#Asia, le dispute per l’#acqua

Fiumi contesi sono disseminati in tutto il pianeta e l’Asia non fa eccezione. Cina, India, Indocina e Bangladesh disputano intorno ai corsi d’acqua che sgorgano dall’Himalaya. In Asia centrale, Tagikistan e Turkmenistan pianificano enormi dighe e sbarramenti che rischiano di pregiudicare i diritti dell’Uzbekistan, a valle. Quest’ultimo, come pure il Kazakistan, non ha ancora trovato una soluzione per arrestare la scomparsa del Lago d’Aral. E poi ci sono i grandi Paesi emergenti come Cina e India, che continuano a costruire nuove centrali idroelettriche per spingere la loro espansione economica. Fenomeno che, lungi dall’essere vissuto come un processo di integrazione, sta generando tensioni soprattutto tra Pechino e i suoi vicini per lo sfruttamento dei fiumi in comune. Tutti i fiumi del Sudest asiatico nascono in Cina, o meglio ancora in Tibet: circa un miliardo di persone all’interno Repubblica popolare e più di 1,5 miliardi di persone fuori vivono della loro acqua.

[Continua su L’Indro]

#Acqua: le dispute per l’oro blu in #MedioOriente

Tra le regioni sottoposte a una condizione di un elevato stress idrico, il Medio Oriente spicca per pericolosità e per le implicazioni strategiche che una guerra per l’acqua potrebbe avere. Un’area dove l’acqua è essa stessa un fattore strategico, in grado di esacerbare una tensione già elevata a causa di ragioni storiche, politiche e religiose.

[Continua su L’Indro]

#Africa, le guerre per l’#acqua

In Africa il rischio di idroconflitti è particolarmente elevato. In molti Paesi l’irrigazione agricola, legata ad economie essenzialmente di sussitenza, dipende in misura pressoché totale dalle condizioni climatiche. Con la domanda idrica in continua crescita, amplificata da diversi fattori come l’esplosione demografica, l’ineguale distribuzione e le croniche inefficienze di gestione, la condivisione delle risorse di ‘oro blu’ fra due e più Stati può essere motivo di forti attriti, dato che ogni Paese nel continente ha almeno un fiume in comune e quindici Paesi ne hanno in comune almeno cinque. Ciò determina situazioni di concorrenza per lo sfruttamento della risorsa acqua molto spesso aggravate dalla mancanza di politiche territoriali ed ecologiche unitarie e organiche.

[Continua su L’Indro]

L’emergenza #acqua in #Europa

L’emergenza acqua non riguarda soltanto i Paesi in via di sviluppo, ma anche l’evoluta Europa. Nel complesso il Vecchio continente ha acqua in abbondanza: circa 4000 metri cubi pro capite. La sua distribuzione è nient’affatto uniforme: si va dai 2800 metri cubi della Spagna agli oltre 90mila della Norvegia, fino al primato mondiale dell’Islanda (624mila). Le difficoltà di accesso all’acqua potabile rappresentano solo casi isolati e perlopiù dovuti a guerre civili (ex Jugoslavia), inquinamento (Danubio, Reno, Sud della Francia), inefficienze di gestione (Sud Italia ed Est Europa), ma dai numeri arrivano comunque segnali allarmanti.

[Continua su L’Indro]

L’#acqua in numeri

Le stime più affidabili ci dicono che sulla Terra esistono circa 1,4 miliardi di km3 d’acqua totali, allo stato liquido e solido, fra oceani, laghi, fiumi, ghiacciai e falde sotterranee. Può sembrare una grande quantità, ma di questa la parte utilizzabile dall’uomo è minima: appena il 2,5%, corrispondenti alle riserve d’acqua dolce.

[Continua su Il Falso quotidiano]

Guerre per l’#acqua, dal conflitto al confronto

Per avere un’idea di come la condivisione dell’acqua rappresenti un potenziale innesco di tensioni è sufficiente notare che la parola ‘rivale’ deriva dal latino rivalis, cioè qualcuno che usa lo stesso fiume di un altro. Una curiosità etimologica che riassume di fatto gli ultimi cinque millenni di storia umana.

[Continua su L’Indro]

#Acqua, risorsa geopolitica e geoeconomica

L’acqua è fonte di vita ed è una risorsa alla base delle principali attività umane, come l’agricoltura e la produzione industriale. Essa, come l’aria, rappresenta è una risorsa particolare: rinnovabile, ma non incrementabile e, soprattutto, non sostituibile. Nel nostro pianeta ce n’è esattamente la stessa quantità che c’era in epoca preistorica. Rispetto ad allora però ci sono molto più persone, e l’esigenza di nutrire una popolazione mondiale in rapida crescita – nel 2050 toccherà quota nove miliardi, per circa il 70% concentrata in insediamenti urbani – farà della corsa all’acqua la vera posta in gioco del nuovo millennio, aumentando la competizione locale e globale per il suo controllo.

[Continua su L’Indro]

Egitto ed Etiopia, si riaccende la contesa sul Nilo

Mercoledì 29 maggio l’Etiopia ha dato avvio alla costruzione della Grand Ethiopian Renaissance Dam, ossia la colossale – e più volte minacciata – diga che devierà il corso del Nilo Azzurro.  Il progetto (in appalto all’italiana Salini Costruttori) presenta numeri impressionanti: una volta ultimata, l’opera sarà estesa 1780 metri e alta 145 sul Nilo Azzurro (che rappresenta l’85% della portata dell’intero fiume), il bacino che ne deriverà potrà contenere 63 miliardi di metri cubi d’acqua che dovrebbe dare all’Etiopia un impianto da 6.000 megawatt e creare la più grande potenza energetica del Corno d’Africa. Il più grande progetto idroelettrico del Continente. Costo totale: 4,8 miliardi di dollari, in gran parte provenienti da capitali cinesi.
La cerimonia semplice per l’apertura del cantiere, officiata dal vicepremier etiope Demeke Mekonnin, al Cairo è diventata la notizia dei tg della sera. Questo perché l’irrisolta questione circa lo sfruttamento del Nilo spaventa l’Egitto più dell’instabilità politica o delle tensioni nel Sinai. Due anni fa ne parlavo qui.

Al Cairo – ed anche a Khartoum, altra beneficiaria – si teme che milioni di persone rischino la fame se il progetto etiopico andrà in porto. Già oggi ogni cairota ha una disponibilità d’acqua che è la metà della media mondiale. In seguito alla costruzione della diga, non solo la portata d’acqua del fiume verrebbe drasticamente ridotta, ma anche una gran parte del limo verrebbe trattenuta dalla diga senza mai arrivare a fertilizzare i campi coltivati in Egitto.
Appena pochi giorni prima dell’avvio dei lavori, Egitto ed Etiopia si erano accordati sulla necessità di “proseguire nelle attività di coordinamento per la questione del Nilo Azzurro, impegnando entrambe le parti a non danneggiare l’altra”. L’intesa prevedeva l’istituzione di una commissione mista tra Egitto, Etiopia e Sudan per discutere del progetto etiopico al fine di trovare una soluzione che potesse essere condivisa da tutte le parti in causa. L’annuncio di Addis Abeba ha però fermato tutto, lasciando egiziani e sudanesi in grande preoccupazione.
Il portavoce del governo etiope ha dichiarato che “la deviazione del corso del Nilo Blu sarà solo temporanea e che le sue acque non saranno utilizzate per irrigare i campi, ma solo per questioni energetiche”. Nonostante le rassicurazioni ufficiali però, il governo del Cairo appare diffidente.

Secondo l’Osservatorio Iraq:

il governo egiziano è ben consapevole dei rischi che corre.
Come confermato dai dati Fao (Food and Agriculture Organization) e Aquastat (Fao’s Information system on water and agriculture), il paese ha serie difficoltà nel garantire fonti idriche rinnovabili e la maggior parte delle risorse (circa l’86%) viene principalmente utilizzata per usi agricoli.
Ora si deve considerare come, nonostante la manifesta povertà idrica, l’Egitto stia fortemente incrementando la propria produzione di grano, coltura che notoriamente richiede un notevole dispendio di ‘oro blu’.
Come potrà dunque sostenere una crescente produzione a fronte di una netta diminuzione delle risorse idriche e dei piani dei paesi del corno d’Africa sul bacino del Nilo?
Sì, perché la cronica deficienza di acqua egiziana assumerà un trend ancora più negativo nei prossimi anni: dagli attuali 640 metri cubi pro capita ai 370 del 2050. Un calo netto ed apparentemente inarrestabile.
Finora, come sottolineato dal ministro per le Risorse Idriche, Mohamed Baha’a El-Din, l’Egitto ha potuto supplire le altrui mancanze – ossia quelle degli altri Stati africani – finanziandone le economie e limitando conseguentemente le sue pretese su un fiume di cui resta comunque il principale utilizzatore.
“Negli ultimi anni l’Egitto ha fornito 26,6 milioni di dollari al Sudan, 20,4 all’Uganda e ha contribuito al finanziamento di 100 pozzi d’acqua in Tanzania per un costo di 6 milioni”.
Sempre il ministro [egiziano] ha aggiunto che è stato firmato un accordo del valore di 10,5 milioni in cinque anni con la Repubblica Democratica del Congo al fine di sostenere la gestione delle risorse idriche.
Come sostenere questi costi se il paese vive oggi una delle sue più gravi crisi economiche di tutti i tempi? E se dovesse mancare acqua all’agricoltura locale, come si garantirebbe la produzione di grano, elemento indispensabile per produrre pane?
In un interessante articolo apparso sul sito egiziano “Rebel Economy” la mancanza di pane viene definita come: “la madre di tutte le crisi”.
Non è un caso allora che l’argomento sia particolarmente sentito in patria e che molti analisti parlino di “fallimento governativo”, con Hani Raslan, capo del Dipartimento Sudan and Nile Water Basin, che denuncia: “Hanno ipnotizzato la società egiziana, facendo sembrare la questione molto più piccola rispetto a quelle che poi saranno le sue ripercussioni”.
Ripercussioni che il governo continua a minimizzare, tanto più che fonti interne al ministero della Difesa escludono qualsiasi ricorso alla forza per risolvere la questione, seminando il dubbio che l’Egitto fosse già a conoscenza delle intenzioni etiopi sin da novembre.
Tuttavia, come sempre accade in questi casi, le voci sono particolarmente discordanti. Secondo al-Ahram, dal ministero degli Esteri è stata espressa forte preoccupazione per gli obiettivi del progetto che è stato accolto con “shock e sorpresa” dagli addetti ai lavori. Una versione che contrasta dunque con l’idea che il Cairo fosse già stato avvisato del progetto.
Inoltre, le dichiarazioni dell’ambasciatore egiziano a Khartoum, Kamal Hassan, contribuiscono a complicare la situazione: l’Egitto potrebbe chiedere l’intervento della Lega araba per chiarire la situazione con l’Etiopia.
Al momento quindi l’unica certezza sembra essere quella per cui l’Egitto non può permettersi di perdere nemmeno una goccia d’acqua del patrimonio idrico fornito dal Nilo (circa 55 milioni di metri cubi), onde evitare quanto accaduto nel 2012, quando la scarsità di oro blu ha interessato alcune delle aree più povere del paese.

Come conclude il Corriere della Sera:

Diceva Erodoto, assai citato dalla stampa egiziana, che l’Egitto è un dono del Nilo. «Non dimenticate mai che fu una nostra regina, Iside, a fondarvi», ribatte la propaganda etiope. Fiumi di retorica, per ora. Finché le acque non cominceranno a scaldarsi davvero.

Cina, padrona di tutte le acque

Ultimamente la Cina ha molti problemi con i suoi vicini. Oltre alle dispute sui confini marittimi nel Mar Cinese Meridionale, a sollevare le cancellerie indocinesi c’è la questione del Mekong. Si tratta del dodicesimo fiume al mondo per lunghezza (4.900 km) e il decimo come portata d’acqua, e come tale è fonte di vita per tutte le aree che attraversa. Ma quest’anno il livello del fiume è stato il più basso degli ultimi trent’anni, accentuando il problema della scarsità idrica in un contesto, come quello del sudest asiatico, caratterizzato da una forte crescita demografica.
Ad aggravare la situazione ci pensa la politica. Entro il 2025 il Mekong sarà arginato, deviato, rallentato, da una ventina di dighe, di cui almeno otto in Cina (per una capacità complessiva di 15.200 MW, sufficienti per 75 milioni di persone) e undici nel suo corso inferiore. I governi interessati evitano di alzare la voce perché le élite locali sono legate a doppio filo con il regime di Pechino, dal quale ricevono finanziamenti e benefits, ma non è escluso che la questione possa innescare una spirale di conflitti in un futuro prossimo.
Benché le guerre per l’acqua rappresentino uno scenario meno frequente di quanto si creda, il problema non va comunque sottovalutato. il crescente fabbisogno idrico e il circa le conseguenze del riscaldamento globale lasciano intravedere un avvenire quanto mai complicato per il continente asiatico. Per smorzare le tensioni basterebbe programmare le politiche in un quadro di cooperazione con i Paesi a valle, ma Pechino sembra avere un’avversione per un approccio multilaterale alla questione idrica.

Continua a leggere

Nilo, per Egitto ed Etiopia fonte di vita e discordia

Lo sfruttamento del Nilo è motivo di crescente tensione tra l’Egitto e gli stati alla fonte, in particolare l’Etiopia. Questi ultimi, e l’Etiopia in particolare, ne reclamano un utilizzo maggiore, ma Il Cairo e Khartoum si appellano ad un trattato del ’59 che garantisce loro un diritto quasi esclusivo sulle acque del fiume. Ogni tentativo di accordo è andato a vuoto. E il progetto di dighe annunciato dall’Etiopia potrebbe chiudere i rubinetti per gli Stati a valle.

1. Se per millenni il flusso rigoglioso delle sue acque ha donato ricchezza e prosperità alle terre che bagnava, oggi il Nilo è lo scenario di un duro scontro che oppone l´Egitto agli altri paesi che ne condividono la portata. Rivendicandone uno sfruttamento sempre maggiore.
Questo perché il regime dei diritti sulle risorse idriche è ancora regolato da una convenzione stipulata dalla Gran Bretagna (allora potenza coloniale della regione) nel 1959 e mai aggiornata, che assegna il 55% delle acque all’Egitto e il 22% al Sudan. Lasciando quel che avanza a Burundi, Ruanda, Tanzania, Uganda, Congo, Kenya ed Etiopia.
Conclusa l’era del colonialismo da quasi mezzo secolo, tali stati sono ancora ad un accordo che qualcun altro ha concluso per loro. E che nelle sue conseguenze pratiche impedisce loro di costruire dighe e centrali idroelettriche, alimentare terreni agricoli e dare vita ad un processo di sviluppo che non riesce a decollare a causa della scarsità di acqua disponibile.

2. Il 14 maggio 2010, ad Entebbe, in Uganda, il paese ospitante, la Tanzania, il Ruanda e in seguito il Kenya hanno firmato il protocollo d’intesa “Cooperative Framework agreement”che vincola i Paesi aderenti a formare una nuova Commissione per gestire lo sfruttamento idrico del Nilo e che resterà aperto alle adesioni per un anno.
Già un mese prima si era tenuto un altro incontro a Sharm El Sheik, in Egitto, conclusosi con un nulla di fatto. Sudan ed Egitto avevano proposto di istituire una commissione per i dieci paesi del bacino del fiume (i sette paesi a monte del fiume menzionati prima, più l’Egitto e il Sudan, assieme all’Eritrea, osservatore nell’Nbi), idea bocciata dai paesi a monte.
In base all’accordo di Entebbe, la quota delle acque del bacino del Nilo di ciascuno Stato dipenderà da variabili quali la popolazione, contributo al flusso del fiume, il clima, le esigenze sociali ed economiche, e, soprattutto, gli usi attuali e potenziali delle acque. All’accordo ha aderito anche il Burundi lo scorso marzo. Si attende anche l’ingresso del Sud Sudan, se e quando le attuali tensioni con Khartoum saranno pacificate.
Un buon risultato, senza dubbio. Se non fosse che Egitto e Sudan, ossia i principali consumatori delle acque del Nilo, hanno boicottato l’incontro, fermi sulle proprie posizioni. E quale futuro potrà avere un accordo concluso senza gli attori maggiormente interessati?
La riunione del Nbi in programma il 29 giugno 2010 ad Addis Abeba, cominciata sotto ottimi auspici già contenuti nel titolo (Lavoriamo tutti assieme per un futuro migliore), è finita invece in un parapiglia dove sono fioccate le accuse e si sono sfiorati gli insulti, con i ministri delle Risorse idriche di Sudan e di Egitto che hanno risposto per le rime al loro collega etiopico.

3. Oggetto del contendere è l’art. 14B del Cfa, che sancisce il principio inviolabile della sicurezza idrica di tutti i paesi del bacino del Nilo. Benché non modifichi il regime sancito dai precedenti trattati, la disposizione apre la strada ad una possibile revisione delle quote di utilizzo del fiume tra gli Stati rivieraschi. Una prospettiva che l’Egitto ha cercato in tutti i modi di scongiurare.
Tuttavia, basterebbe già l’art. 4 dello stesso trattato, secondo il quale è necessario fare delle acque un uso “equo e ragionevole, tenendo in considerazione l’interesse di tutti i paesi interessati”, a suggerire una possibile revisione delle quote in futuro.
Ad oggi il Cfa è stato firmato da sei Paesi, numero minimo affinché il trattato possa entrare in vigore. Contemporaneamente, dovrà essere costituita la Commissione del bacino del Nilo, la quale prenderebbe il posto della Nbi, per affrontare il tema della sicurezza idrica dei Paesi litoranei.
Il punto più controverso della vicenda resta comunque il rapporto tra i vecchi trattati e il Cfa. Se è vero che Egitto e Sudan non hanno partecipato al secondo, è anche vero che Etiopia, Burundi, Ruanda e Congo non sono in alcun modo vincolati ai primi. A norma del diritto internazionale, gli Stati sorti all’indomani della decolonizzazione non partecipano agli accordi conclusi dai colonizzatori. Una parziale eccezione è rappresentata dai trattati cd. “localizzabili”, ossia riferiti all’uso di determinate porzioni di territorio, qual è quello del 1929. Ma Kenya, Tanzania e Uganda, una volta acquisita l’indipendenza, hanno dichiarato di non sentirsi legati ad esso.

4. Secondo una leggenda etiope la dea Iside, prima regina d’Egitto, sarebbe giunta nella Terra dei Faraoni partendo proprio dall’Etiopia. Un’epopea che il governo di Addis Abeba non manca mai di rimarcare nei suoi rapporti con Il Cairo, quando l’oggetto del contendere è appunto lo sfruttamento del Nilo. Già nel XIII e nel XV secolo gli imperatori etiopi minacciarono di limitare il flusso verso l’Egitto.
Considerando che l’85% delle acque del fiume proviene dal Nilo Azzurro, che nasce sull’altopiano etiopico, è evidente lo Stato del corno d’Africa gioca un ruolo centrale nelle vicenda. Un trattato del 1902, siglato tra Londra e Addis Abeba, relativo alla definizione dei confini tra Etiopia e Sudan, tra le altre cose imponeva al governo etiope di non realizzare alcuna opera che arrestasse il corso del fiume senza il preventivo assenso britannico. Anche qui, siamo di fronte ad un accordo firmato da altri protagonisti in altri tempi. Un accordo a cui l’Etiopia non si sente vincolata.
Per Addis Abeba la questione è di cruciale importanza. Poco sviluppato, affetto da carestie e dilaniato da conflitti interni (per la secessione dell’Ogaden) ed eterni (quello con l’Eritrea, congelato, e quello in Somalia, sempre vivo) con accesso limitato alle risorse, l’Etiopia ha un crescente bisogno di acqua. Attualmente il paese fruisce dell’1% di tutta l’acqua trasportata dal fiume, il che agli occhi di Addis Abeba è la causa principale del ritardato sviluppo del paese. Il primo ministro Meles Zenawi, al potere nel Paese da vent’anni , ha fondato buona parte della sua propaganda su un ambizioso progetto di costruzione di dighe (36 in tutto), che permetterebbe di irrigare 2,7 milioni di ettari tuttora incolti e di alimentare centrali elettriche nuove di zecca. E di soddisfare i bisogni di circa 15-20 milioni di persone (il 30-40% della popolazione).
I progetti annunciati da Addis Abeba sono realizzati (e realizzabili) con il fondamentale contributo di investimenti cinesi, divenuti sempre più consistenti. Nel solo mese di settembre del 2009, Pechino ha stanziato 900 milioni di euro per incentivare lo sviluppo dell’energia idroelettrica. A ciò va aggiunto un sostanzioso prestito che il governo etiope ha ricevuto dalla Banca Europea per gli Investimenti. Progetti che nei prossimi anni trasformeranno l’Etiopia in una potenza esportatrice di energia, soprattutto verso i paesi confinanti. E che aumentano il peso politico di Pechino nella contesa.
A fine 2009 sono stati inaugurati i lavori per la diga Tana Beles, un progetto che prevede di prelevare circa 7,5 miliardi di m3 dal lago Tana per scopi agricoli ed idroelettrici. Il Nilo Azzurro, emissario del lago, ne sarebbe quindi coinvolto. Prospettiva che ha allarmato i piani alti del Cairo, preoccupati che l’Etiopia possa ostruire o deviare il corso dell’affluente. Ma le esigenze di crescita di Addis Abeba non possono più aspettare.

5. La partita tra il Cairo e Addis Abeba, iniziata da tempo, al momento si giocherebbe soprattutto in campo neutro. In Somalia, dove etiopi ed egiziani sembrano schierati su fronti contrapposti. Almeno è ciò che si ripete negli ambienti della capitale etiope, dove molti accusano senza mezzi termini l’Egitto di sostenere i militanti islamici.
Il recente cambio di regime in Egitto potrebbe capovolgere le sorti (parziali) del confronto. Ora è l’Etiopia a condurre il gioco, forte degli investimenti cinesi, da un lato, e della debolezza interna dei rivali, dall’altro. In attesa che siano altre debolezze (Ogaden, Eritrea, Somalia) a riequilibrare temporaneamente la partita, come è sempre stato finora.
Una soluzione, se c’è, è ancora lontana dal venire.