#Nigeria, #BokoHaram più forte e più feroce in vista delle #elezioni

Negli ultimi giorni Boko Haram ha, nell’ordine: sterminato un numero imprecisato di persone (150 secondo le autorità nigeriane, addirittura 2.000 secondo Amnesty Itl) tra la città di Baga e i villaggi circostanti; fatto saltare in aria due bambine imbottite d’esplosivo in mercati affollatissimi; rapito 80 persone (50 sono bambini trai 10 e i 12 anni) in un villaggio del nord del Camerun, al confine con la Nigeria.

L’aumento di queste aggressioni ha costretto circa 20 mila nigeriani a lasciare il paese nelle ultime settimane, portando il totale degli sfollati nel Paese alla cifra di un milione e 600 mila. E’ evidente l’intenzione di Abubakar Sheakau e compagni di influenzare le elezioni nazionali in programma per il 14 febbraio. Continua a leggere

Perché il voto in Groenlandia interessava a mezzo mondo

Mai prima d’ora le elezioni in una comunità così piccola – 57.000 abitanti – avevano attirato un’attenzione così grande. In Groenlandia il partito socialdemocratico al governo ha vinto le elezioni, ma di stretta misura. Ora il nuovo premier Kim Nielsen dovrà cercare una mediazione con le altre forze politiche. In ballo c’è lo sfruttamento delle risorse sottostanti ai ghiacci non più eterni dell’isola più grande del mondo. Continua a leggere

A Hong Kong si gioca il futuro della Cina

Quelle in corso ad Hong Kong sono le proteste più imponenti organizzate in Cina da quando il movimento per la democrazia di piazza Tiananmen è stato soffocato nel sangue 25 anni fa. Le origini sono note: su concessione di Pechino, nel 2017 gli hongkonghesi potrebbero eleggere a suffragio universale il capo del governo locale (Chief Executive), ma la scelta avverrà tra una rosa di tre candidati selezionati da un nominating committee fedeli al potere centrale, lasciando poco spazio alle speranze di uno scrutinio genuinamente democratico. Centinaia di migliaia di persone sono scese in strada per reclamare il diritto ad un sistema elettorale libero.
Continua a leggere

In Ungheria vince Vik­tor Orbán, finto nemico dell’Europa che conta

Pochi leader politici al mondo sono in grado di suscitare sentimenti più contrastanti di Viktor Orbán. E’ grazie a lui se, mai come quest’anno, le elezioni in Ungheria avevano attirato così tanto l’attenzione degli osservatori stranieri. Il voto a Budapest si prefigurava l’ennesima vittoria degli “euroscettici” e dei nazionalisti a meno di due mesi dalle elezioni europee, e così è stato. Il partito di governo Fidesz, guidato proprio da Orbán, ha infatti trionfato con il 44,4% dei consensi: circa l’8% in meno rispetto al 2010, ma sufficienti per garantire alla formazione al potere una maggioranza di due terzi nel parlamento (133 seggi su un totale di 199). Un dato che restituisce l’immagine di un’Ungheria letteralmente innamorata del suo premier, in stridente contrasto con quella di leader bugiardo e autoritario divulgata sulla stampa internazionale.

Va detto che, nello stesso Occidente, sono in tanti a pensare che il leader ungherese sia un coraggioso anticonformista in lotta contro l’Europa delle banche e dei grandi capitalisti. La sua filosofia economica, l’Orbanomics, basata sulla vendetta nei confronti degli istituti creditizi e sul prepotente ritorno dello Stato nell’economia, è vista da molti come la vera alternativa ai diktat delle grandi istituzioni finanziarie globali, in grado di garantire la crescita interna e l’equilibrio dei conti pubblici senza passare per lo smantellamento dello Stato sociale imposto dalla Troika.

I risultati del suo governo parlano di una crescita di un tasso di crescita previsto per il 2014 e per il 2015 del 2,1%: un miracolo, se pensiamo alla flessione del -1,7% registrata nel 2012; di un deficit di bilancio del 2,2%, contro un 2,7% previsto e comunque sotto il 3% per la prima volta dal 2004; di un tasso di disoccupazione è sceso all’8,6% dopo il record negativo (11,8%) dell’aprile 2013. L’attività manifatturiera (da cui dipende il 70% del PIL) è in forte ripresa, favorita da una politica dei tassi che ha portato la Banca centrale a tagliare il costo del denaro dal 7% di metà 2012 all’attuale 2,6%. L’inflazione è passata dal 5,7% di due anni fa all’1,7% di oggi. Persino l’agenzia di rating Standard & Poor’s ha modificato il suo outlook sull’Ungheria da negativo a stabile.

Ma è davvero tutto oro quel che luccica? L’Ungheria sta davvero meglio rispetto a quattro anni fa? E poi, se Orbán è davvero un campione nella lotta contro l’economia dei poteri forti, come mai i risultati che ha sbandierato per vincere un secondo mandato (deficit, crescita, inflazione) sono gli stessi di cui si sarebbe vantata una paladina del rigore come Angela Merkel? Continua a leggere

Afghanistan, si fa presto a dire democrazia

Sabato 5 aprile si è votato in Afghanistan per eleggere il nuovo presidente che andrà a sostituire Hamid Karzai, eletto per la prima volta nel 2004 ma di fatto in carica dalla fine del 2001, dopo la caduta del regime dei talebani. La partecipazione al voto è stata molto bassa nelle zone rurali, dominate dai talebani. C’è stata una grande affluenza, invece, nelle città, dove gli aventi diritto si sono recati in massa alle urne, tanto che molti seggi hanno dovuto essere urgentemente riforniti di schede vista l’insufficienza di quelle già predisposte.

La grande attesa che circonda le elezioni presidenziali afghane è dovuta principalmente al fatto che si tratterà del primo esperimento di passaggio dei poteri da un presidente all’altro tramite elezioni.  Le presidenziali in Afghanistan sono considerate tra le elezioni più importanti del 2014: il loro esito non è importante solo per la politica afghana, ma anche per gli effetti che potrebbero prodursi sui soldati statunitensi ancora sul territorio afghano – che dovrebbero completare il ritiro entro la fine dell’anno – e più in generale su alcuni temi di importanza mondiale, come la lotta al terrorismo. 

Se paragonate a quelle del 2009, queste elezioni sono state un successo. Tuttavia si è votato in un clima di alta tensione, dovuto all’omicidio della fotografa tedesca Anja Niederghaus, già Premio Pulitzer, e alle minacce dei talebani. In tutto il paese si sono verificati episodi di violenza: un seggio su dieci non è stato aperto per motivi di sicurezza, nonostante fossero stati dispiegati circa 200 mila soldati per garantire la regolarità delle operazioni. Inoltre sono già 162 i ricorsi presentati per denunciare varie irregolarità nello svolgimento delle votazioni: riguardano il mancato accesso ai seggi, la mancanza di schede, l’esistenza di schede false e anche la denuncia di pressioni operate dai leader politici locali. In realtà le denunce di irregolarità sono state oltre mille. Continua a leggere

Primavera bosniaca o autunno di Dayton?

E’ impressionante notare come le proteste più grandi e diffuse, quelle in grado davvero di interrompere l’inerzia di uno status quo, nascano spesso da episodi minori, dalle azioni di singoli uomini o da mobilitazioni inizialmente confinate in luoghi circoscritti. Si pensi alla Primavera araba, partita dall’autoimmolazione del giovane tunisino Mohamed Bouazizi.

In Bosnia sta forse accadendo qualcosa di simile. Il 5 febbraio a Tuzla, la terza città del paese e principale polo industriale, centinaia di operai scendono in strada per manifestare contro la chiusura di quattro industrie privatizzate nel corso degli anni Duemila e fino a ieri principale fonte di reddito per la città e per la sua popolazione. Organizzata via Facebook e partita come un raduno pacifico (agli operai si sono aggiunti disoccupati, ma anche studenti e gente comune in segno di solidarietà), la manifestazione degenera poi in violenti scontri con la polizia.

In poche ore le proteste subiscono brusca accelerazione, arrivando a contagiare un po’ tutti e dieci i cantoni in cui è suddivisa la Federazione di Bosnia-Erzegovina (una delle due entità in cui è suddivisa la Bosnia-Erzegovina; l’altra è la Republika Srpska). In cinque di essi le sedi cantonali vengono danneggiate (sebbene questi episodi vengano enfatizzati oltremisura dalla stampa; più avanti vedremo perché), costringendo le autorità ad evacuare quasi tutti i principali edifici istituzionali. In totale si svolgono manifestazioni in più di 30 città. Il dato più interessante è che tutto avviene senza alcun coordinamento né a livello locale, né tanto meno nazionale – l’unica eccezione è Tuzla, dove i manifestanti rendono nota una lista di richieste. Solo nei giorni successivi I dimostranti iniziano ad organizzarsi intorno a dei forum civici nei diversi centri coinvolti dalle proteste. Alcuni portali, come Bosnia-Herzegovina Protest Files, sono stati creati ex novo per pubblicare le richieste dei dimostranti.

Continua a leggere

OT: La violenza sulle donne ci riguarda tutti

Il 25 novembre non è la giornata contro il femminicidio, bensì la Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne. C’è differenza. Innanzitutto la violenza sulle donne è (ahimè) un concetto molto ampio che comprende una lunga casistica di abusi fisici, psicologici, economici, normativi, sociali e religiosi che impediscono alla donna di esercitare appieno i diritti umani di libertà, integrità fisica e morale. Se ci fermassimo all’omicidio, tutto il resto finirebbe giusto per fare volume, quasi a suggerire tra le righe che gli altri fatti “non sono poi così gravi” come si vorrebbe far credere.

In secondo luogo la stessa parola “femminicidio” sembra poco pregnante in termini di significatività. A parte che qui si parla delle donne usando la parola “femmina”, più adatto agli animali che alle persone, il vulnus sta nel fatto che mentre l’espressione “violenza sulle donne” detiene in sé soggetto, oggetto ed esecuzione, nel neologismo “femminicidio” non è presente né chi esercita la violenza né perché. Creando un vuoto semantico spesso colmato da luoghi comuni e pericolose semplificazioni.

Le parole servono a descrivere la realtà, ma talvolta la creano (o distorcono) pure. Perché confermano immaginari, consolidano visioni, cambiano la portata dei fatti finanche a smentirli. Qualche volta, poi, assorbono il disvalore dei comportamenti che invece sarebbero chiamate a biasimare, aprendo così la strada ad un ambiguo processo di giustificazione.

E’ vero che l’attenzione del lettore medio di giornali (specie peraltro in via d’estinzione: siamo il Paese occidentale che legge meno quotidiani in rapporto alla popolazione) non va oltre la seconda o terza riga, e di certo un’espressione diretta come “delitto passionale” fa presa molto di più rispetto ad una complessa disamina storica, psicologica e sociologica sull’argomento. Ma chi, come i giornalisti, ha la responsabilità dell’uso delle parole dovrebbe fare molta attenzione all’uso che ne fa. Invece la stampa ci dimostra ogni giorno quanto sia facile passare dalla cronaca nera alla normalizzazione della violenza che inquina i rapporti tra uomini/presunti cacciatori e donne/inevitabili prede.

Delitto passionale, violenza familiare, dramma della gelosia, raptus di follia. Tutte espressioni con cui sovente gli organi di stampa riassumono i casi di donne morte per mano di uomini. E tutte fuorvianti, per non dire ipocrite e assolutorie. Non soltanto perché esemplificano la realtà di fatti deprivandola del suo significato, ma perché si focalizzano sui sentimenti, sulle frustrazioni, sulla vita dell’uomo che ha compiuto violenza anziché sulla sofferenza patita dalla donna vittima. Così la comunicazione viene deviata in un racconto del fatto dal punto di vista del carnefice, il quale diventa paradossalmente  “più umano” e quindi vittima a sua volta. Come dire che allora l’omicidio di una donna è “meno grave” rispetto ad un altro avvenuto per rapina o per mafia in virtù del suo contenuto “sentimentale”. Del resto, in Italia il delitto d’onore era previsto dal codice penale ancora nel 1981, e a trent’anni di distanza i suoi echi sono ancora udibili nel sottobosco della società.

Così, per rimediare all’equivoco del femminicidio sminuito in delitto passionale, si alza la voce sul tema elevandolo ad emergenza sociale. Niente di più errato. In Italia le statistiche e i dati ufficiali mostrano che l’omicidio di donne da parte di partner o conoscenti non è diventata “un’epidemia” e in realtà non è nemmeno in aumento. Si uccidono meno donne nel Belpaese che nel resto d’Europa e agli altri paesi sviluppati. Il vero problema è un altro.

Quando si parla di “femminicidio” deve essere chiaro che non ci si limita ad indicare semplicemente l’omicidio di una donna, ma l’omicidio di una donna per il fatto di essere donna. La motivazione di genere come causa profonda della violenza. E qui si apre un altro scenario, perché ci obbliga a lasciare il caso singolo per allargare lo sguardo sulla condizione della donna in generale. Passando così dalla comodità del facile giustizialismo contro il “mostro” di turno alla necessità di riflettere sul modello educativo su cui la società stessa si basa.

Oggi consideriamo normale che vestire i maschietti d’azzurro e le femminucce di rosa, di regalare agli uni le automobiline e alle altre le bambole. In realtà si tratta solo di un paradigma culturale, che non è neanche universale. In altre parole, fin dalla più tenera età sono le scelte e i comportamenti dei genitori a forgiare la differenziazione di genere nei figli, talvolta fino ad esasperarla. E’ forse un caso che i Paesi dove la distinzione di genere viene rimarcata fin da piccoli (come in India, a causa del rigido sistema delle caste) sono proprio quelli dove le donne sono meno rispettate?

Troppo spesso trascuriamo di ricordarci che la distinzione di genere è il fondamento stesso della democrazia. Il contatto con l’altro sesso, non fosse altro che con con la propria madre, è il primo incontro di un soggetto con un essere distinto, con l’altro da sé. Il primo e fondamentale esempio di coesistenza degli opposti. Qui si gioca tutta la sua futura concezione del diverso e il suo grado di tolleranza nei confronti dello stesso. In genere gli uomini che non rispettano le donne, non rispettano neppure le altre forme di diversità: tendono cioè a discriminare anche omosessuali, stranieri e adepti di altre religioni. Questo basta a spiegare perché l’educazione al rispetto di genere debba essere una priorità in una società che si reputa civile. Già, che si reputa. Senza il rispetto per le donne la democrazia resta incompiuta. Ma può dirsi “civile” quella società che insegna alle donne a difendersi dagli uomini anziché insegnare agli uomini a non fare del male alle donne?

La violenza sulle donne è una colpa di tutti, non soltanto di chi la commette. Perché è in primo luogo la condizione delle donne d’oggi ad esserlo. Negli anni Settanta una nota psicologa americana diceva che le bambine sono allenate “alla” dipendenza e i bambini ad uscire dalla dipendenza, e a quattro decadi da allora lo schema non sembra cambiato. Se il punto di partenza è questo, non stupiamoci che il raggiungimento delle pari opportunità sia tuttora un miraggio.

* Post originariamente comparso su Val Vibrata Deal