#Palestina: energia rinnovabile Made in Italy

La Fondazione Giovanni Paolo II onlus di Firenze opera da molti anni in Vicino Oriente con una sede strutturata a Betlemme, svolgendo iniziative di carattere sociale e umanitario in Palestina, ma anche in Iraq, Egitto, Siria e Libano, per provvedere ai bisogni della popolazione locale. “Ad un certo punto abbiamo deciso di provare a sviluppare progetti diversi: di ordine economico, sociale e culturale”; uno di questi progetti prevede la realizzazione, in Palestina, di tre impianti pilota di produzione di energia rinnovabile da rifiuti solidi urbani e biomasse agricole, a Betlemme, Dura, Nablus.
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#Venezuela sull’orlo del baratro

La politica dei prezzi del petrolio al ribasso, avviata dall’Arabia Saudita in sede Opec per combattere la sovrapproduzione di oro nero derivante dalla rivoluzione dello shale oil statunitense, ha avuto tra gli altri effetti quello di mettere al tappeto il Venezuela. Il più grande serbatoio mondiale di oro nero, alleato dell’Iran (rivale dei sauditi) dai tempi del duo Ahmadinejad-Chavez e già attanagliato da una grave crisi economica, è ora messo alle strette proprio dalle basse quotazioni del greggio. Continua a leggere

#Brasile: chi vuol mettere le mani su #Petrobras?

Alcuni anni fa, l’ex presidente della Consob Guido Rossi dichiarò che, senza l’inchiesta Mani pulite, l’economia italiana non avrebbe mai conosciuto la svolta delle privatizzazioni. In Brasile potrebbe presto avvenire qualcosa di simile, ora che l’opposizione invoca a gran voce la cessione di Petrobras, la compagnia petrolifera statale, travolta da uno scandalo di corruzione senza precedenti che vede coinvolti, tra gli altri, molti esponenti del governo e del partito di maggioranza. Continua a leggere

Perché il voto in Groenlandia interessava a mezzo mondo

Mai prima d’ora le elezioni in una comunità così piccola – 57.000 abitanti – avevano attirato un’attenzione così grande. In Groenlandia il partito socialdemocratico al governo ha vinto le elezioni, ma di stretta misura. Ora il nuovo premier Kim Nielsen dovrà cercare una mediazione con le altre forze politiche. In ballo c’è lo sfruttamento delle risorse sottostanti ai ghiacci non più eterni dell’isola più grande del mondo. Continua a leggere

Qatar e Russia, nemici amici a tutto gas

In matematica, cambiando l’ordine degli addendi la somma non cambia: 2 + 2 fa sempre 4. Chiamasi proprietà commutativa. Nella geopolitica, invece, l’ordine degli elementi influisce sempre sul risultato: due o più Paesi possono essere alleati, avversari o addirittura nemici a seconda del tempo e del luogo in cui avviene la loro interazione. Si parla allora di realpolitik. E’ il caso di Qatar e Russia: nemici fino all’altro ieri per la questione siriana, i due (ex?) rivali sono adesso impegnati nella creazione di un nuovo cartello energetico capace di mettere in difficoltà l’Occidente. Continua a leggere

Egitto, i perchè della crisi energetica

Dall’inizio dell’estate l’Egitto sta affrontando la peggiore crisi energetica degli ultimi anni, con interruzioni di corrente ormai all’ordine del giorno. I black out programmati hanno registrato tuttavia un’impennata dall’inizio di questa estate, attestandosi su una media di cinque ore al giorno. Secondo il Ministro dell’Energia Mohamed Shaker, l’Egitto abbisogna di almeno 10.000 megawatt di elettricità, che saranno gradualmente coperti entro novembre attraverso l’attivazione di quattro nuove centrali e il ripristino di altre tuttora in manutenzione, ma intanto le interruzioni aumentano e tutto ciò che il governo ha fatto finora è stato invitare la popolazione a moderare i consumi. Continua a leggere

Putin in Italia: il grande gioco del South Stream e la “santa alleanza” con il Papa

Vladimir Putin giunge in visita in Italia nello stesso giorno in cui l’Europa critica Mosca per le pressioni sull’Ucraina. Kiev ha annunciato che non firmerà l’accordo di associazione proposto dall’UE in occasione del vertice del partenariato orientale di Vilnius del 28 e 29 novembre, la gente è scesa in strada a protestare e il governo ucraino ha risposto mettendo in atto una dura repressione, ma tutto questo sembra non interessarci.

Putin, a noi, un “favore” lo ha già fatto: il rilascio su cauzione di  Cristian D’Alessandro e di altri quattro attivisti di Greenpeace in prigione dal 20 settembre, quando la guardia costiera russa li ha arrestati dopo un blitz contro una piattaforma di Gazprom nell’Artico, a meno di una settimana dall’incontro di Trieste.

Il presidente russo non veniva in veste ufficiale in Italia da sette anni, e da tre mancava un incontro intergovernativo fra i due Paesi. Tuttavia le relazioni tra Roma e Mosca procedono a gonfie vele, considerato che il presente russo in Italia si intreccia sempre con l’energia: argomento rispetto al quale tutte le altre questioni (diritti umani compresi) passano in cavalleria.

Non a caso che l’unico progetto per cui il presidente russo si è sempre speso in prima persona: il gasdotto South Stream, conduttura che serve a Mosca per rifornire l’Europa scavalcando la litigiosa Ucraina e di cui il Belpaese è il punto terminale. Un gasdotto ormai senza rivali dopo il (definitivo?) tramonto dell’alternativa Nabucco, suo diretto concorrente sponsorizzato da Bruxelles.

Questo spiega come mai l’Italia sia (indirettamente) coinvolta nell’affare ucraino. Kiev punta all’indipendenza energetica, che tuttavia non raggiungerà prima il 2020, quando però sarà troppo tardi per liberarsi dalla dipendenza dal gas russo. Proprio sfruttando il ricatto del gas, di cui nei giorni scorsi si è sfiorata l’ennesima “guerra” (la quarta in sei anni), il governo russo ha convinto quello ucraino a desistere dal richiamo delle sirene europee. Del resto il mercato energetico ucraino è sempre un complesso risiko opacamente gestito secondo criteri non di mercato, ma politici e oligarchici, per cui ogni alla fine sarà sempre Mosca a spuntarla.

In ogni caso Linkiesta rivela perché, a conti fatti, il South Stream è un progetto quasi esclusivamente politico:

La situazione dei rapporti energetici tra Russia ed Europa, ma insieme la ragione ultima della visita di Putin in Italia, si potrebbero riassumere in una sola domanda: chi ha bisogno di South Stream? Il gasdotto, sviluppato da Eni (che ne detiene il 20%) Edf e Wintershall (con il 15% ciascuno) e Gazprom, sarà lungo 2.380 chilometri e dovrebbe arrivare a trasportare 62 miliardi di metri cubi di gas a partire dal 2015, transitando per Bulgaria e Balcani, e congiungendosi all’Italia. Eppure, i consumi di gas in Europa sono in caduta: siamo arrivati a 466 miliardi di metri cubi, mentre nel 2010 ne consumavamo 515 miliardi. In Italia, la domanda di gas è a livello del 2003. È inoltre in arrivo la seconda ondata del gas di scisto americano

commercialmente, i russi stanno giocando di potenza. Il mondo è già sazio di gas, e assorbire nuove quantità in arrivo da tutto il mondo sarà difficile. I russi con South Stream – e con la testarda intenzione di portarlo avanti – inviano un messaggio a tutti i paesi in procinto di completare “terminali di rigassificazione” per esportare, e il messaggio è “non fatelo”. Nella scelta tra diverse fonti di approvvigionamento, a partire da una certa quantità, un gas trasportato per tubo può essere più conveniente di quello trasportato per nave – che addirittura potrebbe servire solo da “complemento” per periodi di particolare intensità di domanda.

Va comunque rimarcato che gli interessi reciproci italo-russi non si limitano al gas. In Russia sono attive quasi 500 aziende italiane e i grandi conglomerati russi possiedono a vario titolo 91 società nel nostro Paese. In totale sono 28 gli accordi commerciali e le intese intergovernative firmati a Trieste nell’ambito del forum Italia-Russia e del concomitante vertice bilaterale, dove oltre all’energia spiccano anche finanza e industria.

Infine, è interessante notare che il presidente russo, oltre all’incontro con Enrico Letta, aveva in programma anche una visita a Papa Francesco in Vaticano. Limes nota come Cremlino e Santa Sede abbiano così l’opportunità di dialogare intorno a temi di politica internazionale con reciproco vantaggio, tanto che la rivista parla già di una “santa alleanza” tra Bergoglio e Putin, forgiata già da settembre quando una rappresaglia americana in Siria pareva imminente:

Guardando ai protagonisti dell’impresa, è difficile immaginare due profili più distinti e due stili più distanti sul piano delle psicologie personali e della sociologia politica: se Putin da un lato è inventore di un modello di populismo “freddo”, in formato baltico e siberiano, Bergoglio dall’altro ha importato in Vaticano lo stile caldo e sudamericano di un papa descamisado, che sin dall’inizio si è spogliato della mozzetta, con gesto appassionato e memore di Perón, che toglieva la giacca durante i comizi.

Eppure, proprio la lontananza biografica e geopolitica custodisce e costituisce, paradossalmente ma non troppo, il segreto e la spiegazione della loro intesa. Geograficamente Buenos Aires si colloca infatti agli antipodi di Mosca. Bergoglio arriva dunque da confini remoti e neutrali, a differenza di Wojtyla e Ratzinger, che rappresentavano frontiere prossime e antagoniste, benché con gradi assai diversi di coinvolgimento.