#Africa, le guerre per l’#acqua

In Africa il rischio di idroconflitti è particolarmente elevato. In molti Paesi l’irrigazione agricola, legata ad economie essenzialmente di sussitenza, dipende in misura pressoché totale dalle condizioni climatiche. Con la domanda idrica in continua crescita, amplificata da diversi fattori come l’esplosione demografica, l’ineguale distribuzione e le croniche inefficienze di gestione, la condivisione delle risorse di ‘oro blu’ fra due e più Stati può essere motivo di forti attriti, dato che ogni Paese nel continente ha almeno un fiume in comune e quindici Paesi ne hanno in comune almeno cinque. Ciò determina situazioni di concorrenza per lo sfruttamento della risorsa acqua molto spesso aggravate dalla mancanza di politiche territoriali ed ecologiche unitarie e organiche.

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#Migranti: La Valletta, vertice #Ue-#Africa teso e affollato

Si svolgerà oggi e domani ‘Valletta Summit on migration‘, il vertice internazionale a La Valletta (Malta) Ue – Africa sull’immigrazione. All’incontro sono attese 90 delegazioni; su 28 Stati membri dell’Ue, almeno 24 dovrebbero essere rappresentati a livello di capi di Stato e di Governo, così come dovrebbe presenziare una folta rappresentanza dei 35 Paesi africani invitati, peraltro già coinvolti in altri forum di dialogo e cooperazione con Bruxelles come il Processo di Rabat e il Processo di Khartoum, ideati per discutere rispettivamente dei flussi migratori provenienti dall’Africa occidentale e di quelli dal Corno d’Africa. Scopo del summit è arrivare all’approvazione di un Piano di azione che promuova delle politiche allo sviluppo, migrazione legale, asilo, lotta al traffico di migranti e rimpatri.

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#BokoHaram, la nuova “multinazionale” del terrore

Boko Haram ha un nuovo leader, o almeno così pare: si tratterebbe di Mahamat Daoud, che a metà agosto ha sostituito Abubakar Shekau. Nuovi anche gli obiettivi, coi jihadisti che, dopo aver fondato un Califfato a Nordest della Nigeria, stanno ora cercando d’«esportare» il jihad in altre zone dell’Africa centrale, in particolare verso Ciad e Camerun. A restare quelli di sempre sono invece i metodi, con attacchi feroci e sanguinari a villaggi inermi che proseguono incessanti in uno stillicidio quotidiano senza fine.
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Dietro il golpe in Burkina Faso

Era dalla morte del grande presidente Tomas Sankara (1987) che il Burkina Faso non balzava in cima alla gerarchia delle notizie. L’occasione è data al caos politico conseguente alle dimissioni, lo scorso 3 novembre, del capo di Stato Blaise Campaoré, le cui manovre per potersi ricandidare alle elezioni presidenziali attraverso un emendamento costituzonale hanno innescato violenti manifestazioni di piazza. Ma la rinnovata attenzione internazionale verso l’ex Alto Volta ha ben altre radici, che affondano nella crescente importanza sul piano economico e geostrategico rivestita dal Paese subsahariano. Continua a leggere

Corno d’Africa, l’eredità coloniale

In Africa i processi di costruzione dello Stato sono stati essenzialmente di tipo esogeno. Durante l’era della colonializzazione, le potenze europee cercarono di imporre e consolidare barriere tra i territori e distinzioni artificiali tra i gruppi etnici. Questo non significa che la regione manchi del tutto di storie e tradizioni nazionali: proprio parlando del Corno d’Africa, si pensi all’Etiopia, che ancora oggi rivendica di essere il Paese più antico del continente. Tuttavia, i confini sono stati tracciati dalle madrepatrie con squadra e righello prescindendo dalle dinamiche antropiche sul campo. Nel Corno la maggiore – benché non l’unica – potenza coloniale è stata l’Italia. In Eritrea l’inizio della colonizzazione si ebbe nel 1869. con l’avvio delle trattative per l’acquisto della baia di Assab, e fu completata nel 1890 dopo l’acquisizione dell’importante città portuale di Massaua e di ulteriori possedimenti nell’entroterra. In Somalia il processo è stato più travagliato, poiché ancora prima del ritiro dell’Egitto dal Corno d’Africa nel 1884 si era aperta un’aspra lotta tra italiani, inglesi e francesi per il controllo dell’intera regione; nel 1892 la costa meridionale venne riconosciuta come Somalia italiana. In Etiopia la presenza italiana è durata lo spazio di un quinquennio (1936 – 1941) durante l’era fascista. In Africa il colonialismo italiano conobbe orrori e palesi ingiustizie analoghi a quelli compiuti dalle altre nazioni, se non peggiori: furono circa 500.000 le vittime africane sotto l’egida dell’Italia liberale e fascista. Ma è anche vero che negli anni venti e trenta furono realizzate numerose opere stradali dando vita a una rete di circa 18.794 km di strade principali e secondarie, oltre ad opere ferroviarie ed altre infrastrutture. Rimasugli della parentesi italiana si incontrano ancora oggi nell’architettura (soprattutto in Eritrea), nella (il tigrino e dell’amarico annoverano vari prestiti dall’italiano), e nell’amministrazione (In Somalia quasi tutte le leggi e gli atti giudiziari nascono da leggi italiane).

Ferite ancora aperte

Dopo aver ampiamente illustrato le dinamiche della regione, ci si stupirà di costatare che queste, perfino a decenni di distanza, siano tuttora un riflesso di alcune storture risalenti alla parentesi coloniale. Valgano due esempi. Il primo è l’Ogaden, a cui facevamo cenno nella seconda parte delle presente analisi. Si tratta di un vasto territorio dell’Etiopia che dal punto di vista federale fa parte della Regione somala del Paese, in quanto il suo popolo è prevalentemente composto da somali. Con la creazione dell’Africa Orientale Italiana in seguito alla guerra d’Etiopia, l’Ogaden venne annesso alla Somalia italiana, per poi tornare all’Etiopia nel 1954. Nel 1977 il dittatore somalo Mohamed Siad Barre tentò di riannettere la regione tramite una guerra-lampo contro l’Etiopia, con l’obiettivo di ricostituire quella “Grande Somalia” così come appariva sulle mappe di mussolinana memoria. Il secondo è la questione eritrea, di cui abbiamo sottolineato l’omogeneità culturale e linguistica con la nemica Etiopia. Ebbene, il colonialismo italiano ha costituito la principale base di legittimazione storica, politica e geografica dell’identità nella nazione eritrea nei trent’anni in cui questa fu in guerra con l’Etiopia per conquistare l’indipendenza, fino alla secessione de facto di Asmara da Addis Abeba nel 1991, Ancora nel 1998, quando i due Paesi tornarono ad imbracciare le armi per dispute territoriali, i mediatori internazionali fecero ricorso all’antica cartografia coloniale per definire in modo “oggettivo” i confini tra i due Stati.

Africa bel suol d’affari

La maggior parte degli italiani ignora la storia dei crimini compiuti dalle truppe italiane durante le guerre coloniali con il suo drammatico bilancio umano. Avvolti nell’ombra sono anche gli sviluppi successivi. Non si può dire che, negli ultimi decenni, la politica estera italiana nel Corno d’Africa abbia portato giovamento a questa regione. In primo luogo, per il sostegno che il nostro Paese ha sempre avuto per Siad Barre. L’ex uomo forte di Mogadiscio ha sempre avuto dei forti legami con l’Italia, avendo prestato servizio nella polizia post-coloniale prima e nell’Arma dei Carabinieri (frequentò la Scuola Allievi ufficiali di Firenze) poi. Una volta preso il potere nel 1969 si impegnò a mantenere salde le relazioni con Roma. Emblematico l’incontro al Quirinale, l’11 settembre 1978, con l’allora presidente Sandro Pertini, il quale elogiò gli “ideali di indipendenza e di democrazia” a cui Siad avrebbe “votato con infaticabile impegno la sua nobile esistenza”. Poco importa che una volta tornato in patria il dittatore fece giustiziare 17 oppositori politici. La politica di ingerenza e di spoliazione mascherata da aiuti umanitari della Farnesina sarebbe stata una costante nelle relazioni italo-somale: nel corso degli anni a Mogadiscio sono andati moltissimi esponenti politici italiani, tutti prodighi di promesse e di riconoscimenti, ma l’apice sarebbe arrivato negli anni Ottanta, con l’avvento del PSI al governo. E’ risaputo che Bettino Craxi fosse il miglior amico di Siad Barre, con il quale aveva firmato importanti accordi commerciali; meno noti sono i suoi affari con Aidid, assai prima che la stampa internazionale lo dipingesse come il “nuovo Saddam”. Che dire poi dei traffici di rifiuti tossici dal nostro Paese in direzione di Mogadiscio, spesso patrocinati dalla ‘Ndrangheta, la scoperta dei quali sarebbe costata la vita alla giornalista Ilaria Alpi? E’ difficile stabilire con esattezza il numero dei carichi spediti sulle coste somale nel corso degli anni, ma si sa per certo che le navi dei veleni battono queste rotte ancora oggi, come racconta la relazione della Direzione Nazionale Antimafia datata dicembre 2011.

I rapporti tra Italia ed Eritrea non sono da meno. Secondo un corposo dossier degli ispettori ONU, reso pubblico lo scorso luglio, aziende italiane avrebbero fornito armi, elicotteri e veicoli utilizzati dalle forze armate del regime, nonostante l’embargo internazionale a cui Asmara è sottoposta. Nel documento si parla anche delle denunce di estorsioni presentate dai cittadini eritrei residenti a Milano ed ignorate dalla polizia, e soprattutto si accusano le nostre autorità di non collaborato con le Nazioni Unite. D’altra parte il silenzio del nostro Paese sui soprusi commessi dal regime eritreo è stato più volte denunciato nel corso degli anni.
Quanto ai rapporti con l’Etiopia, infine, va rimarcato che l’Italia è il primo esportatore della UE verso Addis Abeba, con un interscambio commerciale che nel 2012 ha raggiunto quota 300 milioni di euro. Non mancano però i motivi di attrito. Lo scorso anno il comune di Affile, dalle parti di Subiaco, abbia costruito un mausoleo per celebrare la memoria di Rodolfo Graziani, colui che, secondo lo storico Angelo Del Boca, massimo studioso del del colonialismo italiano, fu “il più sanguinario assassino” di quel periodo. Alla notizia, i discendenti dell’imperatore Hailé Selassié hanno scritto a Napolitano sottolineando che quel mausoleo è un “incredibile insulto alla memoria di oltre un milione di vittime africane del genocidio”, ma che “ancora più spaventosa” è l’assenza d’una reazione da parte dell’Italia. Al presidente della Repubblica hanno scritto anche gli studiosi riuniti nella 18esima Conferenza internazionale sugli studi etiopici, tenuta nella città etiope di Dire Dawa dal 29 ottobre al 2 novembre 2012, rimarcando come questo episodio potrebbe compromettere le pur buone relazioni esistenti con il nostro Paese. Lo sconcerto è stato tale da indurre molti osservatori a riflettere sul “problema irrisolto dell’Italia con il proprio passato coloniale“. In effetti è inquietante come la cosa abbia sollevato scandalizzate reazioni internazionali ma non sia riuscita a sollevare un’ondata di indignazione nell’opinione pubblica nostrana. Segno che troppi italiani ignorano o continuano a rimuovere le nostre pesanti responsabilità coloniali.

Un piano Marshall per il Corno d’Africa?

L’Italia potrebbe fare molto per favorire lo sviluppo di questa regione. E’ vero che negli ultimi anni la nostra diplomazia si è adoperata per rafforzare la proiezione economica di Roma nell’area, soprattutto in Somalia e in Eritrea, ma in concreto quasi mai l’agenda italiana ha previsto degli obiettivi che andassero oltre la mera penetrazione commerciale; quest’ultima, poi, non sempre è avvenuta in perfetta trasparenza, come le Nazioni Unite hanno stabilito in riferimento ai nostri rapporti con Asmara.
L’immobilismo politico, l’incompetenza della sua classe dirigente e la più totale mancanza di pianificazione delle prerogative nazionali in politica estera impediscono all’Italia di assumere quel ruolo di guida nella stabilizzazione del Corno d’Africa, che pure le spetterebbe per ragioni storiche e culturali. Pensiamo alla Somalia. In settembre, il presidente somalo Sheikh Mohamud, in carica da un anno, nel corso della sua prima visita al nostro Paese ha dichiarato: “Nessuno è nella condizione e nella posizione migliore per aiutarci. Questo grazie alla conoscenza, al legame culturale e a quello storico che ci lega. Oggi l’Italia può di nuovo tornare a ricostruire lo stato somalo, così come è stata l’Italia ad aiutarci a crearlo 60 anni fa“.
Invece oggi il ruolo di capofila occidentale nella ripresa economica di Mogadiscio è occupato dal Regno Unito, attirato dai giacimenti petrolifere del Puntland. La scarsa proiezione internazionale di Roma, unita ad una mancanza di visione di lungo periodo sul nostro ruolo nel mondo, ha fatto sì che Londra ci soffiasse un’occasione che faremmo meglio a riprenderci al più presto. Un concreto piano di investimenti per aiutare i somali – e gli eritrei – a rialzarsi sarebbe quanto mai opportuno, posto che anche se l’Italia non si interessasse più della Somalia, la Somalia prima o poi tornerebbe comunque ad interessarsi dell’Italia. Che cosa succederebbe se Mogadiscio chiedesse a Roma un risarcimento per i veleni che le nostre navi hanno scaricato sulle loro coste? 

* Articolo originariamente comparso su The Fielder

Il Grande gioco della Repubblica Centrafricana

Ciò che sta succedendo nella Repubblica Centrafricana presenta aspetti inquietanti e addirittura misteriosi. Accanto ad una situazione umanitaria disastrosa (ampiamente denunciata da Amnesty International e documentata anche grazie all’uso di immagini satellitari), gli eventi susseguitisi nelle ultime settimane restituiscono un quadro molto più ingarbugliato di quanto appariva alcuni mesi fa.

I fatti

Come sappiamo, la rivolta è iniziata il 10 dicembre 2012, quando la formazione Séléka (alleanza, in lingua sango), una coalizione di gruppi ribelli di cui facevano parte anche molti dei combattenti precedentemente coinvolti nella guerra civile degli anni Duemila, hanno accusato il governo del presidente François Bozizé di non voler rispettare gli accordi di pace firmati nel 2007 e nel 2011. La coalizione, partita dal nord del Paese, ha via via occupato importanti città nelle regioni centrali e orientali fino a giungere nella capitale Bangui il 24 marzo 2013, obbligando Bozizé a lasciare il Paese – il 31 maggio l’ex presidente sarebbe stato incriminato per genocidio e crimini contro l’umanità.

Il 18 aprile, il capo delle milizie Séléka, Michel Djotodia, autoproclamatosi presidente, è stato riconosciuto come il capo di transizione di governo nel corso di un vertice regionale a N’Djamena (capitale del Ciad, sostenitore occulto dei ribelli). Ma il neo presidente non è riuscito a riportare il Paese alla normalità, la cui situazione è invece precipitata in estate. Oggi i rapporti di osservatori esterni parlano di gravi violazioni dei diritti umani (compreso l’uso di bambini soldato), stupri, torture, esecuzioni extragiudiziali, sparizioni forzate nonché della presenza di oltre 460.000 sfollati: il 10% su una popolazione di 4,6 milioni di abitanti.

In risposta alle violenze perpetrate da Séléka, in varie zone del Paese hanno fatto la loro comparsa dei gruppi cd. di Autodifesa chiamate “anti balakas” (anti machete) con il compito di respingere la presenza dei miliziani dai rispettivi territori, soprattutto nell’ovest.

Le domande

Tali sviluppi hanno avuto un’evoluzione molto strana rispetto alle premesse. Le milizie Séléka non dovrebbero più esistere. Il loro obiettivo era obbligare il governo di Bozizé a rispettare gli accordi di pace oppure a lasciare il potere in caso di rifiuto, dopodiché il neo presidente Djotodia le ha ufficialmente sciolte. Da allora, invece, le loro fila sono state ingrossate da criminali comuni e mercenari provenienti da Ciad e Sudan e, soprattutto, circa 6.000 bambini soldato. Oggi Séléka conta circa 20.000 effettivi.

Anche i gruppi di Autodifesa hanno fatto registrare un salto di qualità. Recentemente hanno conquistato l’aeroporto di Bouar, nel sudovest del Paese, andando dunque ben oltre quella che era la normale difesa dei propri villaggi. In questo caso hanno ingaggiato battaglia con milizie molto ben armate e preparate, vincendo.

Inoltre, a luglio l’Unione africana ha annunciato l’invio di una forza di peacekeeping (chiamata MICOPAX: 3500 soldati previsti, appena 2600 quelli arrivati alla fine di ottobre) per proteggere la popolazione civile ma da allora le violenze sui civili sono aumentate, anziché diminuire.  

Così le domande si accumulano: perché la forza multinazionale non è intervenuta? Perché Séléka è ancora attiva e armata? E infine, come si spiega il mutamento dei gruppi di Autodifesa da formazione volontaria ad organizzazione paramilitare? Chi c’è dietro gli uni e gli altri contendenti?

La partita di Bangui

L’impressione è che nella Repubblica Centrafricana si stia giocando una partita che va ben oltre le forze in campo.

La partita vede impegnata innanzitutto la Francia, che aveva scaricato Bozizè colpevole di aver manifestato l’intenzione di cedere diritti di prospezione e sfruttamento di materie prime minerarie a potenze esterne (in primo luogo la Cina) ma anche ad una potenza coloniale come il Sudafrica, che aveva già un contingente di militari sul posto.

Lo scorso gennaio, con la scusa dell’imminente operazione Serval in Mali, a cui negli stessi giorni si sovrapponeva l’improvvisato (quanto demenziale) tentativo di liberare un agente segreto prigioniero in Somalia, l’Eliseo ha tacitamente abbandonato Bozizé al proprio destino, di fatto appoggiando l’avanzata di Séléka. Già qualche mese dopo, però, i francesi si sono resi conto che i guerriglieri sono in realtà una accozzaglia di movimenti più che rissosi e soprattutto portatori di interessi esterni.

Tutto questo a scapito proprio di Parigi, ex madrepatria, che ha sempre attinto alle ricchezze centrafricane a prezzi di favore ma che adesso rischia di perdere posizioni. Da qui la decisione di Hollande di spedire un contingente di oltre 1.000 uomini per cercare di ristabilire l’ordine.

La conseguenza più preoccupante di tale coinvolgimento esterno è che, accanto alle più tradizionali tensioni interetniche, si registra anche un netto aumento degli scontri tra gruppi religiosi. Si tratta di un fatto nuovo in Centrafrica, dove la maggioranza della popolazione è cristiana, come lo erano Bozizè e tutti gli altri presidenti che l’avevano governata fin dall’indipendenzaLa maggior parte dei miliziani di Séléka, così come il presidente Djotodia, sono invece musulmaniMolti di loro rispondono ai richiami religiosi che arrivano da attori più o meno occulti come alcuni Paesi arabiE dove ci sono le forze dell’integralismo islamico, ci sono anche lauti finanziamenti – quasi sempre in partenza dal Golfo – a cui, in questo caso, si aggiungono il sostegno militare logistico di attori regionali come il Sudan e il Ciad. 

Ancora, lo scenario vede la presenza, nemmeno troppo mascherate, delle potenze emergenti asiatiche e della principale potenza continentale, il Sudafrica, che ha forti interessi in Centrafrica – primo fra tutti: strappare il controllo del mercato dei diamanti dalle mani di Séléka. “Soluzioni africane per problemi africani” è il mantra di Pretoria, la cui agenda odierna è però diversa da quella che aveva ai tempi di Mandela, in quanto più interessata alle risorse naturali che al progresso dei diritti umani nel continente. Così la mossa del Sudafrica è letta come un’azione di contrasto alla presenza militare francese nell’Africa subsahariana, dove Parigi gioca ancora un ruolo dominante in quella che fu la Françafrique.

E’ infine da notare come la reazione delle Nazioni Unite sia praticamente nulla, se si eccettua la proposta del Segretario generale Ban Ki-moon di inviare una missione di peacekeeping nel Paese.

Niente di nuovo sotto il sole d’Africa, dove le guerre si fanno come al solito per procura e le forze locali sono solo comparse.

Corno d’Africa, alle radici del conflitto permanente

Il 21 settembre un gruppo di uomini armati attaccano il lussuoso centro commerciale Westgate a Nairobi, in Kenya, sparando ad almeno 68 persone e ferendone quasi 200; l’attentato viene rivendicato dall’organizzazione al-Shabaab. Nella notte tra il 2 e il 3 ottobre 366 migranti (bilancio destinato a rimanere provvisorio), per lo più somali ed eritrei, muoiono annegati a largo di Lampedusa. Pochi giorni dopo due raid delle forze speciali statunitensi ai abbattono in simultanea su Libia e Somaliail primo porta alla cattura del qaidista Abu Anas al-Libi, il secondo si conclude invece senza successo. Per trovare un filo conduttore fra tre eventi apparentemente slegati bisogna risalire al luogo da cui traggono origine: il Corno d’Africa.

L’arco di tensione

Tracciamo un’ideale linea di congiunzione tra i fattori alla base dell’instabilità regionale. L’arco di tensione inizia in Somalia. Il Paese manca di un’autorità statuale dal 1991, da quando al rovesciamento dell’allora dittatore Mohamed Siad Barre ha fatto seguito una guerra civile tuttora in corso. Attualmente, il Paese è suddiviso in cinque entità statali più o meno autonome, che esercitano ciascuna un diverso grado di controllo del territorio vista l’impossibilità di ricondurlo interamente sotto un’unica autorità. Oggi la Somalia rappresenta una realtà meramente cartografica i cui confini sono risibili se paragonati alla ristrettezza degli spazi su cui il governo federale esercita una sovranità effettiva. Nella parte meridionale è in atto un processo di desertificazione, accelerato dai frequenti fenomeni di siccità. Nel 2011 quest’area è stata colpita dalla più grave carestia degli ultimi sessant’anni, tale da portare all’esodo di 14 milioni di persone. Le carestie vengono dichiarate con molta cautela e in Somalia non accadeva dal 1992.
Proprio a Sud è attiva la milizia islamista al-Shabaab. Il gruppo nacque nel 2006 come movimento giovanile estremista all’interno dell’Unione delle Corti Islamiche, prendendone dopo che l’Unione fu sconfitta dalle forze del Governo Federale di Transizione (GFT) somalo coadiuvate dal decisivo contributo dell’Etiopia. Dopo un’iniziale periodo di terrore, il controllo degli Shabaab sul territorio ha subito un forte ridimensionamento in seguito all’intervento dell’AMISOM missione dell’Unione africana per contrastare la milizia, nonché delle forze armate del Kenya e ancora dell’EtiopiaL’abbandono tattico di Mogadiscio, la perdita dell’importante località di Chisimaio e la frammentazione in più gruppi, molto diversi tra loro per ideologia e finalità d’azione, ha determinato un formale indebolimento della minaccia da loro rappresentata. Almeno fino allo scorso settembre, quando l’attacco al centro commerciale Westgate di Nairobi ha segnato l’avvio di una nuova fase nella lotta armata volta a colpire i Paesi coinvolti nel processo di stabilità della Somalia.

L’arco prosegue in Etiopia. Per oltre un ventennio la volontà di potenza di Addis Abeba ha avuto un nome e un cognome: Meles Zenawi, Presidente della Repubblica prima e primo ministro poi, detentore di un potere quasi assoluto dal 1991 fino al 21 agosto 2012, giorno della sua morte. Anni nei quali ha trasformato il Paese attraverso una mentalità orientata allo sviluppo (fedelmente il modello cinese) nonché l’inaugurazione di quel federalismo che oggi suddivide l’Etiopia in nove macroregioni a base etnica. Sotto la sua guida l’economia ha cominciato a crescere vertiginosamente; inoltre il sontuoso progetto di costruzione della diga idroelettrica Gibe 3 da lui promosso, al di là delle tensioni con l’Egitto in merito allo sfruttamento delle acque del Nilo dovrebbe permettere all’Etiopia di diventare il principale esportatore energetico del Corno d’Africa.
Tuttavia questo è solo un volto di Zenawi, quello più luminoso, che lui mostrava al mondo. Il defunto premier aveva la capacità di comprendere ciò che noi stranieri volevamo sentirci dire: parlava la nostra lingua. Accanto ai potenti si mostrava pacato, conciliante e disposto al dialogo con tutti. Lotta alla povertà e lotta al terrorismo erano il succo dei suoi discorsi. Ma sul versante interno il suo tono era molto diverso. Ha proseguito la censura del regime di Mengistu, coprendo perfino le notizie su carestie e siccità e macchiandosi di svariate violazioni di diritti umani e reprimendo ogni dissenso. Nel maggio del 2005, quando diversi leader del Cud (Coalition for Unity and Democracy), il principale partito di opposizione, sono stati arrestati insieme a diverse migliaia di giovani manifestanti scesi in piazza per protestare contro l’Eprdf (Ethiopian People’s Revolutionary Democratic Front), la coalizione di Zenawi, il premier rispose con una durissima repressione che lasiò sul campo 193 morti e oltre 700 feriti.
A un anno dalla sua scomparsa, l’Etiopia continua a muoversi lungo il solco tracciato dal defunto premier, ma in un Paese dove la fine di un sovrano è stata sempre accompagnata da eventi traumatici e aspri conflitti non sono esclusi futuri sconvolgimenti.

Incastonata tra Somalia, Etiopia ed Eritrea troviamo la repubblica di Gibuti (ex Somalia francese). La posizione strategica tra il Mar Rosso e l’Oceano Indiano di questa piccola nazione (23 mila chilometri quadrati per meno di un milione di abitanti) non poteva lasciare indifferenti le maggiori potenze globali, tanto che oggi nella repubblica sono presenti tutti i principali eserciti del mondo – a cominciare da quello americano che qui dispone anche di una base per droni – e nel suo porto transitano navi di tutte le potenze. Oggi il Paese è un vero e proprio laboratorio militare e marittimo internazionale. Secondo vari servizi di intelligence, qui risiedono diversi personaggi di spicco della pirateria attiva in tutto l’Oceano Indiano. Presenti anche alcuni leader dell’integralismo islamico di tutta l’Africa Orientale trovano rifugio.
La massiccia presenza militare straniera nel Golfo di Aden, indice dell’elevata importanza di questo quadrante, assicura al Paese (rectius: al regime guidato dal dittatore Ismail Omar Guelleh), il titolo di nazione più stabile del Corno d’Africa. In realtà parliamo di uno dei Paesi più poveri del continente, con una classe media quasi inesistente e che importa quasi tutti i beni di prima necessità che consuma, malgrado le cospicue rendite portuali e gli aiuti finanziari che la repubblica riceve annualmente dall’ex madrepatria e dagli Usa. Questa ambigua doppia veste di stabilità politica e povertà diffusa fa di Gibuti un paradosso che riassume tutte le contraddizioni dell’Africa del terzo millennio.

L’arco di tensione termina in Eritrea, Stato con un solo partito e con un governo retto da un presidente, Isaias Afewerki, che detiene il potere dal 1993, anno dell’indipendenza. L’Eritrea è un Paese dove i diritti umani sono sostanzialmente calpestati. tanto da essere paragonato ad una  prigione naturale, una sorta di Corea del Nord nel continente nero. Amnesty International descrive un Paese dove “l’arruolamento militare nazionale è rimasto obbligatorio e spesso esteso a tempo indeterminato“. il servizio militare – obbligatorio per gli adulti di età compresa tra i 18 ed i 50 anni – è implementato in maniera coercitiva e spinge ogni anno migliaia di giovani ad abbandonare il Paese. Ufficialmente, la leva è giustificata dalla costante minaccia di nuove operazioni belliche contro l’Etiopia; di fatto, assicura al regime un controllo sulla popolazione pressoché totale. Spesso il governo di Asmara impiega la leva obbligatoria per imprigionare gli oppositori o per garantirsi una forza lavoro a costo zero. Secondo stime ONU, nel Paese vi sono tra i 5.000 e i 10.000 prigionieri politici.
L’Eritrea vanta tristemente uno dei tassi di emigrazione in rapporto alla popolazione più elevati al mondo: dal 2000 ad oggi si stima che oltre 250 mila persone abbiano abbandonato il Paese su una popolazione di 6 milioni totali. Uno degli aspetti più raccapriccianti delle migrazioni dall’ex colonia italiana è che queste alimentano un business dalle proporzioni non indifferenti. Nel corso dei loro viaggi, i migranti in fuga dall’Eritrea (nonché dagli altri inferni del Corno d’Africa) vengono venduti; chi li porta da una frontiera all’altra, realizza il proprio profitto. Da lì in avanti tocca agli acquirenti guadagnare sulle loro vite, e così via. E in cima a questa filiera, per quanto riguarda le persone in fuga dall’Eritrea, troiamo Teklai Kifle “Manjus” e Kassate Ta’ame Akolom, rispettivamente generale e operativo dell’intelligence di Asmara, responsabili secondo gli ispettori Onu della tratta di esseri umani. La fuga non riguarda solo la gente comune: molti alti gradi delle gerarchie di potere hanno preferito seguire la stessa sorte, come i due alti ufficiali dell’Aviazione volati in Arabia Saudita su un aereo di lusso sottratto al presidente lo scorso anno, mentre tra i richiedenti asilo spiccano i nomi del ministro dell’Informazione, di un importante medico chirurgo nonché di gran parte della squadra nazionale di calcio.
Inoltre, tra tutti gli africani che decidono di emigrare gli eritrei sono i più perseguitati, anche all’estero. In primo luogo perché il regime impone una tassa (cd. “della diaspora”) del 2% sui redditi prodotti dai migranti. Si tratta di una imposta introdotta ufficialmente nel 1995 – ma che in realtà affonda le sue radici ancora prima – e che se non versata comporta l’impossibilità di rinnovare i documenti, compiere atti giuridici in Eritrea, inviare aiuti ai familiari, e perfino di rientrare in patria. Nata ufficialmente con l’intento di garantire risorse per la ricostruzione del Paese all’indomani della guerra, in concreto l’imposta assicura al regime un fiume di denaro quasi mai tracciabile che si teme venga usato per finanziare traffici d’armi nel Corno d’Africa. In secondo luogo, i familiari rimasti in patria dei migranti diventano oggetto di persecuzioni. Per questa ragione i superstiti della tragedia di Lampedusa hanno commentato la presenza dell’ambasciatore di Asmara nella cerimonia di commemorazione delle vittime svoltasi ad Agrigento come un “insulto alle vittime“.

* Articolo comparso originariamente su The Fielder