#Venezuela sull’orlo del baratro

La politica dei prezzi del petrolio al ribasso, avviata dall’Arabia Saudita in sede Opec per combattere la sovrapproduzione di oro nero derivante dalla rivoluzione dello shale oil statunitense, ha avuto tra gli altri effetti quello di mettere al tappeto il Venezuela. Il più grande serbatoio mondiale di oro nero, alleato dell’Iran (rivale dei sauditi) dai tempi del duo Ahmadinejad-Chavez e già attanagliato da una grave crisi economica, è ora messo alle strette proprio dalle basse quotazioni del greggio. Tanta spesa e poca resa

L’industria petrolifera avrebbe potuto essere la leva per lanciare lo sviluppo della nazione, ma ciò non è avvenuto. Nel volgere di pochi anni la politica del socialismo democratico, l’ossimoro su cui Ugo Chavez ha fondato tutta la sua azione (rectius: propaganda) politica, si è rivelata nient’altro che uno sperpero scandaloso e senza fine, con l’ulteriore aggravante di essere stata camuffata da concetti come eguaglianza e cambiamento.

I proventi del petrolio, infatti, sono stati impiegati nei tanti progetti di welfare promossi dal regime, senza che però venisse fatto nessun controllo adeguato per evitare che l’assistenza si trasformasse in parassitismo – come è effettivamente avvenuto. Nessun investimento è stato effettuato per potenziare l’industria, tuttora ridotta all’osso, o per favorire l’espansione dei servizi, creando così posti di lavoro; nessuna strategia per creare un sistema sociale efficiente ed organizzato; infine, cosa ancora più assurda, nessuna operazione di manutenzione della rete petrolifera.

Non producendo quasi nulla, il Paese deve perciò importare quasi tutto, generi alimentari compresi. Con il petrolio in calo vengono meno anche le risorse per poter garantire gli approvvigionamenti. Le immagini di lunghe code fuori dai supermercati, in conseguenza delle cicliche carenze di beni di prima necessità, sono ormai all’ordine del giorno.

Il paradosso del petrolio

Dall’avvento del caudillo Chavez nel 1999, la PDVSA, la compagnia petrolifera nazionale, ha triplicato i suoi addetti e diminuito la produzione di un quinto (da 3,5 milioni b/g agli attuali 2,9). Il crollo della produzione è dovuto – oltre alla scarsa manutenzione già accennata – al fatto che il greggio venezuelano è “pesante” (heavy oil) o “pesantissimo” (extra heavy oil), ossia richiede di essere diluito per poter transitare nelle condutture. Per poterlo diluire serve l’impiego di greggio leggero, che il Venezuela non possiede e che pertanto deve importare. Arriviamo così al paradosso di un Paese con le maggiori riserve petrolifere mondiali, con una produzione giornaliera di 2,9 milioni di barili, costretto ad importare oro nero dalla Russia e anche dall’Algeria – che ne produce appena un milione e mezzo al giorno.

Da potenziale ricchezza quale era, il petrolio si è addirittura trasformato in fonte di problemi. Basta questo per rendere l’idea dello sfacelo a cui il Paese è stato ridotto dalla politica clientelare e demagogica del regime chavista.

Nuvole scure all’orizzonte

Gli indicatori macroeconomici del Venezuela sono in costante peggioramento. A Caracas servirebbe un prezzo internazionale del petrolio di 117 dollari al barile, al di sotto del quale si crea un buco di bilancio; le attuali quotazioni si attestano alla metà. Per evitare il collasso finanziario, il governo ha aumentato le tasse sui beni di lusso ma non ha toccato i sussidi sulla benzina, che a Caracas costa meno dell’acqua: un centesimo al litro.

Nel mese di marzo il Paese ha ricevuto un prestito da 10 miliardi di dollari dalla Cina, ma le prospettive per il futuro restano pessime: basti pensare che il deficit di bilancio si attesta intorno al 17% del PIL e e il governo riesce a coprirlo solo stampando moneta. Misura emergenziale che (per il momento) ha sì salvato il Paese dalla bancarotta, ma che nel contempo ha fatto schizzare il tasso d’inflazione al 63%. E con il bolivar in caduta libera, la valuta de facto in circolo nell’economia – sul mercato nero, ovviamente – è ormai il dollaro Usa, con buona pace della Rivoluzione e del tanto sbandierato antiamericanismo.

Petrocaribe al capolinea

I problemi economici potrebbero presto ricadere anche sui 13 Stati caraibici (Cuba in testa) che fanno parte del cosiddetto Petrocaribe, il programma di fornitura di petrolio a prezzi scontati a suo tempo avviato da Chavez, ufficialmente per solidarietà contro l’imperialismo occidentale ma di fatto per garantirsi alleati. Al netto della ragion di Stato, il programma ha avuto effetti disastrosi per le finanze venezuelane, posto che il Paese viene pagato poco o nulla per 1,2 (tanti ne fornisce ai Paesi aderenti) dei 2,9 milioni di barili che produce giornalmente.

Ad oggi la (s)vendita di greggio a prezzi di favore è costata a Caracas qualcosa come 45 miliardi di dollari e il governo è ancora in attesa di riscuoterne altri 14 miliardi per il petrolio ceduto negli ultimi dieci anni. Benché l’impegno a mantenere il programma sia stato ufficialmente confermato solo pochi giorni fa, il pesante debito e l’urgenza venezuelana di trovare soldi freschi hanno messo in discussione l’iniziativa. L’ennesima eredità di Chavez che potrebbe non sopravvivere alla sua morte.

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