#Ungheria, involuzione democratica in corso

C’è un angolo d’Europa dove si può essere perseguitati solo perché gay, dove un partito d’estrema destra parla apertamente di schedatura dei cittadini ebrei, e dove si dibatte su una possibile reintroduzione della pena di morte. È l’Ungheria di Viktor Orbán, ogni giorno più lontana dai princìpi dello Stato di diritto. Ultimo capitolo di questa preoccupante deriva è la vicenda dell’italiano Andrea Giuliano, attivista LGBT di 33 anni residente a Budapest, minacciato di morte per aver fatto satira su una bandiera di un gruppo ultranazionalista un anno fa. A lasciare perplessi non è solo il fatto in sé, ma anche il colpevole disinteresse mostrato dalle autorità del Paese: il processo è fermo da un anno, mentre sulla testa del nostro connazionale pende una taglia di 10.000 dollari promessa da un sito estremista. Giuliano è colpevole d’esser gay in un Paese dove un partito di destra radicale raccoglie il consenso di un terzo della popolazione; di conseguenza, lui subisce la privazione di diritti civili e di libertà personale, mentre i suoi persecutori restano impuniti. Il caso è ora sul tavolo del Parlamento europeo.

Più o meno negli stessi giorni, dalla capitale magiara giunge la notizia di un dibattito in corso sulla possibile reintroduzione delle esecuzioni di Stato. Alcuni membri del governo si affrettano a parlare di fraintendimento e ricordano che tre settimane prima anche il vicepremier della Repubblica Ceca aveva minacciato la stessa cosa, ma ormai il dado è tratto, e questa provocazione si aggiunge alla recente linea dura sugli immigrati, o alla frase sul presunto successo delle «democrazie illiberali» che fece infuriare Angela Merkel, o all’appoggio incondizionato a Vladimir Putin nella questione ucraina.

Da quand’è salito al potere nel 2010, Orbán non ha mai smesso di preoccupare i leader di Bruxelles. Forte di una maggioranza di due terzi di una singola camera, ha riscritto la costituzione a suo piacimento, nominato 11 dei 15 giudici della corte suprema per evitare che quest’ultima potesse annullare tale riforma, varato leggi sui mezzi d’informazione che hanno trasformato la TV pubblica in un megafono del governo, ridisegnato i distretti elettorali per assicurare la vittoria al suo partito, e nazionalizzato parzialmente le banche straniere. Tutti provvedimenti frutto di un nazionalismo autoritario che crea nuove opportunità di corruzione, regolarmente sfruttate da individui vicini al regime, comportando inoltre una progressiva riduzione degli spazi di libertà.

Gli ungheresi vedono certamente gli effetti liberticidi delle politiche dell’attuale governo, ma temono anche gli effetti collaterali delle ricette economiche che le istituzioni internazionali impongono ai Paesi più poveri. L’Ungheria è stato uno dei primi Paesi in Europa a sperimentare l’intreccio perverso tra crisi finanziaria, “aiuti” esterni e politiche d’austerità. Nel 2009, il Paese evitò il default solo grazie a un finanziamento concesso da FMI, Banca Mondiale e Unione europea di 25,1 miliardi di dollari, in cambio d’impegni concreti da parte dell’allora governo socialista — si legga: manovre lacrime e sangue. Si trattò, come per la Grecia, di un accordo le cui conseguenze finirono per esasperare una popolazione già provata dai sacrifici richiesti anni prima per “entrare in Europa”. Da qui la vittoria d’Orbán, premiato nel 2010 come “punizione” al precedente esecutivo di centrosinistra, e confermato nel 2014 in quanto considerato il “male minore”.

Oggi Orbán è saldamente al comando e ha già completato tutti i cambiamenti costituzionali che voleva. Tuttavia, le recenti “sparate”, come quella sulla pena di morte, sono segni rivelatori di una tendenza in atto a “rilanciare” il suo ruolo d’uomo forte illiberale, ancorché eletto democraticamente.

Nelle elezioni del 2014, a far notizia, più che la vittoria di Fidesz, è stata l’ascesa (16,7% dei voti e 47 seggi) di Jobbik, movimento d’estrema destra antisemita — con ascendenze nella storia del fascismo nazionale — che, con un mix d’idee vecchie e vecchi pregiudizi veicolati attraverso i canali più moderni e sofisticati della comunicazione dei social network, è riuscito a “intercettare” la gran parte del voto di protesta in Ungheria. Lo scorso 22 febbraio, il partito ha vinto un’ulteriore elezione suppletiva, che è costata a Fidesz la perdita della maggioranza dei due terzi.

Sono in molti a credere che fra tre anni, se Fidesz non riuscirà a garantire una riedizione dell’attuale governo monocolore, per formare un esecutivo dovrà giocoforza scendere a patti con l’ultradestra. Si spiegano così le uscite del premier sulla pena di morte o la linea dura, nell’UE, sull’immigrazione: la perdita di popolarità e l’avanzata di Jobbik stanno spingendo il partito d’Orbán sempre più a destra per fermare l’emorragia di consensi.

Ma la competizione politica in atto è dunque solo la punta dell’iceberg dell’involuzione democratica verso cui l’Ungheria sembra avviata. In Europa, il Paese danubiano è quello con la più alta percentuale di persone a favore della pena capitale. Il recente dibattito sul tema è iniziato dopoché l’assassinio di un giovane tabaccaio aveva suscitato rabbia e polemiche nella popolazione. E un sondaggio recente ha registrato un inedito picco di xenofobia: un ungherese su due è dell’idea che ai rifugiati non dovrebbe essere neanche consentito di chiedere asilo.

Così, nel vortice del malcontento finiscono i soggetti più deboli: i gay come Giuliano, i richiedenti asilo, le minoranze (Rom in primis). Capri espiatori buoni per tutte le stagioni, mentre l’unica responsabile dell’attuale sfacelo è una classe politica, sia di lotta sia di governo, che soffia sul fuoco del nazionalismo, noncurante dell’incendio che potrebbe divampare.

* Scritto per The Fielder

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