Appunti sulla storia recente dello #Yemen

I problemi dello Yemen iniziano nel 1990 con l’unificazione tra Nord e Sud, avvenuta sotto la guida del presidente Ali Abdullah Saleh, dittatore già a capo del Nord dal 1978. L’unione crea una stabilità solo apparente, che negli anni successivi sarà messa in forse tanto dalle rivolte interne (quella dell’Hadramawt nel 1994 e quella Houthi che vedremo in seguito), quanto dalla pessima gestione di un governo corrotto che amministrerà il Paese secondo una logica meramente spartitoria. Sono molti infatti i clan da foraggiare per preservare gli equilibri di potere. Questo perché la pietra angolare nella realtà yemenita è il sistema tribale. Le tribù sono la principale formazione sociale del Paese e ne rappresentano la più importante autorità collettiva: in tutto lo Yemen se ne contano circa duecento. Per assicurarsene la fedeltà, Saleh le incardina all’interno delle strutture istituzionali. Continua a leggere

Il Grande gioco dello #Yemen

Dopo aver dato avvio ad una serie di raid aerei in Yemen per frenare l’avanzata dei ribelli Houthi, i Paesi arabi, nel vertice di Sharm el Sheik e su iniziativa del presidente egiziano Al Sisi, hanno deciso di creare un esercito congiunto da impiegare nelle future crisi regionali. C’è chi parla di una sorta di “Alleanza Atlantica” in salsa mediorientale; di sicuro c’è che l’armata panaraba marcerà sotto vessillo ideologico-religioso del sunnismo. Non a caso la decisione nasce proprio con l’obiettivo di fermare l’avanzata dei ribelli sciiti Houthi, vista come un “complotto” iraniano per espandere l’influenza sciita nel mondo arabo.

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Qatar e Russia, nemici amici a tutto gas

In matematica, cambiando l’ordine degli addendi la somma non cambia: 2 + 2 fa sempre 4. Chiamasi proprietà commutativa. Nella geopolitica, invece, l’ordine degli elementi influisce sempre sul risultato: due o più Paesi possono essere alleati, avversari o addirittura nemici a seconda del tempo e del luogo in cui avviene la loro interazione. Si parla allora di realpolitik. E’ il caso di Qatar e Russia: nemici fino all’altro ieri per la questione siriana, i due (ex?) rivali sono adesso impegnati nella creazione di un nuovo cartello energetico capace di mettere in difficoltà l’Occidente. Continua a leggere

Grandi manovre nel Golfo. Chi vince e chi perde tra Arabia Saudita e Qatar

Il 5 marzo Arabia Saudita, Bahrein ed Emirati Arabi Uniti hanno ritirato i propri ambasciatori dal Qatar in seguito ad una spaccatura senza precedenti all’interno del Consiglio di Cooperazione del Golfo. Ufficialmente, la ragione è la mancata applicazione, da parte di Doha, dell’accordo di sicurezza approvato dal Consiglio durante un vertice a Riyad nel maggio 2012. In realtà la questione è più articolata e investe la ridefinizione dei rapporti di forza nel quadrante della Penisola arabica.

Nei primi mesi del 2011, quanto il vento delle Primavere arabe soffiava impetuoso su tutta la regione mediorientale, l’opposizione al cambiamento in nome dell’ancient régime aveva cementato i rapporti tra le petromonarchie del Golfo in una sorta di Santa alleanza contro le aspirazioni di libertà dei rispettivi popoli: si pensi a quanto accadde nel Bahrein, quando la Peninsula shield force (organo militare del Ccg) intervenne militarmente su richiesta di Manama per sedare la sollevazione della maggioranza sciita. Ma quella fase non poteva durare per sempre. Spenti i focolai di protesta, il vincolo di solidarietà tra le monarchie sunnite ha dovuto fare un passo indietro rispetto ai contrapposti interessi geopolitici degli attori in gioco. Da un lato la monarchia saudita, vicina ai movimenti salafiti, da sempre in buoni rapporti con la vecchia dirigenza dell’Egitto dei militari e attorno alla quale gravitano un po’ tutti gli altri Stati della Penisola, animati dal comune obiettivo comune del contenimento della Fratellanza musulmana e delle sue istanze riformiste; dall’altro il piccolo e facoltoso emirato del Qatar, principale sponsor dei Fratelli e potente influencer dell’opinione pubblica internazionale grazie al network Al Jazeera.  Continua a leggere

L’insostenibile ingovernabilità del Kuwait

Il 7 ottobre l’emiro del Kuwait ha sciolto il parlamento, tre mesi dopo che la Corte di cassazione aveva dichiarato nullo, per vizio di forma, l’assemblea eletta a febbraio e di fatto reinsediato quella precedente eletta nel 2009 e sciolta nel dicembre 2011. Lunedì 15 ci sono stati violenti scontri fuori dall’Assemblea Nazionale a Kuwait City, tra circa 5.000 manifestanti che protestavano contro il governo e le forze dell’ordine in tenuta antisommossa, in cui  almeno cinque persone – tra cui il figlio di uno dei leader dell’opposizione Ahmed al-Saadoun – sono stati arrestati.
Giampaolo Tarantino su Limes spiega:

La crisi politica di Kuwait City viene da lontano e affonda le radici nella guerra intestina alla famiglia al-Sabah, la dinastia che regna incontrastata sull’emirato. I due rami della famiglia, gli al-Salem e gli al-Jaber, si sono alternati nella carica di emiro, la più alta dello Stato. Questa formula ha retto fino a quando l’attuale emiro, Sheik al-Sabah, membro degli al-Jaber, dopo essersi preso il trono, ha nominato il fratellastro Sheikh Nawaf al-Ahmed al-Jaber al-Sabah e il nipote Sheikh Nasser al-Mohammad al-Ahmed al-Sabah rispettivamente principe reale e primo ministro. Occupando di fatto le cariche più importanti.
La frattura tra le due grandi fazioni si è propagata a tutte le istituzioni del paese,specialmente in parlamento. Secondo la costituzione kuwaitiana, all’emiro spetta la nomina dei ministri mentre il parlamento può bloccare le leggi sottoscritte dal gabinetto di governo e dal primo ministro (che a tutt’oggi viene scelto dalla famiglia reale al potere, ma il cui ruolo dal 2003 è stato separato da quello di erede al trono). Così il parlamento si è trasformato nell’arena principale dello scontro tra le due fazioni.
Il punto di non ritorno è stato raggiunto quando, alla fine del 2011, Nasser è stato rimosso dall’incarico di primo ministro (con conseguente scioglimento del parlamento) a causa di una crisi determinata da diverse accuse di corruzione contro lo stesso Nasser e altri 13 deputati, che hanno coinvolto direttamente anche l’emiro. Colpevole, secondo alcuni, di aver accreditato fondi pubblici su uno dei suoi conti in banca.
Le elezioni del febbraio 2012 sono state vinte da una coalizione piuttosto eterogenea composta da liberali, nazionalisti, salafiti e islamisti. Il risultato è stato annullato per vizio di forma a giugno dalla Corte costituzionale, che ha imposto di ripristinare il parlamento eletto nel 2009. In realtà, dopo la decisione della Corte, l’Assemblea parlamentare non è mai riuscita a riunirsi a causa del boicottaggio dell’opposizione. Da qui la decisione dell’emiro, all’inizio di ottobre, di azzerare nuovamente il parlamento e tornare a votare.
Così il paese andrà alle urne per la seconda volta in un anno. Il governo ha provato a evitare una nuova tornata con un appello alla più alta corte del Kuwait sulla legge elettorale. Nonostante la sentenza abbia confermato il sistema di voto, l’emiro ha deciso di fare muro contro muro e non ha accettato le modifiche. Una decisione che ha scatenato le nuove proteste di piazza.
Le tensioni che si sono impadronite del Kuwait stanno rallentando lo sviluppo dell’emirato. L’economia va troppo piano, soprattutto se si pensa alle sterminate risorse di idrocarburi (con delle riserve stimate intorno ai 102 miliardi di barili – le seste al mondo, il Kuwait esporta circa 2,4 milioni di barili al giorno). L’immobilismo e la frammentazione del sistema politico si fanno sentire. Ad esempio, a causa delle resistenze del parlamento, nel 2008 è andato in fumo un accordo di 11 miliardi di dollari per una joint venture con il colosso della chimica Dow Chemical Co. Anche lo sviluppo delle infrastrutture energetiche e del sistema dei trasporti va a rilento, malgrado l’afflusso incessante di petrodollari. Secondo le stime del Fondo monetario internazionale, dal 2006 l’economia del Kuwait è cresciuta del 2,6 % contro il 4,2% degli Emirati Arabi Uniti, il 5,7% del Bahrein e il 18% del Qatar.

Il 7 dicembre si terranno le quinte elezioni negli ultimi sei anni, le seconde solo nel 2012, e l’opposizione teme che entro la fatidica data la legge elettorale venga modificata dall’emiro  per influenzarne a proprio favore i risultati. Secondo il Centro Studi Internazionali:

È in questo quadro altamente instabile che si è aperta la difficile ed annosa questione della riforma elettorale. Il Kuwait è uno dei sistemi istituzionali più aperti del Golfo, anche se l’ultima parola sulle questioni politiche spetta sempre all’Emiro e i partiti sono tutt’oggi considerati illegali. L’opposizione, che da tempo lotta per una legge che renda più trasparente ed equo il processo elettorale, ha tirato un sospiro di sollievo a fine settembre 2012 quando la stessa Corte Costituzionale, che aveva dichiarato illegittimo il nuovo Parlamento, ha invece respinto la proposta di revisione elettorale portata avanti dal Governo, volta a mantenere gli attuali equilibri di potere.
La modifica della legge elettorale è desiderata e al contempo temuta da molti. Se da un lato sono varie le correnti che riterrebbero opportuno un sistema più aperto e democratico, dall’altro ci si rende conto che ciò comporterebbe una modifica alla Costituzione, un precedente pericoloso in grado di aprire il “vaso di Pandora” delle revisioni costituzionali. Tale precedente, infatti, potrebbe essere usato, ad esempio, dall’organizzazione islamista Islamic Constitutional Movement (Hadas) per chiedere di emendare l’articolo 2 e imporre come unica fonte del diritto la Sharia; altre fazioni dell’opposizione potrebbero invece proporre il passaggio ad una monarchia costituzionale, in cui la famiglia regnante ridurrebbe via via il proprio potere in favore di un Governo eletto democraticamente. Dunque, il rischio sentito dalle autorità di Kuwait City è quello di innescare una spirale di rivendicazioni istituzionali che potrebbe portare anche ad un incremento delle manifestazioni popolari di protesta. Gli avvenimenti dello scorso 16 ottobre, quando circa 5.000 persone sono scene in piazza nella capitale per protestare contro l’Emiro accusato di portare il Paese verso l’assolutismo, sono a dimostralo.
Queste dinamiche politiche hanno delle inevitabili ripercussioni sullo stato economico del Paese, paralizzato quanto a sviluppo e crescita economica. Infatti l’empasse politica sta bloccando il piano economico quadriennale (2010-2014) che prevede l’investimento di 107 miliardi di dollari nello sviluppo delle infrastrutture e nell’industria petrolifera. Il tema economico è di fondamentale importanza per uno Stato che basa gli alti standard di vita della popolazione, che per questo non è mai arrivata al punto di rottura nelle proteste contro il sistema, quasi unicamente sulle rendite derivanti dal petrolio. Nonostante la crisi finanziaria globale il prezzo del greggio, in media sui 90 dollari al barile, ha permesso all’emirato una crescita economica del 4,4 per cento nel 2011; ciò, però, non appare nemmeno lontanamente sufficiente per bilanciare quella che è una spesa pubblica in costante aumento. In Kuwait, infatti, il 93 per cento della popolazione è impiegato nel settore statale e la politica di kuwaitizzazione dell’economia, che cerca d’inserire i propri cittadini anche all’interno del settore privato, non sta dando i frutti sperati. I benefit e i salari percepiti nel settore pubblico sono ancora superiori e il costante bisogno di manodopera non ha permesso di porre reali freni all’entrata di stranieri nel mercato del lavoro kuwaitiano. A ciò va aggiunto che i progetti infrastrutturali e la vendita di asset statali, pensati per rinvigorire il settore privato, stentano a progredire proprio a causa delle continue diatribe tra Governo e Parlamento.

Un quadro più approfondito è offerto da questo focus su Equilibri. In aggiunta a quanto già detto, la sentenza che ha invalidato il parlamento formatosi lo scorso febbraio ha contraddetto e insieme aiutato l’emiro: da un lato i giudici della corte costituzionale hanno tacciato di “incostituzionalità” l’atto di scioglimento della precedente Assemblea, dall’altro essi hanno però ristabilito un parlamento più vicino alle posizioni politiche degli al-Sabah. Ma la maggioranza degli eletti si è rifiutata di tornare in aula. Per uscire dall’impasse l’Emiro ha indetto nuove elezioni, sollecitate –anche nelle piazze- dalle opposizioni, perché in assenza di un’Assemblea operativa, è il sovrano a legiferare direttamente per decreto.
Fatto importante: i dissidi fra i due rami della famiglia regnante sono divenuti uno strumento di lotta politica fra parlamento e governo. La prassi che vuole l’alternanza al potere fra gli al-Salem e gli al-Jaber si è interrotta nel 2006. Da quel momento gli al-Salem si sono serviti proprio dell’opposizione parlamentare per mettere in difficoltà il ramo regnante della famiglia.
La storica dialettica fra famiglia reale e ceto mercantile, quei tujjar che oggi rappresentano la middle class urbana e liberale del paese, non basta più a spiegare la vita politica del Kuwait. Accanto all’èlite commerciale di tendenza modernista è in ascesa numerica la componente bedu, ovvero i discendenti dei beduini naturalizzati negli anni Sessanta e Settanta con l’obiettivo di aumentare la percentuale dei cittadini dello stato. Oggi i beduini costituiscono circa il 65% della cittadinanza kuwaitiana e si rivolgono soprattutto ai movimenti islamici sunniti, come la Fratellanza Musulmana e i salafiti. Già a partire dagli anni Ottanta, gli al-Sabah hanno favorito l’ascesa dei gruppi vicini alla Fratellanza per controbilanciare le pulsioni riformatrici della classe media urbana.
Lo stallo politico ha avuto conseguenze anche sull’economia, come già specificato più sopra. Inoltre, per placare la tensione sociale, che aveva prodotto numerosi scioperi, il salario dei lavoratori del settore petrolifero è stato aumentato fra il 35 e il 65%, a seconda delle mansioni e gli impiegati pubblici hanno preteso, oltre al 25% in più di stipendio, anche un incremento dell’indennità per straordinari, lavoro notturno, ecc. Il tutto ha però contribuito ad allargare le maglie già generose della spesa pubblica.

In ogni caso, il colpo di mano dell’emiro potrebbe fornire alle opposizioni un’occasione per amplificare il risentimento popolare contro le autorità e spingere ancora di più verso la richiesta di una transizione verso una monarchia costituzionale. Perché il governo non ha ancora rinunciato alle velleità di modifica della legge elettorale: da qui le proteste dell’opposizione.

Il Qatar annette anche Gaza

Che il Qatar sia emerso come un attore influente nello scacchiere mediorientale non è un mistero. Prima le intercessioni per conto della diplomazia iraniana verso l’Occidente, poi l’attivismo guerrafondaio in Libia e il sostegno smaccato alla Fratellanza Musulmana in Egitto e Tunisia, infine la sfrenata partigianeria anti-Assad nel marasma siriano. Oggi il potente emiro al-Thani mira più in alto, volgendo le sue attenzioni al punto più caldo della geografia levantina: Gaza.
Per anni la causa palestinese è stata un pò il principale collante delle popolazioni arabe, almeno dal punto di vista mediatico. Tutti a sbraitare contro Israele, ma nessuno a dare un sostegno concreto a Gaza e alla Cisgiordania. Se i Paesi del Golfo avessero donato anche solo un giorno all’anno di introiti petroliferi ai Territori occupati, forse oggi i palestinesi se la passerebbero un pò meglio. Invece nulla. Tante parole (e tutte contro Israele), ma fatti zero.

Solo la Turchia ha provato a smuovere quest’inerzia. La spedizione della Freedom Flottilla del 2010, condita dall’incidente della Mavi Marmara (n cui nove cittadini turchi persero la vita sotto il fuoco israeliano), è bastata ad Erdogan per accattivarsi molte simpatie in questo lato del mondo. Ma non è bastato. Perché Ankara non ha saputo sfruttare l’opportunità offerta dalla Primavera araba di divenire il nuovo faro della galassia islamica sunnita. E perché – dato non indifferente – non ha le risorse finanziarie di Doha.

In questo quadro la visita a Gaza dell’emiro del Qatar, Hamad bin Khalifa al-Thani, assume un importante significato. L’emiro è stato accolto in modo trionfale, e non soltanto perché ha annunciato l’avvio di una serie di progetti per un investimento complessivo di 400 milioni di euro. Come spiega Lettera43:

IL QATAR ROMPE L’ASSEDIO PALESTINESE. Ma Hamad bin Khalifa ha portato in dote anche un altro ‘regalo’ non meno rilevante.
Lo ha sottolineato a uso della Comunità internazionale il ministro Ismail Haniyeh nell’accogliere l’ospite: «Con questa visita lei ha ufficialmente rotto l’ingiusto assedio politico ed economico imposto a Gaza per più di cinque anni», ha detto all’emiro, ricordano la battaglia di Gaza del 2007 seguita alla vittoria elettorale del 2006 di Hamas, inserito nella lista delle «organizzazioni terroristiche» da gran parte delle cancellerie occidentali, tra cui Usa, Unione europea e Giappone.
La visita contribuirà certamente a rafforzare la posizione di Haniyeh, vincitore del confronto con Meshal per la leadership del movimento, ma sottoposto al nevralgico compito di gestione del cessate il fuoco rispetto a una popolazione a dir poco insoddisfatta delle condizioni di vita che si trova a sopportare.
FATAH-HAMAS, RICONCILIAZIONE DIFFICILE. Ma non solo. Il viaggio, comunicato al telefono solo domenica 21 ottobre a Abu Mazen, il leader dell’antagonista Fatah, sembra anche lasciar trasparire un maggior favore dell’emiro nei confronti di Hamas; quasi che da Doha si ritenga ormai al tramonto il processo di riconciliazione tra le due formazioni palestinesi, con ciò che ne potrebbe derivare sulla prospettiva della creazione di un solo Stato nazionale palestinese.
Forse è prematuro ipotizzare questo sbocco, vista l’attenzione con la quale il Qatar si è impegnato in favore di tale processo di riconciliazione nel passato – un’urgenza cui ha fatto rifermento lo sceicco nella sua visita – ma va tenuta comunque presente. Tanto più in considerazione della caduta di consenso di Fatah nelle elezioni amministrative in Cisgiordania.
È altresì verosimile che il movimento sfrutterà le credenziali dell’emiro per sollecitare il Cairo – che con il presidente Mohamed Morsi ha già mostrato di voler seguire una linea di significativa apertura – ad assumere una posizione più proattiva a favore del superamento del suo isolamento internazionale.

La sostanza sta nel giro di boa effettuato da Hamas allorché, a marzo, ha denunciato, per bocca del primo ministro, la politica repressiva del regime siriano di Bashar al Assad, collocandosi dunque al fianco dei ribelli sunniti (sostenuti proprio dal Qatar).
Si è trattato di un gesto forte con il quale il presidente di Damasco ha perso un ventennale alleato. Con l’aggravante, per il regime siriano e dunque anche per Teheran, di una serie di conseguenze a catena, quali l’inaugurazione da parte di Hamas di una nuova stagione di rapporti anche con Arabia Saudita, Turchia e Giordania: quasi il tracciato di un innovativo fronte transnazionale sunnita.
A RISCHIO IL RAPPORTO CON HEZBOLLAH. Il deterioramento degli storici rapporti tra Hamas e Teheran ne è un altro corollario, anche se non ancora definitivamente sanzionato, e fa supporre che gli sceicchi abbiano manifestato concreta disponibilità a surrogare l’apporto di risorse tradizionalmente assicurato dagli iraniani ad Hamas. Al momento, restano in piedi le relazioni tra lo stesso Hamas e il libanese Hezbollah, ma c’è da chiedersi fino a quando.
Il riposizionamento di Hamas, che ha sempre giocato un rilevante ruolo regionale, assume dunque una valenza geopolitica di cruciale sensibilità in questa fase di fermentazione dell’area mediorientale.
Sullo sfondo di questa realtà geostrategica può apparire stonato l’appellativo «umanitaria» associato alla visita dello sceicco del Qatar.
GAZA, PEDINA DELLA PRIMAVERA ARABA. Ma per la popolazione palestinese di Gaza, paradossalmente di entità similare a quella del Qatar ma incommensurabilmente più povera, la visita ha rappresentato il modo migliore per festeggiare l’importante festa religiosa islamica dell’Aid al Adha che da venerdì 26 è destinata a portare alla Mecca la gigantesca fiumana di qualche milione di pellegrini.
Il Golfo, d’altronde, è stato paradossalmente il principale beneficiario della Primavera araba, con l’affermazione delle forze politiche di ispirazione islamica sunnita. Gaza ne risulta ora una piccola, ma nevralgica tessera aggiuntiva.

Gaza è l’ultimo e forse più importante tassello del mosaico geopolitico qatariota. Dopo l’annessione de facto della nuova Libia liberata (?),  le accuse di ingerenze da parte di mezzo mondo arabo, i tentativi di corruzione della Russia affinché lasciasse Assad al suo destino, la controversa iniziativa di ospitare un ufficio di rappresentanza dei taliban, e più di recente le opere umanitarie (tutt’altro che disinteressate) nel Nord del Mali, la martoriata città palestinese può essere il punto di arrivo, e insieme di partenza, dell’ascesa di Doha a potenza regionale.
Se non altro perché il momento della visita non è casuale. L’America è distratta dalle battute finali della campagna presidenziale, la Turchia è indecisa di entrare in guerra contro la Siria o no, la Russia deve fare i conti (in tutti i sensi) con le ristrettezze di bilancio e Israele (rectius: Netanyahu) è alle prese con la paranoia iraniana. Con i principali attori geopolitici in altre faccende affaccendati, l’emiro al-Thani ha avuto campo libero per mettere le mani su Gaza.
Anche a costo di inimicarsi Israele, che – come era facile immaginare – non ha mancato di stigmatizzare l’arrivo di al-Thani nella Striscia, col rischio di incrinare i già incerti rapporti tra Doha e Tel Aviv – benché l’emiro sia giunto a Gaza scortato da 12 caccia israeliani. In ogni caso, la visita di al-Thani non ha fermato gli attacchi israeliani sulla città.
Per finire, c’è da chiedersi se la politica estera del Qatar, così come avviata, possa essere sostenibile nel lungo periodo.

Arabia Saudita, cosa succede se il petrolio si esaurisce?

La notizia è di tre settimane fa. L’Arabia Saudita, il maggiore esportatore di petrolio al mondo, potrebbe diventare un importatore netto della risorsa già entro il 2030. Con una produzione di 11,2 milioni di barili al giorno, Ryadh contribuisce al 13% dell’offerta mondiale dell’oro nero. Eppure i consumi di greggio per abitante sono dunque tra i più alti al mondo e crescono a un tasso del +8% annuo: circa un quarto della produzione viene utilizzata nel mercato interno, per produrre quasi la metà dell’elettricità necessaria al Paese. Se le cose non cambieranno, e in fretta, le conseguenze potrebbero essere nefaste – e non solo per i sauditi.

È quanto sostiene l’ultima ricerca di Citigroup sul settore. Il rapporto di 150 pagine a firma di Heidy Rehman sul settore petrolchimico saudita afferma che il consumo locale di elettricità si è impennato. Metà è dovuto agli usi residenziali (di cui i due terzi per l’aria condizionata), mentre buona parte di quello industriale è assorbito dal processo di dissalazione delle acque. Oggi i sauditi hanno un consumo pro capite di 250 litri d’acqua giornalieri: il terzo più al mondo, in crescita del 9% annuo.
Il risultato è che l’aumento dei consumi ha fatto crollare le esportazioni.

Già lo scorso giugno questo videoservizio di Antonio Ferrari su Corriere TV aveva lanciato l’allarme sull’esplosione del consumo saudita. Nel filmato viene citato, tra gli altri, uno studio pubblicato nel dicembre precedente dalla Chatham House intitolato Burning Oil to Keep Cool. Il grafico a pagina 11 – riprodotto nel servizio di Ferrari – mostra come, in mancanza di provvedimenti correttivi, le necessità interne andranno progressivamente ad annullare la capacità di esportazione.
Come spiegato su Petrolio:

Abbiamo notato il fenomeno già per altri Paesi: come l’Indonesia, il Messico, la Siria, l’Iran. E considero la questione come forse quella fondamentale per capire i sommovimenti del Medio Oriente, e anche del perché Paesi come l’Arabia o il Qatar sembrino partecipare più che volentieri alle guerre petrolifere e alle esportazioni di democrazia. In realtà, sono stretti tra due fuochi: non sono in grado di diminuire l’uso interno di petrolio senza rischiare rivoluzioni, ma non possono neppure rinunciare alle ricche esportazioni su cui si basa la loro economia.
E’ una bomba innescata tra popolazione in crescita e risorse in calo, e nella storia questo ha sempre significato una sola parola: guerra. Speriamo, del tutto irrazionalmente, che non sia oggi il caso.

Per allontanare questa inquietante prospettiva, i sauditi si sono mossi su più direzioni. Hanno rilanciato il loro programma nucleare e in più hanno annunciato un intenso piano di sviluppo dell’energia solare. Inoltre, vogliono comunque aumentare la produzione petrolifera, ufficialmente per calmierarne i prezzi.

In realtà Ryadh sta già pompando al massimo per compensare le minori esportazioni dell’Iran dovute all’ultimo round di sanzioni in vigore da luglio. Rispetto al 2006, l’Arabia Saudita produce il 6% di greggio in più, ma ne esporta sempre meno.
Il vero problema è cercare di capire non quanto petrolio esporta, ma quanto ancora ne conserva nel sottosuolo. Ripropongo – per l’ennesima volta  – quanto scrivevo lo scorso anno:

Il regno saudita mantiene una coltre di nebbia intorno alla reale entità delle sue riserve. Il dato ufficiale comunicato all’IEA (264 miliardi di barili) non cambia dal 1989. Questo significa che ogni tanto scoprirebbero tanto petrolio quanto estraggono, ossia tre miliardi b/g. Impossibile. La prova è nel fatto che dal 2004 il Paese ha avviato nuove esplorazioni alla ricerca di giacimenti offshore, più costosi e meno accessibili di quelli onshore, cosa che si fa solo in assenza di importanti depositi a terra.

Anche i dati sulle esportazioni sono opachi. Al punto che due anni fa la stessa IEA ha ammesso di affidarsi alle rilevazioni di una certa Petro-Logistics, società che sostiene di poter stimare il cargo di una nave osservando la linea d’acqua della nave caricata.
In altre parole, il mercato del petrolio – e, di riflesso, l’economia globale – si reggono sugli umori di un Paese chiuso e impenetrabile.  I cui dati sono verosimilmente falsi, o quanto meno inaffidabili.

Per maggiori approfondimenti sulla correlazione tra riserve e produzione petrolifera giornaliera si veda un post (“speculativo” per stessa ammissione dell’autrice, ma ricco di dettagli tecnici) su OsservaMondo. L’articolo è da leggere tutto, ma a noi interessa soprattutto questo passaggio:

Per quanto riguarda l’Arabia Saudita, il picco del ’85 dipende non da un aumento delle riserve, ma da una caduta della produzione. Da li in poi la produzione è lentamente aumentata, facendo scendere il RLI di qualche punto, fino all’89 quando in un anno aggiungono 2 milioni di barili di produzione al giorno. Allora il RLI sarebbe sceso di molto, se non nello stesso anno, l’Arabia Saudita aggiunge ben 100 miliardi di barili di riserve, arrivando a 260 miliardi ca. Questa cifra è rimasta tale e quale fino ad oggi. Non importa quanto estraggono, le riserve e quindi il RLI rimangono uguali.
In ogni caso la differenza tra paesi OPEC e non-OPEC è notevole. Fuori dall’OPEC il petrolio basta ancora per 10 anni, dentro all’OPEC ancora per 76 anni.
Potrebbe trattarsi di un ulteriore indicazione che l’OPEC esagera le riserve tremendamente. La Russia ha un RLI di 17, ma ha da 2 anni superato la produzione dell’Arabia Saudita, con un RLI di 75. I sauditi raccontano a chiunque ascolti che il paese potrebbe facilmente aumentare la produzione di altri 2 milioni di barili, senza però dimostrarcelo mai per davvero.

La formula RLI = riserve / produzione mi da che le riserve dell’Arabia Saudita dovrebbero aggirarsi intorno ai 57 miliardi di barili, da paragonare ai 60 della Russia. Molto meno dei 260 miliardi che non cambiano indipendentemente se il re ha ordinato un fermo della produzione o 100 rigs in più. 57 miliardi non sono neanche 2 anni di consumo mondiale.

Ok, è un’analisi speculativa. Ma che succederebbe se le cose stessero davvero così?