Tor Sapienza: come la periferia è diventata sinonimo di degrado

I recenti fatti di Tor Sapienza narrano la storia di un equivoco e di un fallimento. L’equivoco è che gli episodi di violenza siano espressione di rigurgiti razzisti, mentre alle radici della rabbia c’è in realtà il disagio profondo di vivere in periferia. Il fallimento è della politica, locale e nazionale, che i quartieri di periferia li ha prima creati e poi abbandonati a se stessi, affidandone la sorte più al caso che alla ragione.

Alle origini del degrado, l’utopia comunitaria

Era il 1955 quando Pier Paolo Pasolini pubblicò Ragazzi di vita, romanzo incentrato sul mondo delle borgate della capitale. Conglomerati di case popolari fatti costruire per levare i poveracci da sotto gli occhi della Roma bene, tuttavia capaci di conservare ancora l’autenticità del mondo rurale. Realtà marginale rispetto alla Roma della Dolce vita ma non ancora corrotta dal consumismo. Spazio degradato, ma animato da un cuore pulsante. Non mancavano lotte e rivendicazioni per avere più diritti e più servizi e per le strade si respirava una cultura urbana capace di immaginare una città unita e solidale.

Erano gli anni in cui l’idea giusta e sacra di dare un tetto ad ogni cittadino imponeva decisioni rapide, immediate, disgraziatamente poco orientate a considerare gli effetti remoti che quelle scelte avrebbero avuto. Anni in cui esigenze abitative della classe operaia e la grande speculazione immobiliare trovavano un punto d’incontro nell’azione di architetti, urbanisti e progettisti, allora considerati “progressisti”, ispirati al modello sovietico della città-domitorio. Annebbiati dall’utopia di poter dare un ordine al mondo, cui si sommava – non senza contraddizioni – l’ideale del consumo di massa, i pianificatori del tempo hanno aggiunto nuovi pezzi di città in aree che sarebbero dovute rimanere campagna, senza mai preoccuparsi di colmare gli squilibri che andavano creandosi tra centro e periferia.

Oggi, nella Città Eterna, la Grande bruttezza fa rima proprio con le periferie. Le vecchie borgate si sono fatte a loro volta città ma dello spirito delle origini non vi è più traccia. Ai grigi palazzoni tutti uguali si sono affiancati i centri commerciali mentre i vecchi muri che separavano i ricchi dai poveri sono scomparsi. Ma è scomparsa anche la speranza di riscatto sociale che il romanzo di Pasolini auspicava, sostituita dalla desolazione di vaste aree isolate rispetto al resto della capitale, dove un grande numero di persone economicamente in difficoltà sopravvive nel degrado che si è fatto routine.

Speranze tradite e guerra fra poveri

E sempre qui, nelle zone marginali, ai poveri si aggiungono nuovi poveri. Solo Tor Sapienza annovera tre centri per rifugiati politici, altrettanti residence destinati all’emergenza abitativa, tre falansteri occupati abusivamente, un campo rom e una moschea. Colonie di nuovi disperati sistemati al riparo dai quartieri più “in”, dove le amministrazioni centrali e locali, di ogni epoca ed etichetta politica, hanno individuato il “non luogo” adatto alle strutture improponibili altrove.

I giornali hanno scritto che al centro delle proteste nel quartiere capitolino c’è uno dei tre centri in questione, quello di via Giorgio Morandi. Ma la verità è che al centro delle proteste c’è tutto il resto. Non c’entra il razzismo: c’entra la frustrazione di chi, ribellandosi alla violazione quotidiana dei propri diritti, finisce purtroppo per negarli ad altri, ancora più disgraziati; o più semplicemente ha ingoiato il boccone amaro di tante, troppe speranze disattese.

Nei primi anni Duemila l’allora giunta Veltroni chiese ai bambini della capitale di disegnare come volevano che fosse la loro città. Ma è proprio nei tre lustri che vanno dal 1993 al 2008, sotto la guida del centrosinistra, che la superficie urbanizzata di Roma è praticamente raddoppiata. Si sono costruiti nuovi quartieri e grandi centri commerciali, si sono scavati il foro della Pace e quello di Traiano, si sono pedonalizzate diverse piazze, si sono inaugurati mercati e parcheggi, si è molto investito sulla stazione Tiburtina così come si è in procinto di fare sulla stazione Termini, sono nati due nuovi musei (Maxxi e del Macro) e soprattutto, è stato approvato un nuovo piano regolatore. Ma nessuno ha pensato la città in maniera complessiva. Le periferie romane, come quelle della gran parte dei centri urbani di dimensioni maggiori, si scoprono essere troppe e ingovernabili, con l’aggravante di essere state edificate svuotando le casse dei comuni in nome degli interessi particolari a scapito, come sempre, di quello generale.

I bambini a cui ieri si demandava di immaginare la città del futuro sono i giovani adulti che oggi protestano davanti al centro di via Morandi; alcuni precari, altri disoccupati, tutti, comunque, delusi da anni di promesse mai mantenute. Delusi di vivere in una capitale nettamente spaccata in due: da una parte la Roma del centro, dei palazzi istituzionali, dei quartieri buoni e delle linee metro che ti accompagnano fin sotto casa; dall’altra la sconfinata periferia dove le corse degli autobus vengono tagliate e i presidi democratici sono sempre più rari.

Miope ieri, cieca oggi: come la politica (non) affronta il problema

Generalmente le periferie non portano voti, almeno non “in tempo di pace”. Ma quando un fuoco si accende la politica comincia a soffiare da fronti opposti, perché il disagio produce consenso e la rabbia è sempre un’ottima cassa di risonanza. Poco importa che così si rischia di far divampare un incendio. Ma che importa? Per fare propaganda, basta trovare un nemico e promettere alla gente di proteggerla da esso. Ecco perché “zingaro” sarà probabilmente una delle parole chiave delle prossime campagne elettorali, mentre le criticità dei quartieri, quelle vere, restano ammassate in uno sconfinato elenco che nessuno si azzarda a prendere in mano.

Dai Palazzi del potere, in teoria distanti una quindicina di chilometri da qui ma per certi versi più lontani di Plutone, dopo i primi servizi dei tg è subito partita la scontata transumanza di onorevoli, tutti pronti ad ascoltare le richieste dei cittadini verso cui sono stati sordi fino a ieri. E giustamente i cittadini li respingono, non fa differenza che si tratti dell’irruente Borghezio o della ruspante Taverna. Perché lì ai confini della Roma conosciuta la presenza di politici è inversamente proporzionale a quella della Politica, intesa sia nella sua essenza di politikḗ tékhnē, arte di governare.

Renzo Piano sostiene da anni che all’origine del degrado urbano ci sia proprio la separazione tra centro e periferie, l’idea che le une siano il luogo dell’identità e le altre quelle dell’anonimato. “C’è bisogno di una gigantesca opera di rammendo”, afferma l’architetto. Riportare alla legalità i quartieri suburbani non può avvenire senza interventi pubblici volti a risanare il tessuto sociale che vi abita, partendo dai bisogni primari delle persone e interloquendo con loro, poiché la qualità della vita dipende dall’ambiente che ci circonda.

Qui sta il ruolo che la politica non riesce ad interpretare. Se ieri essa è stata miope, erigendo senza lungimiranza questi quartieri destinati a sicura emarginazione e degrado, oggi si dimostra completamente cieca: mai c’è stata distanza più ampia tra la popolazione e una classe dirigente che non riesce a capirne le priorità. In questi giorni si parla addirittura di depenalizzare il resto di occupazione abusiva di case, in un contesto dove l’abusivismo dovuto all’emergenza abitativa contribuisce ogni giorno di più ad alimentare il cronico deficit di legalità. Così il malcontento germoglia assieme allo spettro della “guerra fra poveri”, nel grande deserto creato dall’abbandono delle nostre città da parte di chi non ha saputo amministrarle.

 

* Scritto per The Fielder

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