#Turchia, prove tecniche di strategia della tensione?

31 marzo 2015. Nel “martedì nero” turco è successo di tutto. A Palazzo di Giustizia a Istanbul, uno degli edifici meglio protetti del Paese, due esponenti del Dhkp/C hanno sequestrato un giudice chiedendo “giustizia” per un ragazzo ucciso dalla polizia durante le proteste di Gezi Park. L’assalto è finito in un bagno di sangue. Nello stesso giorno un misterioso mega black-out elettrico ha paralizzato il Paese.

L’indomani, una donna kamikaze e un uomo hanno attaccato la questura di Istanbul. La donna è stata uccisa, l’uomo catturato. Ci sono state decine di arresti di presunti simpatizzanti Dhkp-C, scontri fra manifestanti e polizia, un uomo armato poi arrestato ha assaltato una sede Akp. Il giorno dopo la sede centrale della polizia turca ha diramato ai comandi nelle 81 province una allerta possibili nuovi attentati.

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#segretobancario e #voluntarydisclosure: le perverse ricadute degli accordi con #Svizzera e #Liechtenstein

Dopo anni di trattative, Italia e Svizzera hanno firmato un accordo sullo scambio di informazioni sui cittadini italiani che hanno capitali presso le banche elvetiche. Pochi giorni dopo, un analogo accordo è stato raggiunto anche con il Liechtenstein.

Gli accordi sono stati definiti dai media come “la fine del segreto bancario”, poiché facilitano la voluntary disclosure (collaborazione volontaria, L. 186/2014) da parte dei contribuenti italiani che hanno conti correnti a Berna e/o a Vaduz e permettono all’autorità fiscali del nostro Paese di accedere ad informazioni anche su un singolo soggetto.

Gli accordi, annunciati dal governo Renzi tra gli squilli di tromba, presentano tuttavia alcuni profili controversi.

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La Serbia tra il martello di Mosca e l’incudine di Bruxelles

L’onda lunga della crisi in Ucraina si sta propagando fino a Belgrado. Il governo serbo, tradizionalmente vicino alla Russia ma in trattativa con Bruxelles in vista di una futura adesione alla UE, si trova sempre più in imbarazzo a causa della difficoltà di esprimersi in modo coerente sulla situazione.
Da un lato, c’è la situazione internazionale: il processo di euro-integrazione in corso imporrebbe alla Serbia di associarsi alle parole di condanna verso le iniziative di Mosca sin qui manifestate dall’Europa, ma il Paese balcanico non può correre il rischio di alienarsi le simpatie del Cremlino.
Dall’altro, però, la questione ucraina ha degli importanti riflessi di politica interna. La gran parte delle argomentazioni con cui la Russia ha preteso di legittimare l’annessione della Crimea si fondano sulla similitudine con il precedente del Kosovo. Abbiamo già detto che la Crimea non è il Kosovo, ma se Belgrado se dovesse appoggiare le rivendicazioni di Mosca andrebbe contro i suoi stessi principi di integrità nazionale secondo i quali questo è una parte della Serbia e dunque quella sarebbe parte dell’Ucraina.
Si tratta dello stesso paradosso  in cui è caduta la comunità internazionale, ma Da qui l’impossibilità di trovare una posizione coerente.

Come ricorda l’Osservatorio Balcani e Caucaso:

per la Serbia la questione centrale collegata all’Ucraina è quella del Kosovo. Belgrado avrebbe in questo senso interesse a sostenere l’Ucraina e a contrastare la separazione della Crimea. Tuttavia ciò facendo entrerebbe in netto contrasto con la Russia. La Russia a sua volta è sempre stata contraria all’indipendenza del Kosovo ed ha sempre appoggiato la Serbia al Consiglio di Sicurezza dell’ONU, ma poi in Ucraina ha agito seguendo altri principi.

Sia la Russia che l’Occidente, ognuno con le proprie argomentazioni, affermano che il Kosovo e la Crimea non sono la stessa cosa. Alla Serbia aggrada però di più il punto di vista di Mosca secondo il quale il Kosovo non ha il diritto di separarsi dalla Serbia. In Occidente invece si riconosce il diritto all’autodeterminazione del Kosovo ma non quello della Crimea.

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Come la Cina sta guadagnando sulla crisi in Ucraina

Partiamo da un presupposto. Il futuro dell’Ucraina è nelle mani di tanti attori: USA, Russia e ricchi poteri privati, ma non del governo di Kiev. Ognuno ha fatto la sua parte per condurre il Paese sull’orlo del baratro e sarà solo attraverso l’incontro tra queste opposte volontà a salvarlo dall’abisso. Il vicepresidente statunitense Joe Biden, nel corso di una visita diplomatica, ha minacciato nuove sanzioni contro la Russia, ma alla fine un accordo sarà necessario. Non a caso al tavolo di Ginevra sedevano rappresentanti di Washington, Mosca e Bruxelles, con il governo ucraino a ratificare le decisioni assunte dagli altri.

C’è però un altro grande Paese che nella crisi ucraina è pienamente coinvolto, e dalla quale potrebbe ricavare lauti profitti – economici e geopolitici – a prescindere da quale sarà l’esito finale della contesa. Parliamo della Cina.

L’interesse cinese per l’Ucraina non è nuovo. Ufficialmente nel 2013 il volume del commercio bilaterale tra la Repubblica popolare cinese e l’ex repubblica sovietica è stato di 11,12 miliardi di dollari, oltre il 7,3 % in più rispetto al 2012, e in generale le multinazionali del Dragone nutrono forti interessi in quel di Kiev. Dal grano alle infrastrutture, i due Paesi hanno collaborato intensamente negli ultimi anni.  Continua a leggere

Ucraina, perché l’accordo di Ginevra è già un fallimento

L’annessione dell’Est Ucraina da parte della Russia è solo rimandata. In una diretta televisiva di mercoledì 16 aprile,  Vladimir Putin ha affermato che la Russia ha annesso la Crimea in parte per rispondere all’espansione della Nato nell’Est Europa. Il capo del Cremlino ha inoltre ammesso che truppe russe si trovavano nella penisola prima che ritornasse sotto Mosca, ma ha negato che esse siano ora presenti nell’Ucraina orientale.

Il presidente russo per ora non vuole invadere, ma può ottenere quello che vuole in altri modi. La minaccia di una guerra civile, di un intervento armato russo e della guerra economica con Mosca sono leve sufficienti per rafforzare il suo potere negoziale con Kiev, impedendo all’Ucraina di scivolare verso Ovest.

Sul fronte interno, l’Ucraina che non riesce a tirarsi fuori dalle sabbie mobili in cui rischia di inabissarsi. La fiducia nei confronti del presidente ad interim Olexandr Turchynov e del premier Arseni Yatseniuk è ai minimi storici. La nuova classe dirigente si trova davanti al compito immane di non far sprofondare il Paese economicamente. Da questo punto di vista non è stato fatto nulla e si aspetta in sostanza l’arrivo dei fondi internazionali. In otto settimane al potere, il nuovo establishment si è dimostrato impotente di fronte agli eventi e le diverse anime del nuovo governo, unite nella fase rivoluzionaria contro Yanukovich, hanno seguito strategie diverse, contraddittorie e controproducenti. Continua a leggere

Se l’Ucraina avesse ancora l’atomica…

Forse l’Ucraina è davvero sull’orlo della guerra civile. Nelle ultime settimane, i gruppi armati filorussi hanno sequestrato gli edifici governativi in diverse città dell’Est del Paese e hanno ucciso almeno un agente di sicurezza ucraino. Ora Kiev sta mobilitando le sue forze per riassumere il controllo su queste località, alimentando un’esclation dagli esiti al momento imprevedibili. L’unica certezza è che il Cremlino sta strumentalizzando la presunta istigazione alla violenza da parte di Kiev come pretesto per un’altra invasione Crimea styleBusiness Insider riporta una mappa con le possibili opzioni militari della Russia. 

Di fronte agli ultimi, preoccupanti sviluppi, qualcuno rimpiange lo smantellamento dell’arsenale nucleare ucraino. Lasciamo stare le parole di Yulia Timoshenko (personaggio non più limpido del vituperato Yanukovich,non dimentichiamolo), che al telefono avrebbe illustrato la sua “soluzione” suggerendo sarcasticamente l’uso di armi nucleari contro gli ucraini di etnia russa, e concentriamoci in una riflessione più seria.

Qualche giorno fa il Wall Street Journal scriveva che le nazioni che abbandonano il loro arsenale nucleare lo fanno a proprio rischio e pericolo. Durante il periodo della Guerra Fredda l’ipotizzato conflitto tra i due blocchi, minacciava, a causa del duopolio nucleare, di essere devastante, di investire intere aree del pianeta e, soprattutto, di essere difficilmente controllabile. Il potere nucleare, peraltro militarmente inutile in quanto, essendo totalmente distruttivo, faceva perdere l’interesse stesso di vincere la guerra, diveniva però “politicamente efficace” se impiegato in funzione dissuasiva. Ai nostri giorni, secondo il quotidiano d’oltreoceano, questo avrebbe garantito l’integrità territoriale di Kiev in quanto la Russia difficilmente avrebbe invaso un Paese confinante col rischio di vedersi puntare contro una batteria di testate nucleari. Continua a leggere

Perché la Crimea non è il Kosovo

L’argomento principale con la Russia giustifica la secessione de facto della Crimea e il suo pronto ricongiungimento a Mosca è l’accostamento con il Kosovo, autoproclamatosi indipendente da Belgrado nel 2008. All’epoca Putin criticò duramente la decisione degli Stati Uniti, della Ue e di alcuni singoli Stati europei di procedere al riconoscimento di Pristina come nuova entità statale; oggi, invece, invoca quel precedente per giustificare la presunta regolarità degli eventi in corso a Sinferopoli.

Tuttavia il paragone è infondato per diverse ragioni. Innanzitutto per la modalità dell’intervento militare: se l’azione della NATO in Serbia nel 1998 è stata necessaria per arrestare il genocidio (reale) della popolazione albanese del Kosovo, la Russia ha giustificato l’occupazione militare per tutelare i diritti della popolazione russofona della Crimea sulla base di discriminazioni puramente immaginarie. Il russo è addirittura la lingua ufficiale in Crimea, e la penisola gode di un’ampia autonomia dal governo centrale dell’Ucraina, tanto da avere lo status di Repubblica autonoma. Certo, le rivolte a Kiev hanno visto la partecipazione di falange dell’estrema destra, tradizionalmente ostili alla minoranza russa, ma le tensioni tensioni nella capitale non avevano sfiorato la penisola che marginalmente. Non a caso, le proteste contro Yanukovich e la sua cricca infuocavano nella capitale e in altre città filooccidentali come Leopoli, ma non a Odessa, a Donestk e per l’appunto in Crimea, dove prevale la popolazione russa. Continua a leggere