Il lungo inverno che attende l’Ucraina

In Ucraina (o almeno in quel che ne resta) il Blocco Poroshenko, costituito dal partito Solidarietà del presidente in carica e da Udar di Vitaly Klitschko ha preso il 22% dei voti, superato di tre decimi dal Fronte Popolare del premier Arseniy Yatseniuk, primo partito su base nazionale. Ottimo risultato di Samopomich del sindaco di Leopoli, Andriy Sadovy, che con il 10,99% è stato il terzo partito più votato. Restano fuori dalla Rada le frange nazionaliste ed estreme di Praviy Sektor e Svoboda. Fuori anche i comunisti, mentre il partito di Yulia Tymoshenko ha varcato di poco la soglia di sbarramento.

Unanime il coro della stampa europea nel salutare l’esito del voto positivamente: europeiste sono ora cinque delle sei formazioni elette nella Rada, il 40% complessivo del duo Poroshenko-Yatseniuk rafforza la leadership al potere e il crollo degli estremisti fa dell’Ucraina uno dei paesi europei con la minore componente ultranazionalista.

In realtà si tratta di una lettura miope e superficiale. Innanzitutto perché ha votato il 52,42% degli aventi diritto: poco per un Paese chiamato a decidere del proprio futuro. La disaffezione dei cittadini ucraini si può spiegare con la sfiducia verso una classe dirigente che dalla scorsa primavera non è stata capace di abbozzare una soluzione ai problemi economici e sociali che attanagliano il Paese. Il presidente e il premier non hanno sfondato, dato che il 22% ciascuno equivale, sul totale dell’elettorato, all’11%.

Al momento i due hanno più potere che consenso. Per governare dovranno formare una coalizione con altri partiti, che in ogni caso sarà meno stabile di quanto si creda. Benché noi che siamo abituati ad includerli entrambi nel calderone dei “filoeuropei”, senza cogliere opprtunamente differenze e sfumature, divergenze tra i due leader ce ne sono eccome. Il primo ministro è sempre stato intransigente nei confronti di Mosca e dei separatisti, a differenza di Poroshenko che si era detto disponibile a negoziare un piano di pace per il Donbass. Appena giunto al potere, Yatsenyuk ha firmato il decreto che revocava ufficialità al bilinguismo in Ucraina, ha annunciato una imminente e radicale riforma delle autonomie locali, volta a revocare privilegi ai russofoni del Donbass, e fin dai primi colpi di cannone ha ribadito la necessità di soffocare la rivolta a qualsiasi costo. Poroshenko, al contrario, si è via via ammorbidito, sedendosi al tavolo delle trattative che ha prodotto gli accordi di Minsk.

Tuttavia, Yatseniuk rimane molto apprezzato al di qua dell’ex Cortina di ferro in ragione della sua ostentata visione liberista, la cui ricetta per uscire dalla crisi si sostanzia in un mix di privatizzazioni e manovre lacrime e sangue che ben si sposano con il pensiero tuttora dominante a Bruxelles. A Mosca, invece, il suo exploit è stato accolto con disappunto.

Sullo sfondo di questo dualismo al vertice, la Rada è attraversata da incertezze tali che potrebbero presto minare il percorso verso la pacificazione. Le correnti radicali dei che non vogliono la pace con l’Est faranno sentire il proprio peso sull’azione di governo. E, sull’altro fronte, al momento l’Est non ha intenzione di cedere ed è persino riuscito a far eleggere un gruppo di filorussi: si tratta del Blocco d’Opposizione guidato da Yuriy Boiki e formato dagli alleati del presidente deposto Viktor Yanukovych, che ha ottenuto il 9,77%. Infine l’assemblea nasce già mutilata. Ventisette seggi sono infatti rimasti vacanti, perché assegnati ai distretti delle regioni di Donetsk, Luhansk e Crimea, dove operazioni di voto non si sono svolte.

La situazione nell’Est

Dall’altra parte, le elezioni locali nelle due autoproclamatesi repubbliche popolari di Donesk e Lugansk, anticipate dal 7 dicembre al 2 novembre, si sono svolte all’insegna di una campagna elettorale a dir poco rudimentale. A Donetsk, ad esempio, erano presenti due soli partiti: il Movimento sociale per il Donbas libero (31,65% dei voti), di cui facevano parte i partecipanti alla prima ondata di proteste nella regione, secondo alcuni stato sostenuto dal miliardario Rinat Akhmetov per fare pressione sul governo di Kiev, e la Repubblica di Donetsk (68,35%). A Lugansk erano tre: Pace per la regione di Lugansk (69,42%), Unione Economica di Lugansk (22,23%) e Partito popolare (3,85%). Per la cronaca, i due leader usciti vincitori sono rispettivamente Alexander Zakharchenko a Donetsk con oltre il 78% dei voti e Igor Plotnitsky a Lugansk con il 63%.

Le elezioni nell’Est sono state tenute in violazione degli accordi di Minsk. Ciò non è piaciuto al governo di Kiev, la cui reazione è stata immediata: la riunione di emergenza del Consiglio di Sicurezza ucraino tenutasi nei giorni seguenti ha deciso la cancellazione della legge che concedeva uno status giuridico di autonomia alla regione del Donbass, provvedimento adottato proprio allo scopo di dissuadere i separatisti dall’organizzazione di elezioni locali non autorizzate. A breve chiuderanno anche tutti i servizi pubblici, compresi i servizi finanziari e bancari, in virtù di una serie di decreti del presidente Poroshenko.

Intanto si registra una ripresa delle attività militari. L’aspetto più preoccupante è che alcuni giornalisti presenti sul campo hanno visto con i loro occhi dei convogli militari avanzare nella regione, evidentemente provenienti dalla Russia. La Nato si sbilancia: non solo Mosca ha inviato le sue truppe in Ucraina, ma sta ammassando soldati alla frontiera. Fonti della sicurezza ucraina parlano di ottomila soldati russi sul loro territorio, nonostante le ripetute (e poco credibili) smentite ufficiali delle autorità russe. La Russia vuole stabilire una continuità territoriale tra la Crimea annessa in primavera e le regioni dell’Est controllate dai secessionisti, mossa che permetterebbe a Mosca di controllare nordorientale tutta la costa del Mar nonché di rifornire la penisola di Crimea via terra.

Nel frattempo, a Mosca

La domanda è se Putin voglia passare all’offensiva per davvero. Ne avrebbe la forza militare, ma che dire di quella politica? Il presidente russo ha lasciato anzitempo il vertice del G20 di Brisbane, infastidito dai rimproveri occidentali sull’Ucraina. Egli sa di avere alcune carte da giocare: Washington ha bisogno del sostegno diplomatico del Cremlino sulle questioni mediorientali (Isis e nucleare iraniano), mentre Bruxelles non può fare a meno delle forniture energetiche di Mosca e dei mercati di sbocco che un’area da quasi 200 milioni d’abitanti può offrire. Tuttavia questo approccio aggressivo sta già mostrando tutti i suoi limiti. la posizione diplomatica di Mosca è sempre più compromessa, ed altre sanzioni economiche sono in arrivo proprio mentre il rublo è in caduta libera e l’inflazione galoppa.

Al momento l’unica l’alternativa possibile sembra essere il mantenimento dello status quo, con le regioni dell’Ucraina orientale che opererebbero una secessione di fatto sul modello di Abcasia ed Ossezia del Sud, senza alcun riconoscimento internazionale ma con l’appoggio economico e militare di Mosca. Non certo la soluzione migliore, ma l’unica realisticamente proponibile in attesa di sedersi intorno ad un tavolo alla ricerca di un compromesso.

Conclusioni

Dalle elezioni ufficiali è uscito un mosaico complesso, che ha confermato e insieme disatteso le previsioni della vigilia; da quelle nell’Est, invece, è emersa per l’ennesima volta l’intenzione di sfidare il potere centrale di Kiev. Mosca continua a soffiare sul fuoco, sfruttando a suo favore l’indecisione di Europa ed Usa sul da farsi. La tregua conclusa il 5 settembre tra Kiev e i ribelli separatisti è sempre più a rischio, mentre lo spettro del default si fa sempre più incombente. Ad un anno dalle prime manifestazioni di piazza – seguite alla mancata firma dell’Accordo di Associazione con l’UE – che diedero avvio alla crisi attuale, la situazione politica sui due fronti dell’Ucraina permane in uno stato d’incertezza.

* Scritto per The Fielder

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