#Turchia, la lunga scia di #attentati

Strage ad Ankara. Nel pomeriggio di ieri una potente esplosione ha investito un convoglio militare vicino ad una base dell’Esercito nel quartiere di Kizilay, che ospita la sede del Parlamento e del quartier generale dell’Esercito. Secondo un primo bilancio, fornito dal governatore Mehmet Kilicer, è di almeno 28 morti e 61 feriti, nelle prime ore il Governo dava un bilancio di 5 morti.

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#Turchia, strategia della tensione in corso

Dopo quattro giorni di silenzio, il sanguinoso attentato ad Ankara di domenica scorsa (37 morti e 125 feriti) è stato rivendicato oggi dal gruppo militante curdo dei Falconi per la libertà del Kurdistan (Tak) attraverso il proprio sito. Nella dichiarazione online l’attacco viene descritto come una «azione di vendetta» contro l’offensiva dell’esercito turco nel sudest a maggioranza curda del Paese, in corso da luglio, aggiungendo che il gruppo realizzerà altri attacchi contro coloro che ritiene responsabili per le operazioni.

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#2015, il ritorno della #Russia

L’anno che sta per concludersi ha segnato il definitivo ritorno sulla scena internazionale di uno dei suoi storici interpreti: la Russia. Un ritorno avvenuto dapprima in uno dei suoi storici ruoli, ossia come antagonista dell’Occidente, per poi passare a quello di baluardo nella lotta al terrorismo. Il dato saliente è che, alla fine di settembre, la Russia ha iniziato a compiere attacchi aerei a sostegno del regime del dittatore siriano Bashar al Assad.

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#Profughi, i Paesi dell’Est facciano la propria parte

Con ogni mezzo, in ogni modo, attraverso qualsiasi se pur piccolo varco, ogni giorno migliaia di persone attraversano i confini dell’Europa orientale per cercare fortuna lontano da guerre e povertà. Più che in Europa i profughi, se a tutti può estendersi questo termine, vogliono arrivare in Germania, dove li attendono la speranza di un lavoro e servizi sociali efficienti, ma per arrivarci devono passare dall’Est. Così le rotte si moltiplicano, spingendo Bruxelles a prendere decisioni importanti. Peccato che proprio a Oriente la maggior parte degli Stati stia sempre più chiudendo le porte.
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#Nagorno, elezioni e tensioni nello Stato che non c’è

Il Nagorno Karabakh è un Paese che non esiste. Difeso dall’Armenia, conteso dall’Azerbaigian e dimenticato dal resto del mondo, questo piccolo territorio incastonato nel Caucaso meridionale lotta ogni giorno per affermare un’indipendenza che nessuno Stato o organismo al mondo gli riconosce, neppure l’Armenia. Indipendenza ribadita con le elezioni amministrative tenutesi in data 13 settembre, che la comunità internazionale si è tuttavia affrettata a bollare come illegittime.
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#Macedonia, crisi politica senza fine

Nelle ultime settimane l’attenzione della stampa internazionale si è concentrata sulla Macedonia (Fyrom) a causa dell’emergenza immigrazione. La ‘rotta balcanica’, attraverso la quale nel 2015 almeno 200mila persone hanno tentato di raggiungere l’Unione Europea, sta esplodendo, e ora tutti si ricordano di Skopje. Il clamore per quello che sta accadendo ai confini dell’ex repubblica jugoslava stride però col silenzio (‘assordante’, come si usa dire in questi casi) che ha accompagnato i fatti avvenuti al suo interno, che a partire dallo scorso febbraio hanno portato la Macedonia vicino al collasso politico e istituzionale.
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#Ucraina, sempre più Stato fallito alle porte d’#Europa

A sei mesi dagli Accordi di Minsk-2, non passa giorno senza che si registrino scontri al confine tra le le province governate da Kiev e quelle sotto il controllo dei separatisti russi. Mosca continua a negare la presenza di soldati russi in Ucraina orientale nonostante le numerose prove del coinvolgimento del Cremlino nel conflitto continua a svolgere un ruolo militare attivo in Ucraina orientale. La guerra civile sta erodendo la stabilità dell’Ucraina su tutti i fronti, complice la massiccia campagna di disinformazione ad opera dei media russi. Il governo ucraino è messo sotto pressione affinché conceda maggiore autonomia alle province orientali, mentre la situazione economica peggiora e sul Paese pende sempre di più la spada di Damocle del default.
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Il difficile momento della #Turchia (e di #Erdogan)

La Turchia sta attraversando una delle fasi più delicate nella sua storia recente. Confini in fiamme, stallo politico – il primo novembre prossimo andrà a elezioni anticipate, ha annunciato oggi il Presidente Recep Tayyip Erdogan, e intanto verrà formato un nuovo Governo ad interim -, violenza interna, sono solo alcuni dei fronti aperti che cingono d’assedio il Paese. Per adesso ne sta facendo le spese la lira turca, la cui caduta libera degli ultimi giorni è una perfetta cartina al tornasole delle incertezze legate sia alla crisi politica in atto e al caos geopolitico dell’area, ma nel lungo periodo il prezzo più alto potrebbe pagarlo il Presidente Erdogan, principale artefice della Turchia contemporanea.
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#Turchia, prove tecniche di strategia della tensione?

31 marzo 2015. Nel “martedì nero” turco è successo di tutto. A Palazzo di Giustizia a Istanbul, uno degli edifici meglio protetti del Paese, due esponenti del Dhkp/C hanno sequestrato un giudice chiedendo “giustizia” per un ragazzo ucciso dalla polizia durante le proteste di Gezi Park. L’assalto è finito in un bagno di sangue. Nello stesso giorno un misterioso mega black-out elettrico ha paralizzato il Paese.

L’indomani, una donna kamikaze e un uomo hanno attaccato la questura di Istanbul. La donna è stata uccisa, l’uomo catturato. Ci sono state decine di arresti di presunti simpatizzanti Dhkp-C, scontri fra manifestanti e polizia, un uomo armato poi arrestato ha assaltato una sede Akp. Il giorno dopo la sede centrale della polizia turca ha diramato ai comandi nelle 81 province una allerta possibili nuovi attentati.

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#segretobancario e #voluntarydisclosure: le perverse ricadute degli accordi con #Svizzera e #Liechtenstein

Dopo anni di trattative, Italia e Svizzera hanno firmato un accordo sullo scambio di informazioni sui cittadini italiani che hanno capitali presso le banche elvetiche. Pochi giorni dopo, un analogo accordo è stato raggiunto anche con il Liechtenstein.

Gli accordi sono stati definiti dai media come “la fine del segreto bancario”, poiché facilitano la voluntary disclosure (collaborazione volontaria, L. 186/2014) da parte dei contribuenti italiani che hanno conti correnti a Berna e/o a Vaduz e permettono all’autorità fiscali del nostro Paese di accedere ad informazioni anche su un singolo soggetto.

Gli accordi, annunciati dal governo Renzi tra gli squilli di tromba, presentano tuttavia alcuni profili controversi.

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