Il #Papa all’#Onu per portare i temi di #Laudatosi’

Papa Francesco sarà il quarto pontefice a parlare di fronte all’Assemblea generale delle Nazioni Unite. Il primo era stato Paolo VI, esattamente cinquant’anni fa, il 3 ottobre 1965. Di fronte ai rappresentanti di 117 governi, a Fanfani, che dell’Assemblea era in quel periodo Presidente. E a milioni di persone che lo seguivano in diretta televisiva, Papa Montini parlò dal podio, in francese, presentando l’offerta di dialogo della Chiesa cattolica con l’implicita esortazione, rivolta al solenne consesso, a cercare nuovi modelli di relazioni che superassero gli schemi imposti dalla Guerra Fredda. Da quel momento il rapporto tra il Papa e i Governi del mondo non fu più lo stesso. Venerdì, da quello stesso podio, Bergoglio farà un discorso di mezz’ora in spagnolo davanti a leader e ambasciatori di 193 nazioni, ripreso i diretta dalle televisioni di tutto il mondo.
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Porta Pia, quel lontano XX settembre abbiamo unito e diviso l’Italia

La presa di Roma, nota anche come Breccia di Porta Pia, non fu soltanto l’episodio del Risorgimento che sancì l’annessione di Roma al Regno d’Italia, di cui sarebbe divenuta capitale l’anno seguente e che decretò la fine dello Stato Pontificio e del potere temporale dei Papi.
Scriveva l’ambasciatore Sergio Romano sulle pagine del Corriere nel 2000:

La data del «XX settembre», rigorosamente scritta in numeri romani, dovrebbe essere ricordata e celebrata come la maggiore data europea dell’ Ottocento. Segna la conclusione di un grande fenomeno politico: la nascita della nazione italiana. È il più evidente simbolo del principio di nazionalità. Mette termine a una lunghissima fase storica durante la quale il Pontefice romano ha regnato, come un qualsiasi sovrano temporale, su uno Stato europeo di media grandezza. È l’ inizio di una nuova fase in cui la Chiesa cattolica può esercitare più liberamente la sua missione spirituale nel mondo. Non sarebbe illogico quindi sperare che domani, a Porta Pia, si riunissero per celebrare quell’avvenimento i rappresentanti dello Stato italiano, della Santa Sede, dell’ Unione europea, dell’Onu: tutti, per diversi aspetti, beneficiari della storica spallata con cui i bersaglieri del generale Cadorna entrarono nella città eterna il 20 settembre del 1870. Ma, a dispetto del suo obiettivo significato e della sua universale importanza, la ricorrenza è sempre stata, in Italia e in Europa, una data scomoda, troppo carica di significati polemici e di interpretazioni controverse.

Sempre il Corriere della Sera pubblica un interessante repertorio cronologico, digitalizzato dall’Istituto per la Storia del Risorgimento di Roma, in cui l’evolversi dei fatti viene narrato ora per ora.
Linkiesta accenna al resoconto d’epoca che ne fece Edmondo De Amicis, chiudendo il post con questa riflessione:

Oggi assistiamo al sostanziale oblio della data del 20 Settembre e del suo significato storico e politico. Sembrerebbe cosa poco grave nell’enorme confusione politica e costituzionale che stiamo attraversando ma è invece nello stesso tempo causa ed effetto di tutto ciò. Dovrebbe essere praticata una riflessione dagli uomini più pensosi e da tutti coloro che ritengono la Storia elemento sostanziale della vita di un popolo. Ce ne sarà ancora qualcuno?

Chissà. L’anniversario del XX settembre è stato festività nazionale fino alla sua abolizione dopo i Patti Lateranensi nel 1929, quando la ricorrenza fu cancellata da Mussolini per compiacere il papa e mai più recuperata. Il duce aveva deliberatamente ceduto alle richieste delle gerarchie ecclesiastiche per rinforzare il suo consenso e rinforzare la sua fama di “Uomo della Provvidenza”. Nel 2008 una proposta di legge – presentata da Maria Antonietta Coscioni della pattuglia radicale nel Pd e da Mario Pepe del Pdl – tentò di restituire la dignità di festa nazionale a questa data, ma l’iniziativa non ha avuto seguito.

Oggi il ricordo di questo evento, e di riflesso del suo significato nella storia dell’Italia contemporanea si va tristemente perdendo nell’ignoranza generale. Eppure è tuttora fonte di polemiche e dissapori. Si pensi a cosa accadde nel 2010, quando il cardinale Segretario di Stato, Tarcisio Bertone, annuciò la propria presenza alle celebrazioni romane, accettando l’invito del sindaco di Roma Alemanno: atei razionalisti, radicali e cattolici tradizionalisti insorsero per i motivi più disparati, senza però cogliere lo spirito di riconciliazione che tale annuncio intendeva comunicare. Allora Bertone fece la scelta giusta, sia dal punto di vista politico (ribadendo così che l’Italia, nella sua storia e nel suo presente è una questione che riguarda i cattolici italiani), sia da quello, più profondo, storico-commemorativo (pregando per la memoria dei caduti di ambo le parti, riconobbe la dignità degli uni e degli altri), ma l’ondata disappunto che la sua presa di posizione riuscì a sollevare la dice lunga sulle divisioni che questa ricorrenza suscita ancora oggi. Lo scorso anno, ad esempio, è diventata teatro della manifestazione “Chiesa, paga anche tu la Spending Review!” promossa dai Radicali.
Episodi che lasciano intuire perché l’oblio sia tacitamente incoraggiato. Al posto di ricordare – da noi sinonimo di litigare, anziché di riflettere – preferiamo “fare all’italiana”, e cioè dimenticare. Lasciando che un giorno in cui è stata scritta la Storia scorra placidamente come tutti gli altri.

Papa Bergoglio, molte luci e qualche ombra

L’altro giorno scrivevo che:

il dilemma che i cardinali elettori affronteranno non è trovare l’accordo sul nome del successore, bensì sulla sua agenda.

Ed è forse qui la chiave di lettura dell’elezione di Jorge Mario Bergoglio, arcivescovo di Buenos Aires e noto come progressista, a 265esimo successore di Pietro.
Il Punto di Lucio Caracciolo:

La scelta di Jorge Mario Bergoglio è rivoluzionaria.
A cominciare dal nome, Francesco, che non si potrebbe immaginare più programmatico.
E dal fatto di non essersi mai chiamato papa nel primo discorso davanti alla folla di piazza San Pietro. Francesco ha parlato da vescovo di Roma, non da pontefice massimo.
Da vescovo che “presiede nella carità a tutte le chiese” da Roma, non da papa imperatore.
Una sottile ma evidente punta polemica Bergoglio l’ha riservata al suo predecessore, pur cristianamente invitando alla preghiera per lui: lo ha ribattezzato “vescovo emerito di Roma” così smentendo la scelta di Ratzinger di farsi chiamare “papa emerito”.
Il fatto che i cardinali abbiano scelto, 8 anni dopo, colui che fino all’ultimo contese il soglio di Pietro a Joseph Ratzinger, è molto significativo. Quasi una forma di pentimento per una elezione che molti di loro evidentemente hanno considerato infelice.
In questo modo il collegio cardinalizio ha inteso probabilmente sigillare, una volta per tutte, l’abdicazione di Benedetto XVI. È stata un’eccezione e tale deve rimanere.
Che un gesuita si chiami Francesco è piuttosto singolare. E impegna ancora di più il nuovo papa a una svolta pastorale nel segno di Assisi. In questo spirito la rinuncia, sia pure ovviamente temporanea, a presentarsi come papa è un formidabile segno di apertura alle Chiese cristiane, ortodossi e luterani in testa, con le quali il dialogo ecumenico promosso in particolare da Paolo VI e da Giovanni Paolo II era sembrato arenarsi durante il pontificato ratzingeriano.
Infine, tratto non secondario, Bergoglio sembra proprio un vescovo empatico. Molto più di un comunicatore, soprattutto un pastore.
Dalle sue mosse nei prossimi giorni, a cominciare dalla scelta del segretario di Stato, capiremo quanti di questi spunti potranno poi produrre realtà.

Il nuovo pontefice dovrà affrontare grandi sfide, sia sul fronte interno (scandalo Vatileaks, accuse di aver coperto casi di pedofilia) sia sul fronte internazionale (perdita dell’influenza della Chiesa cattolica, rapporto con le altre religioni, relazioni con la Cina).

Ma perché proprio Bergoglio? 

Il nuovo Papa è stato eletto al quinto scrutinio. In genere, quando un conclave termina repentinamente è perché si è trovato subito l’accordo su uno dei candidati forti della vigilia. Ratzinger, ad esempio, fu eletto alla sesta votazione.
E’ probabile che i due fronti, quello pro-Scola e quello pro-Scherer – dati per favoriti -, in qualche modo si siano come annullati a vicenda, non raccogliendo l’afflusso degli elettori “indecisi”. In particolare, sulla sconfitta di Scola ha pesato il marchio Cl e le diffidenze Usa verso il potere italiano. Inoltre, su di lui sono confluiti molti di quei porporati che spingevano per l’elezione di un non-europeo.
Di certo quello appena concluso è stato il primo conclave dove i cardinali americani erano realmente favoriti e dove alla fine si sono rivelati decisivi per eleggere il Pontefice. Esprimendo un voto, probabilmente, contro il “partito” della curia romana.

C’è poi un altro aspetto.
Dal diario segreto di uno dei cardinali partecipanti al conclave del 2005 apprendiamo infatti che Bergoglio era stato lo sfidante di Ratzinger per la successione di Giovanni Paolo II. Ma la scelta di puntare sul porporato argentino parve dettata più dalla volontà di sbarrare la strada all’ascesa del cardinale tedesco che di premiare il sudamericano:

Per le sue virtù spirituali il mite Bergoglio gode di una stima trasversale ai continenti e agli schieramenti tradizionali. Tutti sono coscienti però che è pressoché impossibile che il gesuita argentino possa diventare il successore di Wojtyla. Non è certo nemmeno che accetterebbe l’elezione. «Lo guardo mentre va a deporre la sua scheda nell’urna, sull’altare della Sistina: ha lo sguardo fisso sull’immagine di Gesù che giudica le anime alla fine dei tempi. Il volto sofferente, come se implorasse: Dio non mi fare questo».
L’obiettivo realistico dello schieramento di minoranza che intende sostenere Bergoglio è creare una situazione di stallo, che porti al ritiro della candidatura Ratzinger.

Forse è la conferma di quel “salto evolutivo e rivoluzionario” impresso dalla rinuncia di Benedetto XVI, che oltre all’abbandono di una concezione esclusivamente eurocentrica della Chiesa prova a mettersi alle spalle anni di intrighi e giochi di potere all’interno della Curia romana.
L’arcivescovo Bergoglio ne era consapevole. E stavolta ha accettato la sfida.

Tuttavia, la figura di Bergoglio, tra tante luci, presenta anche qualche ombra. Non fosse altro perché, nell’era di internet e dell’informazione in tempo reale, i detrattori non potevano mancare di dare il proprio benvenuto al nuovo Papa.
Tra questi c’è il giornalista argentino Horacio Verbitsky, che da anni studia e indaga sul periodo più tragico del Paese sudamericano, lavorando sulla ricostruzione degli eventi attraverso ricerche serie e attente. Nel suo libro L’isola del Silenzio, Verbitsky sostiene che il nuovo Papa fu colluso con la dittatura, mettendo sotto accusa alcuni provvedimenti presi dal gesuita contro i suoi stessi confratelli.
Accuse rilanciate dalla stampa anglosassone e a prima vista confermate dalla denuncia di una ex detenuta politica in un carcere segreto della dittatura argentina che tre anni e mezzo fa scrisse una lettera aperta all’allora cardinale Bergoglio, accusandolo di aver prima collaborato con il regime fascista e poi di aver cercato di far calare un velo di oblio su quegli anni.

Ma non va dimenticato che Verbitsky scrive per il quotidiano Pagina 12, molto vicino alle posizioni della presidente Kirchner. E in Argentina si sa che i rapporti tra Bergoglio e i Kirchner sono sempre stati molto aspri.
Per la presidente, l’elezione di Bergoglio è praticamente il secondo smacco in due giorni, dopo il referendum consultivo nelle Falkland in cui il 98,8% dei votanti ha espresso la volontà di restare con Londra. Naturale che abbia il dente avvelenato, e che la stampa amica si scateni.

In ogni caso, il nuovo millennio della Chiesa è appena iniziato.