Charlie Hebdo, dubbi sulla rivendicazione

Sono molti i misteri che circondano ancora la vicenda di Charlie Hebdo. Al di là delle varie ricostruzioni complottiste (che non mancano mai), uno degli aspetti tuttora da chiarire è quello della rivendicazione.

In un video diffuso mercoledì 14 gennaio, Nasser bin Ali al-Ansi, leader di al-Qa’ida nella penisola arabica (AQAP), ha rivendicato l’attentato, affermando che l’azione è stata compiuta per “vendetta”. Al-Ansi non ha rivendicato invece gli attentati compiuti dal terzo terrorista, Ahmedy Coulibaly. che in un video postumo dice di aver agito in nome e per conto dell’ISIS.

A ruota, tutti i principali media hanno preso per buone queste ammissioni, senza ulteriori approfondimenti. Questa analisi dell’ISPI – sempre del 14 gennaio – ci illustra invece una realtà più complessa (grazie alla mia vicina di blog mcc43 per la segnalazione; corsivi miei):

Tra gli aspetti che rimangono da chiarire ce n’è però almeno uno di cui sia giornalisti che complottasti si sono occupati relativamente poco, ovvero la quasi totale mancanza di rivendicazioni e supporto mediatico che l’attacco ha avuto da parte delle due principali organizzazioni del Jihad globale: lo Stato Islamico e Al-Qaeda.

Lo Stato Islamico ci ha abituato in questi mesi a uno stile mediatico rivoluzionario nel panorama jihadista. Messaggi chiari, d’impatto, intrisi di retorica religiosa ma privi di quel linguaggio criptico-elitario che aveva spesso caratterizzato la retorica jihadista negli anni precedenti.

Sorprende quindi l’apparente mancanza di eguale attenzione per una operazione dal potenziale mediatico enorme come l’attentato di Parigi. Non sono pochi gli analisti che, commentando in privato, ti confessano che con quanto visto fare ai responsabili dei media del califfato non si sarebbero sorpresi se per una cosa del genere avessero prodotto un film intero e stampato qualche brochure. Invece no. L’unica rivendicazione è quella dubbia, per certi versi perfino grottesca, registrata dal terzo attentatore, Coulibaly, DURANTE l’attacco quando, dopo aver ucciso una poliziotta e provato invano a raggiungere una scuola ebraica per asserragliarvisi, ha deciso di tornare a casa, registrare il suo video, per poi riprovarci, questa volta purtroppo con successo, in un minimarket ebraico. Da notare in questo video le aperte ambiguità di Coulibaly in merito alla preparazione dell’attacco. L’attentatore afferma in modo piuttosto sibillino che la preparazione è avvenuta “un po’ assieme e un po’ autonomamente”.

Un discorso diverso va fatto invece per Al-Qaida, e in particolare per AQAP (Al-Qaida nella Penisola Arabica), la succursale yemenita nella quale secondo i servizi segreti francesi almeno uno dei fratelli Kouachi si sarebbe indottrinato e addestrato. In questi anni AQAP (cosi’ come la stessa al-Qaida) ci ha abituato a uno stile comunicativo piu’ sibillino e indiretto.

Nella sua storia AQAP ha tradizionalmente sposato gli approcci comunicativi di al-Qaida, facendo delsuo centro mediatico al-Malehem, noto per la pubblicazione del magazine Inspire, uno degli outlet di punta del network. Negli ultimi mesi l’organizzazione ha però cercato di allargare la quantità di fruitori dei propri prodotti mediatici attraverso un uso più attento dei social media, Twitter su tutti, parallelamente ai propri canali tradizionali. Effettivamente è attraverso un account Twitter cheBakhsaruf al-Danaqaluh, leader di seconda linea di AQAP, ha parlato del coinvolgimento della sua organizzazione nella direzione dell’attacco poco dopo la morte dei due fratelli Kouachi. Lo ha fatto con un tweet in arabo, seguito dalla pubblicazione di un file audio da parte dell’imam Harith ibn Ghazi al-Nazari, enigmatico giurisperito sciariatico che si congratula per l’attentato senza però parlare del ruolo di AQAP nella sua preparazione. Il coinvolgimento di AQAP in Yemen pare quindi abbastanza certo, anche se colpisce la timidezza nel riconoscimento di un’azione certamente mediaticamente esplosiva.

Kouachi parla esplicitamente di Al-Qaida nella Penisola Arabica come suo mandante e del suo addestramento in Yemen avvenuto, secondo lui, a spese dello storico leader dell’organizzazione e cittadino americano-yemenita Anwar al-Awlaki. Una cosa da non sottovalutare nella sua rivendicazione è la totale mancanza di riferimenti all’azione di Coulibaly o allo Stato Islamico, come se non fosse a conoscenza di ciò che nello stesso momento accadeva a Parigi nel ristorante Kosher.

Insomma, tra le molte note misteriose di questa tragedia c’è sicuramente anche la strana gestione dei media da parte delle organizzazioni che più di tutti avrebbero avuto interesse a sfruttare propagandisticamente l’avvenimento.

La presunta “competizione” nella galassia jihadista tra al-Qa’ida e lo Stato Islamico è un ulteriore tassello utile a ricomporre il mosaico degli attentati di Parigi. Nei giorni seguenti si è molto parlato del pericolo di azioni condotte dai forign fighters di ritorno dai teatri di guerra mediorientali. Tuttavia, sempre secondo l’ISPI, 7 gennaio:

Il fatto che non siano i tanto temuti foreign fighter di ritorno dalle fila dell’ISIS ma piuttosto membri dell’organizzazione rivale Al-Qaeda apre uno scenario di confronto militare e mediatico senza precedenti fra le tue organizzazioni. Un conflitto non più confinato ai deserti e alle montagne della Siria, dell’Iraq o dello Yemen ma che è arrivato nel cuore dell’Occidente.

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2 thoughts on “Charlie Hebdo, dubbi sulla rivendicazione

  1. Per poter raccontare e sperare di orientarsi, noi tutti usiamo le sigle che costoro si danno, ma forse gli immigrati in Europa che hanno raggiunto la soglia della sopportazione – per l’esclusione economica e culturale, la diffidenza, e spesso gli attacchi xenofobi – sentono il richiamo di Al Baghdadi : attaccare i “crociati” ovunque essi siano. Così che per tutti noi … ” Quando camminerete per le vostre strade guardandovi intorno, a destra e a sinistra, pieni di paura”- Non occorre aver fatto giuramento a quella o quell’altra sigla, aver ricevuto ordini e mezzi.

    Mi chiedo quanto siano saggi i propositi di vietare le partenze verso i luoghi jihadisti, è mettere la rabbia, che abbiamo in casa, dentro una bottiglia senza chiedersi se prima o poi scoppierà. Quì e lì, mentre i media ci fanno guardare là.

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