Breve analisi critica sulla percezione della sicurezza

In chiave antropologica, la letteratura scientifica definisce ilsenso d’insicurezza secondo due categorie principali: la fear of crime, cioè la paura personale della criminalità, e il concern about crime, cioè la preoccupazione sociale per la criminalità. Mentre la prima è legata al timore personale di subire un atto criminoso, la seconda concerne l’ansia delle conseguenze sociali correlate alla prospettiva, reale o presunta, di una maggior insicurezza all’interno della propria comunità d’appartenenza. Quando parliamo di «percezione della sicurezza», che nell’ultimo ventennio s’è imposta tra le principali fonti di preoccupazione dei cittadini italiani, scavalcata solo di recente dalla crisi economica, è essenzialmente alla seconda dimensione, quella del concern, che si tende a fare riferimento. Continua a leggere

OT: Tutti diversi, tutti protagonisti: il 3 dicembre è la Giornata mondiale della disabilità

Disabili? Diversamente abili? No, semplicemente abili. L’Italia è un paese di santi, navigatori e giocolieri della parola, dove spesso si fa luogo a perifrasi nell’illusione di modificare la realtà rendendola meno pesante. Ma le parole non cambiano proprio nulla; il talento invece sì. Perché il talento non conosce barriere (neppure architettoniche) e grazie ad esso ciascuno può raggiungere grandi traguardi pur partendo da una posizione di svantaggio.

Il 3 dicembre è la Giornata mondiale della disabilità. Lo scorso anno, in Italia, lo slogan è stato: “Tutti diversi… Tutti protagonisti”. Si potrebbe qui aprire l’annoso dibattito sulla questione dell’utilità di una giornata dedicata alla disabilità: se lanciassimo un sondaggio, probabilmente una metà dei partecipanti la definirebbe una ricorrenza utile, e l’altra metà un’ipocrisia. Un salomonico pareggio tra il politicamente corretto e la realtà di una scarsa attenzione dedicata al problema negli altri 364 giorni dell’anno. Continua a leggere

OT: L’Aquila, 6 aprile. Il più freddo dei giorni

[Scritto per Val Vibrata Deal]

Per spiegare cosa sia L’Aquila oggi, a cinque anni dal sisma che l’ha devastata, ci vorrebbe qualcuno capace di raccontare il silenzio. Il silenzio spettrale che regna tra le macerie che un tempo furono case, tra le vie transennate, tra le chiese crepate, tra i negozi chiusi del centro storico chiuso. Il silenzio finora interrotto solo dai cittadini armati di cariola e pazienza (che per tanto ardire sono pure finiti sotto processo…) o dai clic di quei buontemponi ansiosi di rompere la monotonia delle foto vacanziere scattandone altre più suggestive – davanti alla Concordia, alla casa di Cogne, o alle zone rosse – purché intrise di disperazione. Il silenzio deturpato da politici, opinionisti e tuttologi che oggi avranno in massa una parola per L’Aquila, anche quelli che non ci sono mai stati prima e non hanno intenzione di venirci. Il silenzio delle coloratissime new town, ieri costruite in fretta e furia e consegnate con sorrisi elettorali, e oggi abbandonate di corsa perché cedono, prendono fuoco, perché non antisismiche. Il silenzio che alle 3:32 di ogni 6 aprile, al termine della ricorrente veglia di preghiera, fa da sfondo ai 309 rintocchi della campana della chiesa del Suffragio, scandendo il ricordo delle vittime. 

Sono cinque anni che L’Aquila è stata colpita dal sisma. Ad aprile del 2014 sono rientrate nelle loro case 46mila persone. Quelle che vivono ancora all’interno degli appartamenti del progetto Case (Complessi antisismici sostenibili ecocompatibili) sono 11.670, mentre sono 2.461 quelle che vivono nei Map (Moduli abitativi provvisori, prefabbricati) e 189 negli appartamenti messi a disposizione dal comune. Allo stato attuale ci sono più di 300 cantieri aperti nel centro storico e 1.500 nelle zone periferiche. Nei 56 comuni limitrofi interessati dal terremoto sono 662 i cantieri aperti nelle periferie e 138 quelli nei centri storici; per il restauro dei beni artistici e architettonici, i cantieri aperti sono 101.

Cifre, bilanci, buoni propositi, falsità che ancora pretendono di essere vere. La realtà autentica, quella che la freddezza dei numeri non potrà mai raccontare, è impressa negli sguardi di chi aspetta di tornare a casa, o di chi la propria l’ha ricostruita con i risparmi di una vita. E’ scolpita nella rassegnazione di chi i soldi per rimetterla su non ce li ha, e non ha nemmeno quelli per fuggirre da lì. E’ marchiata a fuoco nelle voci che si sfiorano quotidianamente e si sussurrano “Come va?’ E come vuoi che vada”. Continua a leggere

OT: 2 aprile, Giornata mondiale dell’autismo: il mondo si tinge di blu

[Articolo originariamente comparso su Val Vibrata Deal]

Fino a dieci anni fa l’autismo era ancora considerato sinonimo di pazzia o di ritardo mentale. Per sfatare questo pregiudizio, nel 2007 le Nazioni Unite hanno istituito la Giornata mondiale per la consapevolezza dell’autismo, con l’obiettivo di “Promuovere la ricerca scientifica in tutto il mondo e la solidarietà verso le persone colpite dalla malattia”. Da allora, per accendere i riflettori su questo tema, il 2 aprile di ogni anno, grazie alla campagna Light it up blue promossa dall’organizzazione internazionale Autism Speaks, i principali monumenti delle città del mondo s’illuminano di blu.

Ma a che punto è l’interesse verso questa problematica? Di recente si è parlato di autismo quasi in ambito fantascientifico, grazie alla recente indagine della procura di Trani sul presunto nesso tra vaccinazione trivalente e questo disturbo, riaprendo una (inutile) discussione già definitivamente smentita in passato. Tanto basta a dare un’idea su quanto permangano ancora una serie di falsi miti, convinzioni e pregiudizi che rendono più difficile la vita di chi soffre di questo disturbo. In Italia sono circa 500 mila gli individui colpiti da autismo. 500 mila persone che, oltre all’isolamento in sé, sono costrette a fare i conti con una società che tende ad isolarli ancora di più.

Le persone autistiche riescono a provare e riconoscere tutte le emozioni di base, come felicità, tristezza o rabbia. Hanno invece maggiori difficoltà con quelle più complesse come vergogna o imbarazzo. Questo anche a causa del fatto che hanno una diversa capacità di mentalizzare, ovvero di attribuire stati mentali alle persone che hanno di fronte: in altri termini, non sanno intuire cosa l’altro desideri, pensi o provi. Molti rifiutano in modo totale o parziale del contatto fisico, creando una barriera tra sé e il resto del mondo. Inoltre, la gran parte degli autistici presenta serie difficoltà ad esprimersi verbalmente, che porta a pensare che non provino essi stessi emozioni. Come se le parole fossero l’unico modo per esprimere quello che una persona prova. Continua a leggere

OT: La violenza sulle donne ci riguarda tutti

Il 25 novembre non è la giornata contro il femminicidio, bensì la Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne. C’è differenza. Innanzitutto la violenza sulle donne è (ahimè) un concetto molto ampio che comprende una lunga casistica di abusi fisici, psicologici, economici, normativi, sociali e religiosi che impediscono alla donna di esercitare appieno i diritti umani di libertà, integrità fisica e morale. Se ci fermassimo all’omicidio, tutto il resto finirebbe giusto per fare volume, quasi a suggerire tra le righe che gli altri fatti “non sono poi così gravi” come si vorrebbe far credere.

In secondo luogo la stessa parola “femminicidio” sembra poco pregnante in termini di significatività. A parte che qui si parla delle donne usando la parola “femmina”, più adatto agli animali che alle persone, il vulnus sta nel fatto che mentre l’espressione “violenza sulle donne” detiene in sé soggetto, oggetto ed esecuzione, nel neologismo “femminicidio” non è presente né chi esercita la violenza né perché. Creando un vuoto semantico spesso colmato da luoghi comuni e pericolose semplificazioni.

Le parole servono a descrivere la realtà, ma talvolta la creano (o distorcono) pure. Perché confermano immaginari, consolidano visioni, cambiano la portata dei fatti finanche a smentirli. Qualche volta, poi, assorbono il disvalore dei comportamenti che invece sarebbero chiamate a biasimare, aprendo così la strada ad un ambiguo processo di giustificazione.

E’ vero che l’attenzione del lettore medio di giornali (specie peraltro in via d’estinzione: siamo il Paese occidentale che legge meno quotidiani in rapporto alla popolazione) non va oltre la seconda o terza riga, e di certo un’espressione diretta come “delitto passionale” fa presa molto di più rispetto ad una complessa disamina storica, psicologica e sociologica sull’argomento. Ma chi, come i giornalisti, ha la responsabilità dell’uso delle parole dovrebbe fare molta attenzione all’uso che ne fa. Invece la stampa ci dimostra ogni giorno quanto sia facile passare dalla cronaca nera alla normalizzazione della violenza che inquina i rapporti tra uomini/presunti cacciatori e donne/inevitabili prede.

Delitto passionale, violenza familiare, dramma della gelosia, raptus di follia. Tutte espressioni con cui sovente gli organi di stampa riassumono i casi di donne morte per mano di uomini. E tutte fuorvianti, per non dire ipocrite e assolutorie. Non soltanto perché esemplificano la realtà di fatti deprivandola del suo significato, ma perché si focalizzano sui sentimenti, sulle frustrazioni, sulla vita dell’uomo che ha compiuto violenza anziché sulla sofferenza patita dalla donna vittima. Così la comunicazione viene deviata in un racconto del fatto dal punto di vista del carnefice, il quale diventa paradossalmente  “più umano” e quindi vittima a sua volta. Come dire che allora l’omicidio di una donna è “meno grave” rispetto ad un altro avvenuto per rapina o per mafia in virtù del suo contenuto “sentimentale”. Del resto, in Italia il delitto d’onore era previsto dal codice penale ancora nel 1981, e a trent’anni di distanza i suoi echi sono ancora udibili nel sottobosco della società.

Così, per rimediare all’equivoco del femminicidio sminuito in delitto passionale, si alza la voce sul tema elevandolo ad emergenza sociale. Niente di più errato. In Italia le statistiche e i dati ufficiali mostrano che l’omicidio di donne da parte di partner o conoscenti non è diventata “un’epidemia” e in realtà non è nemmeno in aumento. Si uccidono meno donne nel Belpaese che nel resto d’Europa e agli altri paesi sviluppati. Il vero problema è un altro.

Quando si parla di “femminicidio” deve essere chiaro che non ci si limita ad indicare l’omicidio di una donna, ma l’omicidio di una donna per il fatto stesso di essere donna. La motivazione di genere come causa profonda della violenza. E qui si apre un altro scenario, ci obbliga ad alzare lo sguardo dal caso singolo per prendere in esame la condizione della donna in generale. Passando così dalla comodità del facile giustizialismo contro il “mostro” di turno alla necessità di riflettere sul modello educativo su cui tutta la nostra società si basa.

Oggi consideriamo normale vestire i maschietti d’azzurro e le femminucce di rosa o regalare le automobiline agli uni e le bambole alle altre. In realtà si tratta solo di paradigmi culturali, che non sono nemmeno universali. Fin dalla più tenera età sono le scelte e i comportamenti dei genitori a forgiare la differenziazione di genere nei figli, talvolta fino ad esasperarla. E’ forse un caso che i Paesi dove la distinzione di genere viene rimarcata fin da piccoli (come in India, a causa del rigido sistema delle caste) sono proprio quelli dove le donne sono meno rispettate?

Troppo spesso trascuriamo che la distinzione di genere è il fondamento stesso della democrazia. Il contatto con l’altro sesso, a cominciare da quello con la propria madre, è il primo incontro che ciascuno di noi ha con un essere distinto, con l’altro da sé. Rappresenta il primo e fondamentale esempio che riceviamo di coesistenza degli opposti. E’ qui che si gioca tutta la nostra futura concezione del diverso, che si plasma l’immagine che avremo dell'”altro”.

Quasi mai un misogino rispetta le varie forme di diversità. Quasi sempre tende invece a discriminare anche omosessuali, stranieri e adepti di altre religioni. Ecco perché l’educazione al rispetto di genere deve essere una priorità per ogni società che si reputi civile. Senza le donne una società resta incompiuta. Ma come può dirsi civile democratica una società che insegna alle donne a difendersi dagli uomini anziché insegnare agli uomini a non nuocere alle donne?

La violenza sulle donne è colpa di tutti noi e non soltanto di chi la commette. Perché è in primo luogo la condizione delle donne d’oggi ad esserlo. Negli anni Settanta una nota psicologa americana diceva che le bambine sono allenate “alla” dipendenza e i bambini ad uscire dalla dipendenza, e a quattro decadi da allora lo schema non sembra cambiato. Se il punto di partenza è questo, non c’è da stupirsi che le pari opportunità restino ancora un miraggio.

* Post originariamente comparso su Val Vibrata Deal