Lo strano caso del #referendum in #Grecia

Celebrato da più parti come un “esempio di democrazia”, il referendum greco del 5 luglio presenta in realtà molte ombre. Non soltanto in riferimento alle sue conseguenze politiche ed economiche – al momento più che mai incerte, quanto per le modalità del suo stesso svolgimento. Continua a leggere

#Ungheria, involuzione democratica in corso

C’è un angolo d’Europa dove si può essere perseguitati solo perché gay, dove un partito d’estrema destra parla apertamente di schedatura dei cittadini ebrei, e dove si dibatte su una possibile reintroduzione della pena di morte. È l’Ungheria di Viktor Orbán, ogni giorno più lontana dai princìpi dello Stato di diritto.  Continua a leggere

#Cipro apre i porti alla flotta russa

Giovedì 25 febbraio la Russia ha firmato un accordo con Cipro per dare accesso ai porti ciprioti per la marina di Mosca e sta discutendo la possibilità di un’analoga disponibilità a dare appoggio all’aviazione per le missioni di soccorso umanitario e contro il terrorismo. Dopo il porto di Tartus (Siria), per mantenere il quale Putin posto il veto su ogni risoluzione ONU proposta per fermare il bagno di sangue a Damasco, il gigante russo guadagna un altro posto avamposto strategico sul Mediterraneo. Continua a leggere

La Svizzera rinuncia al cambio fisso e anticipa il QE di Draghi

Il Sole 24 ore, 15 gennaio:

La banca centrale svizzera ha deciso di porre fine alla politica di difesa del tasso di cambio di 1,20 franchi per euro che manteneva da tre anni a questa parte. La decisione, annunciata questa mattina, ha provocato un brusco calo del cambio euro-franco (qui il grafico di giornata).

La moneta unica, ferma da tempo sulla soglia di 1,20 franchi, è scesa fino a 0,85 registrando un ribasso del 30 per cento. Il franco si è apprezzato su tutte le sue principali controparti raggiungendo i massimi dal 1980 nel cambio con lo yen giapponese. Pesante la reazione anche della Borsa di Zurigo che è arrivata a perdere oltre l’11% (qui il grafico dell’indice Smi).

Le performance peggiori sono quelle dei grossi esportatori il cui business rischia di essere messo a rischio dall’eccessivo apprezzamento della valuta svizzera.

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Il lungo inverno che attende l’Ucraina

In Ucraina (o almeno in quel che ne resta) il Blocco Poroshenko, costituito dal partito Solidarietà del presidente in carica e da Udar di Vitaly Klitschko ha preso il 22% dei voti, superato di tre decimi dal Fronte Popolare del premier Arseniy Yatseniuk, primo partito su base nazionale. Ottimo risultato di Samopomich del sindaco di Leopoli, Andriy Sadovy, che con il 10,99% è stato il terzo partito più votato. Restano fuori dalla Rada le frange nazionaliste ed estreme di Praviy Sektor e Svoboda. Fuori anche i comunisti, mentre il partito di Yulia Tymoshenko ha varcato di poco la soglia di sbarramento.

Unanime il coro della stampa europea nel salutare l’esito del voto positivamente: europeiste sono ora cinque delle sei formazioni elette nella Rada, il 40% complessivo del duo Poroshenko-Yatseniuk rafforza la leadership al potere e il crollo degli estremisti fa dell’Ucraina uno dei paesi europei con la minore componente ultranazionalista.

In realtà si tratta di una lettura miope e superficiale. Innanzitutto perché ha votato il 52,42% degli aventi diritto: poco per un Paese chiamato a decidere del proprio futuro. La disaffezione dei cittadini ucraini si può spiegare con la sfiducia verso una classe dirigente che dalla scorsa primavera non è stata capace di abbozzare una soluzione ai problemi economici e sociali che attanagliano il Paese. Il presidente e il premier non hanno sfondato, dato che il 22% ciascuno equivale, sul totale dell’elettorato, all’11%. Continua a leggere

L’Europa della pace assediata da quattro guerre

Nell’estate che va concludendosi, l’Europa ha commemorato il centenario dello scoppio della Grande Guerra e i settant’anni dello sbarco in Normandia assistendo al divampare di quattro guerre appena fuori dai suoi confini. Alla liturgia delle celebrazioni si è sovrapposta la drammatica realtà di quattro guerre (Gaza, Iraq, Libia e Ucraina) che assediano il continente lungo quasi tutto il perimetro delle sue frontiere terrestri, dalla sponda Sud del Mediterraneo alle sconfinate pianure dell’Est. A cento anni dall’attentato di Sarajevo, l’Europa della pace si riscopre inseguita dallo spettro della guerra. Continua a leggere

Germania e Stati Uniti, c’eravamo tanto amati (e spiati)

È successo tutto in pochi giorni. Mercoledì 2 luglio i procuratori federali di Berlino fanno irruzione in casa di un impiegato dei servizi segreti tedeschi, che viene arrestato con l’accusa di aver passato più di 200 documenti riservati alla Cia, incluse le informazioni di una commissione di indagine parlamentare che si era occupata del caso Snowden. Cinque giorni dopo, la polizia tedesca perquisisce abitazione e ufficio di Berlino di un uomo, che secondo i media locali è un funzionario militare tedesco che – anche lui – avrebbe passato informazioni segrete agli Stati Uniti. Il gran finale arriva giovedì 10, quando la Germania annuncia l’allontanamento di un funzionario della Cia da Berlino.

Tecnicamente non è stata un’espulsione – al dirigente è stato solo consigliato di rientrare in patria e secondo la Sueddeutsche Zeitung, l’uomo in questione, accreditato come diplomatico, avrebbe lasciato il Paese in data 18 luglio – ma le conseguenza sono le stesse: siamo di fronte alla più grave crisi fra Germania e Stati Uniti dallo scontro Schröder-Bush sull’invasione in Iraq, e le ragioni sono profonde di quello che si può immaginare. Continua a leggere