network, Il sacrificio di Mohamed Bouazizi. Tutti fattori che hanno rivestito un ruolo fondamentale nel successo delle rivoluzioni in Tunisia ed Egitto in virtù del proprio richiamo all’aggregazione e alla partecipazione popolare, che hanno costretto i regimi a reagire e poi a mollare. In Algeria tutto questo non c’è stato, complici un’opposizione miseramente frammentata, in cui gli islamisti non sono una forza preponderante, e un regime costituito da strateghi politici molto furbi e tattici. In compenso c’è una memoria collettiva ancora profondamente segnata dalla guerra civile.
Emblematica questa (amara) conclusione su In 30 secondi, al termine di un’esauriente disamina sul risultato elettorale:

Qualcuno penserà che dobbiamo accontentarci. Gli “islamisti” hanno perso e tutto sommato le elezioni sono regolari.
Ci sono donne in parlamento, almeno.
Ma, appunto, è una vera mascherata che accontenta tutti tranne la stragrande maggioranza degli algerini, che rimangono lì, relegati sullo sfondo, come i selvaggi in un quadro orientalista, mentre all’unanimità il mondo plaude al regime mafioso e sanguinario di Bouteflika.
Il mondo sta dicendo loro che la cosiddetta “primavera araba” è stata un incidente, non un complotto.

Libia, Tunisia, Siria. Il Qatar gioca sporco. Per conto di chi?


Difficile dire cosa è davvero il Qatar. E’ uno dei più piccoli Stati al mondo, ma ambisce a svolgere un ruolo regionale e globale assolutamente sproporzionato rispetto alla sua forza militare nonché alle sue dimensioni. Diversificazione energetica, copertura mediatica e attività diplomatica sono gli strumenti che conferiscono proiezione geostrategica al Paese.
Nelle rivoluzioni arabe (ancora?) in corso Doha sta svolgendo un ruolo di primo piano. A proprio beneficio. O per conto di qualcuno meno presentabile ai nostri occhi.

Partiamo dalla Libia.
Il Qatar è stato il secondo Paese (dopo la Francia) a riconoscere il CNT come unico interlocutore in Libia. Si è impegnato presso la Lega Araba affinché questa appoggiasse l’intervento Nato. Nei mesi estivi ha ricevuto tutti i maggiori esponenti del Consiglio di Bengasi.
Ora che la guerra è finita, l’ex ambasciatore libico presso le Nazioni Unite, Abd al-Rahman Shalgam, accusa apertamente il Qatar di interferire negli affari interni di Tripoli. A distanza di qualche giorno, l’ex Primo ministro Mahmoud Jibril si è messo sulla stessa linea. Curioso che entrambi abbiano espresso questi pensieri solo dopo aver abbandonato i rispettivi incarichi di governo.
Non tutti sanno che Libya Tv, il canale televisivo degli insorti, ha sede in Qatar. Waddah Khanfar, ex direttore generale di al-Jazeera polemicamente dimessosi, ha deciso di fondare una nuova emittente satellitare in Libia con soldi del Qatar.
Le dure critiche di Jibril, tecnocrate di scuola americana e rappresentante dell’ala liberale del CNT, riflettono la lotta che va profilandosi tra Occidente, promotore dell’intervento in Libia, e le altre potenze che si contendono un posto al sole nell’eldorado energetico in riva al Mediterraneo – come il Qatar. Mesi fa Doha di era detta disponibile ad aiutare i ribelli nel riattivare le esportazioni energetiche. In che modo? Comprando petrolio e gas per poi rivenderli a noi occidentali, ovviamente ricavandone un utile. Al riguardo, il Qatar è il primo esportatore al mondo di gnl (50 miliardi di m3 all’anno).
Dalla parte degli interessi occidentali troviamo lo stesso Jibril, Shalgam e Mohmoud al-Shammam (Ministro delle comunicazioni, fondatore di Libya Tv). Dall’altra parte, quella del Qatar, ci sono il Presidente del CNT Mustapha Jalil, il leader religioso al-Salaabi, che in marzo incitava i ribelli alla lotta (dal Qatar) e l’ex combattente di al-Qa’ida Abdul Hakim Belhaj.

Continua a leggere

Perché l’Algeria non si fida della nuova Libia

di Luca Troiano

In occasione della Conferenza Internazionale degli Amici della Libia, la nuova leadership di Tripoli ha ottenuto il riconoscimento da parte di Russia e Cina, ma non quello della vicina Algeria, che aldilà della disponibilità di facciata nutre non poche perplessità nei confronti del Consiglio transitorio di Bengasi.
La diffidenza di Algeri è testimoniata da due fatti: l’asilo offerto ai familiari di Gheddafi e i dubbi espressi in merito alla effettiva volontà dei ribelli di contrastare al-Qa’ida. Episodi che hanno visibilmente irritato i nuovi vertici della Libia, al punto che il portavoce del Cnt Mahmoud Shamman li qualifica al pari di un “atto di aggressione” da parte di Algeri.

Continua a leggere

Perché la rivolta in Algeria sembra già finita

1. A metà gennaio, l’Algeria fu il primo paese del Maghreb dal quale ci giunsero notizie di rivolte in corso. Col propagarsi delle sommosse nel resto della regione, il Paese è stato di fatto scomparso dai media, eclissato dai ben più noti sconvolgimenti in Tunisia e Egitto prima, e della guerra in Libia poi.
Una mirata combinazione di bastone e carota hanno consentito al presidente Bouteflica di restare in sella sedando le rivolte. Almeno per ora.

Continua a leggere