#Cina, un intrigo finanziario dietro i casi dei manager scomparsi?

Nei giorni scorsi si è molto parlato dello strano caso di Guo Guangchang, miliardario cinese scomparso e poi “riapparso” alcuni giorni dopo. Guo, presidente del conglomerata cinese Fosun International, secondo i media di Hong Kong, avrebbe pronunciato un discorso durante una riunione aziendale nel suo ufficio di Shanghai, a seguito di un inspiegabile assenza la scorsa settimana durante la quale avrebbe partecipato insieme alle autorità ad un’indagine. Mistero risolto dunque? Non tanto.

Il South China Morning Post ha scritto che secondo una fonte Guo sartebbe stato portato via per essere interrogato nel mese di luglio, un mese prima che Wang Zongnan, ex capo della Bright Group di proprietà statale, venisse condannato a 18 anni di carcere per appropriazione indebita e corruzione. Altre fonti hanno anche sostenuto che potrebbe essere coinvolto in un’indagine sull’ex vice sindaco di Shanghai Ai Baojun, o Yao Gang, ex vice presidente della China Securities Regulatory Commission. Sia Ai che Yao sono stati portati via per delle indagini nel mese di novembre.

Un mistero che rappresenta solo la punta di un iceberg. Le ultime settimane sono state segnate da diversi casi di sparizioni di manager di gruppi che si ritiene possano essere coinvolti nei crolli delle Borse cinesi della scorsa estate. Per capirci qualcosa dobbiamo fare un salto indietro di alcuni mesi.

Lunedì 24 agosto la Borsa di Shanghai crolla dell’8,48% producendo un effetto a catena su tutta l’economia mondiale e provocando una reazione di emergenza del governo di Pechino. La stampa internazionale lo ribattezza il #BlackMonday delle borse cinesi.

Voci cospirazioniste hanno attribuito il crollo a non meglio precisati ambienti finanziari di Washington (gli Stati Uniti sono da sempre il capro espiatorio perfetto per qualsiasi scossone  sulla scena internazionale), come “punizione” per la recente creazione dell’Asian Infrastructure Investment Bank (AIIB), lanciata a Pechino lo scorso anno, con l’intento di stimolare gli investimenti in Asia nei settori del trasporto, dell’energia, delle tlc e delle infrastrutture, ed è stata subito considerata come una rivale, sia per la Banca Mondiale che per l’Asian Development Bank. La Cina ha comunicato all’inizio dell’anno che 26 sono i membri fondanti, principalmente dall’Asia e dal Medio Oriente. La Cina sarà il maggior azionista, con una quota del 30,34%; al secondo posto, l’India, con una partecipazione possibile compresa tra il 10 e il 15%. Si parla oggi di Banca Mondiale della Cina in contrapposizione alla Banca Mondiale con sede a Washington.

In realtà per cercare le cause del Black Monday non c’è affatto bisogno di attraversare il Pacifico. A metà novembre uno scoop della rete di Hong Kong Phoenix TV ha rivelato che in agosto alcuni alti funzionari della China Securities Regulatory Commission (la Consob cinese) avrebbero stretto un accordo sottobanco con “fondi stranieri” per scommettere short (cioè con investimenti speculativi a breve) sul mercato interno, tradendo il loro mandato di vigilanza e i piccoli investitori. I guadagni illecitamente conseguiti sarebbero poi stati trasferiti – altrettanto illecitamente – a Hong Kong e Singapore.
A settembre, a Pechino, c’era stata una grossa manifestazione di fronte agli uffici della China Securities Regulatory Commission, in cui centinaia di persone avevano chiesto la restituzione dei soldi investiti prima di essere dispersi dalle forze dell’ordine. Gli investitori lamentavano di non essere stati adeguatamente informati e di essere stati convinti a investire sui rialzi dei prezzi dei metalli e delle terre rare trattati da alcuni fondi d’investimento (ad esempio Fanya, di cui diremo tra poco) con la possibilità di alti guadagni.

Oltre a Pechino anche altre città cinesi erano state interessate dalle proteste contro il fondo di investimenti Fanya, con sede nella località di Kunming. Finora si stima che almeno 220mila persone non abbiano più rivisto i propri soldi per un totale di almeno 6,4 miliardi di dollari che rimangono congelati.

Se dietro i fondi stranieri allocati a Hong e Singapore al momento anonimi si nascondono nomi importanti, sul piano esterno possiamo aspettarci un’ondata di accuse rivolte dalla Cina all’establishment finanziario internazionale. Sul piano interno, invece, i funzionari coinvolti possono dirsi spacciati.

Nelle ultime settimane si sono moltiplicate anche le sparizioni dei dirigenti delle agenzie di intermediazione e delle banche coinvolte nei crolli di Borsa. Dal 18 novembre non si hanno notizie sulla sorte di Yim Fung, presidente di Guotai Junan International Holdings, controllata di Guotai Junan Securities, uno dei maggiori gruppi finanziari cinesi: secondo alcune ricostruzioni, il suo caso potrebbe essere collegato alle indagini nei confronti dell’ex numero due della China Securities Regulatory Commission, la «Consob» cinese, Yao Gang, sotto accusa per violazioni disciplinari, un eufemismo per indicare il reato di corruzione. Il 7 dicembre scorso si era diffusa anche la notizia della scomparsa di due manager di Citic Securities, Chen Jun e Yan Jianlin, che secondo alcune indiscrezioni erano ricercati con l’accusa di avere manipolato il mercato azionario.  

L’ultima sparizione in ordine di tempo è stata quella del fondatore del tanto vituperato Fanya Metal Exchange, di cui parlavamo prima, un fondo creato nel 2011 che ha venduto in tutta la Cina prodotti finanziari ad alto rendimento, è scomparso e potrebbe essere finito sotto inchiesta per il crollo della Borsa della scorsa estate. Una delle compagnie controllate dall’imprenditore, Shan Jiuliang, ha affermato in documento inviato alla Borsa di Hong Kong di aver «perso i contatti» con Shan che è stato visto ad una riunione il 15 ottobre scorso e da allora non ha avuto impegni pubblici.

La società, Imagi Animation Studies, lo cerca invano dall’11 dicembre, secondo il documento. In Cina non esiste il concetto di «habeas corpus» e «sparizioni» – in realtà lunghi periodi di detenzione senza che questa venga comunicata alla famiglie o ai legali degli accusati – sono frequenti. L’ ufficio principale della Fanya si trova a Kunmimg, nel sud della Cina, e l’ estate scorsa è stato assediato dagli investitori che avevano perso i loro risparmi nel crollo della Borsa. «La compagnia – si legge nel documento – non ha avuto dalle autorità alcuna comunicazione che lo riguarda». L’ espressione «aver perso contatto» è stata usata in passato per indicare che un imprenditore è detenuto ed indagato. Assieme a Shan è scomparsa anche la moglie.

Nei giorni del Black Monday decine di piccoli risparmiatori hanno catturato, malmenato e consegnato alle autorità Shan, di fatto inaugurando una caccia aperta  a brokers, traders e funzionari di banca. Poche settimane più tardi, Shan si era difeso in un’intervista al South China Morning Post di Hong Kong dichiarando che non aveva preso soldi dagli investitori.

La scomparsa dei dirigenti alimenta i sospetti di coinvolgimento degli stessi nelle indagini anticorruzione della Commissione Disciplinare diretta da Wang Qishan, sullo sfondo di una silenziosa lotta di potere tra le élite finanziare di Pechino, Shanghai e Shenzhen di cui non sono ancora ben chiari i contorni.

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