#Grecia e #Grexit, spunti di riflessione

Comunque vada, i negoziati (sospesi? Interrotti?) tra la Grecia e il resto del mondo saranno ricordati come una delle più complesse partite a poker della storia. Impossibile formulare ipotesi circa il dopo referendum. Di seguito si riportano alcuni contributi per provare ad inquadrare la questione.

L’analista Francesco M. Renne (The Fielder), dopo una necessaria premessa sulla necessità di non cadere in facili errori (generalizzare, decontestualizzare, giudicare senza conoscere i numeri e i fatti in dettaglio), ripercorre in sintesi da dove vengono i guai della Grecia (in merito si veda sulla stessa testata il dossier #Grexit):

La Grecia entrò nell’euro per il rotto della cuffia, ricorrendo (come altre nazioni) a operazioni finanziarie di swap e ad altre operazioni di window dressing per rientrare nei parametri richiesti. Ciò avvenne con la consapevolezza più o meno esplicita delle istituzioni europee, che ritennero (per ragioni politiche) di premiare gli sforzi allora fatti pur di non lasciare fuori la Grecia. In effetti, tale scelta, dall’introduzione dell’euro fino allo scoppio della crisi, è parsa dare i suoi frutti. Salvo il fatto che il “doping” finanziario dei tassi bassi ha generato l’illusione di poter incrementare il debito a dismisura. Dopo lo scoppio della crisi Lehman, nel 2010 la Grecia fu sull’orlo del default (debito al 130% del PIL). Lì intervenne l’UE, la BCE (c’era ancora Trichet) e soprattutto il FMI, derogando quest’ultimo (come vedremo) dalla prassi normale. La Grecia fu salvata sulla base di un piano poco realistico nelle stime, sia sotto il profilo delle previsioni sia sotto il profilo della sua attuazione, tantoché nel 2012 si dovette di nuovo intervenire con un altro negoziato. Da lì partirono le richieste di maggior austerità, senza le quali gli aiuti non avrebbero potuto essere restituiti; e da lì si avviò la fase che ci porta a oggi (debito oltre il 170% del PIL).

Le spiegazioni di ciò che avvenne a cavallo del 2010/2012 sono duplici. In àmbito europeo, le tensioni speculative sull’euro e sul sistema finanziario hanno giocato a favore di un salvataggio in extremis allora, favorendo la “sostituzione” fra istituzioni pubbliche e banche private, che, se avessero subìto un taglio ai crediti, sarebbero probabilmente andate in difficoltà ulteriore, e ciò avrebbe rischiato il propagarsi di un nuovo effetto domino che si cercò d’evitare a tutti i costi. L’errore, probabilmente, fu di non spiegare “in chiaro” che la motivazione era “politica”, e di non agire per condannare l’eccesso speculativo e di moral hazard di talune banche coinvolte, una volta sanata la situazione. In àmbito FMI, la questione è ancor più tecnica. I prestiti dovrebbero esser messi a disposizione solo per Stati in difficoltà temporanea e non per quelli in conclamato default. Per questi ultimi, gli aiuti sono di solito accessori a un taglio dei debiti (haircut). La Grecia avrebbe potuto rientrare in questa seconda categoria, ma si sarebbe generato un effetto sistemico e, proprio in quel periodo e a seguito del “contagio” Lehman, ci fu l’introduzione di una (criticata, ex post) nuova direttiva che avrebbe consentito, con determinati contrappesi, di finanziare (senza dover necessariamente tagliare il debito) quei casi di crisi strutturale che, trattati altrimenti con gli standard normali, avrebbero generato danni ancor più gravi e a effetto domino. Insomma, una combinazione di fattori spiega la scelta d’allora, lasciando ai posteri il giudizio se fu buonafede, errore o complotto (chi scrive è convinto di un mix delle prime due). Lì nacquero le prime discordanze sulle “condizioni” aggiuntive per poter erogare gli aiuti: la famosa, ipercriticata ma a volte necessaria austerity. Polemiche poi riesplose ai giorni nostri con l’uscita di Varoufakis sulle «politiche criminali» del FMI. “Condizioni” che, invero, qualsiasi creditore “sostitutivo” (quand’anche fosse la nuova banca dei BRICS alternativa al FMI), nella situazione in cui è il “debitore Grecia”, porrebbe.

La vera questione delle misure richieste, negli ultimi mesi, è infine emersa con la mossa di Juncker di rendere pubblici i carteggi più recenti. Posta la differente posizione negoziale tra UE e FMI, talune misure richieste dai “creditori” poggiano oggettivamente su basi più concrete, anche tralasciando i famosi sette punti iniziali di Varoufakis, al momento dell’avvio dei negoziati, del tutto privi di consistenza numerica. In sintesi, i “creditori” si sono opposti alle proposte del governo greco in tema di talune misure di contrasto all’evasione fiscale (di difficile quantificazione, Legge di Stabilità italiana docet) e d’introduzione di una maggiorazione fiscale per i redditi elevati (che porterebbe maggiori effetti recessivi). Il governo greco non accetta invece le proposte dei “creditori” d’aumentare l’IVA (oggi al 13%, più bassa della media europea) e togliere alcune agevolazioni fiscali settoriali (alle società armatrici e alle isole ora esentasse), nonché d’intervenire sul sistema pensionistico. Proprio su quest’ultimo punto si sono scatenate le risse verbali più accese, chi invocando violazioni di diritti acquisiti e chi prestando il fianco a passare per il “cattivo” di turno.

Le colpe della classe dirigente greca (presente e passata) sono evideni e innegabili. Contro quella presente, ossia il duo Tsipras-Varoufakis si scaglia Blitzquotidiano:

Il trucco di comunicare che si vota per il “bene” o per il “male”, per la sovranità o la soggezione, per la democrazia o per la democrazia cancellata è l’ultimo gioco di prestigio di Tsipras. Non è un caso se a sei giorni dal voto e a tre giorni dal “lancio” del referendum per bocca di Tsipras nessuno in Grecia abbia fornito il testo su cui si vota, il testo da respingere o rifiutare. Tsipras ha detto che il referendum è sulla proposta dei creditori (definiti “usurai”). Ma, ancora una volta non è un caso che a stampare e rendere pubblica la proposta rifiutata da Tsipras sia Junker, sia la Commissione europea. Se la proposta è così oscena perché Tsipras non ne ha fatto subito un manifesto?

Gioco di prestigio per ragioni interne, mezza Syriza preferisce il default e l’uscita dall’euro, però agli elettori greci è stato promesso in campagna elettorale che nell’euro si sarebbe rimasti. Gioco di prestigio che doveva essere astuto oltre che prolungato, eterno: mentre si tratta Ue e Bce ovviamente finanziano la Grecia. Gioco di prestigio che è stata ed è tutta la politica di Tsipras e del suo governo.

Altro che “altro mondo è possibile”. In Grecia Syriza e il suo alleato di governo hanno in cinque mesi fatto nulla di altro e tanto per mantenere quel che c’era prima. Nessun taglio alla spesa militare. Strenua difesa delle pensioni pubbliche a 56 anni, 56! I privati in media in pensione ci vanno a 58 anni. Strenua difesa delle sanzioni Iva per le isole. Nessuna riforma fiscale, tanto meno per far “pagare i ricchi”. Dopo cinque mesi di governo Tsipras gli armatori aspettano ancora il giorno in cui cominceranno a pagare le tasse e ad esempio i monopoli che controllano importazione e distribuzione di farmaci aspettano ancora qualcuno che imponga loro di smetterla di venderli al doppio/triplo del costo nel resto d’Europa.

Tsipras e il suo governo hanno protetto interessi e corporazioni: il pubblico impiego, i militari, l’evasione fiscale. Non solo, hanno praticato il peggiore dei non governi. Da molte settimane in Grecia nessuno paga più nessuno. Aveva cominciato il governo non pagando i fornitori. Questi hanno cominciato, ovviamente, a non pagare a loro volta. La faccenda si è estesa, niente tasse pagate, niente mutui, niente affitti…Chiunque avesse un debito rimandava il pagamento per non “sprecare” euro che oggi c’erano, domani chissà. Il governo Tsipras ha assistito, anzi incoraggiato questa progressiva decomposizione.

Già, ma la Grecia era soffocata dai debiti da pagare. Falso: dal 2010 ad oggi la Grecia ha ricevuto più soldi europei, molti più soldi europei di quanti ne abbia restituiti (basta pensare che i rimborsi all’Italia partono, se mai partiranno, dal 2022). La verità è che i greci tra il 1995 e il 2009 hanno visto l’indice del loro reddito salire da quota 47 a quota 71 rispetto a quello dei tedeschi. Buon per i greci, peccato che gran parte di quel reddito crescente crescesse appunto in ragion di debito. Debito contratto come se mai dovesse essere ripagato. Debito contratto e credito concesso (qui sta colpa europea) senza responsabilità. La verità è che i greci soffrono enormemente non tanto dei debiti che non pagano ma del dover costruire nel loro paese condizioni per cui l’aumento del reddito pro capite non sia più a debito.

Tale sofferenza ha consentito la creazione e il divulgarsi del mito della “Grecia affamata dallo straniero”. E il vero e proprio delitto politico e sociale perpetrato da Tsipras è stato quello, una volta ottenuto il governo, di non saper far altro che coltivare il mito in patria e puntare ai soldi europei.

Secondo Marco Zatterin (La Stampa), Syriza avrebbe addirittura affossato la ripresa dell’economia greca:

Nei primi giorni di gennaio, quando il governo Tsipras era una possibilità e nessuno si aspettava che la Grecia potesse non pagare i debiti, i tecnici della Commissione Ue erano certi che a fine anno la crescita dell’economia ellenica sarebbe arrivata al 2,5%. Un dato portentoso. Sarebbe stato il secondo esercizio in attivo dopo anni di crisi. Invece no.

Eppure gran parte dei “rimproveri” mossi alla Grecia sul suo presunto lassismo sono falsi. Come spiega Next Quotidiano:

Ma dove sono realmente finiti i soldi del salvataggio greco? A spiegarcelo un pezzo del Guardian di qualche giorno fa che la fetta più consistente dei 240 miliardi di euro prestati alla Grecia tra il 2010 e il 2012 è andata (attualmente il debito ammonta a 320 miliardi) a finire nelle casse delle banche che avevano prestato denaro prima del crollo. In buona sostanza è vero che il debito pubblico greco è ingente, ma molto più preoccupante è la situazione dell’indebitamento dei privati, ovvero delle banche che hanno prestato denaro in modo a dir poco sconsiderato. Del denaro prestato alla Grecia solo il 10% è stato effettivamente utilizzato dal Governo per riforme economiche, il resto è stato utilizzato per ripianare i debiti e gli interessi sui debiti della finanza privata. Se nel 2010 la quasi totalità del debito era dovuto alle banche oggi invece il 78% di quei 320 miliardi di euro è della Troika, ovvero delle istituzioni pubbliche. Le operazioni di salvataggio hanno trasformato il debito dei privati (ovvero l’esposizione delle banche elleniche ed europee che sono state salvate) in un debito pubblico. I soldi quindi non sono andati ai greci ma alla finanza privata che, una volta al sicuro, ha pensato bene di scaricare gli oneri sulla paese. Se guardiamo il grafico qui sopra è evidente come nel 2009 le banche europee (principalmente tedesche e francesi) e non gli stati fossero molto esposte in virtù dei crediti concessi in modo sbarazzino. Nel 2014 la situazione è invertita. Perché? Perché le stesse banche hanno scaricato gli oneri sugli stati cioè gli stessi cittadini che ora vogliono indietro i soldi dai greci (le banche hanno accettato un haircut del 50% sul debito). Ad essere stato salvato è il sistema bancario, non la Grecia.

nel 2009 il totale dei dipendenti pubblici era di 907.351 unità mentre nel 2014 si è scesi a 651.717. Si tratta di 255.634 dipendenti in meno in cinque anni (qualcosa come il 25% in meno). Qualcuno potrà dire che Tsipras ha intenzione di invertire questa tendenza, ma a quanto pare il piano di assunzioni riguarda al massimo quindicimila nuovi assunti, una piccola frazione rispetto ai posti di lavoro tagliati negli ultimi anni.

Come misurare l’impatto e la consistenza delle riforme fatte dal Governo ellenico? Secondo molti analisti e commentatori da bar la Grecia non ha fatto nulla. Forse sarebbe più corretto dire che la Grecia ha fatto molto, ma non abbastanza da poter mettersi al pari con la maggior parte dei paesi europei. A sostegno di questa tesi si può citare il fatto che nel 2010 la Grecia secondo il report di Doing Business si posizionava al 109° posto in una classifica globale dei paesi dove è più conveniente aprire un’attività e fare affari. Il punteggio riguarda diversi indicatori che prendevano in considerazione la competitività e le riforme attuate. Lo stesso report del 2015vede la Grecia scalare la classifica e posizionarsi al 61° posto della classifica.

con la riforma attuale i greci andranno in pensione più tardi degli italiani (ma anche dei tedeschi).

La Grecia è passata da un deficit al 15,6% nel 2009 al -1,4% nel 2015. E ancora c’è qualcuno che dice che i greci non hanno fatto nulla e non sono in grado di fare sacrifici?

Nonostante le riforme, è ormai acclarato che il debito greco rimarrà insostenibile anche se Atene dovesse accettare in toto le condizioni richieste dai creditori, e a dirlo sono i creditori stessi. Come nota Alberto Nardelli, data editor del Guardian:

Nel 2030 la Grecia dovrà fare i conti con un debito pubblico insostenibile, anche se dovesse accettare il pacchetto di riforme e di nuove tasse che le chiedono i creditori. Lo rivelano alcuni documenti riservati, redatti dai tre principali creditori di Atene (Banca centrale europea, Fondo monetario internazionale e Unione europea).

I documenti confermano la tesi del governo greco, secondo cui il paese ha bisogno di una riduzione sostanziale del debito per ottenere una ripresa economica duratura. Anche se la Grecia registrasse una crescita robusta e ininterrotta per i prossimi 15 anni, il debito pubblico resterebbe a un livello considerato insostenibile dal Fondo monetario internazionale.

La stima dell’Fmi (la più realistica) parla di un debito che sarebbe ancora al 118 per cento del pil nel 2030, anche se il governo accettasse il pacchetto di tasse e tagli alla spesa pubblica richiesto dai creditori in queste ore. È una cifra di gran lunga superiore a quel 110 per cento del pil, fissato nel 2012 come obiettivo di sostenibilità dall’Fmi. Il debito pubblico greco è attualmente al 175 per cento del pil e il rapporto è destinato ad aumentare a causa della recessione.

Secondo le indiscrezioni rivelate dai documenti, in questo scenario sono necessarie “concessioni sostanziali” per migliorare le probabilità della Grecia di liberarsi definitivamente dal problema del debito.

Anche nel migliore dei casi, cioè con una crescita del 4 per cento all’anno per i prossimi cinque anni, il debito greco scenderebbe appena al 124 per cento del pil nel 2022. Questo scenario ottimista presuppone tra l’altro che le privatizzazioni producano 15 miliardi di euro d’incassi, una stima cinque volte superiore rispetto all’ipotesi più realistica.

Secondo tutte le stime, che danno per scontato un terzo piano di salvataggio, la Grecia non ha alcuna possibilità di raggiungere l’obiettivo della riduzione del debito “al di sotto del 110 per cento del pil nel 2022” fissato dall’Eurogruppo nel novembre del 2012.

I grandi leader europei e il presidente della Commissione Jean-Claude Juncker (che ha tacciato apertamente Tsipras di essere un bugiardo) sono apertamente scesi in campo a favore del sì ma non si è trattata di una mossa particolarmente astuta.

In proposito Stathis Kouvelakis, politologo e dirigente di Syriza, pur ammettendo che alcune iniziative del governo sono state quanto meno ambigue e discutibili, afferma che il principale alleato del fronte del no resta l’atteggiamento arrogante e intransigente dei creditori:

entrambi gli schieramenti stanno facendo un po’ di scena. Syriza sta anche mettendo in pratica alcune manovre tattiche, ma questo atteggiamento riflette le contraddizioni interne al governo e allo stesso partito. L’ala “realista”, guidata dal vicepremier Yannis Dragasakis, sta cercando di far passare l’idea che il referendum sia solo una breve (e spiacevole) parentesi conflittuale e che il negoziato ripartirà sulla base delle sostanziali concessioni accettate dal governo prima della rottura. Tuttavia la posizione ufficiale del governo è che il negoziato ripartirà da zero, e questo significa che tutte le precedenti proposte greche saranno considerate superate.

Il discorso di Tsipras è stato apprezzato e considerato abbastanza sfrontato da superare l’effetto demoralizzante delle ultime proposte, ma naturalmente il principale alleato del fronte del no resta l’atteggiamento arrogante e intransigente dei creditori, che non accettano alcun “compromesso” (nemmeno della peggior specie).

Molte voci concordano sul fatto che non si era mai verificata nella storia dell’Europa una tale palese interferenza esterna in un pronunciamento elettorale di uno stato membro. Lo pensa, tra gli altri, l’economista Joseph Stiglitz, secondo il quale l’Europa vuole liberarsi di Alexis Tsipras:

Il Fondo monetario internazionale e gli altri creditori “istituzionali” non hanno bisogno dei soldi che chiedono. In una situazione normale, probabilmente li presterebbero subito di nuovo ad Atene. Ma, come ho già detto, non è una questione di soldi. Stanno semplicemente usando le “scadenze” per costringere la Grecia a cedere e ad accettare l’inaccettabile: non solo le misure di austerità, ma anche altre politiche regressive e punitive.

Perché l’Europa fa questo? Non è democratica? A gennaio i greci hanno eletto un governo che si era impegnato a mettere fine all’austerità. Se avesse semplicemente mantenuto le promesse fatte in campagna elettorale, il primo ministro Alexis Tsipras avrebbe già respinto la proposta. Ma ha voluto dare ai greci la possibilità di incidere su una decisione cruciale per il futuro del paese. Questa esigenza di legittimazione popolare è incompatibile con la politica dell’eurozona, che non è mai stata un progetto molto democratico. La maggior parte dei governi dell’area non ha chiesto il parere del popolo prima di rinunciare alla sovranità monetaria a favore della Banca centrale europea. Quando il governo svedese l’ha fatto i cittadini hanno detto di no. Avevano capito che se la politica monetaria fosse stata decisa da una banca centrale preoccupata solo dell’inflazione, la disoccupazione nel loro paese sarebbe aumentata (e nessuno avrebbe prestato sufficiente attenzione alla stabilità finanziaria). L’economia ne avrebbe sofferto, perché il modello alla base dell’eurozona presume rapporti di potere sfavorevoli per i lavoratori.

E senza dubbio quella che stiamo vedendo ora è l’antitesi della democrazia. Molti leader europei vorrebbero liberarsi di Tsipras, perché il suo governo si oppone alle politiche che finora hanno fatto crescere la disuguaglianza e vuole mettere un freno allo strapotere dei più ricchi. Sembrano convinti che prima o poi riusciranno a far cadere questo governo, costringendolo ad accettare un accordo in contraddizione con il suo mandato.

C’è da chiedersi cosa accadrà dopo il referendum. Secondo Roberto Giovannini (Internazionale):

Signore e signori, benvenuti in quelle che qualche giorno fa il numero uno della Banca centrale europea Mario Draghi ha definito le uncharted waters, le acque inesplorate in cui da sabato 27 giugno 2015 tutti noi europei ci troviamo a navigare. Per quanto possa sembrare incredibile – e oggettivamente così è, per ogni osservatore dotato di buon senso – i leader politici, i ministri finanziari, i potenti e misteriosi burocrati che dirigono e animano la Commissione europea, la Banca centrale europea, e il Fondo monetario internazionale, sono riusciti a trasformare un problema che riguardava un paese piccolo e poco importante come la Grecia nella palla di neve che rischia di mettere in moto la valanga che potrebbe spazzar via la moneta unica europea. Stiamo parlando di un paese che pesa in tutto il due per cento del prodotto interno lordo dell’Unione europea e l’un per cento della sua produzione manifatturiera.

Potrebbe persino diventare realtà quanto adombrato dal ministro delle finanze greco Yanis Varoufakis: la Grecia potrebbe essere cioè costretta a dichiarare il default, impossibilitata a rimborsare il prestito al Fondo monetario internazionale e di fatto tutti i 320 miliardi di euro che deve. E nonostante questo potrebbe restare tranquillamente nell’area dell’euro, perché come noto “non esistono regole né procedure” per far uscire un paese dall’eurozona.

Secondo Bernard Guetta (Internazionale):

Se vincerà il sì, a prescindere da quale sarà il governo greco, verrà firmato un compromesso e si chiuderà questa parentesi rimasta aperta troppo a lungo. Uno scenario di questo tipo è ancora possibile, perché il “sì” è in rimonta nei sondaggi. Tuttavia in questo momento il no resta nettamente in testa, e le conseguenze di questa scelta saranno enormi.

In caso di vittoria del no non ci sarà più alcuna possibilità di trovare un compromesso, perché le destre d’Europa non lo accetteranno a meno di imporre condizioni durissime alla Grecia.

Privata di ogni sostegno, la Grecia sprofonderà in un marasma indescrivibile che colpirà anche molti paesi vicini. I tassi d’interesse per gli stati più fragili dell’eurozona aumenteranno rapidamente, e la solidarietà europea sarà messa a dura prova. I paesi più ricchi saranno riluttanti a sostenere i più poveri, e lo faranno soltanto in cambio di nuove misure d’austerità.

L’Unione rischia di trasformarsi nel teatro di uno scontro politico violentissimo. Considerando l’attuale fragilità del progetto europeo, questo scenario non promette niente di buono.

In ogni caso, all’Europa non importa la fine di una Grecia ormai sempre più spaccata in due, sostiene Maria Margaronis (Internazionale):

Per quanto inefficaci e ingenui, i fallimentari tentativi di Syriza di arrivare a un compromesso hanno fatto capire che il sogno era solo un’illusione. Non c’è mai stata nessuna possibilità di compromesso. Le ultime proposte presentate dal governo greco sono tornate indietro piene di correzioni in rosso, come un compito in classe fatto male. E oggi perfino i commentatori moderati pensano che il vero obiettivo dei creditori sia sempre stato un cambio di governo ad Atene, e che l’unica via d’uscita sia l’uscita dall’euro.

Alla fine l’elastico si è rotto e il paese si è spaccato in due. Un paio di settimane fa due manifestazioni di segno opposto hanno cominciato a delineare i rispettivi campi. Da una parte Syriza ha chiamato a raccolta i nemici dell’austerità, molti dei quali hanno una posizione critica nei confronti del governo. Dall’altra parte il movimento per restare in Europa e favorevole a un accordo con i creditori internazionali si è rapidamente trasformato in una mobilitazione contro l’esecutivo, organizzata, tra gli altri, dai leader dell’opposizione. Schiacciato tra questi due schieramenti, il pensiero indipendente diventa sempre più difficile. Per alcuni la scelta è ovvia, ma altri si sentono scissi tra l’identità greca e quella europea.

Questa spaccatura non è facile da rappresentare. In parte è trasversale alle classi sociali: nel fronte del no all’accordo ci sono i poveri delle città e delle campagne, i disoccupati e i vecchi borghesi che sono stati colpiti dalla crisi e non hanno più niente da perdere, mentre il campo del sì è popolato dai ricchi, dalle persone con legami personali e commerciali all’estero, dai giovani laureati e dagli imprenditori. In un certo senso la frattura ignora anche le ideologie, separando chi pensa che la Grecia possa sopravvivere fuori dall’euro da chi è convinto che l’uscita sarebbe un disastro inimmaginabile. E segue misteriosi percorsi legati alla cultura e alla storia familiare, alle identità e alle appartenenze locali.

Pochi immaginavano che si sarebbe arrivati a questo punto. Ora, a meno di un miracolo, bisognerà fare una scelta drammatica: anni di lenta asfissia o un salto nel buio. Impossibile prevedere cosa succederà. L’Europa un tempo era un continente, una cultura, una tradizione. Nel tentativo di porre fine alle guerre interne, è diventata un club a numero chiuso. E oggi si comporta come tale, privilegiando i numeri rispetto ai popoli. Come in fondo al vaso di Pandora, una piccola speranza rimane: forse l’Europa imparerà da questa catastrofe. La Grecia, invece, resterà divisa per molti anni.

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