Le immagini satellitari dimostrano che l’#ISIS non ha mai distrutto #Nimrud e #Hatra

Secondo il team di esperti internazionali del progetto Shirin le distruzioni dei siti archelogici iracheni di Nimrud, Khorsabad e Hatra non sarebbero mai avvenute, poiché le immagini satellitari provenienti dai luoghi interessati non presentano “distruzioni evidenti”. Continua a leggere

#ISIS e arte: più che la distruzione, il #contrabbando

Alla fine si è appreso che gran parte delle statue assire distrutte dall’ISIS a Mossul erano in realtà erano riproduzioni in gesso di pezzi originali spostati a Baghdad dopo la guerra del 2003. Ma il video di propaganda pubblicato dai miliziani aveva già raggiunto il suo scopo, colpendo direttamente le coscienze di noi occidentali con la brutalità delle proprie azioni.

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Anche l’aramaico tra le vittime dell’ISIS

La brutalità medievale che fa da eco all’avanzata dello Stato Islamico in Iraq minaccia non solo la popolazione locale ma anche la cultura. Distruzioni di moschee e monumenti seguono di pari passo decapitazioni ed esecuzioni di massa al fine di spingere intere comunità ad arrendersi senza combattere. All’inizio dell’estate il Ministro del Turismo di Baghdad quantificava in circa 4.370 i siti distrutti dai jihadisti tra Mosul, Diyala, Kirkuk, Anbar e Salahuddin; bollettino impossibile da aggiornare vista la difficoltà di reperire informazioni dai luoghi occupati. Tuttavia l’emergenza culturale non riguarda solo simboli religiosi e località archeologiche: in pericolo c’è anche una delle più lingue più antiche del mondo, l’aramaico. Continua a leggere

ISIS, la vendetta dell’Arabia Saudita contro l’America

In Iraq, dove la democrazia è stata calata dall’alto, le brigate jihadiste dello Stato Islamico dell’Iraq e del Levante (ISIS), ora piú semplicemente Stato Islamico, stanno mettendo a rischio la stabilità del Paese tra lo stupore — e l’impotenza — della comunità internazionale. A tre anni dal ritiro delle truppe statunitensi, dunque, ci accorgiamo che a Bagdad la guerra non è mai finita: ha solo cambiato protagonisti e bersagli. Partiamo da un fatto: lo scontro civile tra le forze governative e le milizie terroriste attive nel Paese ha fatto 7.000 morti nell’ultimo anno e quasi 1.500 solo nello scorso gennaio. A una prima analisi, il collasso dello Stato iracheno sarebbe essenzialmente legato a tre concause: il conflitto in Siria, le politiche discriminatorie d’al-Maliki e il ritiro dei soldati statunitensi alla fine del 2011. Questa lettura è utile per inquadrare il contesto in cui l’ISIS sta operando; ma, per comprendere perché in Iraq le cose vadano cosí male, bisogna salire piú in alto, per osservare le dinamiche in corso nell’intera regione mediorientale.

L’ISIS è un gruppo jihadista ma non qaedista: lo scorso anno, ha rotto i rapporti con al-Zawahiri; ma è, di fatto, il nuovo punto di riferimento per i fondamentalisti del Levante. Non è nato solo per combattere, ma per vincere e restare sul territorio in modo strutturato: lo dimostra non tanto la recente proclamazione del califfato a cavallo tra Iraq e Siria, quanto l’accordo col Fronte al-Nusra (o almeno con la sua fazione attiva al confine coll’Iraq). È ancora presto per stabilire se si tratti d’un accordo destinato a durare o solo d’una mossa tattica di breve periodo; ma, se effettivamente le due formazioni avessero stretto una joint venture coll’intero gruppo al-Nusra, si potrebbe dire che l’ISIS ha sostituito (o quasi) al-Qaida come gruppo di riferimento per il fondamentalismo sunnita.

Fin qui, le cose che sappiamo. Quelle che invece non sappiamo si riassumono in alcune domande semplici e tuttavia dalle risposte complesse. Chi ha dato ad Abu Bakr al-Baghdadi, comandante dell’ISIS, i milioni di dollari necessari per equipaggiare e armare i 10.000 uomini ai suoi ordini? Come ha fatto la sua formazione ad acquistare cosí tanto potere in cosí poco tempo? E perché proprio ora? In altre parole, quale regía si nasconde dietro gli ultimi avvenimenti in Iraq? Per rispondere, dobbiamo prima volgere uno sguardo a ciò che accade in Siria e nella complessa trama di rapporti tra Stati Uniti e Arabia Saudita, e poi risalire indietro fino al 2003, quando l’America decise d’invadere Bagdad. Il collasso iracheno, come vedremo, è solo la punta dell’iceberg. Continua a leggere

Per fermare l’ISIS, Siria e Iran bombardano l’Iraq

La mattina del 24 giugno, alcuni caccia non identificati hanno bombardato un mercato nella città islamista-detenuto di Al Qa’im nel nord-ovest dell’Iraq. Si tratta di una località prossima al confine siriano, recentemente caduta nelle mani dello Stato Islamico dell’Iraq e del Levante. Data la prossimità con la Siria, si è pensato che si trattasse di velivoli dell’aviazione di Damasco, e due giorni dopo il primo ministro iracheno Nuri al-Maliki ha confermato questa voce. Il premier ha detto di non aver chiesto l’intervento dell’esercito siriano, ma di aver accolto con favore la notizia del bombardamento. “Ogni aiuto contro l’Isil è il benvenuto”, ha dichiarato.

E aiuti, a quanto pare, ne stanno arrivando. Oltre alla Siria, anche l’Iran è pienamente coinvolto nella controffensiva per arginare i jihadisti.  Secondo il New York Times, l’Iran sta fornendo armi al governo iracheno per contrastare i ribelli. Non solo. Fin dai giorni scorsi, alcuni droni iraniani decollano da un aeroporto vicino Baghdad e per sorvolare l’Iraq in missioni segrete di sorveglianza, circostanza nota anche ai funzionari della difesa statunitense. Quindi il sostegno del Paese dei mullah non si limita all’invio di consiglieri militari già annunciato nei giorni scorsi, ma si sta sviluppando in una partecipazione diretta alle sorti del conflitto. Non dimentichiamo che nei giorni scorsi l’ISIS ha preso di mira una località (Qasre Shirin) alla frontiera tra i due Paesi, uccidendo due funzionari iraniani. Continua a leggere

ISIS lancia l’offensiva anche in Iran

Da giorni le tv di tutto il mondo ripetono come i militanti dell’ISIS proseguano la loro avanzata all’interno dell’Iraq, conquistando città e procedendo ad esecuzioni sommarie di militari e altri agenti di sicurezza catturati. Quello che quasi nessuno ha detto è che i jihadisti hanno sferrato un attacco anche alle guardie di frontiera iraniane vicino alla località diQasre Shirin, al confine con l’Iraq. Il fatto sarebbe avvenuto qualche giorno fa, ma si è saputo solo ieri attraverso il passaparola sui social media, stante la consueta censura di Teheran ogniqualvolta si verifichino incidenti di frontiera con Baghdad.

Tra le prove dell’avvenuto scontro circola questa fotografia dei corpi di due funzionari di Teheran uccisi. È probabile che sia stata anche la diffusione di questa immagine a convincere le autorità iraniane a fare chiarezza sui fatti di Qasre Shirin. Il primo a parlarne apertamente è stato Fath Allah Hosseini, deputato locale nel Parlamento iraniano, il quale tuttavia ha cercato di “minimizzare” la vicenda, ripetendo che le frontiere iraniane sono sicure e che in ogni caso i residenti di Qasre Shirin non temono un’avanzata dell’ISIS fino alla frontiera. In seguito, in una dichiarazione all’agenzia di stampa YJC, il generale di brigata Ahmad Reza Pourdastan ha confermato che l’incidente ha avuto luogo, aggiungendo però che gli aggressori appartenevano al Partito per la vita libera del Kurdistan, gruppo militante curdo conosciuto anche con l’acronimo Pejak. Continua a leggere

Nassiriya. Dieci anni fa la strage, quattro anni fa l’insabbiamento, oggi il petrolio per l’Eni

Alle 10.40 del 12 novembre 2003, un camion cisterna forzò senza troppa fatica il posto di blocco all’ingresso della base italiana “Maestrale” di Nassiriya, seguito da un altro automezzo imbottito d’esplosivo. L’attentato provocò 19 morti italiani, nove iracheni e un gran numero di feriti. Il bilancio sarebbe stato ancora peggiore se il militare Andrea Filippa, di guardia all’ingresso della base, non fosse riuscito a fermare i due attentatori sul camion uccidendoli quando il mezzo era sul cancello di entrata, evitando così una strage di più ampie proporzioni. Quel giorno la guerra entrò di nuovo nella vita degli italiani, lasciandosi dietro una scia di sangue e di polemiche.

I nostri soldati si trovavano a Nassiriya dal 19 luglio per partecipare all’operazione di peacekeeping, autorizzata dalle Nazioni Unite e conseguente alla guerra avviata dagli Stati Uniti per deporre Saddam Hussein. Il nome della missione, cominciata ufficialmente il 15 luglio, era “Antica Babilonia”. L’operazione sarebbe terminata il primo dicembre 2006, quando Nassiriya tornò sotto il controllo dell’esercito americano. In tutto, 33 italiani furono uccisi nel corso della missione.

Dopo l’attentato vennero aperte diverse inchieste. Non soltanto per accertare chi fossero i responsabili dell’attacco, ma anche per stabilire se ci fossero state negligenze da parte dei comandi militari nel prevedere l’attacco e nel difendere adeguatamente la base. Come ricostruisce Il Post:

L’inchiesta sulle responsabilità dei militari italiani è stata lunga e complessa e ha coinvolto diversi ufficiali tra cui i due generali responsabili del settore, Vincenzo Lops e Bruno Stano, oltre al comandante della base, il colonnello Georg Di Pauli. Con la sentenza  del 20 gennaio 2011 la Corte di Cassazione confermò quella della corte d’appello militare che aveva assolto tutti e tre gli ufficiali da ogni responsabilità penale, ma rinviò il caso alla giustizia civile per il risarcimento dei danni ai familiari delle vittime.

La Cassazione, in questa come in altre sentenze  che hanno riguardato il caso, stabilì che erano state sottovalutate le avvisaglie di un attacco imminente e che non erano state prese le adeguate misure per contrastarlo. Ad esempio: all’ingresso della base non era stato costruito un percorso obbligatorio a zig-zag per evitare che un mezzo potesse lanciarsi a grande velocità nel parcheggio della base, la riserva di munizioni non era stata adeguatamente protetta, mentre gli hesco bastionerano stati riempiti di ghiaia e non di sabbia come sarebbe stato più prudente in caso di pericolo di attentati.

Dopo la strage, iniziò l’opera di insabbiamento. Durissimo questo commento su Globalist:

Il giorno dei solenni funerali di Stato, a Roma, fu un’orgia di nazionalismo e di retorica patriottarda a reti unificate. Poi – nel silenzio anch’esso a reti unificate – i comandanti furono accusati di “imprudenza, imperizia e negligenza”.

Avevano sottovalutato gli allarmi e non avevano adeguatamente protetto la base. I blocchi anticarro non erano stati riempiti di sabbia, come si vede in qualsiasi film di guerra, ma di ghiaia e sassi che, al momento dell’attentato, si sono trasformati in proiettili. Il deposito di munizioni era a ridosso degli alloggi militari e le munizioni italiane hanno moltiplicato il volume di fuoco dell’esplosivo iracheno. La decantata professionalità dell’esercito professionale voluto da D’Alema era deflagrata con tutto l’edificio.

Nel 2009 il colonnello Di Pauli era imputato in un processo a Roma proprio per questi reati gravi. Un generale, Stano, era già stato condannato in primo grado a due anni di reclusione e poi assolto in appello (non per non aver commesso il fatto, ma per aver obbedito a ordini superiori). Imputato con lui, ma assolto già in primo grado, il generale Vincenzo Lops, che lo aveva preceduto al comando della base. Ma a dicembre di quell’anno tutto si ferma. Nel decreto sul rifinanziamento delle missioni, primo esempio di larghe intese visto che l’hanno sempre votato Pd e Pdl insieme, scivola una norma che stabilisce l’improcessabilità per quei reati degli alti papaveri in divisa a meno che non lo chieda il ministro della guerra in persona. All’epoca era l’indimenticabile La Russa. Così la Cassazione non iniziò nemmeno a esaminare le carte e il Tribunale militare interruppe il processo a Di Pauli. La norma venne ribattezzata “salva-generali”. Altri due commi del decreto resero più semplice l’uso delle armi per i soldati in missione di “pace”.

Ed oggi, al di là della retorica commemorativa, cosa rimane di quella strage? Grazie alla norma salva-generali, le vittime di Nassiriya non avranno mai giustizia. In compenso, oggi in Iraq c’è qualcuno che ricava molti, molti profitti. Come l’Eni, grazie ai barili di petrolio estratti dal giacimento di Zubairsituato in prossimità di Bassora e considerato uno dei più grandi depositi di oro nero al mondo.

Come scriveva UniMondo nel 2009:

Allora avevamo ragione. L’Italia è andata a Nassiriya, per il petrolio. O, almeno, anche per il petrolio. Dopo tutte le smentite seguite in questi anni alle segnalazioni di Un ponte per…  ora abbiamo la conferma: sia l’Eni che il Ministero del petrolio iracheno hanno confermato l’esistenza di una gara di tipo particolare “riservata” a Eni, Nippon Oil, e Repsol per Nassiriya, un giacimento di 4,4 miliardi barili con una potenzialità di 300mila di barili/giorno. L’Eni si è detta “fiduciosa” di aggiudicarsela, e i commenti di Paolo Scaroni, il suo amministratore delegato, ostentano sempre maggiore ottimismo.

L’Eni – va da sé – ha sempre smentito, ma non ha mai smesso di lavorare per mantenere il “diritto di prelazione” su Nassiriya.

Il 5 gennaio 2009 Platts Oilgram, l’autorevolissima agenzia di informazione sull’energia della McGrow Hill, rivela, citando fonti irachene del ministero del Petrolio, che fin dallo scorso agosto era stato firmato un Memorandum of Understanding congiunto con l’Eni e la giapponese Nippon Oil per lo sviluppo del giacimento di Nassiriya e la costruzione di una raffineria della capacità di 300mila barili al giorno. Platt riferisce anche che all’interno del ministero del Petrolio erano state sollevate obiezioni perché l’accordo era stato realizzato senza gara di appalto e senza il coinvolgimento dell’ufficio competente per i contratti e le licenze. La stessa Platts Oilgram ha informato il 13 gennaio che l’accordo prevederebbe per la Nippon Oil la costruzione della raffineria, e per l’Eni lo sviluppo del giacimento petrolifero.

In effetti nell’agosto 2008 l’amministratore delegato dell’Eni, Paolo Scaroni, si era recato in Iraq dichiarando al rientro (a margine di “Cortina Incontra”): “Nella nostra ultima visita in Iraq ci siamo presentati con tutti gli argomenti che Eni può mettere sul tavolo … E credo che la nostra presenza in quel paese possa essere articolata”.

Se le rivelazioni di Platt sono vere, l’Eni avrebbe in tasca Nassiriya sin da agosto, e la gara annunciata in questi giorni potrebbe essere nient’altro che la ratifica di una decisione già presa, forse non a caso con due governi “amici”.

Facciamo attenzione ai tempi. In aprile cade il Governo Prodi, che aveva ritirato le truppe, nello stesso mese Scaroni annuncia “L’Eni è pronta a tornare in Iraq” (Repubblica, Corriere della Sera). Fonti confidenziali ci hanno riferito che l’anno precedente, a seguito del ritiro del contingente militare italiano, gli Usa sarebbero intervenuti per contrastare le trattative sin da allora in corso su Nassiriya.

Ultimo atto. La gara di appalto “riservata”.

Dopo una procedura di prequalificazione, con la quale sono state selezionate 35 imprese internazionali (per l’Italia, l’Eni e il Gruppo Edison), ammesse a partecipare al primo round di gare per l’assegnazione di contratti di servizio per lo sviluppo di 8 fra giacimenti petroliferi e di gas iracheni, il ministero del Petrolio di Baghdad ha poi annunciato un secondo giro di gare per la assegnazione di altri 11 giacimenti. Entrambi i round dovrebbero concludersi con l’assegnazione dei contratti entro il 2009. Inspiegabilmente, però, in nessuno dei due round è compreso il giacimento di Nassiriya.

Perché? Era forse già “assegnato”. Cosa ha discusso a Baghdad Paolo Scaroni nella visita lampo di dicembre 2008, appena pochi giorni prima dell’annuncio del secondo round di gare di appalto?

Nel novembre 2009 viene firmato l’accordo preliminare tra il governo iracheno per Zubair e l’Eni, capogruppo di un consorzio internazionale composto da Occidental Petroleum Corporation, Korea Gas Corporation e Missan Oil Company. Il giacimento diventa remunerativa nel giro di un anno esatto, quando nel novembre 2010 la produzione si attesta sui 200.000 barili al giorno. Oggi la produzione è di 320.000 b/g e si lavora per portarla ad 850.000 entro il 2016, come annunciato dal primo ministro iracheno, Nuri al-Maliki, e l’Amministratore Delegato di Eni, Paolo Scaroni, a margine di un incontro a Baghdad tenuto lo scorso 2 settembre.

Per chiudere il cerchio, dato che il 30% del capitale di Eni è ancora in mano pubblica, un terzo dei profitti totali dell’azienda (e dunque anche dei ricavi di Zubair) entra nelle casse dello Stato. Quello stesso Stato che, in nome di quei profitti, prima spedisce i suoi militari in Iraq e poi garantisce l’impunità agli ufficiali responsabili della loro strage.

PS: Quando parliamo di Iraq, non dobbiamo mai dimenticare che il conflitto voluto da George W. Bush aveva un obiettivo ben preciso: prendere possesso dei giacimenti iracheni per avere il controllo di quelli di tutti gli altri Paesi della regioneOggi possiamo dire che l’operazione si è risolta con un totale fallimento. A dieci anni dall’invasione l’Iraq non esiste: la guerra ha lasciato un Paese spaccato lungo le linee etniche, con un governo centrale debole e contestato.