#Venezuela sull’orlo del baratro

La politica dei prezzi del petrolio al ribasso, avviata dall’Arabia Saudita in sede Opec per combattere la sovrapproduzione di oro nero derivante dalla rivoluzione dello shale oil statunitense, ha avuto tra gli altri effetti quello di mettere al tappeto il Venezuela. Il più grande serbatoio mondiale di oro nero, alleato dell’Iran (rivale dei sauditi) dai tempi del duo Ahmadinejad-Chavez e già attanagliato da una grave crisi economica, è ora messo alle strette proprio dalle basse quotazioni del greggio. Continua a leggere

#Brasile: chi vuol mettere le mani su #Petrobras?

Alcuni anni fa, l’ex presidente della Consob Guido Rossi dichiarò che, senza l’inchiesta Mani pulite, l’economia italiana non avrebbe mai conosciuto la svolta delle privatizzazioni. In Brasile potrebbe presto avvenire qualcosa di simile, ora che l’opposizione invoca a gran voce la cessione di Petrobras, la compagnia petrolifera statale, travolta da uno scandalo di corruzione senza precedenti che vede coinvolti, tra gli altri, molti esponenti del governo e del partito di maggioranza. Continua a leggere

Argentina vicina al (settimo) default

Chissà se l’Argentina vincerà il suo terzo titolo mondiale di calcio; per saperlo dovremo attendere la finale in programma per il 13 luglio, sempre che Messi e compagni ci arrivino. Nel frattempo il Paese potrebbe centrare un altro primato, meno appetibile del primo: quello di nazione più volte “fallita” della storia. Per saperlo ci basterà aspettare il 30 giugno, termine ultimo per pagare alcune vecchie pendenze legate al default del 2001.

Il 16 giugno scorso la Corte suprema di Washington ha respinto l’appello presentato dal governo di Buenos Aires contro una sentenza di Thomas Poole Griesa, giudice federale di New York che nel 2012 aveva avallato le richieste di alcuni fondi (tra i quali Elliott Management Corp.’s NML Capital Ltd. & Aurelius Capital Management LP., pari al 7,6% dei creditori totali) che dopo aver fatto incetta di bond argentini, svalutati per via delle ristrutturazioni del 2001, ne avevano chiesto il rimborso integrale. L’Argentina era così stata condannata a risarcire 1,33 miliardi di dollari ai richiedenti. La decisione prevedeva che il Paese non potesse ripagare i suoi debiti ristrutturati a meno di stanziare nuovi fondi per i creditori che non avevano accettato il default.

Ultima chiamata: 30 giugno Continua a leggere

Il Brasile cerca ancora un posto tra i grandi

Introduzione

Il primo decennio del Ventunesimo secolo ha segnato l’ascesa di Paesi che fino al termine della Guerra Fredda parevano in secondo piano sulla scena internazionale. Tra questi un posto d’onore spetta al Brasile.
La crescita economica degli ultimi anni, complice la simultanea flessione delle economie Primo mondo, ha modificato il profilo internazionale del gigante sudamericano spingendolo al centro della scena non solo regionale, ma anche globale. Oggi Brasilia è determinata ad accrescere la sua influenza nel Sudamerica, a stabilire un solido rapporto con la Cina e con gli altri Paesi emergenti, ad accreditarsi come portavoce delle rivendicazioni di questi ultimi, a riassestare le relazioni con gli USA su un piano paritario e ad assumere un ruolo guida sulla ristrutturazione della governance globale. Lottare per un nuovo ordine economico e politico mondiale per il Brasile vuol dire sostanzialmente: guadagnare un seggio permanente al Consiglio di Sicurezza dell’Onu; acquisire maggior peso nelle istituzioni di Bretton Woods; stabilire solide alleanze con gli altri paesi emergenti; avere voce in capitolo nelle più importanti questioni internazionali.

I concetti chiave della politica estera brasiliana

Sarebbe arduo ripercorrere la storia del Brasile in poche righe. Per ciò che riguarda la presente analisi, possiamo notare che i caratteri fondamentali dell’identità verdeoro sono stati essenzialmente due: il mantenimento nel tempo dell’unità nazionale e la costante aspettativa di giocare un ruolo all’altezza della sua taglia nelle relazioni internazionali. Su queste basi, la politica estera di Brasilia ha sempre avuto come obiettivi la protezione il vasto territorio nazionale, evitando o risolvendo tutti i conflitti con i Paesi vicini, il mantenimento di una distante ma cordiale relazione con gli Stati Uniti e la promozione di iniziative volte ad incoraggiare il commercio su scala globale. Benché nell’ultimo secolo la proiezione esterna del Brasile non si sia discostata rispetto a queste posizioni, è tuttavia possibile identificare uno spartiacque a partire dal 2002, anno dell’elezione a Presidente di Luiz Inácio Lula da Silva meglio noto come Lula. Continua a leggere

OT: Gabriel García Márquez, il vento della libertà

Se volete farvi un’idea della grandezza di Gabriel García Márquez guardate questa foto. Avrete riconosciuto l’uomo al fianco dello scrittore: Bill Clinton, ex Presidente degli Stati Uniti d’America. L’occasione era un incontro alla Casa Bianca nel 1995.

Quando muore un grande narratore, ci si sente inadeguati a ripercorrere al posto suo la sua vita e le sue opere; l’unico modo sarebbe avventurarsi tra le pagine che sono uscite dalla sua penna. Questa è cultura. Peccato che la stragrande maggioranza degli utenti web che in queste ore sta inondando Facebook con i suoi aforismi, ci scommetto, non abbia letto neppure uno dei suoi capolavori. E questa è moda.

Affiderò il mio ricordo a questa foto, a suo modo storica.

La vocazione di Márquez era raccontare storie, ed è stato in quelle storie che un intero continente ha imparato a trovare la reale coscienza della propria identità. Perché lui non è stato solo un grande scrittore: è stato prima di tutto un osservatore della realtà, uno che la sua notorietà la ha sempre usata anche quale megafono per un un impegno in nome della libertà e giustizia, valori spesso dimenticati dalle dittature sudamericane, in un’epoca come gli anni Sessanta e Settanta, nella quale era impossibile essere scrittori in America Latina senza impregnarsi di politica e ideologia.

Sono fondamentalmente uno scrittore, un giornalista, non un politico“, rispondeva a chi gli chiedeva ragione del suo impegno politico. Ma tanto bastò per renderlo inviso a chi – gli Stati Uniti – sul fuoco del caos politico latino americano soffiava costantemente. Per vent’anni fu nel mirino della Cia, censurato dalle librerie americane, bandito dagli USA in quanto persona non gradita. Continua a leggere

L’Argentina tra la fine dell’era Kirchner e il rischio (evitato?) di un nuovo default

Sui media internazionali, ma anche quelli argentini, si sta già parlando della “fine di un’era”. Nelle elezioni parlamentari di medio termine in Argentina, tenute domenica 27 ottobre e necessarie per rinnovare la metà dei seggi della Camera e un terzo di quelli del Senato, la coalizione al governo, il Frente para la Victoria (FPV) guidata dalla presidente Cristina Kirchnerha subito una netta sconfitta, perdendo in 12 dei 24 distretti elettorali del Paese, inclusi i 5 più popolati.

Le elezioni di ottobre

Il FPV ha ottenuto il 32,7% dei voti, garantendo alla presidente una risicata maggioranza assoluta alla Camera (257 membri) e indebolisce la sua maggioranza relativa al Senato (72 membri), ma non arriva ai 2/3 dei seggi, ossia la quota necessaria alla riforma costituzionale che permetterebbe alla Kirchner di rimuovere il limite di due mandati presidenziali e candidarsi così per la terza volta consecutiva.

Oggi i riflettori sono puntati sul fronte del “peronismo dissidente” rappresentato da Sergio Massa, sindaco della città di Tigre, capace di conquistare il 20,6% dei voti a livello nazionale e il 42,6% dei voti nella principale e più popolata provincia del Paese, quella di Buenos Aires. Negli ultimi mesi il consenso intorno al volto nuovo della politica argentina sono progressivamente cresciuti, tanto da insidiare la coalizione della presidente anche nei distretti considerati fino ad ora una roccaforte del kirchnerismo. Ora Massa inizierà a preparare la campagna elettorale per le presidenziali del 2015, a cui – salvo sorprese – la Kirchner non parteciperà.

La legge sui media

Tuttavia, già due giorni dopo le legislative la Kirchner ha ottenuto un’importante vittoria politica, quando la Corte Suprema argentina ha dichiarato costituzionale la legge sui media (Ley de Medios) varata nel 2009 dal governo. Di conseguenza, il gruppo editoriale Clarin, mai tenero con la presidente, dovrà vendere parte delle sue licenze. Quello della Ley de Medios è l’ennesimo capitolo di una battaglia fra il Grupo Clarin – principale holding multimediale dell’America Latina – e i governi di Nestor e Cristina Kirchner. Ufficialmente nata con l’intento di contrastare i monopoli, secondo i detrattori non sarebbe altro che un tentativo di colpire la stampa nemica. Non è un mistero che la Kirchner abbia sempre avuto un rapporto conflittuale con i media.

La rottura con Clarin risale al 2008, quando il governo si trovò di fronte a una forte protesta agricola e cominciò ad accusare i media del gruppo di cavalcare le contestazioni. Questo portò a un misterioso incontro personale fra Nestor Kirchner e l’amministratore delegato, Hector Magnetto. Sull’episodio esistono versioni opposte e racconti di presunte minacce incrociate, ma da quel momento lo scontro tra presidente e gruppo è diventato “la madre di tutte le battaglie” politiche argentine, secondo le parole di un dirigente kirchnerista.

Secondo la nuova normativa, un gruppo editoriale potrà detenere un massimo di 24 licenze tv satellitari (Clarin ne controlla 237), 10 tra radio o tv e non oltre il 35% di partecipazioni di mercato nel settore audiovisivo. In teoria la misura dovrebbe aprire il Paese al pluralismo dell’informazione; in pratica l’unica cosa che aprirà sarà una voragine nei conti pubblici: lo Stato infatti dovrà risarcire le aziende dei rami ceduti, se queste non riusciranno a venderli prima.

Il default (almeno per ora) evitato 

A proposito di finanze pubbliche, l’Argentina sta vivendo una fase drammatica a livello economico e finanziario. A parole il 2014 sarà un anno positivo per l’economia argentina: secondo il rapporto presentato dal ministro del Tesoro Hernan Lorenzino in settembre, il Pil del paese sudamericano dovrebbe crescere del 6,2% a fronte di un tasso d’inflazione che si manterrà al 10,4%. Il ministro Lorenzino ha infatti spiegato che l’Argentina confida in una ripresa dell’economia dei suoi principali partner commerciali, Stati Uniti e Brasile che, a quanto detto dal suo vice, Axel Kicillof, “sono ancora in una zona grigia”.

La realtà è invece di ben altro tenore. Nel solo primo semestre del 2013, gli investimenti diretti dall’estero (IDE) sono crollati del 32,2%, così come le riserve di valuta straniera, mentre l’inflazione reale si attesterebbe tra il 25% e il 30%, ma sottostimata volutamente dalle statistiche ufficiali. L’inflazione è – almeno in parte – il frutto avvelenato del tentativo di sostenere la crescita reale del Paese attraverso la monetizzazione del debito pubblico, a cui la banca centrale è stata costantemente spinta (leggi: costretta) dal governo. Inoltre il governo ha deciso di stabilire un cambio quasi fisso con il dollaro pari a 5,54 pesos, circa i due terzi rispetto al cambio al mercato nero, pari a 8,51 pesos per dollaro.

Questo deprezzamento artificioso della valuta locale, però, ha provocato un costante deflusso di capitali proprio in un momento in cui il governo cerca disperatamente di recuperare valuta forte (come il dollaro) o quantomeno prevenirne la fuga. A tal fine il governo ha imposto dei controlli valutari molto rigidi, i quali tuttavia non hanno affatto arrestato l’emorragia finanziaria. A causa della svalutazione di fatto del peso, non tramutatasi in un adeguamento del tasso di cambio ufficiale, le riserve di valuta sono crollate del 33% a 35 miliardi di dollari. Ad oggi le riserve ufficiali consentono di pagare importazione di in beni e servizi ancora per pochi mesi.

Se le riserve dovessero continuare a ridursi, l’Argentina sarebbe costretta a svalutare ulteriormente il peso, e di conseguenza il governo  si troverebbe presto o tardi in serie difficoltà a ripagare un debito denominato dollari. Secondo Citigroup, le riserve della banca centrale finiranno sotto i 25 miliardi di dollari entro la fine del 2015, e ciò dovrebbe mettere sulle spalle dei possessori di debito pubblico argentino il timore che Buenos Aires possa cercare sollievo imponendo loro delle perdite: la possibilità di una ristrutturazione delle obbligazioni con scadenza nel 2015 risulta essere del 37,5% secondo la banca newyorkese.

In questo scenario il rischio di una nuova bancarotta (la settima nella storia del Paese), già paventato da diversi anni, era (ed è) tornato a farsi concreto. Nel 2002 l’Argentina aveva ristrutturato il proprio debito – pari a 132 miliardi di dollari – proponendo un accordo, supportato dal Fondo Monetario Internazionale, che prevedeva il pagamento dei titoli precedenti a valori molto più bassi, circa il 25,30% dell’obbligazione contratta, e con una dilazione significativa della scadenza. Il 93% dei creditori accettò questa soluzione, mentre il 7% restante – quasi tutti creditori privati americani, come i fondi speculativi o quelli pensionistici – decise di querelare l’Argentina al fine di ottenere i loro investimenti volatilizzatisi con il ripudio.

Alla fine del 2012, un giudice americano della Corte di Appello federale di New York, Thomas Griesa, ha avallato le richieste del 7% di irriducibili. condannando l’Argentina a risarcire 1,33 miliardi di dollari ad un gruppo di fondi che include Elliott Management Corp.’s NML Capital Ltd. & Aurelius Capital Management LP. La decisione in primo grado prevedeva che il Paese non potesse ripagare i suoi debiti ristrutturati a meno di stanziare nuovi fondi per i creditori che non avevano accettato il default, ma l’avvocato dello Stato argentino ha più volte ribadito che in caso di conferma della sentenza il governo di Buenos Aires non l’avrebbe rispettata, palesando così la volontà di procedere ad un nuovo ripudio del debito.

Il nervosismo dei mercati cominciava a farsi palpabile, tanto che in settembre l’Argentina era già il Paese più a rischio di default nel mondo, almeno guardando ai credit default swaps a cinque anni, con una possibilità pari all’80% da qui al 2018. Una situazione paradossale se si pensa che l’Argentina sta effettivamente ripagando i possessori di tango-bonds che hanno deciso di rinegoziare il debito ad una percentuale compresa tra il 60% e l’80% a seconda delle opzioni di rifinanziamento scelte. Ma il caos generato dalla decisione di Griesa stava rischiando di mandare all’aria l’intera operazione di ristrutturazione del debito.

A fine ottobre, pochi giorni prima delle elezioni, le parti in causa sono finalmente riuscire a trovare una (parziale) soluzione. L’ipotesi di accordo tra le parti su cui si sta lavorando si basa sul coinvolgimento dei nuovi bondholders che hanno in portafoglio i titoli argentini ristrutturati per 28 miliardi di dollari per contribuire al rimborso dei capitali reclamati dai fondi hedge. In sostanza gli obbligazionisti ristrutturati rinuncerebbero al 20% delle cedole per i prossimi cinque anni, corrispondendo così la somma pretesa dagli hedge fund.  Se la soluzione andasse in porto L’Argentina eviterebbe un altro default e potrebbe tornare a finanziarsi sui mercati internazionali. 

Se passasse, sarebbe una soluzione che accontenterebbe tutti. Ma per quanto l’ipotesi possa sembrare risolutiva, l’ex FMI, Charles Blitzer, ricorda come sia necessario il consenso di almeno il 75% degli obbligazionisti ristrutturati affinché il piano diventi operativo, trattandosi di una seconda forma di ristrutturazione del debito. Inoltre alcuni analisti si dichiarano scettici sulle probabilità che il piano venga concretamente approvato, dato che ad oggi l’Argentina si è sempre rifiutata di negoziare. Sarebbe alquanto difficile, in tal eipotesi, ristrutturare nuovamente il debito senza che il governo argentino partecipi all’operazione.

Conclusioni

In conclusione, forse è ancora presto per dire se la parabola di Cristina Kirchner – recentemente dimessa dall’ospedaleal termine di un periodo di convalescenza dopo il drenaggio di un ematoma cerebrale realizzato un mese fa – possa dirsi conclusa. Non dobbiamo dimenticare che già alle elezioni di medio termine del 2009 l’alleanza kirchnerista aveva subito un rovescio, in larga parte vendicato dal trionfo alle presidenziali di 2 anni dopo, a dispetto dei requiem declamati dalla stampa interna ed estera.

Tuttavia la crisi economica e finanziaria che l’Argentina vive da molti mesi, ma che il governo si ostina a nascondere, frutto delle spericolate politiche macroeconomiche volute dalla Kirchner in prima persona, si sono alla fine rivelate un boomerang per l’immagine della presidente. La sua politica fortemente demagogica, improntata ai sussidi di massa e alla lotta contro gli investitori stranieri, l’avrà pur resa celebre agli occhi di no global, indignados e grillini, ma ha aggravato la situazione economica del Paese al punto da comprometterne le capacità di ripresa.

Il responso delle  urne suona dunque come una bocciatura senza appello. E all’orizzonte si profila la figura di Massa, astro nascente di una società pronta ad archiviare definitivamente il decennio targato Kirchner.

In America Latina tutti vogliono un canale alternativo a Panama

Poco meno di un mese fa, parlando degli interessi cinesi in aree del mondo tradizionalmente appannaggio degli Stati Uniti, scrivevo:

Non tutti sanno che da tempo esiste un progetto per scavare un canale  in Nicaragua che congiunga il Pacifico all’Atlantico al pari di quello esistente a Panama, storicamente (ma ora non più) sotto il controllo dagli USA, con il quale si porrebbe in diretta concorrenza. Pochi giorni il governo del Nicaragua ha assegnato una concessione di durata centenaria per la realizzazione – dal costo complessivo stimato in 30 miliardi di dollari – e la gestione del canale proprio ad un’azienda cinese. Il progetto, nonostante i suoi inevitabili aspetti controversiconsentirà alla Cina di rafforzare la propria influenza sul commercio globale indebolendo nel contempo la posizione degli Stati Uniti.

L’azienda in questione, concessionaria del progetto nonché della gestione del canale per i prossimi cinquant’anni, si chiama Empresa Desarrolladora de Grandes Infraestructuras Sa. ed è presieduta da un tale Wang Jing. Personaggio oscuro, di cui si sa ben poco, ma che per quanto riguarda il canale fa sul serio. In una conferenza stampa ha spiegato di avere in caldo un piano di investimento da 40 miliardi di dollari per realizzare l’opera entro sei anni.

L’accordo tra il Nicaragua e la compagnia prevede che questa paghi 10 milioni di dollari all’anno al governo durante i primi dieci anni e una percentuale dei profitti legati al traffico sul canale – un iniziale 1% e poi a crescere, fino ad una percentuale non ancora precisata – in seguito. Alla scadenza della concessione, la gestione del canale delle relative infrastrutture sarà trasferita al Paese latinoamericano.

Il canale che il Nicaragua – uno degli Stati più poveri dell’America Latina – intende costruire con l’aiuto dei cinesi non manderà certo in pensione quello di Panama, ma secondo i costruttori sarà in grado di attirare il 4,5% del commercio marittimo mondiale. Per il Paese i vantaggi saranno notevoli: si prevedono 40.000 posti di lavoro e il raddoppio del PIL in virtù dei traffici legati al canale, almeno in teoria.

Alzando lo sguardo, un’opera così sontuosa non poteva non trovare un ampio fronte di opposizione. Il Nicaragua non è l’unico Paese in America centrale che aspira a fare concorrenza a Panama: Guatemala e Honduras sostengono di avere alternative migliori – purché messe in pratica con i soldi di Pechino, ovviamente. Dall’altra parte, gli USA e lo stesso Panama guidano il fronte del no.

Oggi l’analista Maurizio Stefanini approfondisce la questione su Limes esaminandone le ripercussioni dal punto di vista geopolitico:

Di un canale del Nicaragua alternativo a quello di Panama si parla da diverso tempo, e la sua possibile realizzazione è stata già motivo di contenziosi sia con il Costa Rica sia con la Colombia.

Ortega ha cercato di appianare le possibili obiezioni degli Stati Uniti invitando Barack Obama durante il suo ultimo viaggio in America centrale a far investire anche gli imprenditori statunitensi nel progetto insieme ai cinesi; presumibilmente ne hanno parlato anche Obama e Xi Jiniping. È significativo che solo dopo i due incontri – tra Ortega e Obama e tra quest’ultimo e Xi Jinping – e il successivo viaggio in Nicaragua del sottosegretario Usa per l’America Centrale Liliana Ayalde, il progetto sia stato presentato ai deputati.

Quando si iniziò a parlare del progetto, si era diffuso un certo allarme legato a un possibile “complotto” Russia-Cina-Iran-Venezuela per costruire un’alternativa a Panama; questa alternativa, si disse, sarebbe servita soprattutto a Chávez per dirottare verso Pechino il tradizionale export di petrolio con destinazione Usa. Ma Chávez non c’è più, Maduro sta provando a riannodare le relazioni con Washington, anche in Iran ci sono venti di cambiamento, la Cina è già sbarcata alla grande in America Latina e comunque la principale preoccupazione di Ortega sembra soprattutto quella di far soldi.

Preoccupate sono anche Costa Rica e Colombia. In particolare, dopo il voto dell’Assemblea Nazionale, Noemí Sanín, ex ministro degli Esteri colombiana (nonché ex candidata presidenziale ed ex ambasciatore a Londra, Madrid e Caracas) ha ricordato che tra i giudici del Tribunale dell’Aja che lo scorso 19 novembre avevano dato un responso particolarmente favorevole al Nicaragua in una storica disputa sul confine marittimo tra i due paesi c’era anche la cinese Xue Hanqin; a questo punto il conflitto di interessi darebbe il diritto alla Colombia di chiedere una revisione. Infatti, proprio le acque che la Corte ha assegnato al Nicaragua sarebbero necessarie a costruirvi il canale “cinese”.

Da Panama, Alberto Alemán Zubieta, l’ex amministratore del canale quando l’amministrazione fu trasferita dagli Usa al governo locale il 31 dicembre 1999, definisce il progetto nicaraguense “dispendioso e inutile”. A proposito di conflitti di interessi, forse neanche in questo caso si tratta di un critico propriamente al di sopra delle parti.

Il traffico nell’Istmo è abbastanza importante da spingere non solo all’ampliamento del canale di Panama e alla realizzazione del canale del Nicaragua, ma anche alla creazione di “canali secchi”. Il 13 giugno, durante la sua visita a Taiwan, il presidente del Guatemala Otto Pérez Molina ha infatti confermato l’intenzione di realizzare un gasdotto, un oleodotto, una strada ad alta velocità e una ferrovia lunga 390 chilometri che unisca i due oceani, spiegando che tutto il progetto si trova “a uno stadio molto più avanzato rispetto al canale del Nicaragua”. Al progetto che costerebbe 10 miliardi di dollari parteciperebbero Venezuela, Cina e l’imprenditoria salvadoregna. Jorge Arriaza, direttore esecutivo della Asociación Salvadoreña de Industriales (Asi), ha detto di sperare in una sostanziosa riduzione dei costi del commercio con l’estero.

Giusto una settimana dopo, il 20 giugno, il presidente dell’Honduras Porfirio Loboha annunciato che la cinese Harbour Engineering Company Ltda. sarebbe interessata a investire 20 miliardi per una ferrovia di 600 chilometri tra Atlantico e Pacifico e che l’accordo sarà firmato l’8 luglio. Questo progetto, da realizzare in 15 anni, sarebbe accompagnato dalla costruzione di due porti, una raffineria, un oleodotto, un cantiere e la posa di cavi in fibra ottica, creando 300 mila posti di lavoro. Anche Costa Rica e Colombia sarebbero interessati a progetti del genere.