Corno d’Africa, alle radici del conflitto permanente

Il 21 settembre un gruppo di uomini armati attaccano il lussuoso centro commerciale Westgate a Nairobi, in Kenya, sparando ad almeno 68 persone e ferendone quasi 200; l’attentato viene rivendicato dall’organizzazione al-Shabaab. Nella notte tra il 2 e il 3 ottobre 366 migranti (bilancio destinato a rimanere provvisorio), per lo più somali ed eritrei, muoiono annegati a largo di Lampedusa. Pochi giorni dopo due raid delle forze speciali statunitensi ai abbattono in simultanea su Libia e Somaliail primo porta alla cattura del qaidista Abu Anas al-Libi, il secondo si conclude invece senza successo. Per trovare un filo conduttore fra tre eventi apparentemente slegati bisogna risalire al luogo da cui traggono origine: il Corno d’Africa.

L’arco di tensione

Tracciamo un’ideale linea di congiunzione tra i fattori alla base dell’instabilità regionale. L’arco di tensione inizia in Somalia. Il Paese manca di un’autorità statuale dal 1991, da quando al rovesciamento dell’allora dittatore Mohamed Siad Barre ha fatto seguito una guerra civile tuttora in corso. Attualmente, il Paese è suddiviso in cinque entità statali più o meno autonome, che esercitano ciascuna un diverso grado di controllo del territorio vista l’impossibilità di ricondurlo interamente sotto un’unica autorità. Oggi la Somalia rappresenta una realtà meramente cartografica i cui confini sono risibili se paragonati alla ristrettezza degli spazi su cui il governo federale esercita una sovranità effettiva. Nella parte meridionale è in atto un processo di desertificazione, accelerato dai frequenti fenomeni di siccità. Nel 2011 quest’area è stata colpita dalla più grave carestia degli ultimi sessant’anni, tale da portare all’esodo di 14 milioni di persone. Le carestie vengono dichiarate con molta cautela e in Somalia non accadeva dal 1992.
Proprio a Sud è attiva la milizia islamista al-Shabaab. Il gruppo nacque nel 2006 come movimento giovanile estremista all’interno dell’Unione delle Corti Islamiche, prendendone dopo che l’Unione fu sconfitta dalle forze del Governo Federale di Transizione (GFT) somalo coadiuvate dal decisivo contributo dell’Etiopia. Dopo un’iniziale periodo di terrore, il controllo degli Shabaab sul territorio ha subito un forte ridimensionamento in seguito all’intervento dell’AMISOM missione dell’Unione africana per contrastare la milizia, nonché delle forze armate del Kenya e ancora dell’EtiopiaL’abbandono tattico di Mogadiscio, la perdita dell’importante località di Chisimaio e la frammentazione in più gruppi, molto diversi tra loro per ideologia e finalità d’azione, ha determinato un formale indebolimento della minaccia da loro rappresentata. Almeno fino allo scorso settembre, quando l’attacco al centro commerciale Westgate di Nairobi ha segnato l’avvio di una nuova fase nella lotta armata volta a colpire i Paesi coinvolti nel processo di stabilità della Somalia.

L’arco prosegue in Etiopia. Per oltre un ventennio la volontà di potenza di Addis Abeba ha avuto un nome e un cognome: Meles Zenawi, Presidente della Repubblica prima e primo ministro poi, detentore di un potere quasi assoluto dal 1991 fino al 21 agosto 2012, giorno della sua morte. Anni nei quali ha trasformato il Paese attraverso una mentalità orientata allo sviluppo (fedelmente il modello cinese) nonché l’inaugurazione di quel federalismo che oggi suddivide l’Etiopia in nove macroregioni a base etnica. Sotto la sua guida l’economia ha cominciato a crescere vertiginosamente; inoltre il sontuoso progetto di costruzione della diga idroelettrica Gibe 3 da lui promosso, al di là delle tensioni con l’Egitto in merito allo sfruttamento delle acque del Nilo dovrebbe permettere all’Etiopia di diventare il principale esportatore energetico del Corno d’Africa.
Tuttavia questo è solo un volto di Zenawi, quello più luminoso, che lui mostrava al mondo. Il defunto premier aveva la capacità di comprendere ciò che noi stranieri volevamo sentirci dire: parlava la nostra lingua. Accanto ai potenti si mostrava pacato, conciliante e disposto al dialogo con tutti. Lotta alla povertà e lotta al terrorismo erano il succo dei suoi discorsi. Ma sul versante interno il suo tono era molto diverso. Ha proseguito la censura del regime di Mengistu, coprendo perfino le notizie su carestie e siccità e macchiandosi di svariate violazioni di diritti umani e reprimendo ogni dissenso. Nel maggio del 2005, quando diversi leader del Cud (Coalition for Unity and Democracy), il principale partito di opposizione, sono stati arrestati insieme a diverse migliaia di giovani manifestanti scesi in piazza per protestare contro l’Eprdf (Ethiopian People’s Revolutionary Democratic Front), la coalizione di Zenawi, il premier rispose con una durissima repressione che lasiò sul campo 193 morti e oltre 700 feriti.
A un anno dalla sua scomparsa, l’Etiopia continua a muoversi lungo il solco tracciato dal defunto premier, ma in un Paese dove la fine di un sovrano è stata sempre accompagnata da eventi traumatici e aspri conflitti non sono esclusi futuri sconvolgimenti.

Incastonata tra Somalia, Etiopia ed Eritrea troviamo la repubblica di Gibuti (ex Somalia francese). La posizione strategica tra il Mar Rosso e l’Oceano Indiano di questa piccola nazione (23 mila chilometri quadrati per meno di un milione di abitanti) non poteva lasciare indifferenti le maggiori potenze globali, tanto che oggi nella repubblica sono presenti tutti i principali eserciti del mondo – a cominciare da quello americano che qui dispone anche di una base per droni – e nel suo porto transitano navi di tutte le potenze. Oggi il Paese è un vero e proprio laboratorio militare e marittimo internazionale. Secondo vari servizi di intelligence, qui risiedono diversi personaggi di spicco della pirateria attiva in tutto l’Oceano Indiano. Presenti anche alcuni leader dell’integralismo islamico di tutta l’Africa Orientale trovano rifugio.
La massiccia presenza militare straniera nel Golfo di Aden, indice dell’elevata importanza di questo quadrante, assicura al Paese (rectius: al regime guidato dal dittatore Ismail Omar Guelleh), il titolo di nazione più stabile del Corno d’Africa. In realtà parliamo di uno dei Paesi più poveri del continente, con una classe media quasi inesistente e che importa quasi tutti i beni di prima necessità che consuma, malgrado le cospicue rendite portuali e gli aiuti finanziari che la repubblica riceve annualmente dall’ex madrepatria e dagli Usa. Questa ambigua doppia veste di stabilità politica e povertà diffusa fa di Gibuti un paradosso che riassume tutte le contraddizioni dell’Africa del terzo millennio.

L’arco di tensione termina in Eritrea, Stato con un solo partito e con un governo retto da un presidente, Isaias Afewerki, che detiene il potere dal 1993, anno dell’indipendenza. L’Eritrea è un Paese dove i diritti umani sono sostanzialmente calpestati. tanto da essere paragonato ad una  prigione naturale, una sorta di Corea del Nord nel continente nero. Amnesty International descrive un Paese dove “l’arruolamento militare nazionale è rimasto obbligatorio e spesso esteso a tempo indeterminato“. il servizio militare – obbligatorio per gli adulti di età compresa tra i 18 ed i 50 anni – è implementato in maniera coercitiva e spinge ogni anno migliaia di giovani ad abbandonare il Paese. Ufficialmente, la leva è giustificata dalla costante minaccia di nuove operazioni belliche contro l’Etiopia; di fatto, assicura al regime un controllo sulla popolazione pressoché totale. Spesso il governo di Asmara impiega la leva obbligatoria per imprigionare gli oppositori o per garantirsi una forza lavoro a costo zero. Secondo stime ONU, nel Paese vi sono tra i 5.000 e i 10.000 prigionieri politici.
L’Eritrea vanta tristemente uno dei tassi di emigrazione in rapporto alla popolazione più elevati al mondo: dal 2000 ad oggi si stima che oltre 250 mila persone abbiano abbandonato il Paese su una popolazione di 6 milioni totali. Uno degli aspetti più raccapriccianti delle migrazioni dall’ex colonia italiana è che queste alimentano un business dalle proporzioni non indifferenti. Nel corso dei loro viaggi, i migranti in fuga dall’Eritrea (nonché dagli altri inferni del Corno d’Africa) vengono venduti; chi li porta da una frontiera all’altra, realizza il proprio profitto. Da lì in avanti tocca agli acquirenti guadagnare sulle loro vite, e così via. E in cima a questa filiera, per quanto riguarda le persone in fuga dall’Eritrea, troiamo Teklai Kifle “Manjus” e Kassate Ta’ame Akolom, rispettivamente generale e operativo dell’intelligence di Asmara, responsabili secondo gli ispettori Onu della tratta di esseri umani. La fuga non riguarda solo la gente comune: molti alti gradi delle gerarchie di potere hanno preferito seguire la stessa sorte, come i due alti ufficiali dell’Aviazione volati in Arabia Saudita su un aereo di lusso sottratto al presidente lo scorso anno, mentre tra i richiedenti asilo spiccano i nomi del ministro dell’Informazione, di un importante medico chirurgo nonché di gran parte della squadra nazionale di calcio.
Inoltre, tra tutti gli africani che decidono di emigrare gli eritrei sono i più perseguitati, anche all’estero. In primo luogo perché il regime impone una tassa (cd. “della diaspora”) del 2% sui redditi prodotti dai migranti. Si tratta di una imposta introdotta ufficialmente nel 1995 – ma che in realtà affonda le sue radici ancora prima – e che se non versata comporta l’impossibilità di rinnovare i documenti, compiere atti giuridici in Eritrea, inviare aiuti ai familiari, e perfino di rientrare in patria. Nata ufficialmente con l’intento di garantire risorse per la ricostruzione del Paese all’indomani della guerra, in concreto l’imposta assicura al regime un fiume di denaro quasi mai tracciabile che si teme venga usato per finanziare traffici d’armi nel Corno d’Africa. In secondo luogo, i familiari rimasti in patria dei migranti diventano oggetto di persecuzioni. Per questa ragione i superstiti della tragedia di Lampedusa hanno commentato la presenza dell’ambasciatore di Asmara nella cerimonia di commemorazione delle vittime svoltasi ad Agrigento come un “insulto alle vittime“.

* Articolo comparso originariamente su The Fielder

Raid USA in Libia e Somalia, ma al-Qa’ida è sempre più forte

La notizia ha fatto il giro del mondo. Nell’arco di poche ore, gli Stati Uniti hanno messo a segno in Africa due importanti operazioni per la lotta al terrorismo.
A Tripoli, le forze speciali americane avevano catturato Nazih Abdul-Hamed Nabih al-Ruqai’i, noto col nome di battaglia di Abu Anas al-Libi, un membro di Al Qaeda su cui Washington aveva messo una taglia di cinque milioni di dollari per gli attentati alle ambasciate Usa in Kenya e Tanzania del 1998. Il governo libico non era stato informato dell’operazione e ha chiesto spiegazioni a Washington. Tuttavia, secondo sua moglie, al-Libi sarebbe stato catturato dai libici.
Poche ore dopo, un altro blitz è scattato in Somalia, nei giorni del ventesimo anniversario  (3 ottobre 1993) della battaglia con i miliziani di Aidid in cui furono uccisi 18 soldati statunitensi. I Navy Seals si sono avvicinati alla costa e hanno tentato di entrare nella palazzina sul mare che ospitava, forse, il leader dei miliziani qedisti somali, Mukthar Abu Zubery alias Godane, probabile mente dell’assalto al centro commerciale di Nairobi. Dopo un’ora, però, i militarsi di sono dovuti ritirare.

La duplica operazione testimonia l’evoluzione della strategia USA nella lotta al terrorismo. Circa un anno fa il Pentagono pianificava l’invio di piccoli contingenti di forze speciali in 35 Paesi del continente africano, ufficialmente in ossequio ad un progetto – che Washington coltivava da un pezzo – di creare una rete in grado di mettere le forze armate regolari nelle condizioni di rispondere in autonomia alle minacce locali. Di fatto, l’opzione di affidarsi a piccole squadre di forze speciali si mostrava insufficiente. parendo volta ad arginare l’avanzata della Cina  (che Obama è sempre e affannosamente costretto a rincorrere), più che quella del terrorismo.

Un primo cambio di paradigma si è avuto già in maggio, quando il Pentagono ha dislocato una parte della forza d’intervento rapido per il Mediterraneo nella base siciliana di Sigonella. Secondo Limes Il motivo era più che altro dettato da ragioni di politica interna: il presidente Obama doveva alleviare la pressione per i nuovi sviluppi dello scandalo attorno all’attentato in Libia dello scorso settembre. Inoltre, pochi giorni dopo lo stesso Obama ribadiva che l’unica opzione per colpire i terroristi era rappresentata dai droni.
Tuttavia l’invio di militari lasciava intendere la possibilità di una risposta militare più convenzionale, e le voci di presunti invii di forze speciali nel Mediterraneo per attaccare i responsabili dell’attentato si rincorrevano già da tempo.

Secondo Limes:

La quasi simultaneità delle due operazioni, pur non concertata, ne amplifica il significato geostrategico: gli Stati Uniti non sprigionano la loro forza in modo indiscriminato contro qualsivoglia cellula jihadista ma agiscono in risposta a minacce specifiche quando si presenta l’occasione.

Corollario: gli americani sfruttano strumenti militari che vanno da squadre estremamente addestrate pronte a essere catapultate sul campo ad armi iper-tecnologiche, leggi droni. L’importante è che questi strumenti soddisfino alcuni criteri: segretezza (o discrezione), economicità (di sangue e denaro), flessibilità (soprattutto geografica).

La regola aurea impone flessibilità e rapidità nella risposta contro un nemico che – metafora in voga oltre Atlantico – “metastatizza” velocemente tra Africa e Asia Occidentale. E comporta due conseguenze dal punto di vista geopolitico.

In primo luogo, l’obbligo di disporre di una rete militare molto articolata e presente in diversi spicchi di globo. Basti guardare all’area nei pressi della Somalia. Anche per la vicinanza con un altro teatro piuttosto inflazionato dal jihad qaidista, lo Yemen, attorno al Corno d’Africa si è costruita una vera e propria collana di perle.Piste d’atterraggio, basi per droni o truppe speciali esistono a Manda Bay (Kenya), Entebbe (Uganda), Nzara (Sud Sudan), Arba Minch (Etiopia), Camp Lemonnier (Gibuti), Victoria (Seychelles).

Nell’Oceano Indiano è stanziata almeno una trentina di navi da guerra americane, molte di queste di classe Lewis e Clark, spesso usate come Afloat Forward Staging Bases: rampe di lancio per commando come quello che sabato ha fatto incursione in Somalia, ospedali di primo soccorso e siti di detenzione degli obiettivi. Senza contare i mercenari e le spie gestite dalla Cia operanti a Mogadiscio.

Anche attorno alla Libia non si scherza. Le basi di Rota (Spagna), Sigonella (Sicilia) e Suda (Creta) sono comunemente usate dalle forze speciali statunitensi. Proprio in quella italiana ha sede la Quick Reaction Force dei marines, stanziata nel bel mezzo del Mediterraneo per dispiegare le truppe velocemente in caso di crisi, evitando ritardi tragici come quello di 15 ore in seguito all’assalto al consolato di Bengasi del settembre 2012.


[Carta di Laura Canali]

La seconda conseguenza geopolitica è il mancato rispetto della sovranità nazionale. Sebbene sia difficile chiamare “Stati” alcuni i territori teatro degli ultimi raid, la questione non è meramente accademica. Uscita dalla guerra contro Gheddafi, la Libia sta cercando – senza riuscirci – di dotarsi di istituzioni in grado di imporre i più basilari cardini del concetto statuale, a cominciare dal monopolio della legittima coercizione: in sostanza, disarmare le milizie.

Il raid americano è visto come un duro colpo alle “autorità centrali”. Come nel caso del governo pakistano in occasione dell’uccisione di Bin Laden, le élites di Tripoli si sono viste costrette a “chiedere spiegazioni” per “il rapimento di un cittadino libico”. Eppure, sono proprio le classi politiche che sarebbe nell’interesse statunitense rafforzare che Washington sorpassa nel caso in cui queste siano “incapaci o non intenzionate ad agire”.

C’è un altro aspetto che le operazioni in Libia e Somalia permettono di dibattere: la scelta dello strumento. Forze speciali, stavolta, non droni. Non l’arma che più allontana cacciatore e preda ma il suo esatto contrario, quella in virtù della quale l’uomo è più esposto al pericolo sul campo.

Obama aveva ed ha ancora risposte da dare al Congresso USA sull’attentato di Bengasi, in cui morì l’ambasciatore Steven. Oggi porta a casa la cattura di al-Libi, ma a Washington, come nelle cancellerie europee, ci si chiede quali saranno i contraccolpi della nuova azione extraterritoriale USA. L’ultimo aspetto accennato nell’articolo appena citato pone un quesito interessante: cosa ha spinto gli USA a mettere da parte i velivoli senza pilota per tornare alle “vecchie maniere” delle operazioni con stivali a terra? Probabilmente perché nel frattempo anche il terrorismo ha un fatto un salto di qualità.
Secondo Linkiesta, dalla morte di bin Laden al-Qa’ida non è mai stata così forte:

Raramente un’Amministrazione che ha fatto affidamento sull’uso massiccio dei droni per fiaccare la rete del terrore ha autorizzato operazioni delle forze speciali fuori dal perimetro degli scenari di guerra. Quando lo ha fatto era per via dell’enorme valore simbolico e strategico dell’obiettivo (Bin Laden), oppure per mandare un segnale di forza a chi pensava che l’America di Obama stesse frettolosamente impacchettando le cianfrusaglie della guerra al terrore di Bush. Ordinare un’incursione dei Navy Seals in casa del nemico è operazione rischiosa, come dimostra il raid somalo per catturare o uccidere il leader di al Shabab Mukhtar Abu Zubayr: dopo ore di combattimenti attorno al compound dove alloggiava Abu Zubayr, nella città di Barawe, il commando americano è stato costretto alla ritirata senza avere portato a termine la missione. L’esito, però, non toglie nulla al significato politico della mossa di Obama, leader che mostra risolutezza proprio quando si moltiplicano i segni della sua fragilità, e ricorda all’America che al Qaida è tutt’altro che sconfitta. Prima dei raid del fine settimana diversi eventi, dal Kenya alla Siria, hanno ricordato la forza del terrorismo islamico e della sua rete in perenne espansione.

I due eventi – l’attacco a Nairobi e il cambio di casacca di una parte consistente dei ribelli siriani – non sono direttamente collegati fra loro, ma suscitano alcune domande comuni: quanto è potente al Qaida oggi? Qual è la sua struttura? E’ ancora un’organizzazione governata da un comando centrale e affiancata da gruppi consentanei oppure è diventata una materia più fluida? Katherine Zimmerman, analista di terrorismo presso l’American Enterprise Institute, un think tank di Washington, sostiene che “al Qaida non è mai stata così forte”.

Nel suo recente studioThe al Qaeda Network: A New Framework for Defining the Enemy spiega che il network terroristico che fa capo a Zawhairi si sta espandendo, anche se non secondo i parametri con cui la comunità politica americana ha inquadrato il modus operandi di al Qaida. La base ha fatto una grande operazione di decentramento in cui si distinguono affiliati e associati. Gli associati sono forze semi-indipendenti che intraprendono azioni non direttamente ordinate dalla cerchia di Zawhairi; con i meriti guadagnati sul campo possono salire al rango di “affiliati” che rispondono direttamente al nucleo centrale, come successo ad al Qaida nella penisola araba, la branca più importante del gruppo del terrore. Questo meccanismo “non ha reso al Qaida più debole”, scrive Zimmerman, anzi “la relazione fra affiliati ha aumentato la resistenza generale del network” e i rapporti orizzontali sono la garanzia della sopravvivenza della rete anche nel caso che la leadership centrale cada.

Quando parliamo di al-Qa‘ida dobbiamo fare una precisazione. Se ci si riferisce al gruppo Zawahiri-bin Laden della seconda metà degli anni Novanta, mutilato progressivamente dei suoi quadri dal 2002 con l’invasione USA dell’Afghanistan, il problema non esisterebbe. Quella al-Qa‘ida fa parte di un passato remoto. Ma se invece ci riferiamo alle attività terroristiche di altre organizzazioni coperte dal marchio al-Qa‘ida, allora il problema esiste eccome.

Secondo Policymic, sono almeno sei i gruppi jihadisti di cui gli americani dovrebbero essere preoccupati. Sei fronti potenzialmente aperti, che l’America dovrà essere in grado di gestire in nome della sua sicurezza. Oltre agli Shabaab e Boko Haram, attivi nell’Africa subsahariana, i pericoli arrivano da AQMI (al-Qa’ida nel Maghreb Islamico), azionista di maggioranza di tutti i traffici illeciti di armi, droga ed esseri umani nel Sahel; AQAP (al-Qa’ida nella Penisola Arabica), chiave di lettura dell’attenzione quasi ossessiva che l’America riserva allo Yemen; infine il Fronte al-Nusra e lo Stato islamico in Iraq, attivi nella guerra in Siria e che rappresentano un’ombra su quanto potrà accadere a Damasco nell’immediato futuro post conflitto.

Le prove della crescente instabilità delle aree ad alta presenza jihadista sono sotto gli occhi di tutti. L’ultimo episodio in ordine di tempo è il rapimento del premier libico Ali Zeidan, avvenuto nella notte, A prescindere dai legami (ancora da verificare) con la cattura di al-Libi, il fatto dimostra quanto già sapevamo da un pezzo: in Libia lo Stato non c’è. E laddove manca lo Stato, il jihadismo ne comanda uno parallelo, come in Afghanistan e in Somali.
Andando indietro di qualche giorno, l’assalto al centro commerciale Westgate a Nairobi dimostra che la lotta contro il jihadismo somalo, che si pensava vinta con il ritiro delle milizie da Mogadiscio, è entrata in una nuova fase.
Infine l‘Iraq. Il drammatico bilancio, 975 morti, degli attentati di settembre fa tornare alla memoria gli anni dal 2006 al 2008, quando le violenze settarie fecero decine di migliaia di vittime. Quello che a tutti sfugge è la coincidenza tra l’ondata di sangue e la notizia, datata fine agosto, dei negoziati per l’apertura di una base per droni USA in territorio iracheno e della contemporanea decisione di Baghdad di revocare il suo precedente rifiuto di concedere l’immunità alle forze statunitensi. Non a caso, un attacco suicida ha colpito la base militare di Ramadi proprio il giorno seguente alla pubblicazione di un rapporto (in arabo) in cui si spiega che è stato proprio il governo iracheno a chiedere l’installazione della base, e che il numero di combattenti jihadisti in Iraq è cresciuto dai 5.000 del 2007 ai 20.000 del 2013.

Il fallimento della Francia in Somalia

Il 17 gennaio il gruppo terrorista somalo al-Shabaab ha detto di aver ucciso l’agente dell’intelligence francese Denis Allex in segno di rappresaglia per il fallito blitz di pochi giorni prima nel tentativo di liberarlo. Allex era stato rapito il 14 luglio 2009 mentre si trovava a Mogadiscio durante un’operazione in appoggio al governo di transizione somalo. Nell’occasione era stato catturato anche un collega, poi riuscito a fuggire (benché non manchino le voci circa l’avvenuto pagamento di un riscatto).
Lo scontro a fuoco intorno a Bulo Marer, circa 75 km a nordovest della capitale Mogadiscio, luogo dove i francesi ritenevano fosse tenuto prigioniero, è durato tra i 45 minuti e alcune ore, secondo le diverse versioni diffuse finora. L’operazione si è conclusa con la morte di due militari francesi e di 17 combattenti somali (almeno 27 secondo altre fonti). In ogni caso, è stato lo stesso presidente francese Hollande ad annunciare che l’intervento militare “non ha avuto successo.
Lunedì 14, un account di Twitter associato ad al-Shabaab aveva messo pubblicato alcune immagini di uno dei due militari francesi caduti nell’operazione, col messaggio François Hollande, ne valeva la pena?

Il blog Somalia News Room riporta un’approfondita analisi sulla fallita operazione francese.
In sintesi, Bulo Marer è una località ancora controllata dalle milizie Shabaab, nonostante l’esercito somalo e la forza AMISOM siano d’istanza ad appena 28 km. Le forze speciali francesi hanno raggiunto la località a bordo di almeno sei elicotteri partiti da due navi a largo nell’Oceano Indiano. Fonti aggiuntive parlano di altre presunte forze speciali sbarcate nella città di Daydoog, a 5 km da Buulo Mareer. Il mancato successo dell’operazione può essere spiegata attraverso questi fattori:
1) I francesi non hanno avuto una buona attività d’intelligence: la velocità con cui sono stati respinti e la conclusione della loro goffa ritirata (lasciando addirittura dei soldati indietro) suggerisce che essi abbiano sottovalutato i potenziali ostacoli che avrebbero potuto incontrare. Rapporti aggiornati parlano di uno scontro tra 50 soldati speciali francesi contrapposti ad almeno 100 miliziani al-Shabaab pesantemente armati. La Francia ha dunque sottovalutato sia la consistenza numerica del nemico che la sua capacità di reazione, nonostante l’assistenza logistica della CIA (che a Mogadiscio mantiene una propria installazione) avrebbe potuto fornire informazioni dettagliate in tal senso –  benché non sia ancora chiaro il contributo dell’intelligence americana nell’operazione.
2) La scarsa esperienza francese in territorio somalo: già in passato la Francia si era avventurata in operazioni di salvataggio contro gruppi terroristici: riportando un successo totale contro i pirati somali qui, uno parziale sempre contro i pirati somali qui, e un fallimento totale contro al-Qa’ida nel Maghreb Islamico qui. Ma in Somalia le forza speciali d’oltralpe non erano mai intervenute a terra, dove le operazioni sono ben più complicate di quelle in mare aperto.
Il fallimento di Bulo Marer rappresenta comunque un cattivo presagio per la Francia, tuttora impegnata nel più difficile teatro del Mali.

Il Kenya conquista Chisimaio, ma al-Shabaab non è ancora sconfitta

Venerdì 28 settembre le truppe del Kenya hanno conquistato la città portuale somala di Chisimaio, roccaforte delle milizie al-Shabaab. L’operazione, pianificata da tempo, sebbene ufficialmente congiunta e sotto la guida dell’Amisom, è stata in realtà condotta e gestita quasi esclusivamente dalle forze militari di Nairobi, che hanno impiegato un gran numero di unità terrestri e anfibie, due squadroni aerei e numerose unità navali.
Si conclude così un assedio iniziato quasi un anno fa.

Nell’ottobre 2011 le truppe kenyote entrano in territorio somalo per contrastare la presenza degli Shaabab, spingendosi fino alle porte di Chisimaio (circa 120 km dal confine). L’importanza della città sta nel porto, avamposto di traffici commerciali leciti (commercio di bestiame) e meno leciti (pirateria). Strappando Chisimaio ai miliziani, questi perderebbero la loro principale fonte di reddito.
Le truppe di Nairobi, coadiuvate da quelle del Governo Federale di Transizione somalo e dell’AMISOM, hanno registrato un successo di rilievo in maggio con la conquista delle città di Afgoye, Afmadow e Hayo. Da lì cominciano i primi bombardamenti sulla città, preludio di un assalto che l’esercito kenyota progetta di concludere entro tre mesi.
In metà agosto parte l’operazione (qui tutti i dettagli). Gli analisti si aspettano una vittoria, ma nel contempo iniziano a interrogarsi sul “dopo”. Il Gruppo di monitoraggio dell’ONU segnala un calo del numero di combattenti e mostra ottimismo. In realtà la situazione è meno favorevole di quanto appaia: la cattura di Chisimaio viene ostacolata per ragioni politiche (in particolare, a causa di controversie nei rapporti tra i clan locali). Tutto viene rimandato a settembre (qui un’esauriente analisi sul campo).
L’offensiva finale è partita lunedì 17 settembre, quando le forze kenyote hanno sconfitto gli Shabaab nei pressi di Birtha-der, circa 20 km da Chisimaio. CSM segnala che i miliziani hanno già iniziato a spostarsi nelle zone rurali e nelle foreste (dove le vie di approvvigionamento sono più scarse) e nella regione del Puntland; scenario confermato da un rapporto del Gruppo di monitoraggio ONU. Tuttavia gli scontri provocano una seria emergenza umanitaria tra la popolazione.
Si arriva così alla presa di Chisimaio, nella mattina del 28 settembre.

La riuscita dell’operazione non deve lasciar andare a facili entusiasmi. Innanzitutto perché, più che una vittoria delle forze armate del Kenya, si è trattato di una ritirata tattica di al-Shabaab.
In secondo luogo, la capacità del Kenya di amministrare l’area è tutta da verificare: già il mese scorso l’analista Tres Thomas, esperto delle questioni del Corno d’Africa, aveva segnalato in un tweet la mancanza di piani adeguati per la gestione di Chisimaio in caso di conquista.
In terzo luogo, la guerra non è ancora finita: fin dalla presa di Afgoye l’analista Roland Marchal ricordava come nel 2006 al-Shabaab, dopo le sconfitte subite contro l’esercito etiope (la milizia non aveva i mezzi per affrontare un esercito regolare a viso aperto), è passata dalla guerra aperta alla guerriglia urbana, creando nuovi problemi all’esercito di Addis Abeba. Una strategia che potrebbe adottare oggi contro quello del Kenya.
Le prime avvisaglie di questo cambio di paradigma ci sono già. Questa lunga e dettagliata analisi di Nicola Pedde su Limes (da leggere per intero perché riassume tutti gli aspetti nevralgici della questione) sostiene che ora il Kenya rischia di diventare la meta dei terroristi in rotta. In questa logica si spiega l’attentato di domenica alla chiesa di Nairobi:

Con la disfatta e lo sbando delle milizie islamiche in Somalia, il rischio è oggi quello di uno spostamento dei superstiti in direzione del Kenya. Non solo per vendicarsi del ruolo svolto dalle truppe di Nairobi in Somalia al fianco dell’Amisom, ma anche e soprattutto per trovare un rifugio dove poter riorganizzare le proprie forze.
Non sarà facile far transitare i resti delle unità ancora allo sbando attraverso la poderosa maglia di sicurezza messa in atto dal Kenya e dall’Amisom nel sud e nel centro della Somalia, ma le masse di profughi ancora in movimento nella regione e le comunità accampate a ridosso del confine potranno rappresentare un’ottima copertura.
L’obiettivo, quindi, è quello di raggiungere aree remote del Kenya settentrionaledove poter riorganizzare le forze e condurre azioni di razzia atte ad alimentare la logistica delle milizie, per poi condurre attentati soprattutto nelle aree urbane, dove l’impatto è alimentato dal ruolo della stampa.
È in questa logica che, presumibilmente, deve inserirsi l’attentato del 30 settembre a Nairobi contro la chiesa cristiano-evangelica di San Policarpo, quando una bomba a mano è stata lanciata in un locale attiguo alla chiesa, dove si svolgeva una lezione di catechismo per un gruppo di bambini. L’attentato ha provocato la morte di un bambino e il ferimento di altri quattro.

Si veda anche l’intervista a Marco Bello, giornalista ed esperto di questioni africane, su Il Sussidiario.

La Somalia ha un nuovo presidente, ma la transizione non è ancora finita

Stato fallito per definizione e priva di un’autorità centrale dal 1991, da lunedì la Somalia ha un nuovo presidenteHassan Sheikh Mohamud.
La sua elezione è giunta al termine di tre tornate: la prima fase ha promosso quattro candidati dagli oltre 25 iniziali, tra cui il presidente uscente Sharif Sheikh Ahmed e l’ex primo ministro Abdiweli Mohamed Alì. La seconda ha ulteriormente ridotto la rosa escludendo Alì e un altro candidato. Nella terza, a sorpresa, Mohamud ha prevalso sul favorito Ahmed per 190 voti a 79.
Per saperne di più sul neoeletto presidente, consiglio le biografie riportate da Reuters, Wikipedia e BBC. Il New York Times lo definisce un accademico nonché attivista politico moderato; AFP sottolinea invece quanto poco il mondo sa di lui, aggiungendo il suo background religioso e i suoi sforzi nei colloqui con al-Shabaab. Wardheer News segnala la sua vicinanza alla Fratellanza Musulmana.
L’elezione di Mohamud è un passo importante nella road map verso la restaurazione politica ed economica del Paese, dopo la nomina del nuovo parlamento e del suo speaker – l’ex ministro del Lavoro Mohamed Osman Jawari avvenute il mese scorso. Ora manca solo la designazione del futuro governo.
Sul piano sociale, sono da rimarcare i progressi compiuti riguardo ai diritti delle donne e alla sicurezza, il che sta incoraggiando molti esuli della diaspora a fare ritorno in patria. Dopo un incubo durato 21 anni, tra i somali cresce la fiducia per il futuro.
Da segnalare anche i progressi nella lotta contro al-Shabaab (qui, qui e qui).
Fin qui, le buone notizie.

Veniamo alle cattive. Al di là del completamento del quadro istituzionale, la road map non può dirsi pienamente riuscita. Con il Governo Federale di Transizione prossimo alla scadenza del suo mandato, nei piani delle Nazioni Unite la transizione avrebbe dovuto completarsi entro una serie di termini che il GFT non è riuscito a rispettare. Da qui il disappunto del Gruppo Internazionale di Contatto (ICG) in luglio e quello delle Nazioni Unite a fine agosto. I ritardi sono principalmente da imputare alle manovre politiche volte a replicare nelle nascenti istituzioni gli equilibri di potere esistenti tra i vari clan. A parte la formalità delle date, l’International Crisis Group, afferma che la transizione è stata segnata da interferenze, intimidazioni e corruzione a livelli senza precedenti. Accuse confermate da un report delle Nazioni Unite, dove si legge che la corruzione ha ricoperto un ruolo importante nella definizione politica del Paese.
Inoltre, mentre il GFT erano impegnato a preveire il riaccendersi delle lotte tra clan, c’era chi, come l’ex primo ministro Muhammad Abdullahi Farmaajo, al contrario soffiava sul fuoco della violenze: il suo ritorno a Mogadiscio è stato caratterizzato da scontri tra alcuni membri del suo clan e i suoi sostenitori del presidente uscente Ahmed.
Anche tra la gente l’entusiasmo non è unanime. Nonostante l’ottimismo a Mogadiscio quando il parlamento ha prestato giuramento, non pochi somali vedono il processo di transizione come antidemocratico, e la nuova Costituzione come una norma imposta dalle Nazioni Unite. Una delle colpe attribuite al GFT è aver implementato la road map senza una visione di lungo periodo, a scapito della trasparenza e di una reale democrazia.
C’è poi la questione delle pari opportunità. Nelle intenzioni, il 30% dei seggi doveva essere appannaggio delle donne. Nei fatti, non pochi anziani dei vari clan si sono mostrati reticenti ad una tale apertura. Oggi le donne rappresentano appena il 16% dei membri del parlamento.
Tutto questo senza dimenticare che una fetta del Paese è ancora nelle mani delle milizie al-Shabaab, che ha già  tentato di assassinare il neopresidente.

Il prof. Michael Weinstein sostiene che il problema fondamentale ( e irrisolto) della transizione è la forma dello Stato: unitaria, decentralizzata, federale o confederale? Il progetto di Costituzione non chiarisce il punto. Ma la questione del federalismo è tutt’altro che secondaria. Dal 1991, diversi Stati sono sorti sulle ceneri della Somalia: il Somaliland e il Puntland su tutti. Si tratta di realtà che non è possibile ignorare, benché la comunità internazionale si ostini a farlo. Eppure, fino a poco tempo fa il ministro degli affari interni ha affermato che il GFT non riconosce nessuno degli Stati autoproclamatisi all’interno della Somalia.
In conclusione, sin qui la Somalia ha percorso alcune tappe. Ma il cammino verso la normalizzazione è ancora lungo.

 

Il mondo si ricorda della Somalia. Grazie al petrolio.

Somalia Shabaab

Nel corso della Conferenza di Londra, i leader mondiali si sono impegnati a rafforzare il proprio sostegno per combattere la pirateria, il terrorismo e la cronica instabilità politica di Mogadiscio, in ogni caso non si può dire che questo incontro sia stato un successo, non più degli altri che lo hanno preceduto.
Ne è venuto fuori un documento contraddittorio, in cui da un lato si ripone il futuro della Somalia nelle mani del suo popolo, ma dall’altro si vuole affidare la gestione finanziaria del Paese ad un Comitato congiunto presieduto da stranieri. Inoltre, i somali della diaspora lamentano di non essere stati adeguatamente consultati.

A parole, la situazione non è poi così nera. Diversi indicatori economici offrano incoraggianti speranze di ripresa per il futuro prossimo: la Somalia, ad esempio, è il primo esportatore di bestiame al mondo, con un giro d’affari da due miliardi di dollari all’anno, e il numero di abbonamenti telefonici ogni 100 abitanti è nettamente superiore rispetto alla media regionale. C’è poi ottimismo sul fatto che i somali possano fare molto per aiutare il proprio Paese a rialzarsi.
Inoltre, sono stati fatti passi avanti nella lotta alla pirateria, i cui attacchi si sono ridotti rispetto al picco massimo raggiunto nel 2010, benché il fenomeno sia tutt’altro che debellato – ora sembra rivolgersi a largo dell’Oceano Indiano, verso obiettivi più lontani e logisticamente più rischiosi, ma meno presidiati.

In concreto non è emerso alcun progetto per smuovere l’inerzia in cui gli eventi sono cristallizzati da vent’anni. Due decenni di governi di transizione sostenuti dall’Occidente non sono bastati a riunire la parte centrale e meridionale del Paese sotto un’unica autorità, ignorando perfino la realtà di uno Stato de facto, il Somaliland, dove la guerra non c’è e le istituzioni funzionano. In totale, al tavolo di Londra c’erano ben quattro presidenti somali, oltre a quello del Governo Federale di Transizione. E fuori non meno di tre manifestazioni, tutte per motivi diversi.
Poi c’è al-Shabaab, di fronte al quale ci poniamo un dilemma analogo a quello che riguarda i taliban in Afghanistan: trattiamo anche con loro o no? Hilary Clinton lo ha escluso, perché il gruppo “ha dimostrato di non essere dalla parte della pace”. Tuttavia al-Shabaab non è una forza unitaria, bensì un’affiliazione delle milizie, alcune certamente più aperte ai negoziati per risolvere la crisi, altre meno. La capitale Mogadiscio è tuttora oggetto di attacchi da parte delle fazioni più radicali, ma la partecipazione di quelle moderate sarà indispensabile per raggiungere qualunque accordo.

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