OT: Tutti diversi, tutti protagonisti: il 3 dicembre è la Giornata mondiale della disabilità

Disabili? Diversamente abili? No, semplicemente abili. L’Italia è un paese di santi, navigatori e giocolieri della parola, dove spesso si fa luogo a perifrasi nell’illusione di modificare la realtà rendendola meno pesante. Ma le parole non cambiano proprio nulla; il talento invece sì. Perché il talento non conosce barriere (neppure architettoniche) e grazie ad esso ciascuno può raggiungere grandi traguardi pur partendo da una posizione di svantaggio.

Il 3 dicembre è la Giornata mondiale della disabilità. Lo scorso anno, in Italia, lo slogan è stato: “Tutti diversi… Tutti protagonisti”. Si potrebbe qui aprire l’annoso dibattito sulla questione dell’utilità di una giornata dedicata alla disabilità: se lanciassimo un sondaggio, probabilmente una metà dei partecipanti la definirebbe una ricorrenza utile, e l’altra metà un’ipocrisia. Un salomonico pareggio tra il politicamente corretto e la realtà di una scarsa attenzione dedicata al problema negli altri 364 giorni dell’anno. Continua a leggere

Tor Sapienza: come la periferia è diventata sinonimo di degrado

I recenti fatti di Tor Sapienza narrano la storia di un equivoco e di un fallimento. L’equivoco è che gli episodi di violenza siano espressione di rigurgiti razzisti, mentre alle radici della rabbia c’è in realtà il disagio profondo di vivere in periferia. Il fallimento è della politica, locale e nazionale, che i quartieri di periferia li ha prima creati e poi abbandonati a se stessi, affidandone la sorte più al caso che alla ragione. Continua a leggere

OT: Grillo, se l’Italia non merita i ladri altrettanto dicasi per gli ignoranti

Ieri tante persone si lamentavano dell‘infelice uscita di Beppe Grillo sulla Shoah. E tante altre si lamentavano dell’eccessivo spazio riservato all’infelice uscita di Grillo sulla Shoah.

Partiamo da un punto. Se c’è una pratica più subdola – e a mio avviso infame – della negazione di certi dolorosi avvenimenti storici è la loro banalizzazioneLa loro riduzione a barzelletta, a luogo comune da tirare fuori per fini personali e/o elettorali. Grillo ieri ha recitato un copione di scarsissima qualità, volto solo a sollevare un polverone, a gettare un sasso nella pozzanghera proprio nel punto in cui sapeva che avrebbe schizzato di più. Il “megafono” stonato dei Cinque stelle è quel tipo di persona che al bar comincia a parlare di un argomento per sentito dire e, quando le sue scarse conoscenze in merito vanno a schiantarsi sul muro di calcestruzzo della loro evidente insufficienza, si salva inevitabilmente in calcio d’angolo dicendo che tuttirubano, tutti sono falsi, tutti sono disonesti. Salvo chi parla, ovviamente.

Non è una questione di mero perbenismo, e poco importa che la battuta – come Luca Telese su Linkiesta ha opportunamente ricordato – non fosse antisemita. Qualunque persona di buon senso dovrebbe avere coscienza che rievocare i simboli di una storia oscura e maledetta vuol dire incidere sulla carne viva di chi quella storia l’ha subita ed è ancora qui per raccontarla, sulla memoria di chi è passato per quei cancelli, per quell’orrendo percorso di morte di cui Primo Levi ci ha tramandato il ricordo. Paradossalmente chi oggi usa quei simboli non reca danno ai suoi nemici, ma solo a se stesso. Perché testimonial’appiattimento culturale di cui fa parte, di cui è espressione. Perché rivela tutta la sua ignoranza. Quella stessa ignoranza – mista a mala fede – che porta a dire “la mafia non strangola nessuno, la politica sì“, quando si trattava di ramazzare qualche voto al Sud. Continua a leggere

Perché l’indipendentismo veneto deve essere preso sul serio

L’indipendentismo veneto non è una novità degli ultimi giorni. Già da qualche anno era tornato alla ribalta, rilanciato dalla crisi economica, dalle piccole e medie imprese che chiudono ogni giorno, dai suicidi degli imprenditori e dal malessere crescente contro lo Stato centrale. Ad ogni modo, per capire quello che sta accadendo in Veneto è bene tenere distinta l’ideologia dalla propaganda.

Partiamo da questo secondo punto. Il referendum consultivo promosso dall’avvocato Alessio Morosin, fondatore e leader di Indipendenza veneta, fa suo quel sogno secessionista che per vent’anni è stato la bandiera della Lega, senza aspettare la creazione della Padania per separarsi dall’Italia ma procedendo con il distacco da Roma del solo Veneto. Già, la Lega, che dopo un decennio di governo in tandem con Berlusconi, (in)degnamente concluso con lo scandalo di Belsito ha palesato la propria totale incapacità di influire sui cambiamenti in maniera incisiva, persino quando miete alti consensi elettorali.

La più ricca e dinamica delle regioni del Nordest non è dunque che l’epicentro della crisi del Carroccio: qui, alle politiche del 2013, si è verificato un massiccio travaso di voti in direzione Movimento Cinque Stelle e Scelta Civica. Le elezioni europee sono alle porte, lo sbarramento è al 4%, e i sondaggi dicono che la Lega non ce la farà. Il progetto macroregionalista, rilanciato da Maroni per salvare quel che restava del leghismo, non ha mai goduto di molta fortuna, forse per il timore di ritrovarsi ai margini fra le tre grandi Regioni del Nord guidate dalla Lega. L’idea macroregione scalda forse gli animi contro l’odiata Roma, ma non regge l’urto delle gelosie territoriali e dei i conflitti amministrativi fra le sue componenti.

Tenendo a mente l’incombere delle elezioni europee, la trovata di Morosin mira a favorire altri attori che soffierebbero alla Lega il ruolo di ago della bilancia regionale. Tanto che Beppe Grillo si è affrettato a dare la sua benedizione ai secessionisti del Leone di San Marco. L’iniziativa va pertanto inquadrata come il tentativo di intercettare consensi in uscita dalla Lega, ora che il fu partito dell’indipendenza nordista procede nel suo declino tra discese nei sondaggi e rese di conti interne. Solo perché la Lega si è sbriciolata in tribù tra loro ostili, non significa che l’indipendentismo veneto sia morto. Anzi. Continua a leggere

OT: L’Aquila, 6 aprile. Il più freddo dei giorni

[Scritto per Val Vibrata Deal]

Per spiegare cosa sia L’Aquila oggi, a cinque anni dal sisma che l’ha devastata, ci vorrebbe qualcuno capace di raccontare il silenzio. Il silenzio spettrale che regna tra le macerie che un tempo furono case, tra le vie transennate, tra le chiese crepate, tra i negozi chiusi del centro storico chiuso. Il silenzio finora interrotto solo dai cittadini armati di cariola e pazienza (che per tanto ardire sono pure finiti sotto processo…) o dai clic di quei buontemponi ansiosi di rompere la monotonia delle foto vacanziere scattandone altre più suggestive – davanti alla Concordia, alla casa di Cogne, o alle zone rosse – purché intrise di disperazione. Il silenzio deturpato da politici, opinionisti e tuttologi che oggi avranno in massa una parola per L’Aquila, anche quelli che non ci sono mai stati prima e non hanno intenzione di venirci. Il silenzio delle coloratissime new town, ieri costruite in fretta e furia e consegnate con sorrisi elettorali, e oggi abbandonate di corsa perché cedono, prendono fuoco, perché non antisismiche. Il silenzio che alle 3:32 di ogni 6 aprile, al termine della ricorrente veglia di preghiera, fa da sfondo ai 309 rintocchi della campana della chiesa del Suffragio, scandendo il ricordo delle vittime. 

Sono cinque anni che L’Aquila è stata colpita dal sisma. Ad aprile del 2014 sono rientrate nelle loro case 46mila persone. Quelle che vivono ancora all’interno degli appartamenti del progetto Case (Complessi antisismici sostenibili ecocompatibili) sono 11.670, mentre sono 2.461 quelle che vivono nei Map (Moduli abitativi provvisori, prefabbricati) e 189 negli appartamenti messi a disposizione dal comune. Allo stato attuale ci sono più di 300 cantieri aperti nel centro storico e 1.500 nelle zone periferiche. Nei 56 comuni limitrofi interessati dal terremoto sono 662 i cantieri aperti nelle periferie e 138 quelli nei centri storici; per il restauro dei beni artistici e architettonici, i cantieri aperti sono 101.

Cifre, bilanci, buoni propositi, falsità che ancora pretendono di essere vere. La realtà autentica, quella che la freddezza dei numeri non potrà mai raccontare, è impressa negli sguardi di chi aspetta di tornare a casa, o di chi la propria l’ha ricostruita con i risparmi di una vita. E’ scolpita nella rassegnazione di chi i soldi per rimetterla su non ce li ha, e non ha nemmeno quelli per fuggirre da lì. E’ marchiata a fuoco nelle voci che si sfiorano quotidianamente e si sussurrano “Come va?’ E come vuoi che vada”. Continua a leggere

Caso Cancellieri, in Italia anche i diritti più semplici sono già dei privilegi

Il Ministro della Giustizia ha ricevuto la notizia di una detenuta a rischio e ha segnalato il caso al Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria. Ha fatto bene o ha fatto male? Difficile da dire, e nel Paese delle mille contraddizioni è difficile dirlo di molte altre cose, ragion per cui non spenderò una parola sull’opportunità che lei rassegni le dimissioni o meno. Di sicuro, il (non) “caso della Cancellieri” è una perfetta sintesi del regresso socioculturale che da vent’anni contrassegna la cosiddetta Seconda Repubblica, e per due motivi.

In primo luogo, l’affaire Cancellieri (riassunto qui in dieci punti) certifica l’impossibilità nel nostro Paese di affrontare un dibattito pubblico senza schierarsi in due opposte tifoserie, che poi sono sempre le stesse: da una parte gli ultrà del centrosinistra e dall’altro quelli del centrodestra, in teoria divisi su tutto e in pratica tutti col naso all’insù verso la stella polare di Berlusconi.
Attraverso la discolpa per l’ex prefetto di Bologna, i berluscones (falchi, colombe o polli che siano)agognano l’indulgenza verso il loro Grande capo, inventando un parallelismo tra i due episodi semplicemente inconcepibile. Qualunque persona sana di mente sarebbe capace di distinguere tra un Ministro che sollecita un intervento per una detenuta a rischio della propria vita e un Primo Ministro che ottiene la liberazione di una prostituta arrestata per furto millantando una parentela con un Capo di Stato estero. O almeno, in un Paese normale chiunque lo sarebbe. Già, in un Paese normale.
Nessuno poi sembra cogliere una stridente incoerenza. In marzo, nel corso delle convulse trattative per la formazione del governo Letta, emerse l’evidente sgradimento del Pdl per la figura della Cancellieri. La ragione? Aver sciolto ben 33 comuni per infiltrazioni mafiose, quasi tutti amministrati proprio dal centrodestra, tra cui quello di Reggio Calabria – il più grande comune mai sciolto per mafia – retto da un sindaco Pdl, erede del governatore in carica Scopelliti. Oggi invece i pidiellini sono tutti con la Cancellieri. E’ la (mala) politica, bellezza.

Inoltre, nessuno nota che il caso Cancellieri è noto grazie a una telefonata intercettata dalla procura di Torino, una telefonata che non avremo mai dovuto nemmeno conoscere. Perché si tratta diun’intercettazione telefonica penalmente irrilevante, che per tale ragione non doveva essere trascritta né tanto meno pubblicata dalla stampa. Ma nessuno ci ha fatto caso. Negli ultimi anni si è fatto un gran parlare di intercettazioni solo perché inerenti alle vicende private di Berlusconi, dimenticando che l’intercettazione, codice di procedure penale alla mano, è un mezzo di prova. Dovrebbe servire al processo per dimostrare una colpevolezza, non ai giornali per vendere un paio di copie in più. Invece negli ultimi anni è diventato un mezzo di ricerca della prova, andando ben oltre i limiti consentiti dalla legge, e infine un mezzo di ricerca dello sputtanamento. Ma nessuno ci fa più caso. Anzi, chi nota queste anomalie finisce pure per essere assalito dagli ultrà del centrosinistra.

Inutile stupirsi. Ultimamente sembra diventato impossibile discutere di un tema senza dover per forza buttare tutto in vacca. La riflessione è bandita, e dunque largo agli slogan e alle (pseudo) ideologie; unico mezzo possibile per sintonizzarsi sullo stile espressivo (e cognitivo) dell’italiano medio.

Passiamo al secondo aspetto, a mio modo di vedere il più avvilente. Proviamo a farci delle domande, come quelle che il direttore del PostLuca Sofri si pone sul suo blog. Domande che a me ne fanno sorgere un’altra: in Italia un detenuto affetto da un problema deve per forza invocare il Ministro, senza che l’amministrazione penitenziaria contempli altre figure intermedie (es. il direttore del carcere o il personale di servizio) a cui rivolgersi? La Cancellieri ha più volte ribadito di essere intervenuta in oltre cento analoghi casi in tre mesi, ma i detenuti ospitati nelle carceri sono molti, molti di più (ufficialmente 65.891, ossia 18.851 in più rispetto ai 47.000 posti disponibili). Quasi nessuno dei quali con il numero privato del Ministro in rubrica.
Una volta si telefonava al potente amico per avere un favore. Non è il caso di Giulia Ligresti: per lei la scarcerazione era un diritto, stante le sue drammatiche condizioni di salute di allora. Lo stesso diritto che in teoria spettava e spetta a tutti i detenuti in analoghe condizioni. Un diritto, non dimentichiamolo, è una situazione di vantaggio che spetta a tutti; un privilegio, invece, è roba di pochi.  Ma se la Giustizia italiana – vuoi per deficienze amministrative, burocratiche, finanziarie, ecc. –  non è in grado di assicurare al sig. Rossi, lo stesso trattamento riservato a Giulia Ligresti, il riguardo della Cancellieri verso quest’ultima rimane un diritto o diventa piuttosto un privilegio?

L’Italia è ormai un Paese impoverito, prostrato da una crisi che la politica riesce a comprendere e figuriamoci ad affrontare, retto da una classe politica miope e autoreferenziale, incapace di qualunque pensiero originale o anche solo di empatia nei confronti di una popolazione disincantata e sempre più alla deriva. Un Paese giuridicamente e finanziariamente non più in grado di assicurare quei diritti inviolabili che l’art. 3 della Costituzione assegna a ciascun cittadino senza distinzioni di sorta, in cui si arriva a selezionare i beneficiari dell’intervento pubblico nell’impossibilità di provvedere ai bisogni di tutti. Selezione che, ovviamente, avviene in base alle conoscenze.
Se ieri l’intercessione di un potente garantiva dei privilegi, oggi invece basta appena a salvaguardare i diritti fondamentali della persona. Siamo caduti veramente in basso. L’imbarbarimento politico, amministrativo e culturale della nostra società ha fatto sì che in Italia perfino i diritti di tutti diventassero i privilegi di pochi.
E’ questa la riflessione più amara che il caso Cancellieri ci lascia.

Porta Pia, quel lontano XX settembre abbiamo unito e diviso l’Italia

La presa di Roma, nota anche come Breccia di Porta Pia, non fu soltanto l’episodio del Risorgimento che sancì l’annessione di Roma al Regno d’Italia, di cui sarebbe divenuta capitale l’anno seguente e che decretò la fine dello Stato Pontificio e del potere temporale dei Papi.
Scriveva l’ambasciatore Sergio Romano sulle pagine del Corriere nel 2000:

La data del «XX settembre», rigorosamente scritta in numeri romani, dovrebbe essere ricordata e celebrata come la maggiore data europea dell’ Ottocento. Segna la conclusione di un grande fenomeno politico: la nascita della nazione italiana. È il più evidente simbolo del principio di nazionalità. Mette termine a una lunghissima fase storica durante la quale il Pontefice romano ha regnato, come un qualsiasi sovrano temporale, su uno Stato europeo di media grandezza. È l’ inizio di una nuova fase in cui la Chiesa cattolica può esercitare più liberamente la sua missione spirituale nel mondo. Non sarebbe illogico quindi sperare che domani, a Porta Pia, si riunissero per celebrare quell’avvenimento i rappresentanti dello Stato italiano, della Santa Sede, dell’ Unione europea, dell’Onu: tutti, per diversi aspetti, beneficiari della storica spallata con cui i bersaglieri del generale Cadorna entrarono nella città eterna il 20 settembre del 1870. Ma, a dispetto del suo obiettivo significato e della sua universale importanza, la ricorrenza è sempre stata, in Italia e in Europa, una data scomoda, troppo carica di significati polemici e di interpretazioni controverse.

Sempre il Corriere della Sera pubblica un interessante repertorio cronologico, digitalizzato dall’Istituto per la Storia del Risorgimento di Roma, in cui l’evolversi dei fatti viene narrato ora per ora.
Linkiesta accenna al resoconto d’epoca che ne fece Edmondo De Amicis, chiudendo il post con questa riflessione:

Oggi assistiamo al sostanziale oblio della data del 20 Settembre e del suo significato storico e politico. Sembrerebbe cosa poco grave nell’enorme confusione politica e costituzionale che stiamo attraversando ma è invece nello stesso tempo causa ed effetto di tutto ciò. Dovrebbe essere praticata una riflessione dagli uomini più pensosi e da tutti coloro che ritengono la Storia elemento sostanziale della vita di un popolo. Ce ne sarà ancora qualcuno?

Chissà. L’anniversario del XX settembre è stato festività nazionale fino alla sua abolizione dopo i Patti Lateranensi nel 1929, quando la ricorrenza fu cancellata da Mussolini per compiacere il papa e mai più recuperata. Il duce aveva deliberatamente ceduto alle richieste delle gerarchie ecclesiastiche per rinforzare il suo consenso e rinforzare la sua fama di “Uomo della Provvidenza”. Nel 2008 una proposta di legge – presentata da Maria Antonietta Coscioni della pattuglia radicale nel Pd e da Mario Pepe del Pdl – tentò di restituire la dignità di festa nazionale a questa data, ma l’iniziativa non ha avuto seguito.

Oggi il ricordo di questo evento, e di riflesso del suo significato nella storia dell’Italia contemporanea si va tristemente perdendo nell’ignoranza generale. Eppure è tuttora fonte di polemiche e dissapori. Si pensi a cosa accadde nel 2010, quando il cardinale Segretario di Stato, Tarcisio Bertone, annuciò la propria presenza alle celebrazioni romane, accettando l’invito del sindaco di Roma Alemanno: atei razionalisti, radicali e cattolici tradizionalisti insorsero per i motivi più disparati, senza però cogliere lo spirito di riconciliazione che tale annuncio intendeva comunicare. Allora Bertone fece la scelta giusta, sia dal punto di vista politico (ribadendo così che l’Italia, nella sua storia e nel suo presente è una questione che riguarda i cattolici italiani), sia da quello, più profondo, storico-commemorativo (pregando per la memoria dei caduti di ambo le parti, riconobbe la dignità degli uni e degli altri), ma l’ondata disappunto che la sua presa di posizione riuscì a sollevare la dice lunga sulle divisioni che questa ricorrenza suscita ancora oggi. Lo scorso anno, ad esempio, è diventata teatro della manifestazione “Chiesa, paga anche tu la Spending Review!” promossa dai Radicali.
Episodi che lasciano intuire perché l’oblio sia tacitamente incoraggiato. Al posto di ricordare – da noi sinonimo di litigare, anziché di riflettere – preferiamo “fare all’italiana”, e cioè dimenticare. Lasciando che un giorno in cui è stata scritta la Storia scorra placidamente come tutti gli altri.