La #Libia di #Gheddafi era meno stabile di quel che si pensa

Il 7 marzo 2011, Muammar Gheddafi avvertì in un’intervista che, nel caso di un intervento NATO in Libia, «ci sarà una jihad di fronte a voi, nel Mediterraneo». Ora che le bandiere dell’ISISsventolano sui principali centri costieri del Paese, da Derna a Sirte passando per Bengasi, sono in molti a rammentarsi della «profezia di Gheddafi», rimpiangendo i tempi in cui Tripoli rappresentava un faro di stabilità nel Nord Africa. Che la comunità internazionale sia in gran parte colpevole dell’attuale disastro è fuori discussione. D’altra parte, questa ricostruzione trascura la realtà di uno scenario molto più complesso. A dispetto di quanto sostenuto in questi giorni, la stabilità del regime libico era solo apparente.

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Dalla rivolta alla guerra

Torniamo indietro al 2011. Nei giorni caldi delle rivolte tunisine ed egiziane, sono in pochi ad aspettarsi che il vento delle proteste soffi anche in Libia. Gheddafi è in sella da 42 anni. Il suo potere si regge su un imponente sistema repressivo, una fitta rete d’alleanze con le tribù locali, e uno Stato sociale basato sulla ridistribuzione delle rendite petrolifere. Tuttavia, il regime non è mai riuscito ad arginare la disoccupazione e la mancanza di prospettive; la crisi economica aveva costretto il regime ad aumentare il prezzo dei generi di prima necessità e a ridurre lo Stato sociale. Le politiche di «sedazione» dell’opinione pubblica basate sull’annuncio di riforme economiche non bastano più a calmare una popolazione sempre più insofferente.

All’indomani dei primi focolai di rivolta a Tunisi, Gheddafi si affretta a ridurre i prezzi dei beni alimentari, notevolmente rincarati nei mesi precedenti. Ciò nonostante, martedì 15 gennaio, presso Beni Ulid, a 180 chilometri da Tripoli, circa 3.000 persone occupano 800 alloggi popolari disabitati per protestare contro i ritardi nell’assegnazione, peraltro condizionata dalla diffusa corruzione dei funzionari locali. La carenza d’abitazioni è da sempre uno dei principali problemi di cui soffre la popolazione libica. Tra l’altro, gran parte di quegli edifici sorge su terreni in precedenza espropriati a contadini del posto, i quali si uniscono alla protesta. La promessa di un investimento da 27 milioni di dollari per la costruzione di nuove abitazioni entro il 2014 non basta a placare gli animi. In Rete iniziano a diffondersi gli appelli per una nuova manifestazione in programma per giovedì 17 febbraio, subito ribattezzata «giornata della collera». Il giorno prima, centinaia di manifestanti si radunano a Bengasi per protestare contro l’arresto di un avvocato e attivista dei diritti umani, Fathi Terbil, legale rappresentante delle famiglie delle vittime delmassacro d’Abu Salim, il carcere tripolitano dove nel 1996 furono uccisi 1.270 prigionieri. L’arresto di Terbil e le proteste che ne conseguono, di fatto, «anticipano» l’ondata di manifestazioni in programma per l’indomani. A Bengasi la polizia apre il fuoco sui manifestanti per le strade in piano giorno, lasciando 100 morti sul terreno secondo l’organizzazione Human Rights Watch. Altre vittime si contano il giorno seguente, quando le forze di sicurezza sparano sulla folla radunata ai funerali dei manifestanti uccisi.

L’uso della forza da parte del regime fa degenerare la situazione. La notizia delle uccisioni suscita la reazione della popolazione e d’alcuni capi tribali, che prendono posizione annunciando la rottura del patto di fedeltà con Gheddafi. Qui s’innesta un ulteriore elemento: quello delle tribù.

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Tante tribù e nessuna nazione

La rapidità dello sfaldamento del regime dal 17 febbraio in poi è stata spiegata dagli analisti come l’effetto della «rottura del patto tribale» sancito informalmente tra il dittatore libico e i capi delle più antiche e radicate formazioni sociali della tradizione beduina, le tribù. Nel Paese si contano circa 140 tribù, d’origine sia araba sia berbera, di cui una trentina sono quelle con un peso demografico (e politico) di rilievo. Fin dall’antichità, queste strutture hanno elaborato i modelli sociali, amministrato la giustizia e diretto i commerci nelle aree geografiche occupate. E naturalmente si facevano la guerra, tantoché in Tripolitania i colonizzatori italiani approfittarono delle loro ataviche divisioni per sottometterle.

Con l’indipendenza della Libia nel 1951, l’assenza dei partiti politici (vietati per legge) fa riemergere le tribù come unici attori della vita politica. Questo status si perpetua anche dopo il golpe di Gheddafi del 1969. In un primo momento, il giovane colonnello cerca di ridimensionare il ruolo politico delle tribù, riducendole a mero elemento d’appartenenza sociale, ma non ottiene i risultati sperati. A partire dagli anni Novanta, il rais prova allora a cooptarle nel suo sistema di potere adottando una duplice strategia: da un lato, rafforza le alleanze con le tribù numericamente più forti (come i Warfalla), comprandone la fedeltà a suon di mazzette e privilegi; dall’altro, alimenta il clima d’ostilità fra le tribù, secondo il vecchio schema del divide et impera.

Tuttavia, i profondi cambiamenti sociali cui la Libia va incontro sul finire del Novecento aprono le prime crepe nell’ordine tradizionale. Il progressivo inurbamento delle masse rurali conseguente agli investimenti pubblici derivati dal petrolio, l’adozione degli stili di vita d’importazione occidentale e la crescente istruzione dei giovani rivoluzionano la vita sociale nel giro di pochi anni. Gran parte della popolazione non si riconosce più nell’identità tribale. Tuttavia, non emerge parimenti un sentimento d’identità nazionale. Da struttura sociale di base, la tribù viene relegata a elemento di lottizzazione. I ruoli chiave nell’apparato di sicurezza (servizi segreti ed esercito), nell’ipertrofica burocrazia e nelle aziende statali vengono affidati a membri del clan del dittatore — i Qadhadhfa — e ai Magarha, a discapito delle tribù concorrenti.

Con la coesione sociale ridotta al minimo e la serpeggiante rivalità fra i capi, già nel 2010, mesi prima della rivoluzione, tra gli intellettuali arabi c’è chi, come lo storico Salim al-Raq’i, si domanda se la Libia sia esposta al rischio di una guerra civile. La verità trascurata dai sostenitori di Gheddafi «profeta» è che in Libia il fuoco covava sotto la cenere ben prima che la scintilla della primavera araba innescasse l’incendio. E qualcuno, su quel fuoco nascosto, stava per soffiare.

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Sarkozy, un’avventura neocoloniale?

Gheddafi era anziano, e nei mesi precedenti alla rivoluzione il regime si era posto il problema della sua successione. La partita si giocava tra l’ala militarista e quella più riformista della famiglia, tra Saif al-Islam — faccia presentabile del regime, amico di Tony Blair e architetto di riforme più o meno immaginarie, nelle cui mani le cancellerie euroatlantiche riponevano le chiavi di una morbida continuità per il dopo Muammar — e il fratello minore Mutassim, già colonnello e dal 2010 consigliere per la sicurezza nazionale.

Tuttavia, c’era anche chi pensava a una sostituzione radicale al vertice, detronizzando un regime troppo simpatetico con l’Italia, per sostituirlo con un altro più sensibile agli interessi anglofrancesi. Dallo scoppio della rivolta in Cirenaica, il Paese che più d’ogni altro ha sostenuto la necessità di un intervento armato è stata, infatti, la Francia, blandamente spalleggiata dal Regno Unito. Alla notizia della dura repressione avviata in Cirenaica, l’allora presidente Nicolas Sarkozy si affrettò a definire Gheddafi un «criminale di guerra» da deferire alla Corte penale internazionale. La Francia è stata la prima nazione a riconoscere il Consiglio nazionale di transizione, organo di «governo» dei ribelli sorto dal nulla da un giorno all’altro, come unico interlocutore in Libia. In sede ONU, Parigi ha fortemente premuto per l’approvazione della risoluzione 1973, che autorizzava la missione Unified Protector, e ha addirittura inviato i propri caccia nei cieli libici con un giorno d’anticipo rispetto al via ufficiale delle operazioni.

Quest’attivismo dell’Eliseo, accompagnato dalla repentina degenerazione della crisi libica, ha destato subito il sospetto che gli sconvolgimenti in corso fossero l’effetto di un colpo di Stato pilotato. Le defezioni dei militari e degli alti gradi del governo (primi fra tutti: il ministro della Giustizia Mustafa Abdul Jalil e quello dell’Interno Abdul Fatah Younis), tutte stranamente rapide e perlopiù a macchia di leopardo, la rapida genesi del CNT, la diffusione di così tante armi leggere tra la popolazione civile in così poco tempo, e soprattutto la summenzionata frenesia diplomatica della Francia suffragherebbero questa pur controversa teoria.

Il golpe, ha scritto l’analista Karim Mezran sulle pagine di Limes nel 2011, sarebbe stato deciso pochi mesi prima in un albergo di Parigi dai servizi segreti francesi, in accordo con alcuni dissidenti libici all’estero e con la complicità di Nuri al-Mismari, ministro del cerimoniale di Gheddafi. Le rivolte popolari avrebbero poi costretto gli organizzatori ad accelerare il piano.

L’idea che la Libia pre-intervento NATO fosse un’isola di pace è sbagliata. Gli equilibri tribali, il relativo benessere e un imponente apparato repressivo sembravano sufficienti a tutelare la stabilità di un regime in realtà minato alla base da dinamiche sotterranee sia interne sia esterne al Paese. Attribuire la responsabilità del caos d’oggi all’avventura militare del 2011 è una spiegazione riduttiva, buona a dare un «colpevole» in pasto al grande pubblico ma inadeguata a spiegare la complessità degli eventi attuali.

E, tanto per essere chiari, Gheddafi non aveva «profetizzato» proprio nulla. Nella sua intervista, il rais aveva messo in guardia l’Occidente dal rischio di una deriva fondamentalista, ma va ricordato che nel 2011 l’ISIS non esisteva, e al-Qaida, all’epoca principale attore nel terrorismo globale, contrariamente alle previsioni non è affatto riuscito ad avvantaggiarsi dei sommovimenti delle primavere arabe. Agitare lo spettro del jihadismo, come anche quello dell’immigrazione incontrollata, era l’ultimo tentativo per dissuadere l’Occidente dal sostenere i ribelli. L’estremo e inutile monito di un condannato al boia sul punto di giustiziarlo.

* Scritto per The Fielder

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