#Turchia, prove tecniche di strategia della tensione?

31 marzo 2015. Nel “martedì nero” turco è successo di tutto. A Palazzo di Giustizia a Istanbul, uno degli edifici meglio protetti del Paese, due esponenti del Dhkp/C hanno sequestrato un giudice chiedendo “giustizia” per un ragazzo ucciso dalla polizia durante le proteste di Gezi Park. L’assalto è finito in un bagno di sangue. Nello stesso giorno un misterioso mega black-out elettrico ha paralizzato il Paese.

L’indomani, una donna kamikaze e un uomo hanno attaccato la questura di Istanbul. La donna è stata uccisa, l’uomo catturato. Ci sono state decine di arresti di presunti simpatizzanti Dhkp-C, scontri fra manifestanti e polizia, un uomo armato poi arrestato ha assaltato una sede Akp. Il giorno dopo la sede centrale della polizia turca ha diramato ai comandi nelle 81 province una allerta possibili nuovi attentati.

Nel tentativo di spiegare questi tragici eventi, si sono diffuse voci circa un piano dei servizi segreti del Mit, diretto da Hakan Fidan, fedelissimo del presidente Erdogan, di programmare attacchi e manovre per discreditare l’opposizione creando un clima di panico che rafforzi il consenso degli elettori all’Akp di Erdogan. Vero, falso? La sola certezza è che mancano due mesi alle elezioni che potrebbero consegnare al presidente una maggioranza assoluta forte per istituire una super presidenza, cambiando la costituzione.

Il Post sintetizza alcune opinioni tratte dalla stampa internazionale, secondo le quali l’attacco di Istanbul mostra un altro lato dei problemi del presidente Erdogan (neretti miei):

Il New York Times ha scritto che la crisi “ha evocato in Turchia fantasmi e traumi recenti”. DHKP/C, il gruppo marxista che ha compiuto l’attacco al tribunale di Istanbul, è nato e cresciuto nel corso degli anni Settanta, un periodo di grande violenza politica nel paese. Nel giro di pochi anni, specialmente dal 1976 al 1980, gli scontri tra gruppi ultranazionalisti di estrema destra e gruppi di estrema sinistra provocarono circa 5mila morti. Le violenze si intesificarono anche per le interferenze di Unione Sovietica e Stati Uniti, che negli anni della Guerra Fredda cercarono di aumentare la loro influenza in Turchia, uno dei paesi europei più importanti dal punto di vista strategico. Gli scontri tra estrema destra ed estrema sinistra diminuirono dopo il 1980, quando Kenan Evren, il militare e capo dello staff generale della Turchia, guidò un colpo di stato portò al potere l’esercito per i successivi tre anni: i golpe non sono stati rari nella storia della Turchia, in cui tradizionalmente l’esercito è visto come “custode della laicità dello Stato” e politicamente vicino più alla sinistra che alla destra.

Ragip Soylu, giornalista per il quotidiano filo-governativo Sabah, ha scritto su Twitter: «Penso che la Turchia potrebbe essere l’unico paese del Medio Oriente ad avere un gruppo militante dei tempi della Guerra Fredda che compie attacchi terroristici». Nonostante DHKP/C abbia raggiunto la sua massima forza durante gli anni di tensione della Guerra Fredda, l’attacco al tribunale di Istanbul è stato legato alle grandi proteste contro il governo di Erdogan del maggio del 2013. In particolare durante il sequestro gli uomini armati hanno detto di voler processare di fronte a un “tribunale popolare” il procuratore che stava indagando sulla morte di Berkin Elvan, che Erdogan aveva definito un “terrorista”. Da circa due anni le tensioni tra opposizioni turche – rappresentate in parte dalle proteste del parco Gezi – e il presidente Erdogan si sono sommate alle tensioni tra Erdogan e l’esercito: i militari turchi si sono fatti garanti nel corso degli anni della stabilità e della laicità dello stato turco, intervenendo sia per riportare l’ordine (come è successo nel 1980) sia per contrastare i movimenti islamisti, come è successo nel corso degli ultimi 15 anni con l’AKP di Erdogan.

La situazione politica della Turchia è molto difficile da capire, anche per la capacità di gruppi esterni di influenzare i centri di potere del paese. Dalla fine del 2013, per esempio, il presidente Erdogan è stato accusato di essere coinvolto in diversi scandali di corruzione che hanno colpito il suo partito e che hanno portato anche alla pubblicazione di alcune intercettazioni telefoniche che lo riguardano giudicate piuttosto compromettenti. Erdogan ha sempre negato le accuse, dicendo che il responsabile di tutto era Fethullah Gülen, influente studioso turco residente negli Stati Uniti e fondatore del movimento Hizmet (“servizio”), un movimento islamista turco che comprende diversi esponenti della magistratura. Le ultime vicende sembrano avere aggiunto alla complicata tensione della Turchia le violenze di DHKP/C.

Secondo il Prof. Vittorio Emanuele Parsi, intervistato dal Fatto Quotidiano:

“Quando la possibilità della Turchia di entrare nell’Unione Europea è definitivamente tramontata – spiega il docente – il leader dell’Akp ha dato una svolta autoritaria alla sua politica che ha portato in pochi mesi a epurazioni nei corpi di polizia e nella magistratura, alla censuradei social network e al bavaglio per gli organi di stampa. Non dobbiamo aver paura di dire che, in questo momento, la Turchia non è una democrazia”.

Le proteste di piazza del 2013, represse con la forza dalla polizia turca, avevano messo la parola fine sulla speranza dell’ex premier di entrare a far parte dell’Ue. Il pugno troppo duro con gli oppositori, la scarsa libertà di stampa e il processo di islamizzazione dello Stato rappresentavano gli ostacoli tra il Paese della mezzaluna e l’Ue. Inutili i tentativi dell’ex presidente, Abdullah Gül, di cercare l’appoggio italiano in vista del semestre di presidenza europea: “Quello è probabilmente il punto di svolta – dice Parsi – da lì in poi sono iniziate le purghe nella polizia, nella magistratura e la forte censura”.

L’Espresso riassume così il malcontento che serpeggia nel Paese (neretti miei):

È chiaro che il clima si è surriscaldato in Turchia in vista delle elezioni del 6 giugno, una data cruciale. Il Presidente spera di uscire dalle urne come il salvatore della Patria con una maggioranza tale da cambiare la Costituzione e attribuire alla Presidenza poteri simili a quelli accordati dalla costituzione americana. L’opposizione – una vasta fetta della popolazione che va dai repubblicani ai socialisti passando per il partito Curdo che per la prima volta si presenterà alle elezioni come tale – spera invece di bloccare la sua avanzata. Non un compito facile visto che la soglia di sbarramento per entrare in parlamento è posta al 10 per cento ma quest’anno forse raggiungibile grazie al numero crescente di cittadini disposti a dare la loro fiducia financo ai Curdi, ex nemici, pur di non appoggiare le mire dittatoriali dell’attuale Presidente.

Il clima incandescente è il risultato di 12 anni di governo a sigla Erdogan caratterizzato da due fenomeni: la sbalorditiva cementificazione del Paese con infiniti scandali e fenomeni di corruzione correlati da cui Erdogan ha impunemente lucrato e la progressiva centralizzazione di ogni forma di potere politico, economico e sociale nelle mani del Presidente. Giornalisti e intellettuali non in accordo con lui sono stati progressivamente messi da parte o a tacere quando non direttamente incarcerati. E ogni forma di cultura non strettamente sunnita è sempre più spesso giudicata come disdicevole e non conforme.

Il modello di nazione voluto da Erdogan è chiaro: una Turchia strettamente sunnita e ammansita che segue i precetti di Allah come quelli del Presidente, gestita da una classe dirigente a lui fedele che applica senza remore le politiche neo-liberiste importate dall’Occidente a proprio esclusivo vantaggio.

E proprio i nuovi costruttori miliardari insieme alla massa di islamisti conservatori, a dir la verità poco considerati dai governi precedenti, costituiscono lo zoccolo duro dei sostenitori del regime islamista di Erdogan diventato con gli anni sempre più autoritario e dispotico.

Negli ultimi tre anni Erdogan ha tentato di chiudere Twitter e Youtube, ha completamente addomesticato i giornali i cui proprietari per fare affari in altri settori hanno bisogno dell’appoggio del governo, e ha marginalizzato le donne del Paese, consigliando loro di dedicarsi a fare figli e a servire il marito. Quando poi nel 2013 decise di sostituire il parco di Ghezi, l’unico polmone verde nel centro di Istanbul, una metropoli da 15 milioni di persone, con un centro commerciale che avrebbe costruito uno dei suoi più cari amici, la rivolta ha velocemente assunto dimensioni imponenti e si è trasformata in una gigantesca manifestazione contro il governo.

A protestare sono state una serie infinita di movimenti e associazioni musulmane e liberali, unite dall’odio per un regime che in Turchia sta schiacciando la società civile e la libertà di espressione. Il fatto poi che settimana scorsa Erdogan abbia dato alle forze di polizia poteri speciali per contenere l’ordine pubblico la dice lunga sulle dimensioni che il malcontento sociale sta raggiungendo soprattutto nei grandi agglomerati urbani. Da adesso a giugno possiamo aspettarci di tutto.

Secondo AnsaMed:

L’impennata di violenza è un ‘regalo’ per Erdogan, scrive sul sito di Al Jazeera David Lepeska. Gli ultimi sondaggi “hanno fatto squillare campanelli d’allarme” in casa Akp, dice il politologo Cafer Solgun. Danno il partito sotto il 40%, contro il 50% alle politiche del 2011. C’è una fuga di voti verso i nazionalisti del Mhp. Erdogan perderebbe la maggioranza e i due grandi partiti laici Chp e Mhp potrebbero, in teoria, formare un governo e imporgli un’insostenibile ‘coabitazione’. Così Erdogan ha cambiato discorso, ha stoppato il processo di pace con i curdi, sfidato gli armeni sul genocidio, fatto votare poteri senza precedenti alla polizia. In uno scenario del caos probabilmente gli elettori in fuga tornerebbero alla ‘sicurezza’ rappresentata dall’uomo forte del paese, Erdogan.

Linkiesta si spinge più in là, ipotizzando l’esistenza di un preciso disegno volto a destabilizzare il Paese (neretti miei):

Un blackout che paralizza un paese intero, il magistrato che indaga sulla morte di Berkin Elvan preso in ostaggio da un gruppo armato e ucciso nel corso del blitz della forze speciali, l’inchiesta Balyoz sul tentato colpo di stato ai danni dell’Akp conclusasi con un nulla di fatto, una «legge bavaglio» che permette alla polizia di perquisire, intercettare e sparare sui manifestanti.

A voler pescare nel torbido questi elementi potrebbero essere collegati tra di loro, i primi due lo sono almeno indirettamente, ma è certo che, a due mesi dalle elezioni legislative, pare ci sia una volontà occulta di gettare il paese nel panico, forse per giustificare le misure draconiane appena adottate dall’Akp (secondo il principio che in tempi d’instabilità è l’autorità a uscirne rafforzata) o semplicemente a causa di una “nefasta” congiuntura di elementi che messi insieme sprofondano di nuovo il paese in un caos dal quale già stentava ad uscire.

Coprifuoco mediatico e blitz delle forze speciali

Nelle ore convulse dopo il sequestro il governo ha imposto un vero e proprio «coprifuoco mediatico». Nessuna notizia doveva trapelare per non mettere a repentaglio la vita del giudice. Almeno questa la giustificazione, che ha basi giuridiche in una norma che consente al premier di ordinare la censura se in ballo c’è la sicurezza nazionale o l’ordine publico.

Secondo il quotidiano Hürriyet, negli ultimi quattro anni sono stati emessi almeno 150 di questi ordini. Come nel caso dei diplomatici turchi del consulato di Mosul (sequestrati dall’Isis), delle inchieste in cui erano coinvolti ministri, oppure in occasione della tragedia mineraria di Soma.

«Su Berkin Elvan processo ingiusto, ma l’azione del Dhkp-C giustificherà ulteriore giro di vite»

Ma anche su questa operazione, e su quella della polizia, plana il dubbio. L’azione del Dhkp-C non fa che portare nuova acqua al mulino dell’Akp che vuole il pugno duro contro il dissenso.

È in questa direzione che va la riflessione di Emre Kizilkaya, redattore esteri del quotidiano Hürriyet, che ha commentato gli eventi di questa giornata drammatica per la Turchia: «In primo luogo – ha detto Kizilkaya a Linkiesta – l’inchiesta sulla morte di Berkin Elvan non è stata condotta in maniera giusta ed equa. E questa è stata anche la percezione dell’opinione pubblica. Dopo oltre un anno il poliziotto che ha sparato non era stato identificato. Solo poco tempo fa sono state fatti tre nomi. Questo ha dato l’idea di una profonda ingiustizia. Ora però l’azione armata del Dhkp-C avrà effetti molto negativi su tutta la faccenda. Sulle leggi sulla sicurezza interna appena approvate, ad esempio, che sono ora legittimate da quanto accaduto. Camminare armati nelle manifestazioni, come fanno loro, o fare ciò che hanno fatto oggi non farà certo progredire la democrazia in Turchia».

Gli chiedo su voci, anche autorevoli, che dicono che in passato il Dhkp-C è stato infiltrato dai servizi segreti turchi e che non sarebbe difficile vedere in quest’operazione una false flag: «Dietro azioni del genere – dice Kizilkaya – possono nascondersi anche i servizi segreti turchi, che spesso usano queste organizzazioni per raggiungere determinati scopi. Lo hanno fatto anche in passato. Alcune organizzazioni sono state create proprio ad hoc per questo.Ma non abbiamo prove tangibili. Ad ogni modo, quest’azione armata avrà conseguenze pesanti sulla politica turca sul lungo termine».

Affossata inchiesta «Balyoz»

Il caso era scoppiato nel 2010. Il giornalista Mehmet Barancu, in un reportage pubblicato sul quotidiano liberale Taraf, aveva rivelato l’esistenza di uno dei piani orditi dall’organizzazione Ergenekon, noto come “Balyoz” (martello da fabbro).

Nel suo reportage, il giornalista pubblicava estratti di migliaia di documenti, decine di cassette audio e diversi cd che gli erano stati recapitati in una valigetta. Secondo questi documenti, la marina turca aveva già previsto di piazzare bombe in due delle più grandi moschee di Istanbul, di chiudere le attività di alcune Ong, di arrestare migliaia di persone e di abbattere un caccia turco nel Mar Egeo addossando la colpa all’esercito greco.

Il caos provocato da eventi tanto drammatici avrebbe portato alla caduta del governo dell’Akp e giustificato l’intervento dell’esercito. Alla fine l’inchiesta Balyoz si era chiusa con la condanna spettacolare di 322 militari d’alto rango con detenzioni che andavano dai 16 ai 20 anni. Dopo un colpo di scena nel 2013, la Corte d’Assise d’Istanbul ha deciso alla fine di assolvere tutti i generali, tra i quali Cetin Dogan, Engin Alan, Özden Örnek e Ibrahim Firtina, che erano stati accusati di avere ordito un colpo di stato nel 2003. Il motivo? Prove digitali «contraffatte».

«Legge bavaglio» in vista delle elezioni

Il 27 marzo scorso, il parlamento turco ha approvato una serie di riforme in materia di sicurezza all’interno di un progetto di legge, già soprannominato «legge bavaglio». In base a queste nuove riforme, le forze di polizia del paese sono state dotate di nuovi poteri come la facoltà di eseguire perquisizioni sui manifestanti, intercettazioni e detenzioni fino a 48 ore (anche senza intervento del magistrato) e addirittura l’uso di armi a fuoco per reprimere contestazioni.

Difficile non vedere in questa manovra il tentativo di mettere le mani avanti e imbavagliare l’opposizione, privandola del diritto a manifestare pacificamente, nei mesi che precedono le elezioni legislative di giugno prossimo.

Maxi-inchiesta per critiche su Twitter a agenzia stampa governativa

Cinquantotto persone tra cui giornalisti, deputati, musicisti ed attori sono stati iscritti nel registro degli indagati nell’ambito di una inchiesta aperta dalla magistratura turca. Al vaglio messaggi su Twitter critici dell’operato dell’agenzia di stampa governativa, l’Anadolu, durante le elezioni amministrative del 2014.

Tra gli indagati il corrispondente da Washington del quotidianoZaman Ali Halit Aslan, il pianista Fazil Say, il redattore capo del quotidiano Cumhuriyet Can Dündar, il corrispondente del quotidianoCumhuriyet Ahmet Sik, già in prigione per un anno per il suo libro L’Esercito dell’Imam e poi rilasciato. Senza contare le decine e decine di giornalisti già imprigionati (22 dall’inizio dell’anno e dieci distributori) e coloro che dopo i fatti di Gezi Park sono stati licenziati, allontanati o costretti alle dimissioni. Tutti coloro che cercano di costruire una società sana e democratica in Turchia pagano con la prigione o col sangue.

Chi non crede ad una tesi così forte è RassegnaEst, vista la mancanza di prove concrete per sostenerla fino in fondo. Nel presentare una carrellata di opinioni sui recenti fatti in Turchia, la testata offre questi due ulteriori spunti:

Passiamo ora alla stampa estera, partendo dal Financial Times, che incentra il suo articolo sull’economia, ricordando che la crescita del 2014 è stata, con un +2,9%, decisamente al di sotto delle attese. Il giornale londinese rammenta, inoltre, che l’economia in fase di rallentamento potrebbe essere un fattore chiave, alle elezioni politiche del 7 giugno. La crescita accelerata vissuta dalla Turchia negli ultimi dieci anni è stata sempre un punto di forza elettorale, per il partito del presidente. Ora, invece, i consumi stagnanti, la liquidità insufficiente e l’attività economica complessiva che frena, rispetto agli anni d’oro, potrebbero indurre una parte della base dell’Akp a compiere scelte diverse dalle solite.

Qualche altra testata, sempre in vista dell’ormai imminente tornata elettorale, si è soffermata sul confronto, tutto interno all’Akp, tra il presidente Erdogan e il primo ministro Ahmet Davutoglu. Il primo tende a sostituirsi al governo, il secondo non vuole che il primo sia così dominante. Un’interpretazione che ha del vero, ma andrebbe anche ricordato che se Erdogan, una volta eletto capo dello stato, ha assegnato il premierato a Davutoglu, prima titolare degli esteri, un motivo forse c’è. Nel senso che Davutoglu, agli occhi del presidente, rappresentava fino a prova contraria l’uomo giusto nel posto giusto. Colui che, vale a dire, avrebbe potuto governare la fase di transizione verso il presidenzialismo: l’obiettivo a cui Erdogan, secondo i più, ambisce. L’esito delle prossime elezioni potrà fornire riscontri più precisi, su questo. Se l’Akp dovesse ancora una volta ottenere la maggioranza assoluta questo scenario diverrebbe più probabile. Sempre che non esploda il conflitto totale tra presidenza, governo e partito.

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