In Egitto è l’ora della resa dei conti, o dei compromessi

Il presidente egiziano Mohammed Morsi ha “pensionato” il potente ministro della Difesa Hussein Tantawi, insieme al Capo di Stato Maggiore  Sami Enan, rispettivamente sostituiti dal capo dell’intelligence militare Abdel Fatah El-Sissi e  Sedky Sobhy. Congedati anche il comandante dell’aviazione e quello della marina. Quest’ultimo, il generale Mohan Mameesh, è stato nominato presidente del Canale di Suez.

L’occasione per il via libera al repulisti è stato l’eccidio di 16 guardie di frontiera nel Sinai. Tre giorni dopo, il presidente aveva silurato (tra gli altri) il capo dei servizi segreti Muraf Muwafi – il quale ha ammesso di essere stato informato di un possibile attacco -, il governatore del Sinai settentrionale dove è avvenuto il massacro, Abdel Wahab Mabruk e il capo della polizia militare, Hamdi Badeen.
Stranamente, non sono stati toccati i vertici delle guardie di frontiera, ossia la branca militare più direttamente coinvolta nella tutela del Sinai. La selettività nelle rimozioni, unita alla mancata costituzione di una commissione d’inchiesta sull’incidente, alimenta le voci sulla lotta per il potere in corso al Cairo.
Per approfondire sull’influenza dei militari in Egitto, Al-Akhbar segnala una mappa (in arabo) indicante la distribuzione dei generali in tutto il Paese e con i dati salienti di ciascuno.

Con un altro decreto Morsi ha abolito la dichiarazione costituzionale dello scorso 17 giugno, ad opera dello SCAF capeggiato proprio da Tantawi, con la quale era stato privato di alcune prerogative prima del suo insediamento. Ora Morsi ha teoricamente gli stessi poteri che furono di Mubarak.
Inoltre il presidente ha nominato un nuovo vice: si tratta di un magistrato, Mahmoud Mekki, già vicepresidente della Corte di Cassazione. Un ex magistrato che in passato aveva denunciato le frodi elettorali di Mubarak, ma la cui designazione stride con la precedente promessa di nominare una donna e un cristiano copto come suoi vice, in ultima analisi perché Mekki non è né donna né copto.
Non è l’unica pecca in questo primo scorcio di mandato del neopresidente.

Tra i giovani attivisti di Piazza Tahrir serpeggia l’idea che Morsi non perseguirà i responsabili dei massacri di Piazza Tahrir, nei giorni caldi che precedettero la cacciata di Mubarak. Uno shock per molti egiziani, ma non per tutti – compreso lo SCAF. Forse, la vera chiave di lettura del rinnovamento dei vertici militari è proprio qui.
Secondo il Time, il generale Mohamed al-Assar, un membro del Consiglio, ha detto ad al-Jazeera che il licenziamento di Tantawi e Anan giunto al termine di una consultazione con Morsi. Alcuni analisti ipotizzano l’esistenza di un accordo al riguardo: il Paese ai Fratelli Musulmani in cambio di un salvacondotto a Tantawi, secondo Mamdouh Hamza, un importante uomo d’affari e avvocato pro democrazia. Perché se si fossa applicato ai generali lo stesso trattamento riservato a Mubarak, a quest’ora anche Tantawi sarebbe dietro le sbarre.
Le sostituzioni nel settore della sicurezza e poi in quello militare hanno uno scopo più ampio di una semplice “punizione” per i fatti del Sinai, dicono gli analisti. Sissi e Mekki sono uomini vicini alla Fratellanza Musulmana, e la loro nomina non è certamente casuale. La confraternita sta lentamente riordinando la scacchiera politica dell’Egitto, inserendo in ogni casella un proprio alleato.

Ai media americani (come VOA e CNN) il rimpasto di Morsi non dispiace. A prima vista perché l’Egitto, per la prima volta dall’indipendenza, conoscerà finalmente un equilibrio nel rapporto tra potere civile e potere militare. Un passo avanti verso una vera democrazia, dunque. Peccato che democrazia significhi innanzitutto libertà d’opinione, e sotto questo aspetto non si può ancora dire che ci sia granché differenza rispetto ai tempi di Mubarak.
Sotto stati messi sotto inchiesta con l’accusa di ostilità al presidente Morsi il presidente della tv indipendente egiziana Al Farain, Tawfiq Okasha, e il direttore del quotidiano Al DostourAfifi. Entrambi hanno ricevuto dalla magistratura un provvedimento di divieto di espatrio.
Okasha – da sempre oppositore dei Fratelli Musulmani – è accusato di incitazione alla violenza e all’uccisione del presidente attraverso la sua emittente, che pochi giorni fa ha ricevuto un ordine di sospensione delle trasmessioni per un mese. Afifi, anch’egli poco disponibile verso la confraternita, è accusato di incitazione al disturbo dell’ordine pubblico. Una settimana fa il suo giornale è stato sequestrato prima della distribuzione.

Morsi ha studiato negli Stati Uniti. Si tratta di una figura gradita all’establishment americano, così come la stessa Fratellanza Musulmana. Come ho già detto e ridettola Casa Bianca è consapevole che non vi è alternativa politica ai Fratelli Musulmani; la “resurrezione” del movimento è stata sostenuta dalla coppia USA-Israele attraverso i sauditi allo scopo di favorire l’ascesa di una forza (sunnita) da contrapporre all’Iran (sciita); i suoi leader sono stati addestrati, equipaggiati, finanziati dagli Stati Uniti, prima di essere rispediti a destabilizzare l’Egitto all’inizio nel 2010 e poi nel 2011 nel corso della cosiddetta “primavera araba”.
Per l’America Morsi è un amico, come testimoniato dai recenti colloqui con Hillary Clinton al Cairo. Ed è un amico anche per il Qatar, dal quale l’Egitto ha ricevuto un prestito da 2 miliardi di dollari per risollevare la sua esangue economia. Non è un amico dei sauditi, i quali non fanno nulla per nascondere la propria diffidenza verso il “nuovo” Egitto.
La stampa USA giustifica il colpo di mano del presidente, argomentando che l’eccessivo peso politico dello SCAF non avrebbe permesso la fioritura della democrazia. E gli americani si augurano proprio questo: che in Egitto ci sia una vera democrazia. Perché è stata la democrazia a portare i Fratelli al potere. Anzi, gli “amici”.

Il Sinai è fuori controllo, ma il mondo lo scopre solo adesso

L’attacco in cui sono morti 16 ufficiali di polizia egiziani – a cui il Cairo ha risposto con un pesante raid aereo che ha ucciso 20 miliziani – è solo l’ultimo grave episodio a testimonianza dell’anarchia in cui la penisola del Sinai è piombata dagli inizi del 2011.
Episodi che comprendono innanzitutto una lunga scia di rapimenti: quelli di migliaia disperati eritrei in fuga dal loro Paese – di cui, diciamo la verità, alla comunità internazionale non frega nulla -, e quelli ben più rilevanti dal punto di vista mediatico di turisti americani (in febbraio, maggio e luglio). E poi i ripetuti attentati al gasdotto che rifornisce Israele: 15, da quando la rivoluzione è cominciata.

Il problema del Sinai è innanzitutto etnico-sociale, a cui si legano rivendicazioni economiche inascoltate. Un articolo di Joshua Goodman apparso su Carnegie Endowment, tradotto da Medarabnews, spiega che i rapimenti e gli attentati ad opera di beduini del Sinai sono una ritorsione contro le politiche statali di emarginazione nei loro confronti:

La maggior parte delle violenze hanno avuto luogo nel governatorato del Sinai del Nord. Dato che la divisione amministrativa tra nord e sud è stata tracciata secondo i confini tribali – il sud in gran parte coincide con i confini tradizionali della confederazione Tawara, il nord con i gruppi dei Tiyaha e dei Terabin – molti hanno attribuito la differenza nei livelli di violenza alle suddivisioni tribali regionali. Ma nel Sinai è l’economia, piuttosto che le suddivisioni identitarie, a spiegare meglio queste fluttuazioni nei conflitti.

Dopo il ritiro di Israele dalla penisola a seguito del trattato di pace tra il Cairo e Tel Aviv, i progetti di sviluppo (stabiliti dai funzionari egiziani e dall’USAID come parte del pacchetto di assistenza finanziaria americana sulla scia dell’accordo di Camp David) selezionarono il sud per il turismo e il nord per il lavoro agricolo e industriale, in base alle risorse e ai punti di forza geografici di ciascuna regione – terreno fertile nel nord, petrolio e giacimenti minerari nella parte occidentale, scogliere e beni ambientali nella parte sudorientale. Ma in nessuno di questi casi i beduini locali sono stati consultati.

Tuttavia, la distinzione tra resistenza tribale e terrorismo islamista si sta riducendo nel nord. Ad aggravare questo problema vi è l’incapacità dello Stato di distinguere tra le due cose, che a sua volta ha portato a punizioni collettive che trattano tutte le violenze – siano esse atti di terrorismo, incursioni tribali, o semplicemente episodi criminali isolati – allo stesso modo, imponendo le stesse pene. Ciò aumenta il risentimento tribale e spinge la violenza di reazione verso forme più sanguinose rispetto alla tradizionale rivolta tribale. Inoltre, a seguito della primavera araba, il progresso verso una maggiore inclusione (per quanto tenue) realizzato nell’Egitto centrale è stato assente nel Sinai.

Questo fino a ieri. La novità di oggi è che la lotta sottotraccia condotta dai beduini ha dato molto ad al-Qa’ida di aprire  nella regione un nuovo fronte della sua lotta all’Occidente.
Esattamente un anno fa la Jamestown Foundation denunciava la nascita di formazioni filo-qaidiste in assenza di forze di sicurezza del governo.
Nei giorni convulsi di Piazza Tahrir, il Sinai era stata l’unica regine dell’Egitto in cui la violenza pareva sul punto di esplodere. I beduini erano ben armati e, approfittando della confusione regnante negli apparati di sicurezza, avrebbero potuto sfruttare il fattore sorpresa per lanciare un’offensiva. Se ciò non è accaduto, nota l’istituto di analisi, è perché in quei giorni quasi tutte le forze di polizia del luogo disertarono, lasciando campo libero alle tribù. Che non hanno perso tempo ad assaltare le carceri per liberare i beduini detenuti – alcuni dei quali contrabbandieri e trafficanti di esseri umani.
Il 27 luglio comparve un video su Youtube (ora rimosso) in cui un gruppo chiamato al-Shabaab al-Islam annunciava la propria costituzione. Il 2 agosto nella cittadina di al-Arish, teatro degli attacchi al gasdotto israelo-egiziano, comparve un opuscolo intitolato “Una dichiarazione da al-Qa’ida nel Sinai“, in cui il gruppo chiedeva, tra le altre cose, la creazione di un emirato islamico nella penisola e l’imposizione della shari’ia. Il 12 agosto lo SCAF ha inviato 2000 uomini nella penisola nel tentativo di riprenderne il controllo, ma qualunque risposta militare trova ostacolo nei cavilli del Trattato di Camp David, che vieta all’Egitto di schierare le proprie truppe a ridosso del confine con Israele. Dove i beduini sembrano aver stretto un proficuo sodalizio con Hamas e gli altri islamisti di Gaza.

Sulla nascita della minaccia qaidista nel Sinai si veda anche qui, qui, qui, qui, qui.
In novembre il Jerusalem Post confermava che i beduini del Sinai si erano uniti ad al-Qa’ida. La quale da allora non ha fatto che accrescere la propria presenza nella regione.
Nel gennaio di quest’anno un altro gruppo, Ansar al-Jihad nella Penisola del Sinai, ha rilasciato una dichiarazione che annuncia la propria formazione nonché la promessa di fedeltà ad Ayman al-Zawahiri (qui il video). Il 20 giugno ha fatto il suo ingresso sulla scena anche Majlis Shura al-Mujahedin Fi Aknaf Bayt al-Maqdis (MSC, che in questi giorni ha rilasciato un comunicato in cui nega ogni coinvolgimento nella strage degli ufficiali egiziani).
Proprio il 20 giugno un gruppo di miliziani ha aperto il fuoco contro un gruppo di operai israeliani impegnati nella costruzione di una barriera al confine col Sinai, uccidendone uno. Questo episodio dimostra come il Sinai rappresenti una seria minaccia per lo Stato ebraico. Ma a Tel Aviv sono troppo impegnati a propagandarne una finta (quella iraniana) per occuparsi di quest’altra più concreta.

Storicamente, il Sinai è stato definito come il ponte tra Africa ed Asia, ma migliaia di anni di occupazione egiziana non sono bastati ad integrare le popolazioni autoctone della penisola nella Terra dei Faraoni. Anzi, ancora oggi in Egitto c’è una certa riluttanza a discutere pubblicamente dei beduini e delle loro richieste.
La marginalizzazione del Sinai, esacerbata negli ultimi anni e nient’affatto risolta dalla primavera araba – la quale ha peraltro agevolato le infiltrazioni qaidiste in Nord Africa: vedi Libia e Sahel -, ha reso la penisola il luogo ideale dove i jihadisti di Gaza e di tutto il Medio Oriente possono trovare rifugio e agire indisturbati, destabilizzando un confine delicato come quello con Israele, la cui (poca) pazienza verso i vicini arabi è ben nota.

Egitto, per gli USA non c’è alternativa ai Fratelli Musulmani

Gli ultimi sviluppi in Egitto stanno configurando uno scenario da colpo di Stato mascherato. A pochi giorni dal secondo turno per le presidenziali, i militari hanno ripristinato la legge d’emergenza e la Corte costituzionale ha annullato l’elezione di un terzo della Camera bassa, quella parte di parlamento eletta attraverso ballottaggio, con l’effetto di sciogliere l’intera Camera.
La complessità della situazione è riassunta sul sito dell’Enciclopedia Treccani:

Lo scioglimento del parlamento eletto ha demotivato gli elettori e le percentuali di astensionismo (si parla del 60% del totale) sono state assai più alte che nel primo turno, dove pure aveva votato, secondo le stime ufficiali, solo poco più della metà degli aventi diritto. Gli elettori dei candidati esclusi dal ballottaggio hanno verosimilmente disertato in massa le urne: il solo Abdel Moneim Abdel Futuh, il Fratello dissenziente che aveva raccolto i consensi di molti democratici liberali (fra questi, il Movimento del 6 aprile) si è dichiarato per Mursi, mentre ‘Amr Musa aveva ambiguamente auspicato l’avvento di uno “stato civile”, dichiarando allo stesso tempo che l’Egitto non era pronto per l’esperienza parlamentare. Nei due giorni delle votazioni, cortei che invitavano a boicottare le urne si sono succeduti nelle strade del Cairo, mentre il numero di schede annullate volontariamente, in modi spesso pittoreschi, si profila assai alto.
Per molti, l’alternativa è stata non fra il ritorno al passato regime e un governo eletto a guida islamista, ma fra laicismo e islamismo, senza mezzi termini; quest’ultima scelta ha lasciato pochi margini agli elettori cristiani copti, così come a una parte dell’opposizione laica, che hanno accolto, infatti, la candidatura di Shafik e l’intervento militare, come una garanzia contro l’instabilità politica e la deriva comunitaria.

Questo pezzo di tradotto da Medarabnews, spiega che la sfida maggiore a cui dovrà far fronte la rivoluzione egiziana, anche dopo l’elezione del nuovo presidente, sarà quella di distruggere le reti dello “stato profondo” che ancora detengono il potere nel Paese:

La storia di quest’espressione va ricercata nell’esperienza turca, ed indica una rete di alleanze legate alle istituzioni della sicurezza e dell’esercito che trae origine dalle tradizioni delle società segrete di epoca ottomana. Solitamente, fine ultimo di questi gruppi è la conservazione del potere e dello status quo; si tratta di gruppi che formano uno stato dentro lo stato e che lavorano sempre dietro le quinte per assicurarsi il controllo sugli apparati amministrativi e di sicurezza dello stato.

È del tutto chiaro che la cattiva amministrazione della fase di transizione in Egitto, da parte del Consiglio superiore delle forze armate, ha portato ad una mancanza di fiducia tra i militari e le forze rivoluzionarie le quali, alla fine, hanno cominciato a pretendere la caduta del governo militare. Nonostante questo, non possiamo ignorare il ruolo giocato dalla rete dello stato profondo in Egitto, la quale è stata capace di serrare le proprie fila e difendere i propri interessi per salvare ciò che rimaneva del regime dopo averne sacrificato il capo.

Ciononostante, sono in tanti ad augurarsi la vittoria di Shafiq in quanto militare, quindi “laico”, contrapposto ai “famigerati” islamisti. A fugare questo luogo comune ci pensa Lorenzo Declich, il quale ricorda come nella storia recente dell’Egitto veri fomentatori del conflitto settario siano proprio i militari:

Se quel conflitto non ci fosse, e se non ci fosse il terrore del “regime islamico”, Mubarak e i suoi figliocci, che oggi si mangiano il padre per rimanere al potere, sarebbero indifendibili.

Aggiungendo che alcuni membri della Jihad islamicahanno annunciato la formazione di un nuovo partito, Jihad democratica, il cui obiettivo è dare supporto al candidato dei militari egiziani, Ahmed Shafiq. Dettaglio che smentisce l’idea che l’elezione di Shafiq sia il male minore, poiché “laico”.
Per farsi un’idea di come gli jihadisti cerchino di sfruttare le opportunità offerte da un sistema (semi)democratico a proprio vantaggio basta leggere questo lungo post su Jihadica. C’è questo paragrafo in particolare che riassume il pensiero di Ayman al-Zawahiri sul concetto di democrazia:

Al-Zawahiri’s reasoning is obviously meant to show that the US, by waging a “war on Islam” is going against the will of Egyptians but that he and al-Qaida are actually on the people’s side. In this sense, al-Zawahiri appears to be the real supporter of democracy. He quickly dispels this idea, however, since he explicitly rejects the “democracy that America wants for us, a special democracy for the Third World in general and the Islamic world in particular”. Such American-sponsored democracy, al-Zawahiri states, could be seen in Algeria, when that country cancelled elections in the early 1990s after they had been won by Islamists, or in Gaza, when the world refused to deal with Hamas after it had won elections there.

Al-Zawahiri does not just object to democracy because he associates it with injustice, however. He also claims it is an idol that is worshipped by its followers since they blindly follow what the majority wants, irrespective of what religion says. The majority thus becomes the object of worship instead of religion. As an alternative, the current Egyptian regime should leave and the country should be ruled by a pious, Islamic regime instead. The people will have the right to choose their leaders, al-Zawahiri claims, but obviously within the bounds of the sharia. The misery of the people should be ended, the West should be confronted and the oppression should be lifted “in Palestine, Iraq, Afghanistan and every corner of the world of Islam”. Jihad should therefore be continued until this goal has been achieved.

A corollario di tale posizione, proprio ieri al-Zawahiri ha espressamente chiesto al suo Paese di revocare l’accordo con Israele e di basare la futura legislazione egiziana sulla shari’ia.

Dall’altra parte, i Fratelli Musulmani, descritti dal marasma mediatico come fanatici e integralisti, sono molto più vicini a quelle degli Stati Uniti di quanto sembri a prima vista. Dopo aver – più o meno velatamente – criticato sia l’America che Israele, a fine maggio la Fratellanza Musulmana ha esplicitamente invocato un intervento armato in Siria, aderendo alla posizione statunitense – e israeliana, espressa dal recente appello del ministro della Difesa Ehud Barak.  Secondo la Reuters:

Working quietly, the Brotherhood has been financing Free Syrian Army defectors based in Turkey and channeling money and supplies to Syria, reviving their base among small Sunni farmers and middle class Syrians, opposition sources say

Mesi fa scrivevo che la prospettiva di un’al-Qa’ida rinnovata e più forte deve aver convinto gli USA della necessità di muoversi dietro le quinte per stringere accordi con la Fratellanza:

Lo scorso 6 novembre il quotidiano libanese Al-Diyar ha rivelato l’esistenza di negoziati segreti tra Stati Uniti e Fratellanza Musulmana affinché Washington sostenga l’ascesa del movimento alla guida dei Paesi arabi a condizione che questo si impegni a contrastare al-Qa’ida. I primi contatti risalirebbero a quattro anni fa, poi l’esplosione della Primavera araba avrebbe costretto gli USA ad accelerare il raggiungimento di un accordo,accettando l’ascesa politica degli islamisti.
La Casa Bianca è consapevole che non vi è alternativa politica ai Fratelli Musulmani. Le elezioni lo hanno dimostrato. Pertanto gli USA dovranno adottare una strategia che tenga in conto la realtà del movimento come principale forza politica in Egitto e nel resto del Medio Oriente. Beninteso,purché sia garantita la sopravvivenza delle petromonarchie del Golfo (Arabia Saudita in primis, dove le contestazioni non mancano), alla cui stabilità sono legate le speranze di ripresa dell’economia mondiale.
Inoltre, l’ideologia settaria dei Fratelli Musulmani li rende intrinsecamente ostili ai movimenti sciiti (come Hezbollah), ismailiti e alawiti. Washington potrebbe sfruttare l’appoggio della Fratellanza per contribuire ad isolare l’Iran, sostenendo i movimenti salafiti presenti al suo interno in Balucistan e Khuzestan, notoriamente nemici di Teheran.

Tale processo non è storia recente. Questo articolo di Seymour Hersh del 2007 spiega come la “resurrezione” del movimento sia stata sostenuta dalla coppia USA-Israele attraverso i sauditi, allo scopo di favorire l’ascesa di una forza (sunnita) da contrapporre all’Iran (sciita):

In the past few months, as the situation in Iraq has deteriorated, the Bush Administration, in both its public diplomacy and its covert operations, has significantly shifted its Middle East strategy. The “redirection,” as some inside the White House have called the new strategy, has brought the United States closer to an open confrontation with Iran and, in parts of the region, propelled it into a widening sectarian conflict between Shiite and Sunni Muslims.
To undermine Iran, which is predominantly Shiite, the Bush Administration has decided, in effect, to reconfigure its priorities in the Middle East. In Lebanon, the Administration has coöperated with Saudi Arabia’s government, which is Sunni, in clandestine operations that are intended to weaken Hezbollah, the Shiite organization that is backed by Iran. The U.S. has also taken part in clandestine operations aimed at Iran and its ally Syria. A by-product of these activities has been the bolstering of Sunni extremist groups that espouse a militant vision of Islam and are hostile to America and sympathetic to Al Qaeda.

[Walid] Jumblatt then told me that he had met with Vice-President Cheney in Washington last fall to discuss, among other issues, the possibility of undermining Assad. He and his colleagues advised Cheney that, if the United States does try to move against Syria, members of the Syrian Muslim Brotherhood would be “the ones to talk to,” Jumblatt said.”

“There is evidence that the Administration’s redirection strategy has already benefitted the Brotherhood. The Syrian National Salvation Front is a coalition of opposition groups whose principal members are a faction led by Abdul Halim Khaddam, a former Syrian Vice-President who defected in 2005, and the Brotherhood. A former high-ranking C.I.A. officer told me, “The Americans have provided both political and financial support. The Saudis are taking the lead with financial support, but there is American involvement.” He said that Khaddam, who now lives in Paris, was getting money from Saudi Arabia, with the knowledge of the White House. (In 2005, a delegation of the Front’s members met with officials from the National Security Council, according to press reports.) A former White House official told me that the Saudis had provided members of the Front with travel documents.” 

Hersh rivela che la cricca libanese di Saad Hariri aveva fatto da tramite tra gli americani e la Fratellanza in Siria. Abbiamo dunque la conferma che i Fratelli musulmani e Hariri hanno lavorato insieme a Stati Uniti, Israele e Arabia Saudita per anni.
Non solo. La resurrezione politica della Fratellanza Musulmana porta – almeno in parte – la firma del Dipartimento di Stato americano, grazie ai fiumi di denaro e al supporto diplomatico elargiti dietro le quinte. L’occasione per cementare questo sodalizio, secondo il blog Land Destroyer, fu il vertice inaugurale dell’Alleanza dei Movimenti Giovanili, tenuto a New York nel 2008, dove parteciparono anche coloro che poi sarebbero diventati i leader del 6th april Movement. Lo scorso anno il New York Times ha rivelato che quegli stessi leader sono stati addestrati, equipaggiati, finanziati dagli Stati Uniti, prima di essere rispediti a destabilizzare l’Egitto all’inizio nel 2010 e poi nel 2011 nel corso della cosiddetta “primavera araba”.
A proposito di destabilizzare, ci sono alcuni aspetti che meriterebbero di essere approfonditi. In novembre scrivevo:

A parte il fatto che diversi manifestanti sono rimasti feriti o contusi da armi made in USA (come denuncia anche Amnesty), vi è il sospetto che gli americani siano direttamente sono coinvolti nelle sparatorie di fine novembre. Un video trasmesso dalla Tv egiziana mostra tre stranieri che gettano bottiglie molotov. Più inquietante (e da verificare) è una testimonianza riportata dall’Islam Times, secondo il quale alcuni security contractors (della Xe Services, ex Blackwater?) avrebbero aperto il fuoco presso l’Università americana del Cairo su manifestanti e polizia.

Come se si stesse cercando di esasperare il malcontento popolare contro i militari. A beneficio di chi, è facile immaginarlo. Ma in fondo sono soltanto mie speculazioni. La testimonianza è riportata (in arabo) anche qui.

Nelle presidenziali egiziane ha vinto l’incertezza

Per avere un’impressione a caldo sulle presidenziali egiziane riporto questa breve ma esauriente analisi di Lorenzo Declich su In30secondi (i corsivi sono miei):

Il 10 maggio scorso si era tenuto negli studi di una televisione privata egiziana un dibattito televisivo “all’americana” fra “i due candidati alla presidenza”: Amr Moussa e Abu el-Futuh.
La notizia aveva generato qualche commento, i più consideravano la cosa come un segno positivo, emblematico del nuovo cammino intrapreso dall’Egitto verso la democrazia. Corradino Mineo, su Rainews24, aveva anche notato che il dibattito sembrava molto “americano” e poco “europeo”.
In pochi oggi riflettono sul fatto che  i due protagonisti del dibattito, nell’ordine dei più votati, sono risultati rispettivamente quinto e quarto.
E definire una “sorpresa” questo esito elettorale, che vede il reppresentante dei Fratelli Musulmani al primo posto e il “clone” sbiadito di Hosni Mubarak al secondo, in base a quell’evento televisivo sarebbe sviante. Piuttosto è meglio riconoscere che ci si era sbagliati nel considerare Moussa e el-Futuh i “cavalli giusti” in base al fatto che erano apparsi in televisione in un dibattito all’americana.
Evidentemente il meccanismo del consenso, in Egitto, si mette in moto altrove, e la cosa non può destare sorpresa: la democrazia egiziana ancora non esiste, i votanti di questa tornata elettorale –il 43% dei 50 milioni di iscritti alle liste elettorali su 80 milioni cittadini aventi diritto — hanno fatto le loro scelte sapendo che una nuova Costituzione che stabilisce i poteri del Presidente deve essere ancora scritta, e che i militari non se ne sono ancora andati.
Con questo risultato elettorale abbiamo ragione di credere, anzi, che i militari non se ne andranno “in bell’ordine” molto presto.
Occorre però ragionare, anche, sui distacchi fra candidati, introducendo il terzo in fila, Hamdin Sabbahi, esponente “di sinistra” del nasserismo “originario” e vera “sorpresa” di queste elezioni. Fra i tre in cima alla lista passa infatti un intervallo di voti minimo, due o tre punti percentuali (sono tutti fra il 26 e il 23%), il ché ci introduce al tema, delicatissimo, del modo in cui si sono svolte queste elezioni, dei meccanismi di controllo adottati, insomma del timore di brogli elettorali in presenza di quegli elementi, soprattutto quello della “tutela” dei militari, sopra elencati a proposito di “democrazia egiziana”.
Ora c’è chi parla di “worst scenario” (lo scenario peggiore possibile) e, da queste parti, ci sarà certamente chi riterrà “migliore” l’opzione Shafiq (militari) a quella Morsi (Fratelli Musulmani).
A sinista, in Egitto, da qualche giorno era in campo invece il dibattito che si può riassumere con la domanda: “con gli islamisti forse, con i militari mai?”.

E il famoso scrittore Alaa al-Aswani, ieri, chiedeva un sforzo per formare un “fronte nazionale” che, su regole e accordi chiari e pubblici, si opponesse al ritorno, ben orchestrato, del “regime”.
Mentre diversi esponenti della galassia salafita, la grande esclusa da questa consultazione, facevano sapere che appoggeranno il candidato della Fratellanza.
Staremo a vedere: certo il serbatoio di voti degli esclusi alla tornata finale non è indifferente, è intorno al 50% delle preferenze espresse.
Sullo sfondo rimane l’Egitto “profondo” che, insieme ai “puri” della rivoluzione del 25 gennaio, non ha votato.
Se l’indicatore di progresso della democrazia egiziana non era il dibattito televisivo, non lo è neanche questa tornata elettorale.

Il “worst scenario” a cui si accenna è illustrato nei dettagli dal Guardian. Dopo settimane di tensioni e incertezze, afferma il quotidiano, l’Egitto si trova di fronte ad uno scenario da incubo, perché la Fratellanza Musulmana è un’organizzazione fondamentalista mentre Shafiq è un fedelissimo di Mubarak. Insomma, è come se la rivoluzione non ci fosse mai stata – e in effetti è andata così, come ho già avuto modo di spiegare.

Agli occhi dei meno attenti, l’Egitto pareva davvero aver imboccato la strada della democrazia, sia pur con molti barcollamenti ed inciampi. Eppure il dibattito televisivo a cui si accenna sopra, nonché i manifesti che tappezzano le strade, ci hanno suggerito un’immagine fin tropo edulcorata di questa “prima volta” alle urne dei cittadini egiziani. Un quadro ad uso e consumo della stampa occidentale, ma del tutto fuorviante rispetto alla realtà sul campo per due motivi.
Il primo è la disillusione del popolo all’idea di un reale cambiamento. Il New York Times riporta come molti elettori abbiano già annunciato di astenersi al prossimo ballottaggio piuttosto che votare un candidato dall’agenda sociale troppo islamista e un altro proveniente dall’entourage del deposto presidente Mubarak:

For some voters, the bubbling enthusiasm that ushered in the country’s landmark presidential election has given way to anger and apathy since candidates who generated excitement, with charisma or progressive appeals, were eliminated from the race.
Sensing the disillusionment, and the likelihood that many voters could stay home, Mr. Morsi and Mr. Shafik moved Saturday to widen their support, courting disqualified candidates and portraying themselves as more centrist — sometimes by dramatically reversing their previous positions.

Il secondo è che una nuova Costituzione non è ancora stata messa nero su bianco, dunque il nuovo presidente – a prescindere da chi sia – si ritroverà ad essere titolare di poteri vaghi e non ancora definiti, soprattutto per quanto riguarda i rapporti con il parlamento. In ogni caso, i militari sono sempre lì.
In definitiva, queste elezioni trascinano su di sé un’irremovibile ombra di incertezza. Intanto Sabahi, terzo classificato con un margine di 700.000 voti, ha chiesto il riconteggio.

Egitto e Arabia Saudita, ora i due poli si guardano con diffidenza

L’ondata della primavera araba ha messo in crisi non solo l’apparato politico tradizionale dell’Egitto (si veda la bagarre elettorale in corso), ma anche la sua rete di relazioni estere. A parte la rinata atmosfera di tensione con Israele, è interessante dare uno sguardo ai rapporti tra l’Egitto e l’altro peso massimo della regione mediorientale. L’Arabia Saudita.
Con la caduta i Mubarak i rapporti tra la repubblica egiziana e il regno saudita si sono incrinati. La crisi delle relazioni tra Il Cairo e Ryadh si è recentemente inasprita in seguito all’arresto dell’avvocato ed attivista per i diritti umani Ahmad Gezawi in Arabia Saudita, con l’accusa di vilipendio al re ed in seguito anche di contrabbando di stupefacenti. Le conseguenti manifestazioni di protesta di cittadini egiziani davanti all’ambasciata saudita del Cairo hanno provocato la decisione saudita di chiudere l’ambasciata.
In realtà i rapporti tra i due Paesi sono tesi fin dallo scoppio della rivoluzione egiziana. Questo articolo su al-Quds, tradotto da Medarabnews, spiega cosa c’è dietro:

La rabbia dei sauditi, data la loro avversione nei confronti dei Fratelli Musulmani, è cresciuta in seguito alla conquista, da parte degli islamisti, di 75 seggi al Consiglio del Popolo, tanto da spingere il principe Nayef  Bin Abdulaziz, attuale ministro degli interni, a definire la confraternita come  “l’origine dei flagelli della regione”.

Il problema fondamentale è che i responsabili sauditi non hanno capito che l’Egitto è cambiato, che Hosni Mubarak non tornerà a governarlo e che il suo regime è scomparso definitivamente; perciò è necessario che si adattino a questo cambiamento e che imparino a conviverci. L’arresto di egiziani o di arabi in generale, e la detenzione senza processo, come accadeva un tempo, non sono più accettabili all’epoca delle rivoluzioni arabe e della rivoluzione informatica e digitale.

La crisi Gezawi non è tra il popolo egiziano e quello saudita, bensì tra il popolo egiziano e le autorità del regno, e rappresenta un monito per tutte le altre autorità arabe che abusano  dei cittadini arabi perché i loro governi, deboli o corrotti, non difendono i propri cittadini come dovrebbero.

L’Egitto è cambiato, ed anche i popoli arabi, e ciò che si taceva prima delle rivoluzioni non verrà più nascosto dopo di esse. Riconosciamo che alcuni media egiziani hanno superato il giusto limite nella critica nei confronti della monarchia saudita, ma anche molti autori sauditi sono andati troppo oltre insultando il popolo egiziano, ed entrambe le cose non sono ammissibili.

La reazione scomposta di Ryadh è solo l’ultima dimostrazione dell’incapacità della dinastia saudita di affrontare una serie di sconvolgimenti  a cui non era preparata.
La ciliegina sulla torta delle incomprensioni politiche è rappresentata dalla riapertura dei rapporti bilaterali con l’Iran, acerrimo rivale di Ryadh. Uno smacco per la Casa di Sa’ud. Ma quest’ultima sa bene quali argomentazioni mettere sul tavolo per ricucire i rapporti con i vecchi amici. L’ottimo blog Lissnup segnala che il 10 maggio l’Arabia Saudita ha effettuato un deposito di un miliardo di dollari presso la Banca Centrale del Cairo come contributo per la ripresa dell’economia egiziana:

Saudi Arabia has made a deposit of USD 1 billion in the Central Bank of Egypt (CBE), a senior Egyptian official has said.
Egypt’s Minister of Planning and International Cooperation Fayza Abul-Naga expressed last night her country’s appreciation and gratitude to Saudi Arabia and the custodian of the two holy mosques King Abdullah bin Abdulaziz for the contribution and support, aimed at improving the condition of the Egyptian economy during its current circumstances.

The last remaining USD 500 million sum of the amount was signed in Marrakech, Morocco, by minister Abul-Naga and the Saudi Minister of Finance Dr. Ibrahim bin Abdulaziz Al-Assaff, which targets the financing of priority state development projects in Egypt.
The amount also includes USD 250 million for the purchase of petroleum products intended for the Egyptian public and a USD 200 million non-refundable grant to support small to medium-sized enterprises.

Tuttavia si tratta di briciole in confronto ai sontuosi aiuti che Ryadh aveva promesso nelle settimane successive alla defenestrazione dell’alleato Mubarak. Ciò che la Casa di Sa’ud non riesce ad accettare che ora in Egitto, oltre ad un regime, ad avere voce in capitolo ci sia anche un popolo. Soggetto col quale la casa regnante nutre una malcelata diffidenza, se non addirittura timore. All’indomani della decisione di Riyadh di chiudere l’ambasciata in Egitto, ad esempio, centinaia di blogger egiziani e sauditi hanno fraternizzato su Twitter scambiandosi messaggi di solidarietà. Episodio che ha aumentato le preoccupazioni della casa regnante circa una possibile ripresa delle manifestazioni nel cuore del regno.
Tutto ciò, sul piano concreto, si è tradotto nella riluttanza a sostenere finanziariamente la fragile economia del Cairo. Nell’attesa di conoscere il nome del successore di Mubarak alla guida del Paese.

In Egitto la rivoluzione non c’è mai stata

In Occidente l’opinione pubblicato ha sviluppato due immagini della rivoluzione egiziana e, più in generale, della primavera araba. Una è quella dei giovani di Piazza Tahrir, riuniti dal martellante passaparola sui social media. L’altra è quella degli islamisti dalle lunghe barbe che approfittano di uno dei rari momenti di (semi)democrazia al Cairo per tentare l’ascesa al potere.
Come spesso accade, le nostre ricostruzioni contengono un fondo di verità innaffiato da un insieme di luoghi comuni. Ad ogni modo, la condizione di rivoluzione incompiuta che caratterizza l’Egitto di oggi – ben messa in risalto dagli scontri in Piazza Tahrir, iniziati in dicembre e rinfiammati in questi giorni – è principalmente conseguenza di due fattori.

In primo luogo, i problemi socioeconomici del Paese, rimasti irrisolti e senza un barlume di prospettive ad un anno dalla defenestrazione di Mubarak.
Si, perché al di là della visione romanzata dei giovani che chiedevano a gran voce rappresentaza e democrazia, i motivi per cui la gente è scesa in strada sono molto più materiali: povertà diffusa, diseguaglianze economiche, disoccupazione, giovanile, deficit alimentare, infrastrutturale e scolastico. Tutto questo nonostante una crescita che nei trent’anni targati Mubarak ha viaggiato a ritmi del 5% annuo, con punte del 7% nel 2007 e 2008, forte anche degli investimenti esteri che dal 2004 al 2010 hanno sfiorato quota 50 miliardi di dollari.
Se andiamo a vedere, non c’è da stupirsi che le statistiche sul PIL non si siano tradotte in maggior benessere per la popolazione. I due terzi delle entrate di valuta estera del Paese derivano da rendite energetiche, turismo, diritti di transito lungo il Canale di Suez e rimesse degli emigrati. Le riforme intervenute negli ultimi anni hanno riguardato settori a limitato impatto occupazionale, senza quasi sfiorare i settori chiave. L’esplosione demografica, il decremento della produzione agricola (ormai l’Egitto importa la metà dei suoi alimenti base) e le scarse politiche di sostegno dell’ex presidente hanno fatto il resto. Con il paradossale effetto che, mentre in trent’anni il PIL egiziano è letteralmente volato, oggi gli egiziani sono molto più poveri rispetto a cento anni fa.

In secondo luogo, la presenza dei militari al potere, ormai (ufficialmente) diventati il vero ostacolo alla libertà. In Egitto le forze armate non sono i garanti della laicità, come in Turchia. Di fatto sono – e si concepiscono – come uno Stato nello Stato. Lo Stato, quello vero, lo comandano da sessant’anni: tutti e tre i presidenti del Paese – Nasser, Sadat e Mubarak – sono stati ufficiali nell’esercito. Un’istituzione che ha sempre goduto del rispetto e della stima del popolo. Ma da quando nel 1977 Sadat firmò gli accordi di Camp David con Israele e USA, l’esercito è stato progressivamente emarginato, messo in condizione di non poter più combattere. In cambio, il regime ha foraggiato i generali di aiuti economici e affidato loro la gestione di investimenti ed attività economiche. Oggi i militari costruiscono infrastrutture e centri commerciali, gestiscono alberghi e villaggi turistici, così come ospedali e media, producono e commercializzano pane, latte e acqua minerale. Si stima che il 40% dell’economia del Paese sia in mano all’esercito. Non a caso le riforme a cui accennavo più sopra non hanno minimamente incoraggiato l’iniziativa privata, salvaguardando le rendite di posizione dei militari da quel fenomeno che noi chiamiamo concorrenza.
Non è un caso che oggi si sita cominciando a riflettere sulla natura pilotata della sollevazione popolare. Un anno fa scrivevo:

Piazza Tahrir è stata lo sfondo, e non la protagonista, del rovesciamento del regime.
L’idea che una manovra per rovesciare Mubarak fosse in atto ben prima che la folla riempisse piazza Tahrir non è del tutto peregrina. Agevolare l’uscita di scena dell’ottuagenario presidente aveva l’obiettivo di garantire una successione ordinata nel governo del Paese. In tal modo sarebbe stato possibile sfruttare le prossime elezioni presidenziali per far emergere una nuova figura, espressione degli alti comandi militari, in linea con la tradizione degli ultimi decenni. Una figura che non sarebbe stata quella di Gamal Mubark [figlio di Hosni, n.d.r.].
C’è una fondamentale differenza tra il regime così come Nasser lo aveva creato e la dittatura di Hosni Mubarak. Il regime consisteva – e consiste – in un complesso istituzionale e burocratico incentrato sulle gerarchie militari, che coinvolgesse ogni aspetto della società egiziana. Mubarak, al contrario, è venuto a distinguere i suoi interessi da quelli dell’esercito, a chiaro vantaggio dei primi. Era logico che i militari vedessero nell’anziano presidente una minaccia per l’establishment consolidato.
I manifestanti non hanno mai chiesto la caduta del regime, ma solo quella del ra’is. Un dettaglio che nei convulsi giorni della rivolta è sfuggito a molti. Ai militari di sicuro non piaceva lo spettacolo delle folle in strada, ma la crisi politica seguita all’insorgere delle manifestazioni ha offerto loro l’opportunità di pensionare il presidente e di salvare il regime. E con esso, anche i propri interessi.
Dall’inizio delle manifestazioni, l’attività dell’esercito si è mostrata opaca. Il consiglio militare ha abolito la costituzione e sciolto il parlamento, ufficialmente per promuovere il cambiamento politico ma di fatto togliendo di mezzo le restanti istituzioni del Paese. Tutto il potere è caduto in mano ai militari. Nessuno dei rappresentati di piazza Tahrir è mai stato chiamato al loro tavolo.
Questo è il punto. A piazza Tahrir non c’è stata una rivoluzione. Non sono stati i manifestanti a rovesciare Mubarak, ma di fatto un colpo di stato militare celato dietro la maschera di una protesta per la democrazia. Quando fu chiaro che Mubarak non avrebbe volontariamente rassegnato le dimissioni, i militari hanno preso in mano il potere attraverso la creazione di un consiglio militare, lasciando che l’indignazione della folla fornisse una visione edulcorata dei fatti ad uso e consumo del romanticismo occidentale. Dall’11 febbraio i militari hanno il pieno controllo del Paese.
 …
Pertanto, la realtà che abbiamo di fronte è molto diversa da quella che l’entusiasmo di piazza Tahrir ci aveva fatto vedere.  Non è che non in Egitto non sia successo niente, ma ciò che è successo non è una copia fedele di quello che i media hanno ritratto. A parte lo spettacolo offerto dalla folla, il regime è rimasto esattamente dove era. Con l’aggravante di godere del favore dell’opinione pubblica sia interna che esterna al Paese. L’esaltazione di quei giorni di gennaio è andata spegnendosi in una sconfortante conferma della morale gattopardiana: in Egitto è cambiato tutto affinché non cambiasse nulla.

Le forze armate concentrano su di sé il potere politico e quello economico. Logico che abbiano tutto l’interesse a mantenere lo status quo.

Quello che i media non dicono sull’Egitto

1. I delicati sviluppi della fase post rivoluzionaria in Egitto disorientano tanto gli osservatori esterni quanto i suoi stessi cittadini. Innanzitutto, era prevista una multa di 500 lire egiziane (circa la metà di uno stipendio medio) per i non votanti, per cui l’entusiasmo per la grandiosa partecipazione di un popolo che di fatto tornava al voto dopo trent’anni di regime va ridimensionato.
In breve, il primo turno è stato vinto dai partiti islamici: il Partito di Libertà e Giustizia (ossia i Fratelli musulmani), ha ottenuto oltre il 40%; il Partito Al-Nour (salafiti) il 20% e il Partito Al-Wasat (Movimento Islamico) circa il 6%.
Quanto ai partiti tradizionali, Al-Wafd è quarto. Altre forze variano dal 2% all’1%. Alcuni addirittura sono addirittura allo 0%.
Se i Fratelli Musulmani (40-45%) si alleassero con il raggruppamento salafita (20%), l’Islam politico si troverebbe a dominare la Camera bassa egiziana. Ufficialmente gli stessi Fratelli Musulmani hanno escluso un tale scenario, ma il movimento non è nuovo a rimangiarsi la parola data. Non dimentichiamoci che si è presentato nel 77% dei seggi nonostante la formale promessa di limitarsi a meno della metà per placare i timori dell’opposizione laica.
Un’analisi a caldo delle elezioni è offerta da In 30 secondi (qui e qui). Medarabnews afferma che il problema della transizione egiziana non sta nella volontà di partecipazione democratica dei cittadini egiziani, ma nello scontro per il potere in atto tra la giunta militare e le principali forze politiche del Paese.
I principali attori politici hanno dimostrato di anteporre spesso i propri interessi a quello generale. A beneficiarne è stata proprio la giunta, la quale ha mantenuto il potere gestendo a proprio vantaggio le rivalità e le fratture esistenti nel panorama politico e nella società egiziana. I militari peraltro controllano ampi settori dell’economia nazionale, sia nell’industria che nell’agricoltura. Settori che in gran parte risparmiati dalla liberalizzazione economica.
Tirando le somme, gli scontri e le tensioni che hanno preceduto l’apertura delle urne,il controverso e ingarbugliato sistema elettorale e l’ormai evidente riluttanza dell’esercito a porsi sotto il controllo di un governo democraticamente eletto, non possono che raffreddare le speranze in un’evoluzione democratica del Paese.

Continua a leggere

Al-Qa’ida è stata in Libia (e c’è ancora)

Forse la bandiera di al-Qa’ida sul tribunale di Bengasi è solo un fotomontaggio, ma i qaidisti in Libia ci sono davvero. Erano tra i ribelli supportati dalla Nato in Cirenaica; hanno combattuto contro le forze di Gheddafi a Sirte [da notare il graffito “al-Qa’ida è stata qui” nel video]. Per mesi l’Occidente ha offerto supporto militare e politico a quegli stessi terroristi a cui dà la caccia da anni, in una sorta di teatro dell’assurdo. Ora che la guerra è (formalmente?) conclusa, in Libia si sta aprendo un pericoloso ciclo di vendette tribali. Migliaia di persone sono già fuggite dalle città per paura di ritorsioni. La fragile pace raggiunta dopo la morte di Gheddafi è già a rischio, vista l’incapacità del Cnt di frenare la crescente ondata di vendette. L’unico modo per scongiurare un tale scenario è quello di disarmare le milizie ribelli. Ma la cosa si sta rivelando più difficile del previsto. I capi tribù hanno dichiarato di non avere intenzione di abbandonare le armi: ufficialmente per preservare la propria autonomia, di fatto per condizionare le decisioni politiche che rifediniranno il futuro della Libia. O più semplicemente per difendersi dalle tribù rivali. Depositi di armi in Libia ce ne sono ancora troppi e non sempre guarniti. La paura dell’Occidente è che l’immenso arsenale bellico di Gheddafi, trafugato, possa finire nelle mani sbagliate. Cosa che forse sta già avvenendo, se è vero, come afferma il Washington Post, che molte di quelle armi libiche stanno inondando l’Egitto – forse dirette verso il Sinai, dove al-Qa’ida sembra avere impiantato alcune basi sotto la protezione delle tribù del deserto. Allo smercio di armi avrebbe contribuito lo stesso Gheddafi: secondo il Cnt il qa’id ha venduto 12.500 missili Sam 7 ad al-Qa’ida del Niger (sebbene non si hanno conferme).

Altro punto. Il New York Times racconta che dopo la caduta di Tripli sono state rinvenute le prove del coinvolgimento di Gheddafi nel piano ordito da alcuni ex militanti del partito Ba’ath per rovesciare l’attuale governo iracheno. I dettagli del piano sono stati rivelati dal Primo ministro iracheno Nuri al-Maliki nel corso della visita a sorpresa a Baghdad del suo (ormai ex) omologo libico Mahmoud Jibril. In quei giorni, peraltro, in Iraq c’è stata un’ondata di arresti proprio tra gli ex baathisti. La verità è che non c’è alcun legame tra la cattura di questi ultimi e la visita di Jibril. La questione più urgente che il Cnt è chiamato ad affrontare è quella delle milizie armate, a Tripoli e nel resto del Paese. È probabile che il motivo del viaggio a sorpresa di Jibril sia stato quello di osservare da vicino il “modello Iraq”, che negli anni ha cercato di assimilare i combattenti jihadisti nelle proprie forze di sicurezza, includendo i loro leader nelle rinnovate gerarchie statali. Prendere esempio dall’esperienza irachena può essere la chiave per disciplinare le brigate a piede libero che in alcune zone (come Misurata, Zintan e la stessa Tripoli) hanno assunto de facto il controllo del territorio. Esattamente ciò che Jibril ha ammesso nella sua ultima conferenza stampa da Primo ministro: invece di aspettarsi lo scioglimento di questi gruppi, ha suggerito, il Cnt farebbe meglio a cercare di assimilarli. Significativo è che il primo provvedimento di Jibril al suo ritorno in Libia è stato la nomina di Sadiq al-Gharyan a Gran muftì della Libia (noto per la fatwa che aveva negato il funerale islamico a Gheddafi), a cui toccherà un ruolo unificante e di piacificazione come è stato quello di Ali al-Sistani in Iraq. Ma la Libia di oggi non è l’Iraq di ieri. Potrebbe essere molto peggio.

Leviathan, un casus belli nel levante mediterraneo. Libano e Israele si contendono le sue ricchezze


di Luca Troiano

1. Da quando è stata ufficializzata la sua scoperta, il giacimento Leviathan ha alimentato più discordie che speranze. Questo perché i 16 trilioni di metri cubi di gas contenuti nelle sue viscere si trovano a cavallo tra le rispettive aree marittime di Israele e Libano, i quali stanno già affrontando la questione con toni piuttosto accessi.
Continua a leggere

Sale la tensione tra Egitto e Israele

border of Rafah with Egypt Gaza Strip Palestine Israel

di Luca Troiano

Israeliani e palestinesi stanno osservando una tregua dopo cinque giorni di combattimenti nel sud del Sinai, ma gli scontri dimostrano tutta la precarietà della sicurezza lungo il confine israelo-egiziano. Da quando il presidente Hosni Mubarak è stato rovesciato l’ombra del conflitto torna ad aleggiare sulla regione.

Continua a leggere