Dietro il golpe in Burkina Faso

Era dalla morte del grande presidente Tomas Sankara (1987) che il Burkina Faso non balzava in cima alla gerarchia delle notizie. L’occasione è data al caos politico conseguente alle dimissioni, lo scorso 3 novembre, del capo di Stato Blaise Campaoré, le cui manovre per potersi ricandidare alle elezioni presidenziali attraverso un emendamento costituzonale hanno innescato violenti manifestazioni di piazza. Ma la rinnovata attenzione internazionale verso l’ex Alto Volta ha ben altre radici, che affondano nella crescente importanza sul piano economico e geostrategico rivestita dal Paese subsahariano.

Tre golpe in quattro giorni

Succede tutto in pochi giorni. Giovedì 30 ottobre l’Assemblea Nazionale è chiamata a pronunciarsi su una controversa modifica alla Costituzione, per permettere al presidente Compaoré – al potere dalla scomparsa di Sankara e del cui assassinio è considerato il responsabile – di ripresentarsi alle elezioni del 2015 per un nuovo mandato.

Le proteste sono in corso già da due giorni, con tanto di assedio all’edificio dell’Assemblea e annessa repressione da parte della polizia. Tra il 29 e il 30 ottobre si erano diffusi i timori di un colpo di stato e si era parlato di trattative in corso tra i militari. A mezzogiorno di giovedì il governo cede alle richieste e il governo annulla il progetto di modifica della Costituzione e invita la popolazione alla calma, ma l’ondata di violenza continua. In serata il generale Honoré Traoré, capo di Stato maggiore delle Forze armate del Burkina Faso, decide di prendere in mano la situazione annunciando lo scioglimento del governo e del parlamento e la formazione di un esecutivo di transizione fino a quando (entro un anno) non verrà ristabilito l’ordine costituzionale.
Siamo al colpo di Stato.

Messo alle strette, Compaoré prova a riaffermare la sua autorità rifiutando di dimettersi formalmente dalla presidenza fino alla sera del 31 ottobre. Nel frattempo gli esponenti dei vari partiti di opposizione rifiutano di accettare l’iniziativa di Traoré. Il 1° novembre è un altro leader militare ad assumere la carica. Si tratta del tenente colonnello Isaac Zida, vicecomandante della guardia presidenziale. Le notizie da Ouagadougou affermano che Zida ha fatto arrestare l’autoproclamato presidente e ne ha preso il posto, esibendo il consenso dei militari in un documento firmato dallo stesso Traoré.
Secondo capovolgimento al vertice.

Zida assume il potere dopo aver superato la concorrenza dell’ex generale Kouamé Lougué, appoggiato della folla. La giornata del 2 novembre si apre con massicce manifestazioni di protesta contro Zida, seguite da due distinte iniziative da parte di Lougué e di Sanan Sérémé, rappresentante dell’opposizione, presso gli uffici della televisione di Stato per la loro proclamazione a capi del processo di transizione. In realtà la televisione non è in grado di trasmettere a causa dei danni subiti nelle manifestazioni precedenti e in ogni caso la sede viene presto sgomberata dalle forze armate. Particolare curioso: Sérémé dichiara che non aveva intenzione di fare alcun annuncio e di essere stata portata negli studi a forza.
E siamo al terzo golpe (stavolta mancato) in quattro giorni.

Zida a questo punto prende atto di non avere un grande margine di manovra, perché alle vicissitudini interne si aggiunge anche la pressione internazionale. Il 3 novembre, dopo un’incontro con i diplomatici stranieri, il nuovo presidente ad interim promette che l’esercito cederà il potere ad un’autorità di transizione civile vicina al popolo. Il processo di transizione, dice, sarà guidato da un leader che abbia consenso, aggiungendo però che tutto si svolgerà sotto l’occhio attento dei militari, in qualità di “garanti” della quiete. Da qui l’annuncio di nuove elezioni per l’anno prossimo.

Le mani sul forziere

L’emendamento di Campaoré è stato solo l’innesco: il combustibile della protesta, come in altri casi analoghi, sono il malcontento e la frustrazione verso un regime corrotto ed incapace di provvedere ai bisogni della popolazione. Se da una parte il partito di governo ha ottenuto il 55% dei voti alle legislative del 2012, e alle municipali del 2013 si è spinto oltre il 66%, dall’altra non si può negare che l’opposizione sia riuscita a innescare la protesta facendo leva soprattutto sulla voglia di cambiamento dei giovani, che chiedono in massa il ringiovanimento della classe dirigente.

L’età media della popolazione è di poco inferiore ai 17 anni; oltre il 60% dei 17 milioni di abitanti del Paese ha infatti meno di 25 anni. Una massa di giovani che vive in maggioranza nelle campagne, che sinora non è mai stata governata da un presidente diverso da Compaoré e che deve fare i conti con condizioni di vita sempre più difficili. Il tasso ufficiale di disoccupazione è del 77% e il Paese è 183esimo su 186 dell’indice del tenore di vita mondiale.

L’impressione è che in Burkina Faso si stia consumando una resa di conti tra fazioni all’interno delle forze armate, in cui almeno per il momento ha prevalso Zida. Non sembrano del tutto estranei ai fatti nemmeno il “re” di Ouagadougou, il capotribù Mossi (l’etnia maggioritaria del Burkina Faso), considerato la maggiore autorità morale del Paese, e naturalmente gli inviati delle organizzazioni internazionali (Onu, Unione Africana, Ecowas) e gli ambasciatori di Francia e Usa. A molti è sembrato di rivedere uno scenario già conosciuto in Egitto: la nomenclatura al potere avrebbe approfittato dell’impeto della protesta di piazza per procedere ad un golpe interno al regime, sostituendo il vecchio patriarca per salvaguardare il resto del suo sistema di potere, le cui redini sarebbero passate nelle mani di qualche ex fedelissimo del presidente.

Governare il Burkina Faso significa mettere le mani su un vero e proprio forziere. L’ex Alto Volta è primo produttore al mondo di cotone ed è ricco di giacimenti auriferi. Negli ultimi anni la produzione di oro e altri minerali come granito, marmo, fosfato, cemento, dolomite e pomice s’è accelerata. Allo stato attuale il Burkina Faso è il quarto maggiore produttore di oro in Africa, con almeno sei grandi miniere in funzione. Una delle principali aziende coinvolte nell’estrazione è la canadese Orezone Gold Corporation, presente nel Paese dalla fine degli anni ’90. In uno studio commissionato dalla compagnia nel 2011 si afferma che il Burkina Faso è al sesto posto come potenziale per la produzione di minerali, compreso l’oro. Ricchezze  cui proventi, tuttavia, alimentano una ristretta élite senza venire suddivise presso la maggioranza dei lavoratori, contadini e giovani.

Africa, terra dei presidenti eterni

Il caso di Campaoré richiama una riflessione dello scrittore franco-tunisino Béchir Ben Yahmed, il quale un anno fa ha dedicato un’approfondita analisi alla prassi, da lui definita un “male africano”, secondo cui non pochi presidenti africani, una volta al potere, cercano di rimanerci il più lungo possibile. Su diciannove presidenti al mondo saliti al potere nel secolo scorso e ancora oggi in sella, sottolineava Ben Yahmed, ben quattordici (oggi tredici, l’altro era proprio Compaoré) sono africani. Lo sono otto dei dieci capi di Stato che governano da almeno vent’anni e nonché gli unici quattro presidenti al mondo che sono al potere da più di  trenta.

In Africa nessuno, a parole, nega l’avanzamento dei processi di democratizzazione: si tengono elezioni nella maggior parte dei Paesi del continente e formalmente esistono tutte le istituzioni di garanzia proprie dei sistemi democratici. Eppure la separazione dei poteri è pressoché sconosciuta, gli appuntamenti elettorali sono sistematicamente accompagnati da dubbi in merito alla loro regolarità e la figura dell’”uomo forte”, che aggrega tutto e tutti introno a sé continua a dominare la vita politica delle “democrazie” africane.

Queste anomalie sono l’espressione più cruda di svariati fenomeni in corso nel Continente nero, per lo più esogeni. Accanto all’avidità dei singoli e delle loro cricche, la riluttanza degli uomini forti a cedere il potere è di fatto incoraggiata dalle grande potenze sia tradizionali (Europa ed Usa) che emergenti (Cina e gli altri Brics), i cui obiettivi in terra d’Africa sono molteplici: accesso alle materie prime, lotta al terrorismo, conquista di zone d’influenza per il monopolio delle fonti energetiche globali. E’ una costante storica che la politica africana venga decisa o quanto meno influenzata dall’esterno.

Il Burkina Faso di Campaoré è stato uno degli esempi più “riusciti” di questo paradigma. Ouagadougou rappresenta un solido alleato di Stati Uniti e soprattutto della Francia, che ha sempre tollerato il suo regime. Le operazioni militari francesi in Mali e Costa d’Avorio sono partite da qui e questo Paese a maggioranza musulmana è la base della lotta al tjihadismo nel Sahel. Dall’altra parte, l’abilità del presidente a tessere rapporti internazionali lo ha portato a guadagnarsi anche i favori di Pechino, a cui aveva recentemente concesso lo sfruttamento di importanti giacimenti auriferi.

Campaoré ha fatto mediatore in varie crisi dell’Africa occidentale, da quella ivoriana a quella guineana, si è presentato come custode e garante della pace regionale e tanto è bastato per essere accreditato come un “leader affidabile” sul piano internazionale, facendo dimenticare il suo peccato originale (l’assassinio di Thomas Sankara) e l’eterno ultimo posto del Burkina Faso nelle classifiche mondiali dello sviluppo.

* Scritto per The Fielder

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