Dietro l’omicidio di Boris #Nemtsov, la lotta per il potere in #Russia

A quasi un mese dal fatto non conosciamo ancora il mandante e il movente dell’assassinio di Boris Nemtsov. La pista cecena, che ha già portato all’arresto di 4 persone e al suicidio di una quinta, non ha finora chiarito le ragioni nascoste di chi voleva la morte del politico russo. Quale che sia la verità, l’omicidio potrebbe avere degli importanti riflessi nel quadro delle alleanze al vertice del potere russo. Perché, al netto delle teorie complottiste circa un coinvolgimento esterno, l’intera vicenda va letta e giudicata soprattutto per le sue implicazioni interne. Continua a leggere

#Cipro apre i porti alla flotta russa

Giovedì 25 febbraio la Russia ha firmato un accordo con Cipro per dare accesso ai porti ciprioti per la marina di Mosca e sta discutendo la possibilità di un’analoga disponibilità a dare appoggio all’aviazione per le missioni di soccorso umanitario e contro il terrorismo. Dopo il porto di Tartus (Siria), per mantenere il quale Putin posto il veto su ogni risoluzione ONU proposta per fermare il bagno di sangue a Damasco, il gigante russo guadagna un altro posto avamposto strategico sul Mediterraneo. Continua a leggere

Il lungo inverno che attende l’Ucraina

In Ucraina (o almeno in quel che ne resta) il Blocco Poroshenko, costituito dal partito Solidarietà del presidente in carica e da Udar di Vitaly Klitschko ha preso il 22% dei voti, superato di tre decimi dal Fronte Popolare del premier Arseniy Yatseniuk, primo partito su base nazionale. Ottimo risultato di Samopomich del sindaco di Leopoli, Andriy Sadovy, che con il 10,99% è stato il terzo partito più votato. Restano fuori dalla Rada le frange nazionaliste ed estreme di Praviy Sektor e Svoboda. Fuori anche i comunisti, mentre il partito di Yulia Tymoshenko ha varcato di poco la soglia di sbarramento.

Unanime il coro della stampa europea nel salutare l’esito del voto positivamente: europeiste sono ora cinque delle sei formazioni elette nella Rada, il 40% complessivo del duo Poroshenko-Yatseniuk rafforza la leadership al potere e il crollo degli estremisti fa dell’Ucraina uno dei paesi europei con la minore componente ultranazionalista.

In realtà si tratta di una lettura miope e superficiale. Innanzitutto perché ha votato il 52,42% degli aventi diritto: poco per un Paese chiamato a decidere del proprio futuro. La disaffezione dei cittadini ucraini si può spiegare con la sfiducia verso una classe dirigente che dalla scorsa primavera non è stata capace di abbozzare una soluzione ai problemi economici e sociali che attanagliano il Paese. Il presidente e il premier non hanno sfondato, dato che il 22% ciascuno equivale, sul totale dell’elettorato, all’11%. Continua a leggere

Qatar e Russia, nemici amici a tutto gas

In matematica, cambiando l’ordine degli addendi la somma non cambia: 2 + 2 fa sempre 4. Chiamasi proprietà commutativa. Nella geopolitica, invece, l’ordine degli elementi influisce sempre sul risultato: due o più Paesi possono essere alleati, avversari o addirittura nemici a seconda del tempo e del luogo in cui avviene la loro interazione. Si parla allora di realpolitik. E’ il caso di Qatar e Russia: nemici fino all’altro ieri per la questione siriana, i due (ex?) rivali sono adesso impegnati nella creazione di un nuovo cartello energetico capace di mettere in difficoltà l’Occidente. Continua a leggere

L’Ucraina nella morsa tra separatisti e oligarchi

Non poteva chiudersi peggio questo convulso mese di maggio sotto il sole d’Ucraina. Se da domenica sera alla Bankova c’è nuovo capo di Stato democraticamente eletto – il magnate Petro Poroshenko – nell’Est del Paese regna il caos più totale, a dispetto di quell’accordo di pace firmato in aprile che tutti oggi sembrano aver dimenticato. Gli oligarchi, intanto, studiano le contromosse in difesa dei loro interessi. Si consuma così la guerra “in” e “per” l’Ucraina, tra chi vorrebbe dividerla e chi invece ha interesse a tenerla unita per salvaguardare i propri interessi.

Partiamo da un fatto. Oggi la stampa internazionale nota che prima di Poroshenko nessun presidente nella breve storia dell’Ucraina indipendente era mai stato eletto al primo turno, ma chi oggi sottolinea questo dato dimentica che si è trattato di un’elezione praticamente a candidato unico. Il magnate del cioccolato gareggiava con due sfidanti, Yulia Tymoshenko e l’ex pugile Vitaly Klytchko, che si erano defilati dalla corsa già all’inizio. Inoltre, curiosità statistiche a parte, resta il fatto che circa un decimo della popolazione non ha potuto esprimere il proprio voto. Si tratta dei cittadini della Crimea e di quelli del Donbas: i primi passati sotto la bandiera russa dopo il referendum di marzo; i secondi in procinto di seguire la stessa direzione e al momento sotto il fuoco incrociato di una guerra civile dagli esiti tuttora incerti.

Normalmente ci si chiederebbe quale credibilità possa avere un’elezione svolta in queste condizioni; invece Stati Uniti ed Europa considerano la consultazione come valida e regolare. E come invece non considerano il referendum indipendentista di due settimane prima, stravinto dai “sì” con percentuali del 90%. Nel caso caso l’Occidente plaude ad una democrazia azzoppata nell’illusione che il nuovo governo ristabilisca l’unità del Paese; nel secondo la volontà popolare è stata brandita come un’arma per contribuire alla sua disgregazione. Continua a leggere

La Russia prosegue le manovre nell’Artico

Il rinnovato interesse di Mosca per le gelide acque dell’Artico registra nuovi sviluppi. Dalla precedente analisi sappiamo già che le rivendicazioni di Mosca si intersecano con quelle degli altri Stati che si affacciano all’interno del Circolo Polare, e che lo scioglimento dei ghiacci non crea solo opportunità economiche, ma impone anche dei cambiamenti negli aspetti militari che coinvolgono la regione.

Sabato 15 marzo, l’esercito russo ha posizionato sei aerei militari di categoria Su-27, e tre cargo per il trasporto di soldati, in Bielorussia, presso la base di Baranoviche. Si tratta di un palese riflesso della crisi ucraina, in conseguenza della quale la Nato ha incrementato le proprie forze aeree nelle basi in Polonia e Romania, a ridosso dei confini con Kiev. Lo stesso giorno, però, alcuni bombardieri dell’esercito russo di categoria Tu-95MS hanno compiuto un inusuale pattugliamento nei cieli dell’Artico, al confine dello spazio aereo di Canada, Norvegia, Stati Uniti d’America e Danimarca. Un chiaro avvertimento ai vicini che la presenza russa nella regione si fa sempre maggiore.

Un mese dopo, il 22 aprile, Vladimir Putin ha annunciato che il suo Paese costruirà una rete unificata di strutture navali sui propri territori artici in grado di ospitare navi da guerra e sottomarini avanzati. Secondo il presidente russo, allo stato attuale la forza della Flotta da Guerra del Nord non è sufficiente per garantire la sicurezza nazionale. A tal fine la Russia sta organizzando una rete capillare di rilevazione radar che prevede di completare entro il 2018. Il disegno di Mosca prevede un sistema radar di difesa aerea completamente automatizzato in grado di rilevare ogni tipo di minaccia, compresi missili da crociera e velivoli senza pilota, ad una distanza massima di tremila chilometri.

Secondo Difesa online, quattro stazioni radar classe “Voronezh” sono già attive. Due radar classe “Voronezh” modello “DM”, seimila chilometri di scoperta con capacità di tracciare simultaneamente 500 target, sono pienamente attivi nel territorio di Krasnodar e nella regione di Leningrado. Le stazioni radar nelle regioni di Kaliningrad e di Irkutsk sono in fase di test. I nuovi radar “Voronezh”, possono essere rapidamente ridistribuiti e richiedono un equipaggio ridotto rispetto alla generazione precedente. Altri sette radar della stessa classe saranno messi in servizio nei prossimi cinque anni, sostituendo così gli obsoleti sistemi modello “Dnepr” e “Daryal”. Continua a leggere

La Serbia tra il martello di Mosca e l’incudine di Bruxelles

L’onda lunga della crisi in Ucraina si sta propagando fino a Belgrado. Il governo serbo, tradizionalmente vicino alla Russia ma in trattativa con Bruxelles in vista di una futura adesione alla UE, si trova sempre più in imbarazzo a causa della difficoltà di esprimersi in modo coerente sulla situazione.
Da un lato, c’è la situazione internazionale: il processo di euro-integrazione in corso imporrebbe alla Serbia di associarsi alle parole di condanna verso le iniziative di Mosca sin qui manifestate dall’Europa, ma il Paese balcanico non può correre il rischio di alienarsi le simpatie del Cremlino.
Dall’altro, però, la questione ucraina ha degli importanti riflessi di politica interna. La gran parte delle argomentazioni con cui la Russia ha preteso di legittimare l’annessione della Crimea si fondano sulla similitudine con il precedente del Kosovo. Abbiamo già detto che la Crimea non è il Kosovo, ma se Belgrado se dovesse appoggiare le rivendicazioni di Mosca andrebbe contro i suoi stessi principi di integrità nazionale secondo i quali questo è una parte della Serbia e dunque quella sarebbe parte dell’Ucraina.
Si tratta dello stesso paradosso  in cui è caduta la comunità internazionale, ma Da qui l’impossibilità di trovare una posizione coerente.

Come ricorda l’Osservatorio Balcani e Caucaso:

per la Serbia la questione centrale collegata all’Ucraina è quella del Kosovo. Belgrado avrebbe in questo senso interesse a sostenere l’Ucraina e a contrastare la separazione della Crimea. Tuttavia ciò facendo entrerebbe in netto contrasto con la Russia. La Russia a sua volta è sempre stata contraria all’indipendenza del Kosovo ed ha sempre appoggiato la Serbia al Consiglio di Sicurezza dell’ONU, ma poi in Ucraina ha agito seguendo altri principi.

Sia la Russia che l’Occidente, ognuno con le proprie argomentazioni, affermano che il Kosovo e la Crimea non sono la stessa cosa. Alla Serbia aggrada però di più il punto di vista di Mosca secondo il quale il Kosovo non ha il diritto di separarsi dalla Serbia. In Occidente invece si riconosce il diritto all’autodeterminazione del Kosovo ma non quello della Crimea.

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