#Asia, le dispute per l’#acqua

Fiumi contesi sono disseminati in tutto il pianeta e l’Asia non fa eccezione. Cina, India, Indocina e Bangladesh disputano intorno ai corsi d’acqua che sgorgano dall’Himalaya. In Asia centrale, Tagikistan e Turkmenistan pianificano enormi dighe e sbarramenti che rischiano di pregiudicare i diritti dell’Uzbekistan, a valle. Quest’ultimo, come pure il Kazakistan, non ha ancora trovato una soluzione per arrestare la scomparsa del Lago d’Aral. E poi ci sono i grandi Paesi emergenti come Cina e India, che continuano a costruire nuove centrali idroelettriche per spingere la loro espansione economica. Fenomeno che, lungi dall’essere vissuto come un processo di integrazione, sta generando tensioni soprattutto tra Pechino e i suoi vicini per lo sfruttamento dei fiumi in comune. Tutti i fiumi del Sudest asiatico nascono in Cina, o meglio ancora in Tibet: circa un miliardo di persone all’interno Repubblica popolare e più di 1,5 miliardi di persone fuori vivono della loro acqua.

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Di Malesia in peggio

In Malesia, il Barisan Nasional (Fronte Nazionale) ottiene la 13esima vittoria consecutiva alle elezioni generali, scatenando le dure proteste dell’opposizione che speravano in un cambiamento.

YouTrend:

Alle elezioni Malaysiane del 5 Maggio il Barisan Nasional (Fronte Nazionale) ha perso per la prima volta dal 1974 la maggioranza assoluta dei voti popolari, scendendo al 46,6%. Il Fronte, guidato dal Primo Ministro uscente Najib Razak, è però riuscito a beffare le opposizioni del Pakatan Rakyat (Alleanza del Popolo) che, pur ottenendo il 50,1% dei voti hanno conquistato solo 89 seggi su 244 alla Camera dei Rappresentanti, lasciandone 133 al Fronte. I nazionalisti hanno ottenuto questo risultato grazie ad una legge elettorale che assegna il numero dei parlamentari eletti in un determinato stato in maniera non proporzionale alla popolazione. Per esempio, nello stato del Sarawak (2,4 milioni di abitanti) ha ottenuto 25 dei 31 seggi disponibili, mentre nello stato del Selangor (con una popolazione di 5,4 milioni di persone) ha ottenuto solo 5 seggi su 23.

La coalizione del Fronte Nazionale ha tradizionalmente dominato la politica malaysiana ma è in realtà molto frammentata al suo interno: al partito liberal-islamista United Malays National Organization si affiancano due importanti partiti etnici, che rappresentano indiani e cinesi (Malaysian Chinese Association, MAC), più una serie di partiti minori divisi sia per ideologia che per base etnico-geografica. Nonostante questo, il Fronte ha guidato il paese dagli anni ’60 distanziando i propri oppositori di decine di punti percentuali.

Questo almeno fino alle elezioni del 2008, quando il Barisan è sceso ad “appena” il 50,27%, senza ottenere la maggioranza dei due terzi dei seggi necessaria per modificare la Costituzione. Per la prima volta nel 2008 le opposizioni si sono riunite nell’Alleanza. Una coalizione, per la verità, eterogenea quanto gli avversari del Fronte. L’Alleanza raggruppa, infatti, i liberal-democratici del Democratic Action Party (DAP), i social-democratici del People’s Justice Party e dal Pan Malaysian Islamic Party, favorevoli all’applicazione della Shar’ia per i cittadini islamici.

Asia News:

La coalizione di governo ha vinto le elezioni politiche in Malaysia con una maggioranza risicata, sufficiente però a confermare una permanenza al potere che dura da 56 anni. Il leader dell’opposizione Anwar Ibrahim denuncia brogli diffusi e sembra intenzionato a contestare la legittimità del voto. Secondo i risultati forniti dalla Commissione elettorale, il partito del premier Najib Razak Barisan Nasional (Bn, Fronte nazionale) ha ottenuto un totale di 133 seggi sui 222 in palio, il peggior risultato nella sua storia. Di contro, il movimento di opposizione – formato da tre diversi partiti – ha conquistato 89 seggi, sette in più del precedente Parlamento.

Nelle scorse settimane personalità cattoliche interpellate da AsiaNews hanno confermato il quadro di incertezza politica, in un Paese in cui nazionalismo e identità islamica sono tuttora tematiche “più forti dell’economia”. In previsione del voto, si era ipotizzato come scenario più probabile la vittoria dell’esecutivo uscente “pur con un margine minimo”, grazie anche alle tematiche legate “alla conservazione della razza Malay” usata dal governo come mezzo per attirare il consenso delle masse.

Asia Times (tradotto da Terre Sotto Vento):

Najib, indipendentemente dalle proteste dell’opposizione contro il risultato elettorale, vede il proprio futuro politico in bilico. Fu nominato primo ministro del 2009 dopo il risultato elettorale brutto del premier Badawi nelle elezioni del 2008. Il pericolo è che come Badawi potrebbe essere rimosso dalla presidenza dell’UMNO che di tradizione porta con sé la carica di primo ministro dopo un risultato elettorale anche peggiore.

Questi risultati mostrano una divisione città mondo rurale più pronunciata nei comportamenti di voto. Gli elettori delle città sono apparsi più disposti a lasciar perdere le barriere razziali e religiose per porre l’attenzione sulla “politica nuova” delle riforme democratiche e del buon governo che il PR aveva promesso se avesse vinto. Nelle aree rurali, tagliate fuori dall’accesso alla rete e dalle sue fonti critiche, continua ad affidarsi ai media ufficiali di proprietà del BN e ha votato di conseguenza.

Per quelli che speravano che le elezioni di domenica avrebbero significato una spinta nella nuova politica, caratterizzata dall’attenzione alle riforme democratiche e da un governo responsabile che si allontana dalle istanze etnico religiose, la vittoria del BN rinforzerà lo status quo. Prima delle elezioni lo slogan “cambiamento” si era diffuso come un fuoco incontrollabile lungo le aree urbane della costa occidentale della penisola, portando in tanti a credere che il PR avesse una possibilità di lotta di formare il nuovo governo. Ma irregolarità elettorali diffuse e una politica di manovra delle circoscrizioni ha lasciato molti malesi con un senso palpabile che al PR è stato negato ingiustamente il governo federale specialmente dopo aver conquistato il voto popolare.
Chi ha fatto politica secondo una linea apertamente razziale ha comunque avuto un cattivo risultato. I capi del gruppo etno-razzista pro Malay Perkasa sono stati sconfitti laddove sono stati presenti. In modo simile. i candidati indipendenti Indù (Hindraf) che un tempo catturavano l’immaginario degli indiani malesi con la difesa zelante dei loro interessi per poi allinearsi al BN hanno in modo analogo perso.

BN forse è tornato al potere ma la coalizione di governo trova che la sua base tradizionale rurale si assottiglia con l’emigrazione verso i centri urbani e la differente percezione del suo governo grazie a notizie indipendenti online. Non solo il BN ha perso il voto popolare, la l’energia creativa e il dinamismo giovanile delle aree urbane del paese si sono con decisione spostate verso il PR. Mentre un sistema elettorale ha permesso al BN di vincere queste elezioni controverse, il numero di votanti in cerca di una nuova Malesia dove non esistano più vecchie barriere di etnia e religione è chiaramente in ascesa.

Venti di guerra nel Borneo

Martedì 5 marzo l’esercito della Malesia ha sferrato l’attacco all’Esercito reale del sultanato di Sulu, una formazione di 200 miliziani filippini asserragliata da un mese nello Stato di Sabah, nella parte nordorientale del Borneo. L’azione è giunta dopo diversi tentativi di mediazione compiuti dal premier malesiano Najib Razak e dal presidente filippino Benino Aquino, che nelle settimane precedenti avevano più volte invitato i ribelli islamici guidati da Jamalul Kiram – conosciuto come “il sultano di Sulu” – ad abbandonare le armi.

Secondo Asia Files:

All’inizio c’è stata soltanto curiosità per l’azione di un centinaio di filippini armati, decisi a rivendicare la regione di Sabah in Malaysia come parte di un antico sultanato. Con i morti dello scorso fine settimana, i bombardamenti aerei e la caccia all’uomo lanciata della truppe malaysiane nelle ultime ore, quello nel Borneo è diventato un caso diplomatico e politico, che coinvolge tanto il governo di Kuala Lumpur quanto quello di Manila e rischia di risvegliare rivendicazioni sopite da decenni.

Le rivendicazioni del 73enne sultano Jamalul Kiram III mettono inoltre Kuala Lumpur davanti a un altro dilemma, scrive Asia Sentinel. In questa vicenda il governo malaysiano sembra essersi dimostrato più assertivo nel rivendicare la propria sovranità, abbandonando a esempio il basso profilo tenuto verso le rivendicazioni territoriali cinesi nelle acque che quasi lambiscono le coste settentrionali del Borneo in cui ha sempre evitato la linea dura seguita invece da Vietnam e Filippine nelle proprie dispute con Pechino.
È opinione, sottolinea il sito, che a Kuala Lumpur guardino allo Stato orientale come un mero serbatoio di voti cui lasciare maggiore autonomia e margine d’azione per gli affari delle élite locali e centrali per lo sfruttamento delle risorse energetiche .
L’invasione guidata dagli uomini dell’autoproclamato Esercito reale di Sulu rischia inoltre di far riaffiorare rivendicazioni sopite da decenni. Le stesse Filippine, che oggi invocano la calma, negli Sessanta del secolo scorso provarono ad avanzare rivendicazioni sulla regione in quanto parte fino al diciannovesimo secolo del sultanato di Sulu, ora in territorio filippino.
Ogni disputa con la Malaysia è stata però di fatto abbandonata da decenni.

Sempre Asia Files rivela questo background:

Sullo sfondo della vicenda si intreccia una doppia tornata elettorale sia nelle Filippine, dove a maggio si andrà ai seggi per il Senato, sia in Malaysia, dove entro qualche settimana il primo ministro Najib Razak dovrà evitare alla coalizione del Fronte nazionale e soprattutto al partito Umno una replica del voto del 2008, quando per la prima volta non raggiunse la maggioranza di due terzi.
Per questo il premier malaysiano giustifica la linea dura con la morte degli agenti e con la necessità di ristabilire la sicurezza. Gli occupanti si affidano, al contrario, alla storia e ai soldi. Sabah e le isole meridionali delle Filippine erano parte del regno almeno fino al diciannovesimo secolo. Nel 1878 Sabah fu data in affitto alla British North Borneo Company, i britannici ne fecero un protettorato. Un’altra versione aggiunge un passaggio precedente, con l’affitto concesso nel 1876 a commercianti olandesi che cedettero i diritti ai britannici. Con l’indipendenza della Malaysia nel 1963 la sovranità passò a Kuala Lumpur, che continuò a pagare un seppur simbolico affitto di 1.500 dollari l’anno al sultano. Uno di quei casi in cui il nodo sta nella diversa interpretazione del termine “pajak”, vendita per Londra, affitto in perpetuo per Sulu.
Per Manila e il presidente Benigno Aquino la partita è invece doppia. Da una parte si deve considerare il voto e la sorte dei circa 800mila filippini, molti dei quali immigrati irregolari, che ora si sentono in pericolo e a rischio espulsione, come già avvenuto domenica ad almeno 300 di loro.
Dall’altra l’occupazione e l’assedio rischiano di minare il processo di pace con i separatisti del Fronte islamico di liberazione Moro, con cui il governo filippino ha raggiunto un accordo quadro di pace lo scorso ottobre, proprio con la mediazione di Kuala Lumpur.

Secondo Terre sotto vento, che ricostruisce la genesi storica della contesa:

Gli eredi del Sultano da tempo fanno pressione sui presidenti filippini di perseguire attivamente le richieste di sovranità su Sabah. Mantenere viva l’istanza incrementerà la loro richiesta di essere giustamente compensati come proprietari privati di diritto di un territorio. La richiesta filippina si ancora soltanto sui diritti di proprietà asseriti dai discendenti del sultano di Sulu, richiesta che fu avanzata nel 1962 dal Presidente Diosdato Macapagal, l’anno prima che gli Inglesi formalmente abbandonarono la loro colonia su Malaya, Borneo Settentrionale, Sarawak e Singapore, lasciando la strada per lo stato indipendente della Malesia.
Lo storico Onofre Corpuz scrive: “Il Borneo settentrionale era fondamentale alla nuova Melsia senza del quale avrebbe avuto una maggioranza cinese nella sua popolazione, poiché Singapore doveva essere parte della Malesia. UK, USA e Giappone avevano interessi nel nuovo stato basati su considerazioni globali strategiche. La richiesta sarebbe stato portata avanti semmai in isolamento diplomatico. Il futuro della richiesta filippina negli anni 80 non era chiaro”.

Sudestasiatico aggiunge:

Secondo l’analisi di Noel Tarrazona, giornalista e membro della facolta’ dell’Universidad de Zamboanga, dietro i recenti negoziati di pace siglati tra il governo filippino e il Fronte Islamico di Liberazione Moro (Moro Islamic Liberation Front, da cui l’acronimo MILF)–gruppo nato dalla scissione avvenuta nel 1977 in seno al Fronte di liberazione nazionale Moro (Moro National Liberation Front – MNLF)–si nascondo accordi segreti tra Manila e Kuala Lumpur per il riconoscimento definitivo dei territori di Sabah in cambio dell’apertura di un consolato filippino. Accordi che avrebbero mandato su tutte le furie quello che ancora oggi viene riconosciuto come il Sultano di Sulu, Jamalul Kiram III, nonche’ la leadership di MNLF.