Il “non senso” della #democrazia in #Egitto

La democrazia non si risolve solo nel mero rituale delle elezioni, ma le elezioni – o meglio le condizioni in cui queste hanno luogo – sono quasi sempre un indice fedele dello stato di salute di una democrazia. Quelle parlamentari in Egitto – le seconde dalla caduta di Mubarak nel 2011 – ad esempio, restituiscono l’immagine di una democrazia malata, per non dire già passata a miglior vita. Come si aspettavano quasi tutti, infatti, la prima fase del voto indica che proprio il partito del presidente (controllato dai servizi segreti) dominerà il prossimo parlamento.

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#Egitto, prime elezioni politiche dell’era Al #Sisi

Domenica 18 e lunedì 19 ottobre si terrà il primo turno delle elezioni parlamentari in Egitto, dove circa 55,6 milioni di elettori sono chiamati alle urne per eleggere nuovi deputati, su una popolazione totale di 87,8 milioni di persone. Il secondo turno è invece previsto per il 22 e 23 novembre. I primi a votare saranno però gli egiziani all’estero, già da domani e poi il giorno successivo. Nel secondo turno, gli egiziani all’estero voteranno il 21 e 22 novembre. La divisione in due turni è stata elaborata dalla Commissione elettorale egiziana su base geografica, con 14 governatorati interessati alla prima fase e 13 alla seconda.
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La deriva autoritaria della #Tunisia

Gli attacchi al museo del Bardo di Tunisi il 18 marzo e in un resort di Port El Kantaoui (Sousse) il 26 giugno (rispettivamente 21 e 38 morti) hanno spazzato via l’illusione che in questi quattro anni aveva accompagnato la nostra percezione della storia recente della Tunisia: che fosse, cioè, un esempio di successo, forse l’unico, delle cosiddette ‘primavere arabe’. Gli osservatori sono stati tutti così concentrati sulle mere dinamiche elettorali e sul ruolo dell’Islam politico da trascurare il fuoco dell’integralismo che covava sotto la cenere della transizione. C’è voluta la violenza cruda e immotivata contro i turisti (cioè contro di noi occidentali) per squarciare il velo sui problemi che fino a quel momento non avevano avuto né letture né risposte adeguate, sia dentro che fuori i confini del Paese. Questi problemi stanno venendo a capo intorno a due poli: terrorismo e antiterrorismo, due facce della stessa medaglia. Perché la crescente svolta securitaria con cui il Governo cerca – almeno ufficialmente – di reprimere l’attività terroristica preoccupa i cittadini non meno del terrorismo stesso.
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Appunti sulla storia recente dello #Yemen

I problemi dello Yemen iniziano nel 1990 con l’unificazione tra Nord e Sud, avvenuta sotto la guida del presidente Ali Abdullah Saleh, dittatore già a capo del Nord dal 1978. L’unione crea una stabilità solo apparente, che negli anni successivi sarà messa in forse tanto dalle rivolte interne (quella dell’Hadramawt nel 1994 e quella Houthi che vedremo in seguito), quanto dalla pessima gestione di un governo corrotto che amministrerà il Paese secondo una logica meramente spartitoria. Sono molti infatti i clan da foraggiare per preservare gli equilibri di potere. Questo perché la pietra angolare nella realtà yemenita è il sistema tribale. Le tribù sono la principale formazione sociale del Paese e ne rappresentano la più importante autorità collettiva: in tutto lo Yemen se ne contano circa duecento. Per assicurarsene la fedeltà, Saleh le incardina all’interno delle strutture istituzionali. Continua a leggere

Tunisia, la verità sui campi jihadisti segreti dietro la morte di Chokri Belaid

Annamaria Rivera sul Manifesto ricorda come Belaid avesse denunciato più volte l’escalation della violenza politica, che rischiava, diceva, di mettere in grave pericolo la transizione democratica in Tunisia: lui stesso era stato più volte minacciato di morte. Nei primi due giorni di febbraio ci sono stati almeno sei atti di violenza politica in 48 ore ad opera, si dice, delle famigerate «Leghe di protezione della rivoluzione» – milizie armate al servizio di Ennahda.
Il fatto è che di milizie, in Tunisia, ce ne sono ben altre. E in questo aspetto sta forse la risposta al perché dell’uccisione di Belaid.

Giorni prima del suo assassinio, il leader dell’opposizione tunisina aveva rilasciato un’intervista al quotidiano degli Emirati Arabi Uniti al-Khaleej. Alla domanda: “Qual è la sua opinione sulla crisi in Siria?“, Belaid ha risposto che quello che sta accadendo a Damasco è una cospirazione di americani e sionisti per sostituire il regime siriano con la complicità di alcuni Paesi arabi, usati come strumenti per agevolare la presenza statunitense nella regione.

Facciamo un passo indietro.

Nel mese di ottobre il settimanale francese, Marianne aveva rivelato l’esistenza di due campi di addestramento jihadisti in Tunisia, rimarcando la scarsa attenzione del governo in proposito.
Secondo la testata, i campi si troverebbero nella regione Tanarka, a nord, e vicino al confine libico e algerino,non lontano dall’oasi di Ghadamès, nel sud. Un (anonimo) diplomatico europeo  citato nell’articolo ha sottolineato come le autorità di Tunisi fossero state avvertite della situazione, senza però prendere provvedimenti. Probabilmente, la questione era stata tenuta segreta per non alterare la già fragile transizione che lo Stato nordafricano sta attraversando.
Nel pezzo si leggeva che, per il governo algerino, il confine con la Tunisia è diventato una delle maggiori principali preoccupazioni. In poche settimane, due importanti operazioni hanno messo in evidenza l’entità del pericolo: la prima ha smentellato una rete jihadista nella località di Annaba; nella seconda le forze di sicurezza algerine hanno recuperato missili terra-aria – provenienti dalla Libia – a Tebessa, giunti fin lì dopo aver attraversato la Tunisia. L’articolo paventava la possibilità di attacchi terroristici in Europa nell’eventualità – poi concretizzata – di un intervento militare francese in Mali.
Il governo di Tunisi ha smentito quanto affermato nel rapporto. Però  il 21 dicembre le forze di sicurezza tunisine hanno annunciato l’arresto di 16 uomini sospettati di appartenere ad un gruppo legato ad al-Qa’ida nel Maghreb islamico, a riprova che il problema del jihadismo da quelle parti esiste eccome.

Chokri Belaid è stato il primo – e unico – uomo politico tunisino a rivelare l’esistenza di questi campi di addestramento segreti nel Paese. Lo ha fatto in questo video (segnalatomi da un’amica) nel corso di un’accesa discussione televisiva. Le strutture in questione sono finanziate dal Qatar attraverso Ennahda, braccio politico della Fratellanza Musulmana, e servono a formare jihadisti da inviare poi in Siria. In un passaggio  Belaid parla di circa 5000 uomini reclutati nella zona al confine tra Tunisia e Algeria e poi mandati in Siria attraverso la Turchia. In un altro video, Belaid rivela la complicità del governo con i salafiti.
La denuncia di Belaid non poteva non infastidire qualcuno. In quest’ultimo video un leader religioso emette addirittura una fatwa per farlo uccidere. Quattro giorni prima del suo assassinio.

Con l’omicidio di Belaid, i nodi della Tunisia vengono al pettine

Chokri Belaïd era uno dei politici più importanti dell’opposizione di sinistra in Tunisia. Il 6 febbraio è stato ucciso a Tunisi, di fronte alla sua casa. Dopo la sua uccisione sono iniziate in alcune zone del paese una serie di manifestazioni e proteste contro la polizia. Tutti i partiti si affrettano a condannare l’attentato, in una catena di dichiarazioni tanto lunga quanto scontata.
Ma la situazione si complica anche a livello politico, dopo che il partito di governo Ennahda (al-Nahda) si è opposto alla proposta del suo leader Hamadi Jebali, e primo ministro, di sciogliere il governo in carica e formarne uno nuovo di unità nazionale formato da tecnici, con un “mandato limitato per gestire gli affari del paese fino alle elezioni, che dovranno svolgersi il prima possibile”.

Si tratta solo dell’ultimo – e più grave – episodio che testimonia come negli ultimi mesi la realtà sociale e politica nel Paese maghrebino si sia fatta particolarmente tesa e violenta, per quanto messa in ombra dal più risonante marasma egiziano.
Egitto col quale la Tunisia condivide il fatto di essere governata da un partito espressione della Fratellanza Musulmana, al punto che ora si teme un’evoluzione simile a quella in corso al Cairo.
Ma qui la “contrapposizione” tra tra laici e islamisti rimarcata dalla stampa nostrana non c’entra quasi nulla. Lorenzo Declich spiega che la reazione della popolazione all’omicidio di Belaid esprime la sfiducia nei confronti del nuovo sistema di potere (partiti secolari compresi), che si è spartito le poltrone mentre la Tunisia sprofonda nel baratro:

Per capire quanto sia depistante il distinguo che definisce “laiche” le forze scese in piazza basta ascoltare le invocazioni a Dio di quelle folle in lutto e leggere i messaggi di cordoglio della cittadinanza. Non si parla, qui, di “laici” contro “religiosi”. Si parla di un blocco di potere (indulgente nei confronti delle ali estremiste dell’islam politico, quelle stesse formazioni che oggi festeggiano la morte di Belaid) al quale partecipano anche partiti “laici” – la sinistra moderata di Ettakatol e il Congresso per la repubblica. Un blocco che in poco più di un anno ha proceduto all’occupazione delle sedie lasciate vuote dai sodali di Ben Ali, venendo a patti con i poteri forti, vecchi e nuovi, tunisini e non. E che si è dimostrato incapace di affrontare i problemi dei cittadini, mentre il paese correva a grandi passi verso il baratro economico e lo scontro sociale.

Giacomo Fiaschi, esperto di comunicazione e da anni residente in Tunisia, aggiunge:

alla domanda “chi c’è dietro alla mano omicida che ha stroncato l’esistenza di Chokri Belaïd?” la risposta non può essere che una: chi ha interesse a destabilizzare il Paese, e nessuna formazione, nessun movimento politico attualmente in campo può avere questo interesse. Ma, a questo proposito, conviene ricordare che le mani su questo paese, per oltre un secolo, non è stata solo la politica di chi l’ha governato, o ha fatto finta di governarlo, ad avercele.

Una pista porta alla polizia.

A due anni dalla rivoluzione, l’Egitto non è ancora quello che sognavano i giovani di piazza Tahrir

A due anni dai raduni in piazza Tahrir, dagli scontri con le forze di sicurezza, dai morti, oggi l’Egitto ha una nuova Costituzione, un Parlamento e un presidente liberamente eletti. Eppure piazza Tahrir continua a riempirsi. L’Egitto è l’immagine di un Paese in transizione: a volte accelera verso il cambiamento, altre fa dei passi indietro. Ma i problemi di sempre rimangono: dalla corruzione alla violenza, passando per la discriminazione delle donne e per le tensioni tra copti e musulmani. A cui si aggiungono l’impunità dei vecchi esponenti del regime e le persone uccise come diretta conseguenza degli scontri di piazza avvenuti negli ultimi tempi. Poi ci sono i casi degli abitanti dell’isola di Qursaya, di Muhammad Sabry, e di tutti quei civili che ancora oggi sono costretti a subire processi militari.
Ripensando ai giorni di inizio 2011 c’è un particolare che da allora la stampa internazionale sembra aver trascurato: la mobilitazione che portò alla caduta del trentennale regime di Mubarak, più che ad una sincera richiesta di rappresentanza e partecipazione, era il frutto della mancanza di lavoro, di prospettive, di futuro. In definitiva, la gente soffriva la mancanza non tanto della democrazia, quanto del pane quotidiano.
Dopo tutto, l’aspirazione alla democrazia è anche l’esigenza di migliori condizioni economiche. Dobbiamo partire da qui per comprendere come mai la piazza principale del Cairo continua a ribollire.

L’economia in panne

La caduta di Mubarak ha avuto pesanti conseguenza sull’economia egiziana: le riserve in valuta estera, da 36 miliardi di dollari, sono calate a 15,5 miliardi (dati febbraio 2012); la crescita è crollata dall 5% del 2010 all’1,8% dell’anno seguente (per il FMI si attesterà al 3,3% nel 2013); la percentuale di giovani disoccupati e che non seguono nemmeno programmi di studio o formazione supera il 40%. Soltanto per non far aumentare il numero di disoccupati sarebbe necessario creare più di 750.000 posti di lavoro all’anno.
L’esportazione dei capi d’abbigliamento segnerà una caduta del 20% per tutto il 2013, e gli scioperi portuali hanno gettato seri dubbi sulla raggiungere il suo obiettivo dichiarato di esportare 17,5 miliardi di dollari di merci entro la fine dell’anno. Stesse previsioni per altri settori chiave dell’economia.
Oggi il Paese importa praticamente tutto e per pagarlo ha riserva valutarie che bastano per tre mesi. Intanto incombe una svalutazione che potrebbe deprezzare la moneta nazionale fino al 50%. Problemi che Morsi e il suo gabinetto non si mostrano in grado di affrontare.
Linkiesta:

La crescita dei prezzi al consumo, che con le famose rivolte del pane a metà degli anni Duemila aveva posto le premesse della Rivoluzione del 2011, non si è affatto fermata, alimentando insieme alla povertà il dissenso popolare. Il presidente Mohammed Morsi, eletto lo scorso giugno come candidato dei Fratelli musulmani, ha dimostrato per il momento di non contestare, né di volersi sottrarre alle regole dell’economia globale e alle sue logiche neoliberiste, limitandosi nei fatti a pararne le conseguenze più negative sulla gente comune attraverso il varo di una serie di politiche assistenziali che però avranno difficoltà nel contrastare in modo duraturo l’aumento della povertà nel paese.
Non è un caso che le recenti azioni legali conclusasi con la rinazionalizzazione di alcune imprese pubbliche, privatizzate negli ultimi anni dell’era Mubarak a tutto vantaggio di clienti corrotti del passato regime siano state vittoriosamente portate avanti dai sindacati, piuttosto che dai Fratelli musulmani. Intanto, scioperi e disservizi continuano a singhiozzo con conseguenze anche gravi sulla manutenzione di strutture e impianti. Risultato: una serie impressionate di incidenti (e morti) nel settore ferroviario. Sono ancora moltissime le fabbriche che rimangono chiuse, mentre uno dei principali settori generatori di reddito, il turismo, continua a risentire degli effetti dell’interezza e dei timori generati da questa nei possibili visitatori.
A due anni dalla Rivoluzione e a poco più di sei mesi dalla vittoria di Morsi la domanda rimane la stessa: i Fratelli musulmani che per anni hanno coltivato nella clandestinità l’opposizione al regime di Mubarak, una volta usciti allo scoperto per partecipare alla rivoluzione, riusciranno a trasformarsi in un vero e proprio partito politico? Al momento quelle che erano le logiche religioso-assistenziali dei Fratelli sembrano essere transitate direttamente nell’agenda del Partito della giustizia e della libertà e di conseguenza in quella del governo, mentre riforme annunciate (come quella di un tetto minimo e massimo per i salari) restano inevase.
Per un governo abituato a governare a colpi di maggioranza il rischio è quello di perdere proprio quella maggioranza, alienandosi il consenso di quella parte della classe media e laica che aveva creduto nella capacità di Morsi e dei Fratelli di operare riforme effettive al di là della maggiore o minore prossimità all’Islam dei singoli.

Cosa farà Morsi? Secondo Il Mondo di Annibale:

Il Qatar, sempre più attivo, intende soffiare l’Egitto e la Fratellanza Musulmana al “competitori” sauditi, e mette sul tavolo un prestito di 5 miliardi dollari. L’emiro di soldi ne ha e può farlo. L’interesse è chiaro. Ma 5 miliardi di dollari basteranno? No. Forse aiuteranno Morsi a prender tempo, ma resta necessario l’aiuto finanziario del FMI, e quelli i soldi li prestano in nome delle solite politiche che Morsi non può permettersi.
Le scelte suicide che il FMI pretende in cambio di altri 5 miliardi, privatizzazioni, sgradite ai militari, e liberalizzazione dei prezzi, oggi sovvenzionati. Per i poveri, oggi il 40% del Paese vive con due dollari al giorno, sarebbe una catastrofe.
Morsi a inserire una tassazione progressiva non ci pensa proprio, pensa piuttosto ad allargare la base dei prodotti sottoposti a IVA. Ma è chiaro che questa manovra colpisce più i poveri che i ricchi. Se si eliminassero le sovvenzioni che bloccano i prezzi poi, sarebbe una carneficina.
Il fatto è che il tempo stringe e le elezioni politiche incalzano. Cosa farà Morsi?
L’impressione è che non si sforzerà di pensare a una politica economica, si aggrapperà al prestito del Qatar per prender tempo e negoziare con il Fondo Monetario Internazionale, quanto meno per non trovarsi costretto a capitolare davanti al Fondo prima delle elezioni e inimicarsi proprio quei ceti meno abbienti ai quali chiede il voto.

Questa la durissima critica all’operato del presidente di Mohamed Elmasry, docente all’Università di Waterloo:

Mentre era intento a prendere il massimo dei poteri, Morsi non ha mai prestato attenzione ai gravissimi problemi economici dell’Egitto. La Banca Centrale ha annunciato di avere una riserva di moneta di 12 miliardi di dollari, quanto basta a coprire gli importi dei soli tre mesi prossimi. La sterlina egiziana sta perdendo velocemente terreno nei confronti del dollaro americano, con un’inflazione del 20%, dal momento che il paese importa il 70% del suo fabbisogno.Il governo Morsi ha richiesto un prestito di 4.8 miliardi al Fondo monetario internazionale (FMI) per coprire il deficit di budget, ma Standard&Poor ha abbassato il rating del credito egiziano a lungo termine di un livello, proprio questa settimana: al ‘B-‘, ossia sei gradini sotto il limite dell’investment grade.
Morsi conta sulla pressione americana nei confronti del FMI e sui paesi del Golfo affinché concedanoall’Egitto tutto quello di cui ha bisogno.
Gli americani sono contenti di Morsi, con la sola clausola che segua i loro “5 comandamenti”: evitare commenti retorici contro Israele; non ristabilire relazioni diplomatiche con l’Iran; supportare i ribelli siriani; ignorare la rivolta civile in Bahrein e non offrire asilo politico al presidente islamista del Sudan.
Morsi non ha ne’ un piano a lungo termine ne’ obiettivi intermedi per rimettere l’Egitto in carreggiata verso lo sviluppo economico e la giustizia sociale (…).
L’Egitto sta affrontando gravi problemi e le risposte di Morsi sono queste: ‘non è colpa nostra, abbiamo ereditato questi problemi e incolpiamo l’opposizione per l’instabilità politica e i media indipendenti per i feedback negativi di questi 6 mesi di governo’.
Secondo le previsioni, non ci saranno terreni agricoli disponibili in Egitto nei prossimi 183 anni a partire da oggi, dal momento che gli egiziani continuano a costruire sui territori arabili lungo il fiume Nilo.

Analisi che però tralascia un dato fondamentale. Dove ha fatto la prima visita il Presidente egiziano Morsi? In Cina. Il risultato più tangibile dell’incontro con Hu Jintao fu l’apertura di una linea di credito dalla Banca cinese alla Banca Nazionale d’Egitto per 200 milioni di dollari. “5 comandamenti” a parte, il totale degli scambi tra il Cairo e Pechino è salito a 8,8 miliardi dollari nel 2011 mentre quelli con gli USA ammontavano a 8,3 miliardi. Scettica verso le rivolte arabe, Pechino sarà l’asso nella manica di Morsi? Forse, comunque sia, da sola non basterà a sostenere un’economia che al momento non sta sulle proprie gambe.

L’incertezza politica

Se l’economia va male, la politica non se la passa meglio. Dapprima Morsi ha rischiato di inimicarsi la piazza con quel controverso decreto con cui si attribuiva pieni poteri per “salvaguardare la rivoluzione” – benché la vicenda sia stata fraintesa dalla stampa e strumentalizzata dall’opposizione -, poi è stata la volta della nuova Costituzione, approvata con referendum popolare ma che lascia perplessi sotto molti punti di vista.
Le lacune del progetto costituzionale sono evidenziate da OsservatorioIraq. In sintesi, il processo di redazione del testo si è svolto in tutta fretta tra il 22 e il 30 novembre, e la bozza di Costituzione che ne è emersa ha provocato molte divisioni. Non solo. Alcuni articoli della proposta costituzionale sono mal formulati, come quello sul bilancio. Il potere giudiziario viene indebolito in diverse maniere. Non vi è menzione di un meccanismo per la protezione delle donne e delle minoranze religiose. Infine, l’Egitto non è mai stato così confessionale da definire apertamente il sunnismo come la fonte esclusiva della sua tradizione islamica.
Da un lato, la Costituzione stata approvata dal 63,8% dei votanti al referendum confermativo; dall’altro, ha votato solo il 32,9% della popolazione. E non sono mancati gli strascichi polemici, con le fazioni politiche contrarie al progetto costituzionale che hanno presentato ricorso contro i risultati del referendum, a loro dire viziati da evidenti “frodi e violazioni”.
L’Egitto è uscito così dal referendum in uno stato di totale ostilità tra governo e opposizione. Brutto segno in in vista delle prossime elezioni legislative, dove l’incertezza regna sovrana.
In ogni caso, riguardo alla consultazione referendaria erano i numeri dell’affluenza alle urne quelli che preoccupavano Morsi. Dietro la questione del voto, c’erano almeno 20 miliardi di dollari in investimentiSoldi che il Qatar si era detto pronto a versare nelle casse dello Stato egiziano in cambio della nuova Costituzione, e che vanno ad aggiungersi ai quasi 5 miliardi summenzionati.

A proposito: l’ascesa al potere dei Fratelli Musulmani sta ridisegnando il quadro dei complicati equilibri regionali nel Golfo. Non c’è solo il Qatar: tutte le monarchie della penisola arabica sono in qualche modo interessate (leggi: preoccupate) riguardo all’evolversi degli eventi al Cairo. Per una sintesi delle implicazioni geopolitiche, si veda questa analisi di Sultan Sooud Al Qassemi su Osservatorio Iraq. Da leggere dall’inizio alla fine.

La libertà di stampa (che non c’è)

Infine, non mancano le accuse di censura e di repressione del dissenso.
Poche settimane fa il vicepresidente Mahmoud Mekki, che aveva svolto un ruolo di primo piano nei colloqui di unità nazionale, ha rassegnato le proprie dimissioni dall’incarico. Ufficialmente, spiegando di “non essere portato per la politica”, sebbene  dalle sue parole emerga una critica velata alle politiche del presidente.
Qualche tempo dopo, il general manager di Al-Arabiya Abdul Rahman al-Rashed, ha denunciato la difficoltà di criticare la Fratellanza Musulmana da parte dei media, dal momento che la trappola ideologica sapientemente costruita dall’organizzazione fa sì che ogni critica nei suoi confronti venga interpretata come una critica all’Islam.

Riassumendo, i giovani di piazza Tahrir sono sempre lì. Ma l’Egitto di oggi non è ancora quello che essi speravano quando la riempirono la prima volta, quel 25 gennaio di due anni fa.