«L’#Italia è della #mafia»: la criminalità colma il vuoto della #politica

Il 12 dicembre scorso, l’edizione internazionale del New York Times riportava in prima pagina un duro commento sulla vicenda Mafia Capitale: «Dall’inchiesta è derivato uno scandalo di proporzioni nazionali e il reminder che praticamente non esiste angolo d’Italia immune dalla penetrazione criminale». In altre parole, secondo il quotidiano statunitense siamo destinati a diventare uno Stato mafia. E non si tratta di un giudizio avventato. Mafia Capitale, ultimo di una lunga serie di scandali politico-economico-mafiosi, ci ricorda quanto la criminalità organizzata pervada il nostro sistema istituzionale a ogni livello, a cominciare da quello locale. Un intreccio, quest’ultimo, che ha radici lontane e sviluppi sempre più allarmanti. Continua a leggere

Breve analisi critica sulla percezione della sicurezza

In chiave antropologica, la letteratura scientifica definisce ilsenso d’insicurezza secondo due categorie principali: la fear of crime, cioè la paura personale della criminalità, e il concern about crime, cioè la preoccupazione sociale per la criminalità. Mentre la prima è legata al timore personale di subire un atto criminoso, la seconda concerne l’ansia delle conseguenze sociali correlate alla prospettiva, reale o presunta, di una maggior insicurezza all’interno della propria comunità d’appartenenza. Quando parliamo di «percezione della sicurezza», che nell’ultimo ventennio s’è imposta tra le principali fonti di preoccupazione dei cittadini italiani, scavalcata solo di recente dalla crisi economica, è essenzialmente alla seconda dimensione, quella del concern, che si tende a fare riferimento. Continua a leggere

OT: Tutti diversi, tutti protagonisti: il 3 dicembre è la Giornata mondiale della disabilità

Disabili? Diversamente abili? No, semplicemente abili. L’Italia è un paese di santi, navigatori e giocolieri della parola, dove spesso si fa luogo a perifrasi nell’illusione di modificare la realtà rendendola meno pesante. Ma le parole non cambiano proprio nulla; il talento invece sì. Perché il talento non conosce barriere (neppure architettoniche) e grazie ad esso ciascuno può raggiungere grandi traguardi pur partendo da una posizione di svantaggio.

Il 3 dicembre è la Giornata mondiale della disabilità. Lo scorso anno, in Italia, lo slogan è stato: “Tutti diversi… Tutti protagonisti”. Si potrebbe qui aprire l’annoso dibattito sulla questione dell’utilità di una giornata dedicata alla disabilità: se lanciassimo un sondaggio, probabilmente una metà dei partecipanti la definirebbe una ricorrenza utile, e l’altra metà un’ipocrisia. Un salomonico pareggio tra il politicamente corretto e la realtà di una scarsa attenzione dedicata al problema negli altri 364 giorni dell’anno. Continua a leggere

Tor Sapienza: come la periferia è diventata sinonimo di degrado

I recenti fatti di Tor Sapienza narrano la storia di un equivoco e di un fallimento. L’equivoco è che gli episodi di violenza siano espressione di rigurgiti razzisti, mentre alle radici della rabbia c’è in realtà il disagio profondo di vivere in periferia. Il fallimento è della politica, locale e nazionale, che i quartieri di periferia li ha prima creati e poi abbandonati a se stessi, affidandone la sorte più al caso che alla ragione. Continua a leggere

OT: Grillo, se l’Italia non merita i ladri altrettanto dicasi per gli ignoranti

Ieri tante persone si lamentavano dell‘infelice uscita di Beppe Grillo sulla Shoah. E tante altre si lamentavano dell’eccessivo spazio riservato all’infelice uscita di Grillo sulla Shoah.

Partiamo da un punto. Se c’è una pratica più subdola – e a mio avviso infame – della negazione di certi dolorosi avvenimenti storici è la loro banalizzazioneLa loro riduzione a barzelletta, a luogo comune da tirare fuori per fini personali e/o elettorali. Grillo ieri ha recitato un copione di scarsissima qualità, volto solo a sollevare un polverone, a gettare un sasso nella pozzanghera proprio nel punto in cui sapeva che avrebbe schizzato di più. Il “megafono” stonato dei Cinque stelle è quel tipo di persona che al bar comincia a parlare di un argomento per sentito dire e, quando le sue scarse conoscenze in merito vanno a schiantarsi sul muro di calcestruzzo della loro evidente insufficienza, si salva inevitabilmente in calcio d’angolo dicendo che tuttirubano, tutti sono falsi, tutti sono disonesti. Salvo chi parla, ovviamente.

Non è una questione di mero perbenismo, e poco importa che la battuta – come Luca Telese su Linkiesta ha opportunamente ricordato – non fosse antisemita. Qualunque persona di buon senso dovrebbe avere coscienza che rievocare i simboli di una storia oscura e maledetta vuol dire incidere sulla carne viva di chi quella storia l’ha subita ed è ancora qui per raccontarla, sulla memoria di chi è passato per quei cancelli, per quell’orrendo percorso di morte di cui Primo Levi ci ha tramandato il ricordo. Paradossalmente chi oggi usa quei simboli non reca danno ai suoi nemici, ma solo a se stesso. Perché testimonial’appiattimento culturale di cui fa parte, di cui è espressione. Perché rivela tutta la sua ignoranza. Quella stessa ignoranza – mista a mala fede – che porta a dire “la mafia non strangola nessuno, la politica sì“, quando si trattava di ramazzare qualche voto al Sud. Continua a leggere

Perché l’indipendentismo veneto deve essere preso sul serio

L’indipendentismo veneto non è una novità degli ultimi giorni. Già da qualche anno era tornato alla ribalta, rilanciato dalla crisi economica, dalle piccole e medie imprese che chiudono ogni giorno, dai suicidi degli imprenditori e dal malessere crescente contro lo Stato centrale. Ad ogni modo, per capire quello che sta accadendo in Veneto è bene tenere distinta l’ideologia dalla propaganda.

Partiamo da questo secondo punto. Il referendum consultivo promosso dall’avvocato Alessio Morosin, fondatore e leader di Indipendenza veneta, fa suo quel sogno secessionista che per vent’anni è stato la bandiera della Lega, senza aspettare la creazione della Padania per separarsi dall’Italia ma procedendo con il distacco da Roma del solo Veneto. Già, la Lega, che dopo un decennio di governo in tandem con Berlusconi, (in)degnamente concluso con lo scandalo di Belsito ha palesato la propria totale incapacità di influire sui cambiamenti in maniera incisiva, persino quando miete alti consensi elettorali.

La più ricca e dinamica delle regioni del Nordest non è dunque che l’epicentro della crisi del Carroccio: qui, alle politiche del 2013, si è verificato un massiccio travaso di voti in direzione Movimento Cinque Stelle e Scelta Civica. Le elezioni europee sono alle porte, lo sbarramento è al 4%, e i sondaggi dicono che la Lega non ce la farà. Il progetto macroregionalista, rilanciato da Maroni per salvare quel che restava del leghismo, non ha mai goduto di molta fortuna, forse per il timore di ritrovarsi ai margini fra le tre grandi Regioni del Nord guidate dalla Lega. L’idea macroregione scalda forse gli animi contro l’odiata Roma, ma non regge l’urto delle gelosie territoriali e dei i conflitti amministrativi fra le sue componenti.

Tenendo a mente l’incombere delle elezioni europee, la trovata di Morosin mira a favorire altri attori che soffierebbero alla Lega il ruolo di ago della bilancia regionale. Tanto che Beppe Grillo si è affrettato a dare la sua benedizione ai secessionisti del Leone di San Marco. L’iniziativa va pertanto inquadrata come il tentativo di intercettare consensi in uscita dalla Lega, ora che il fu partito dell’indipendenza nordista procede nel suo declino tra discese nei sondaggi e rese di conti interne. Solo perché la Lega si è sbriciolata in tribù tra loro ostili, non significa che l’indipendentismo veneto sia morto. Anzi. Continua a leggere

OT: L’Aquila, 6 aprile. Il più freddo dei giorni

[Scritto per Val Vibrata Deal]

Per spiegare cosa sia L’Aquila oggi, a cinque anni dal sisma che l’ha devastata, ci vorrebbe qualcuno capace di raccontare il silenzio. Il silenzio spettrale che regna tra le macerie che un tempo furono case, tra le vie transennate, tra le chiese crepate, tra i negozi chiusi del centro storico chiuso. Il silenzio finora interrotto solo dai cittadini armati di cariola e pazienza (che per tanto ardire sono pure finiti sotto processo…) o dai clic di quei buontemponi ansiosi di rompere la monotonia delle foto vacanziere scattandone altre più suggestive – davanti alla Concordia, alla casa di Cogne, o alle zone rosse – purché intrise di disperazione. Il silenzio deturpato da politici, opinionisti e tuttologi che oggi avranno in massa una parola per L’Aquila, anche quelli che non ci sono mai stati prima e non hanno intenzione di venirci. Il silenzio delle coloratissime new town, ieri costruite in fretta e furia e consegnate con sorrisi elettorali, e oggi abbandonate di corsa perché cedono, prendono fuoco, perché non antisismiche. Il silenzio che alle 3:32 di ogni 6 aprile, al termine della ricorrente veglia di preghiera, fa da sfondo ai 309 rintocchi della campana della chiesa del Suffragio, scandendo il ricordo delle vittime. 

Sono cinque anni che L’Aquila è stata colpita dal sisma. Ad aprile del 2014 sono rientrate nelle loro case 46mila persone. Quelle che vivono ancora all’interno degli appartamenti del progetto Case (Complessi antisismici sostenibili ecocompatibili) sono 11.670, mentre sono 2.461 quelle che vivono nei Map (Moduli abitativi provvisori, prefabbricati) e 189 negli appartamenti messi a disposizione dal comune. Allo stato attuale ci sono più di 300 cantieri aperti nel centro storico e 1.500 nelle zone periferiche. Nei 56 comuni limitrofi interessati dal terremoto sono 662 i cantieri aperti nelle periferie e 138 quelli nei centri storici; per il restauro dei beni artistici e architettonici, i cantieri aperti sono 101.

Cifre, bilanci, buoni propositi, falsità che ancora pretendono di essere vere. La realtà autentica, quella che la freddezza dei numeri non potrà mai raccontare, è impressa negli sguardi di chi aspetta di tornare a casa, o di chi la propria l’ha ricostruita con i risparmi di una vita. E’ scolpita nella rassegnazione di chi i soldi per rimetterla su non ce li ha, e non ha nemmeno quelli per fuggirre da lì. E’ marchiata a fuoco nelle voci che si sfiorano quotidianamente e si sussurrano “Come va?’ E come vuoi che vada”. Continua a leggere