#2015, il ritorno della #Russia

L’anno che sta per concludersi ha segnato il definitivo ritorno sulla scena internazionale di uno dei suoi storici interpreti: la Russia. Un ritorno avvenuto dapprima in uno dei suoi storici ruoli, ossia come antagonista dell’Occidente, per poi passare a quello di baluardo nella lotta al terrorismo. Il dato saliente è che, alla fine di settembre, la Russia ha iniziato a compiere attacchi aerei a sostegno del regime del dittatore siriano Bashar al Assad.

[Continua su L’Indro]

Il lungo inverno che attende l’Ucraina

In Ucraina (o almeno in quel che ne resta) il Blocco Poroshenko, costituito dal partito Solidarietà del presidente in carica e da Udar di Vitaly Klitschko ha preso il 22% dei voti, superato di tre decimi dal Fronte Popolare del premier Arseniy Yatseniuk, primo partito su base nazionale. Ottimo risultato di Samopomich del sindaco di Leopoli, Andriy Sadovy, che con il 10,99% è stato il terzo partito più votato. Restano fuori dalla Rada le frange nazionaliste ed estreme di Praviy Sektor e Svoboda. Fuori anche i comunisti, mentre il partito di Yulia Tymoshenko ha varcato di poco la soglia di sbarramento.

Unanime il coro della stampa europea nel salutare l’esito del voto positivamente: europeiste sono ora cinque delle sei formazioni elette nella Rada, il 40% complessivo del duo Poroshenko-Yatseniuk rafforza la leadership al potere e il crollo degli estremisti fa dell’Ucraina uno dei paesi europei con la minore componente ultranazionalista.

In realtà si tratta di una lettura miope e superficiale. Innanzitutto perché ha votato il 52,42% degli aventi diritto: poco per un Paese chiamato a decidere del proprio futuro. La disaffezione dei cittadini ucraini si può spiegare con la sfiducia verso una classe dirigente che dalla scorsa primavera non è stata capace di abbozzare una soluzione ai problemi economici e sociali che attanagliano il Paese. Il presidente e il premier non hanno sfondato, dato che il 22% ciascuno equivale, sul totale dell’elettorato, all’11%. Continua a leggere

L’Ucraina nella morsa tra separatisti e oligarchi

Non poteva chiudersi peggio questo convulso mese di maggio sotto il sole d’Ucraina. Se da domenica sera alla Bankova c’è nuovo capo di Stato democraticamente eletto – il magnate Petro Poroshenko – nell’Est del Paese regna il caos più totale, a dispetto di quell’accordo di pace firmato in aprile che tutti oggi sembrano aver dimenticato. Gli oligarchi, intanto, studiano le contromosse in difesa dei loro interessi. Si consuma così la guerra “in” e “per” l’Ucraina, tra chi vorrebbe dividerla e chi invece ha interesse a tenerla unita per salvaguardare i propri interessi.

Partiamo da un fatto. Oggi la stampa internazionale nota che prima di Poroshenko nessun presidente nella breve storia dell’Ucraina indipendente era mai stato eletto al primo turno, ma chi oggi sottolinea questo dato dimentica che si è trattato di un’elezione praticamente a candidato unico. Il magnate del cioccolato gareggiava con due sfidanti, Yulia Tymoshenko e l’ex pugile Vitaly Klytchko, che si erano defilati dalla corsa già all’inizio. Inoltre, curiosità statistiche a parte, resta il fatto che circa un decimo della popolazione non ha potuto esprimere il proprio voto. Si tratta dei cittadini della Crimea e di quelli del Donbas: i primi passati sotto la bandiera russa dopo il referendum di marzo; i secondi in procinto di seguire la stessa direzione e al momento sotto il fuoco incrociato di una guerra civile dagli esiti tuttora incerti.

Normalmente ci si chiederebbe quale credibilità possa avere un’elezione svolta in queste condizioni; invece Stati Uniti ed Europa considerano la consultazione come valida e regolare. E come invece non considerano il referendum indipendentista di due settimane prima, stravinto dai “sì” con percentuali del 90%. Nel caso caso l’Occidente plaude ad una democrazia azzoppata nell’illusione che il nuovo governo ristabilisca l’unità del Paese; nel secondo la volontà popolare è stata brandita come un’arma per contribuire alla sua disgregazione. Continua a leggere

Come la Cina sta guadagnando sulla crisi in Ucraina

Partiamo da un presupposto. Il futuro dell’Ucraina è nelle mani di tanti attori: USA, Russia e ricchi poteri privati, ma non del governo di Kiev. Ognuno ha fatto la sua parte per condurre il Paese sull’orlo del baratro e sarà solo attraverso l’incontro tra queste opposte volontà a salvarlo dall’abisso. Il vicepresidente statunitense Joe Biden, nel corso di una visita diplomatica, ha minacciato nuove sanzioni contro la Russia, ma alla fine un accordo sarà necessario. Non a caso al tavolo di Ginevra sedevano rappresentanti di Washington, Mosca e Bruxelles, con il governo ucraino a ratificare le decisioni assunte dagli altri.

C’è però un altro grande Paese che nella crisi ucraina è pienamente coinvolto, e dalla quale potrebbe ricavare lauti profitti – economici e geopolitici – a prescindere da quale sarà l’esito finale della contesa. Parliamo della Cina.

L’interesse cinese per l’Ucraina non è nuovo. Ufficialmente nel 2013 il volume del commercio bilaterale tra la Repubblica popolare cinese e l’ex repubblica sovietica è stato di 11,12 miliardi di dollari, oltre il 7,3 % in più rispetto al 2012, e in generale le multinazionali del Dragone nutrono forti interessi in quel di Kiev. Dal grano alle infrastrutture, i due Paesi hanno collaborato intensamente negli ultimi anni.  Continua a leggere

Ucraina, perché l’accordo di Ginevra è già un fallimento

L’annessione dell’Est Ucraina da parte della Russia è solo rimandata. In una diretta televisiva di mercoledì 16 aprile,  Vladimir Putin ha affermato che la Russia ha annesso la Crimea in parte per rispondere all’espansione della Nato nell’Est Europa. Il capo del Cremlino ha inoltre ammesso che truppe russe si trovavano nella penisola prima che ritornasse sotto Mosca, ma ha negato che esse siano ora presenti nell’Ucraina orientale.

Il presidente russo per ora non vuole invadere, ma può ottenere quello che vuole in altri modi. La minaccia di una guerra civile, di un intervento armato russo e della guerra economica con Mosca sono leve sufficienti per rafforzare il suo potere negoziale con Kiev, impedendo all’Ucraina di scivolare verso Ovest.

Sul fronte interno, l’Ucraina che non riesce a tirarsi fuori dalle sabbie mobili in cui rischia di inabissarsi. La fiducia nei confronti del presidente ad interim Olexandr Turchynov e del premier Arseni Yatseniuk è ai minimi storici. La nuova classe dirigente si trova davanti al compito immane di non far sprofondare il Paese economicamente. Da questo punto di vista non è stato fatto nulla e si aspetta in sostanza l’arrivo dei fondi internazionali. In otto settimane al potere, il nuovo establishment si è dimostrato impotente di fronte agli eventi e le diverse anime del nuovo governo, unite nella fase rivoluzionaria contro Yanukovich, hanno seguito strategie diverse, contraddittorie e controproducenti. Continua a leggere

Se l’Ucraina avesse ancora l’atomica…

Forse l’Ucraina è davvero sull’orlo della guerra civile. Nelle ultime settimane, i gruppi armati filorussi hanno sequestrato gli edifici governativi in diverse città dell’Est del Paese e hanno ucciso almeno un agente di sicurezza ucraino. Ora Kiev sta mobilitando le sue forze per riassumere il controllo su queste località, alimentando un’esclation dagli esiti al momento imprevedibili. L’unica certezza è che il Cremlino sta strumentalizzando la presunta istigazione alla violenza da parte di Kiev come pretesto per un’altra invasione Crimea styleBusiness Insider riporta una mappa con le possibili opzioni militari della Russia. 

Di fronte agli ultimi, preoccupanti sviluppi, qualcuno rimpiange lo smantellamento dell’arsenale nucleare ucraino. Lasciamo stare le parole di Yulia Timoshenko (personaggio non più limpido del vituperato Yanukovich,non dimentichiamolo), che al telefono avrebbe illustrato la sua “soluzione” suggerendo sarcasticamente l’uso di armi nucleari contro gli ucraini di etnia russa, e concentriamoci in una riflessione più seria.

Qualche giorno fa il Wall Street Journal scriveva che le nazioni che abbandonano il loro arsenale nucleare lo fanno a proprio rischio e pericolo. Durante il periodo della Guerra Fredda l’ipotizzato conflitto tra i due blocchi, minacciava, a causa del duopolio nucleare, di essere devastante, di investire intere aree del pianeta e, soprattutto, di essere difficilmente controllabile. Il potere nucleare, peraltro militarmente inutile in quanto, essendo totalmente distruttivo, faceva perdere l’interesse stesso di vincere la guerra, diveniva però “politicamente efficace” se impiegato in funzione dissuasiva. Ai nostri giorni, secondo il quotidiano d’oltreoceano, questo avrebbe garantito l’integrità territoriale di Kiev in quanto la Russia difficilmente avrebbe invaso un Paese confinante col rischio di vedersi puntare contro una batteria di testate nucleari. Continua a leggere

Ucraina verso l’instabilità permanente

Se non ci fosse stata la benedizione delle telecamere, probabilmente la rivolta d’Ucraina sarebbe passata silenzio al pari di altre crisi dimenticate in altri angoli del mondo. Peccato che le immagini di scontri e tensioni provenienti da Kiev non restituiscano che un’immagine parziale della realtà, se non addirittura distorta per ragioni che vanno dal calcolo politico alla pura e semplice buona fede.

Lo scorso 21 novembre, la decisione del presidente Yanukovich di non firmare l’Accordo di Associazione con la Ue aveva aveva pacificamente portato nelle strade decine migliaia di ucraini, in una serie di manifestazioni ripetutesi ogni domenica per otto settimane. Due mesi dopo, il 20 gennaio, la piazza è esplosa. O perlomeno la sua componente più radicale e nazionalista: sono comparsi vari gruppi quali Pravi Sektor, Cun (Congresso nazionalisti ucraini), Stepan Bandera Trident e Patrioti ucraini, tutte formazioni più votate allo scontro fine a se stesso che non al dialogo costruttivo.  Il loro obiettivo dichiarato non è l’integrazione europea – di cui ormai non parla più nessuno – ma la “rivoluzione nazionale”. Nel giro di pochi giorni, 14 amministrazioni regionali su 25 sono state occupate, circondate o in ogni caso costrette all’inattività. Al punto che oggi anche la parte orientale e russofila del Paese comincia a tremare.

Questo ci porta ad una prima conclusione, o meglio, a sfatare un primo mito: la Maidan Nezalezhnosti (Piazza dell’Indipendenza) di oggi non è più quella di fine novembre. In due mesi si è trasformata, la protesta pacifica ha lasciato il posto alle frange estremiste, inizialmente marginali e invece ora protagoniste della scena. Delle oltre centomila persone che manifestavano a partire da novembre ne sono rimaste ben poche. Continua a leggere