A Hong Kong si gioca il futuro della Cina

Quelle in corso ad Hong Kong sono le proteste più imponenti organizzate in Cina da quando il movimento per la democrazia di piazza Tiananmen è stato soffocato nel sangue 25 anni fa. Le origini sono note: su concessione di Pechino, nel 2017 gli hongkonghesi potrebbero eleggere a suffragio universale il capo del governo locale (Chief Executive), ma la scelta avverrà tra una rosa di tre candidati selezionati da un nominating committee fedeli al potere centrale, lasciando poco spazio alle speranze di uno scrutinio genuinamente democratico. Centinaia di migliaia di persone sono scese in strada per reclamare il diritto ad un sistema elettorale libero.

Due sono i punti da considerare. In primo luogo, dietro la legittima aspirazione ad una democrazia genuina e l’attivismo sociale si stagliano alcune fondamentali questioni che investono l’identità stessa del “Porto profumato” (questo il significato di Hong Kong in mandarino), e che spiegano le ragioni dell’inconciliabilità tra la posizione dei manifestanti e quella del governo. In secondo luogo, qualunque cosa accada nell’ex colonia avrà conseguenze sul futuro dell’intera Cina.

Hong Kong: genesi, utopia e declino dell’altra Cina

Quando nel settembre del 1982 Deng Xiaoping, l’architetto della Nuova Cina, e Margaret Thatcher iniziarono i colloqui per decidere il destino della colonia, la Lady di Ferro avrebbe voluto mantenerne il possesso oltre la scadenza prevista per il 1997, ma Deng fu irremovibile sul fatto che la sovranità su Hong Kong non potesse più essere discussa. Un secolo e mezzo di presenza britannica avevano plasmato il sistema sociale ed economico della colonia in modo da renderne impossibile l’assorbimento nel caleidoscopio della Cina continentale senza comprometterne le potenzialità.

Pechino aveva bisogno della filiera di relazioni commerciali e finanziarie dell’ex colonia per continuare la sua crescita in doppia cifra, ma per mantenerla era necessario garantire la salvaguardia del sistema nel suo complesso, compresi gli elementi – come la libertà d’espressione e lo stato di diritto – notoriamente estranei alla cultura politica del regime.

Nel 1984 le due parti siglarono la Dichiarazione congiunta sino-britannica, in cui si stabiliva la tabella di marcia da seguire per preparare la colonia alla restituzione. L’accordo garantiva che per 50 anni Hong Kong avrebbe mantenuto le sue istituzioni e le sue leggi, secondo la formula yiguo, liangzhi (un Paese, due sistemi). Ciò ha permesso al governo centrale di guadagnare il consenso dell’élite economica locale e in generale di tutti coloro (mafia compresa) che beneficiano del mantenimento dello status quo.

Ufficialmente il governo cinese non controlla il sistema politico di Hong Kong, ma si avvale di strumenti più o meno occulti per assicurarsi che il governo locale sia fedele. L’attuale architettura istituzionale, nelle sue diramazioni del Legislative Council (Legco, il parlamento locale) e l’Elecion committee (l’organismo finora incaricato di scegliere il Chief executive), valorizza il forte legame tra l’élite economica locale e il governo di Pechino, facendo sì che il capo del governo locale sia sempre quello gradito al governo centrale. Il Partito comunista cinese (Pcc) monitora i suoi abitanti attraverso altri due canali, uno ufficiale (Liaison Office of the Central People’s Government in the Hong Kong Special Administrative Region), che gestisce le relazioni con l’e colonia, e uno ufficioso (Hong Kong and Macao Affairs Office of the State Council), che si occupa di promuovere una propaganda filopatriottica. Inoltre, negli ultimi anni la popolazione di Hong Kong ha assistito ad una progressiva restrizione degli spazi di libertà, tale da far pensare che la Cina voglia anticipare i tempi ed incorporare la città con largo anticipo rispetto alla scadenza del 2047.

In base alla Basic Law, testo quasi-costituzionale dell’ex colonia britannica scaturito dall’accordo del 1984, nel 2017 i cittadini hongkonghesi potranno scegliere il governatore della città a suffragio universale, ma Pechino ha specificato che “solo i candidati patriottici sono eleggibili”, rimangiandosi la precedente promessa di elezioni autenticamente libere.

Le manifestazioni pro democrazia sono iniziate il primo luglio, in occasione del diciassettesimo anniversario della restituzione dell’ex colonia britannica alla Repubblica Popolare Cinese, pochi giorni dopo la pubblicazione di un libro bianco da parte del regime per ribadire alla popolazione che “l’alto livello di autonomia di Hong Kong non è un potere intrinseco, dipende solo dall’autorizzazione data dal governo centrale”. Il movimento Occupy central with with love and peace, costituitosi a fine marzo, ha reagito organizzando a tempo di record un referendum per proporre un metodo di selezione alternativo, ma il governo cinese ha considerato illegale l’iniziativa.

Il Partito comunista cinese, infatti, ha una diversa concezione di democrazia rispetto a noi occidentali sotto un duplice profilo. Innanzitutto la considera una concessione “dall’alto” e non come un diritto originato “dal basso”. Inoltre, per il Pcc la democrazia inizia e finisce nel meccanismo del suffragio universale. Dunque Pechino vede il “governo del popolo” come una mera procedura di selezione dei candidati, e non come primo passo per garantire la formazione di un sistema realmente democratico.

E’ pur vero che ogni popolo ha una sua definizione di democrazia. Per gli americani è stata il miglior involucro per lo sviluppo del capitalismo; per noi europei è stata la chiave d’accesso al benessere sociale. Per gli hongkonghesi, invece, è forse l’ultima opportunità per rimanere il baricentro economico della Cina, ora che  la competitività del “Porto profumato” sta lentamente diminuendo a causa dell’ascesa di Shenzhen, Guangzhou e, soprattutto, Shanghai.

Perché Hong Kong ha bisogno di democrazia

Quando fu restituita alla Cina, Hong Kong rappresentava il 15% del Pil cinese; oggi questa percentuale è scesa al 3%. Da un lato per effetto della poderosa crescita dell’economia del Dragone, ma dall’altro perché il suo ruolo di centro finanziario e di porta d’accesso privilegiata al mercato cinese si è ridimensionato.

Recentemente il governo cinese ha avviato a Shanghai una zona pilota di libero scambio, un porto franco dove vengono liberalizzati i flussi di capitali e lo scambio di merci transfrontaliere, in aperta concorrenza ad Hong Kong. Non si tratta di una novità, visto che le due megalopoli competono almeno da un decennio, ma adesso l’obiettivo del governo è chiaramente fare di Shanghai la nuova punta di diamante dell’economia nazionale. Il “Porto profumato” resterà ancora importante per l’Impero di Mezzo, ma potrebbe essere relegata ad un ruolo secondario. In concreto, significherebbe salvaguardare gli affari per l’élite economica ma non le opportunità per la gente comune, che già oggi paga sulla propria pelle il crescente aumento delle diseguaglianze.

Alla questione economica si affianca quella identitaria. Dopo la restituzione, i giovani di Hong Kong avrebbero dovuto essere educati a diventare cinesi, ma i sentimenti di molti si sono mossi in direzione diametralmente opposta. Gran parte dei manifestanti che riempie le strade in questi giorni non si sente cinese in quanto “membro di quella determinata società” e perciò soggetto a “quelle determinate regole”. Essi sentono Hong Kong come la propria casa, non la Cina continentale; e sentono ancor meno proprio il “governo cinese”. A differenza dei cittadini di Macao, cinesi a tutti gli effetti, loro si considerano “hongkoners”. Etnicamente sanno di essere cinesi (Han, per la precisione), ma non si riconoscono tali in quanto a storia politica. E a definirli “cinesi” si assiste alla stessa reazione che avrebbe uno scozzese a sentirsi chiamare “inglese”.

Il 15 luglio 2012, il neo insediato governatore Leung Chun-Ying ha pronunciato il discorso d’insediamento in cinese mandarino e non anche in cantonese, come i suoi predecessori. Può sembrare un dettaglio trascurabile, ma gli hongkonghesi considerano quel dialetto uno dei tratti distintivi della città rispetto alla Cina continentale. Rinunciarvi è parso un chiaro atto di sottomissione a Pechino che la popolazione non ha apprezzato. Il primo passo verso l’erosione della sua autonomia.

I dilemmi di Pechino

Davanti all’ondata di contestazione pacifica il Partito comunista non sa ancora bene cosa fare. Nel senso che stavolta non può risolvere il problema cercando una soluzione che favorisca unicamente i suoi interessi. Naturalmente questa soluzione comprenderebbe anche l’uso della forza, come già avvenuto nel 1989. Ma Hong Kong non è Tiananmen (la città può contare su istituzioni e leggi proprie) e la Cina di oggi non è quella di ieri, e la crisi scatenata da un’eventuale repressione violenta avrebbe conseguenze disastrose per l’immagine del Dragone nel mondo. Senza contare che il tracollo della borsa locale, la cui onda lunga si ripercuoterebbe anche su quella di Shanghai, colpirebbe al cuore gli stessi interessi economici cinesi. La forza, insomma, non risolverebbe niente – pare tuttavia che la stia già esercitando attraverso le Triadi, la mafia locale – ma allo stesso tempo il regime non può permettersi il perdurare delle manifestazioni e dell’incertezza.

La soluzione più logica allo stallo politico sarebbe negoziare un accordo formale con i capi del movimento, i quali sanno benissimo di non potersi spingere troppo oltre con le richieste. In teoria potrebbe funzionare, ma non è chiaro che tipo di evoluzione politica i leader cinesi sono pronti a tollerare a Hong Kong, dando per scontato che, prima o poi, il passaggio successivo sarà doverla estendere altrove. Le elezioni libere sono dunque una concessione troppo permissiva per il regime cinese, preoccupato che il resto del Paese possa avanzare rivendicazioni analoghe. A cominciare da Taiwan, il cui status politico rappresenta un capolavoro di ambiguità.

Per queste ragioni l’intera vicenda alimentando un dibattito infuocato al vertice del partito. Da quando è salito al potere due anni fa, il presidente Xi Jinping ha lanciato una massiccia campagna anticorruzione che ha portato all’arresto di almeno trenta alti funzionari (insieme a centinaia di parenti e collaboratori) e al suicidio di altri settanta. Posto che la Cina vanta un apparato burocratico e di potere tra i più corrotti al mondo ma solo alcuni suoi esponenti finiscono sotto la scure della magistratura mentre altri no, le inchieste giudiziarie sono dunque uno dei metodi tipici con cui il regime colpisce i nemici e in generale i personaggi poco graditi (si pensi al caso di Bo Xilai). Se la purga si estenderà potrebbero essere (giustamente) arrestati migliaia di funzionari e in tanti temono di poterne pagare le conseguenze – a parte la famiglia e i collaboratori del presidente, casualmente risparmiati dal repulisti.

Molti esponenti di spicco della gerarchia del Pcc sarebbero felici di vedere Xi indebolito o costretto a fermare la sua campagna anticorruzione. Se il presidente si arrendesse alle proteste di Hong Kong, offrirebbe un pretesto ai suoi nemici per schierarsi contro di lui a difesa del monopolio di potere del Partito, dietro il quale si allunga l’ombra dei loro interessi personali.

Per adesso il regime si affida alla propaganda. Gli eventi di Hong Kong sono descritti dai mezzi d’informazione statali (quando ne parlano) come azioni antipatriottiche di persone manovrate dalle potenze straniere. Molti cinesi non credono a questa versione (a differenza di molti occidentali…), ma la vera domanda è se ci credano o no i vertici. Davanti al malcontento della gente, ogni regime cerca un burattinaio esterno a cui attribuire le colpe dei propri fallimenti, ma la Storia insegna che le paranoie cospirazioniste non sono che un riflesso dell’incapacità di accettare un pensiero diverso.

Conclusioni

Per Pechino ridimensionare il ruolo internazionale di Hong Kong significa affievolire l’eco delle sue richieste democratiche all’estero e (cosa più importante) al suo interno. L’uso della violenza è (al momento) da escludere perché potrebbe rafforzare la protesta anziché reprimerla e il regime non può impedire alla gente di manifestare il proprio dissenso come nel resto del Paese. Tuttavia il Partito oscilla tra due timori: quello di arrivare al punto in cui la pressione popolare farà saltare tutto alle prime avvisaglie di un rallentamento della crescita e quello di far saltare tutto con le proprie mani rifiutando qualunque riforma.

Hong Kong non sarà una nuova Tiananmen, ma il futuro della Cina passa da lì.

* Scritto per The Fielder

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