Anche l’aramaico tra le vittime dell’ISIS

La brutalità medievale che fa da eco all’avanzata dello Stato Islamico in Iraq minaccia non solo la popolazione locale ma anche la cultura. Distruzioni di moschee e monumenti seguono di pari passo decapitazioni ed esecuzioni di massa al fine di spingere intere comunità ad arrendersi senza combattere. All’inizio dell’estate il Ministro del Turismo di Baghdad quantificava in circa 4.370 i siti distrutti dai jihadisti tra Mosul, Diyala, Kirkuk, Anbar e Salahuddin; bollettino impossibile da aggiornare vista la difficoltà di reperire informazioni dai luoghi occupati. Tuttavia l’emergenza culturale non riguarda solo simboli religiosi e località archeologiche: in pericolo c’è anche una delle più lingue più antiche del mondo, l’aramaico.

Ascesa e caduta della lingua di Gesù

A metà agosto un lungo articolo su Foreign Policy a firma di Ross Perlin ha lanciato l’allarme su quella che considera “una crisi culturale di proporzioni storiche”. In sintesi, l’aramaico (da non confondere con l’amarico, parlato in Etiopia) è una lingua del ceppo semitico, come l’arabo e l’ebraico, originariamente parlata da un popolo nomade, gli Aramei, che tremila anni fa stazionava nelle terre levantine dove oggi sorge la Siria. La sua ascesa iniziò nel VII secolo a.c., quando venne adottato come lingua amministrativa del nascente Impero Assiro, status che conservò anche in seguito, sotto l’Impero Babilonese prima e quello Persiano poi. L’importanza rivestita nei legami commerciali tra Oriente e Occidente, nonché nella diplomazia e nella vita quotidiana, rese l’aramaico la lingua franca dell’antichità, e la sua importanza non fu scalfita neppure quando l’arrivo di Alessandro Magno portò con sé l’uso del greco. È la lingua in cui furono in origine scritti il Talmud e parte del Libro di Daniele e del Libro di Esdra., ed è anche quella che presumibilmente parlava anche Gesù, che secondo il Vangelo di Matteo domandò sulla croce: “Eli, Eli, lama sabactanì?” (“Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?”).  Oggi l’aramaico vanta una tradizione scritta dispiegata lungo tremila anni di storia: in tutto il mondo solo il cinese, l’ebraico e il greco possono vantare tanto.

Terminati i fasti dell’antichità, esso rimase la lingua madre di gran parte delle popolazioni del Mediterraneo orientale, benché frammentato in una varietà di dialetti spesso non intellegibili tra loro. L’arrivo degli arabi ne inaugurò il declino, ma il primo vero colpo alla sua esistenza sarebbe stato assestato solo in epoca recente, nei primi decenni del secolo scorso. La caduta dell’Impero Ottomano, in conseguenza della Grande Guerra, e la diffusione del movimento dei Giovani Turchi, ebbe tra le sue conseguenze la pulizia etnica e lo sterminio delle minoranze ancora presenti sul territorio turco. Oltre agli armeni e ai greci, a fare le spese della furia “rinnovatrice” dei nazionalisti furono anche gli Assiri, popolazione cristiana di lingua, appunto, aramaica. Per sfuggire alle persecuzioni, gran parte di loro si rifugiò in Iraq o prese la via dell’America o dell’Europa, mentre i parlanti aramaico di religione ebraica trovarono rifugio in Israele. Nel 1990 si stimava che nel mondo questa antica lingua contasse ancora 500.000 nativi, peraltro in rapida diminuzione. Vari progetti di recupero e salvaguardia della tradizione aramaica – come l’apertura di una facoltà ad hoc presso l’Università di Damasco – sono stati bruscamente arrestati dalla guerra civile siriana. L’arrivo dell’ISIS, secondo alcuni linguisti, potrebbe essere il colpo di grazia.

La guerra alla cultura

Per spiegare le ragioni della crociata jihadista all’aramaico come ad altri simboli antichissimi dobbiamo considerare due aspetti. In primo luogo, non possiamo prescindere da una breve indagine sociologica sul loro significato. Le vittime di queste epurazioni non sono soltanto i luoghi storici sacri a molti iracheni, ma l’identità collettiva di questi ultimi. Spazzare via lingue, monumenti e ogni altro richiamo a tradizioni antichissime, significa fare piazza pulita degli elementi intorno ai quali una comunità ha costruito e tramandato il suo stesso modo di stare al mondo. Memoria e ricordo sono simboli di appartenenza sociale, lo scoglio a cui una collettività si attacca per resistere alle tempeste della Storia. Sono ciò che distingue un popolo e lo rende unico rispetto a tutti gli altri.

La distruzione di tali elementi nei luoghi occupati non intende semplicemente ridurre la popolazione alla sottomissione incondizionata verso precetti che sono distanti anni luce dal pensiero di Maometto: l’obiettivo è cancellare ogni altra forma di pensiero al fine di imporre quell’idea distorta e malata dell’Islam di cui l’ISIS si fa alfiere. Più o meno come, nei secoli passati e nei luoghi a noi più familiari, fece la Santa Inquisizione con quei simboli e tradizioni pagani che la mera diffusione del Cristianesimo non era riuscita a soppiantare.

Isis afferma di aver realizzato quel progetto di unità della Umma di maomettana memoria e divenuto un’utopia da quando Mustafa Kemal Atatürk abolì formalmente l’istituzione del Califfato nel 1924. Ha chiesto ai musulmani (sunniti) in tutto il mondo di aderire alla nuova “terra dell’Islam”, dopo averla epurata da sciiti, cristiani e yazidi. Ha imposto obblighi di fedeltà, obbedienza e fedeltà assoluta a chiunque viva nel territorio sotto il suo controllo senza dialogo sociopolitico, perché il Califfato nega la necessità di una politica, della cultura e della libertà. Ha modificato i programmi scolastici vietando l’insegnamento delle scienze umane, dell’educazione fisica e della musica; ha chiuso le scuole femminili e ha vietato alle donne di lavorare, di viaggiare e più in generale di intraprendere qualsiasi attività che le “distragga” dalle faccende domestiche.

Molti si stupiranno di sapere che le prime vittime di questo “genocidio culturale” non sono i cristiani, bensì gli stessi musulmani. In Iraq, come nel resto del mondo arabo, prima di cristiani e yazidi, i primi ad essere presi di mira sono stati i musulmani sciiti. Negli anni scorsi, specialmente in Libia e in Mali, i fondamentalisti sunniti hanno distrutto diversi santuari di diversi esponenti storici dell’Islam locale, principalmente appartenenti a confraternite mistiche sufi (che l’Islam più radicale considerano un’eresia) e venerati soprattutto nella fascia nordafricana. A rischio non solo le minoranze ma è, più in generale, la libertà di cultura e di religione.

Conclusioni

L’articolo di Perlin citato all’inizio sottolinea che “l’estinzione di una lingua nella sua patria è raramente frutto di un processo naturale, ma riflette quasi sempre le pressioni, le persecuzioni e le discriminazioni subite dai suoi parlanti”. Esattamente ciò che sta accadendo in Iraq, dove l’aramaico è vittima della propaganda e dell’azione estrema e totalizzante dello Stato Islamico. Scampata alla furia degli Assiri e alla dominazione di Romani, Arabi e Ottomani, dopo tremila anni la lingua di Gesù potrebbe essere vicina all’ultimo capitolo della sua storia.

* Scritto per The Fielder

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