Boko Haram, da guerriglieri a forza d’occupazione

In agosto Abukabar Shekau, leader della formazione integralista Boko Haram dato più volte per morto – l’ultima lo scorso 24 settembre, e ancor una volta non parrebbe corrispondere a verità – ha pubblicato un video in cui sembra annunciare di aver aggiunto la nascita di un “Califfato islamico” nella città di Gwoza, situata nello stato di Borno non lontano dal confine con il Camerun conquistata nei giorni precedenti. Vari esperti si sono interrogati circa l’esatto significato del messaggio riconducendolo essenzialmente a due possibilità: la proclamazione di un proprio califfato in Nigeria, o l’adesione a quello fondato da ISIS tra Iraq, Siria e Libano.

Secondo Long War Journal Shekau non parla mai di “Califfato”. Nel video il capo jihadista, esprimendosi in un misto di arabo e hausa, non utilizza affatto questo specifico termine. Egli dice che lui e i suoi seguaci appartengono allo “Stato dell’Islam” e che non riconoscono la Nigeria come uno stato-nazione, ma cita l’Iraq solo di sfuggita senza però menzionare direttamente lo Stato Islamico creato da al-Baghdadi.

La portata del videomessaggio sta nella significativa evoluzione nella strategia di Boko Haram, capace ora di prendere e controllare spazi sempre più vasti del territorio nigeriano e dei Paesi vicini, strappandoli alle forze di sicurezza regolari in operazioni di conflitto simmetrico.

La violenta ascesa

Boko Haram nasce nel 2002 a Maiduguri, capitale dello stato di Borno, su iniziativa di Mohammed Yusuf, carismatico leader religioso fondatore di una moschea e una scuola islamica. è basato prevalentemente nel nordest della Nigeria, una delle regioni più povere del paese. Inizialmente focalizzato sull’opposizione all’educazione occidentale, negli anni il gruppo diventa sempre più violento. I primi attacchi risalgono al 2009, ma l’attività terroristica si intensifica a partire dall’aprile del 2011, quando alla presidenza del più popoloso Paese africano è stato eletto il cristiano Goodluck Jonathan. Per fronteggiare la minaccia, nel maggio 2013 il presidente ha dichiarato lo stato di emergenza, ma ad un anno e mezzo di distanza l’opera di contrasto a Shekau e soci può dirsi sostanzialmente fallita, nonostante il governo centrale dedichi oltre un quarto del bilancio federale alla lotta contro il terrorismo – denaro che tuttavia finisce in gran parte nelle mani di funzionari corrotti.

Oggi Boko Haram dirige sempre più attacchi contro i civili inermi. Secondo l’istituto di ricerca IHS, tra gennaio 2010 e marzo 2013 i ribelli uccidevano in media 2,9 persone per attentato, mentre tra aprile 2013 e maggio 2014 la cifra è salita a 17,7; oggi la media è di 27,9 decessi. Il movimento uccide più persone per singolo attacco di tutte le organizzazioni terroristiche islamiche del mondo. Per la sua brutalità, l’organizzazione di Shekaku è stata disconosciuta dalla stessa al-Qa’ida, cui purtuttavia resta formalmente affiliata.

E’ interessante notare come l’area operativa di Boko Haram si sia significativamente contratta nel corso dell’ultimo anno e mezzo. La maggior parte degli attacchi in tutto il 2013 e all’inizio del 2014 si è concentrata nel Borno, dove il gruppo è nato e mantiene ancora oggi i suoi principali appoggi logistici.

L’aspetto più preoccupante è la crescente tendenza a colpire nel mucchio, indiscriminatamente, cercando di fare più “rumore” possibile dal punto di vista mediatico. Con un’ondata di attentati, omicidi e rapimenti (il più eclatante è stato quello di 276 studentesse a Chibok, lo scorso 15 aprile, che ha ispirato la campagna #bringbackourgirls) Boko Haram miete vittime sia tra nigeriani cristiani che – è bene sottolinearlo – tra musulmani, e recentemente anche tra gli stranieri. A maggio un attacco ad un cantiere di operai cinesi in Camerun ha provocato la morte di uno di essi e il rapimento di altri dieci, lanciando un chiaro messaggio a Pechino: nessuno è immune dai raid di jiahdisti.

Il salto di qualità

Se Boko Haram ha inasprito sempre di più i mezzi è perché col tempo ha modificato i suoi fini. Inizialmente l’obiettivo degli integralisti era destabilizzare il governo centrale di Abuja attraverso una guerriglia condotta nelle aree urbane e suburbane in gran parte del nord della Nigeria. Con la conquista di importanti località a partire dallo scorso aprile – tra cui Bama e Damboa, provocando la fuga di più di decine di migliaia di persone – il gruppo è passato dall’esecuzione di attentati sanguinari alla pianificazione di vere e proprie azioni di guerra convenzionale. 

La città di Damboa è stata presa con un attacco frontale. Qui, secondo gli osservatori, Boko Haram ha schierato una divisione di combattenti contro le forze di sicurezza governative, addestrata e diretta con indubbia capacità di comando. I ribelli cambiano tattica, ampliando il proprio raggio d’azione, accompagnando la forza militare con una efficiente diplomazia. Da tempo intrattengono una stretta collaborazione con altri gruppi islamisti operativi sia sul territorio nigeriano (in particolare Ansaru e Harakatul-Muhajiriin), che all’estero (AQMI, che fornisce loro armi, denaro e addestramento) suggerendo uno sforzo concertato per unificare una vasta area ai confini con Camerun e Niger.

Inoltre, secondo alcuni analisti, Boko Haram è sempre più ricco: la novità è che alle tradizionali attività di rapimenti e saccheggi si sono aggiunti il supporto dall’estero, soprattutto da parte di presunti enti benefici legati all’islamismo radicale, nonché il prelievo fiscale imposto alle popolazioni dei territori controllati. Grazie a tali finanziamenti e sfruttando la debole presenza dell’autorità di Stati semi-falliti, che hanno grandi difficoltà a controllare i loro confini, i jihadisti del defunto Shekau stanno emulando l’offensiva dello Stato islamico di al-Baghdadi in Iraq e in Siria, in una lotta contro il governo della prima economia d’Africa che assume sempre più i contorni di una guerra civile.

Conclusioni

Non sappiamo se Boko Haram intenda davvero fondare un nuovo califfato e probabilmente l’annuncio in tal senso dato dalla stampa internazionale al video di Shekau è stato prematuro. L’unica certezza è che se all’inizio Boko Haram era solo un movimento islamico marginale nato per colmare il vuoto creato dall’assenza sociale dei partiti progressisti, oggi rappresenta la principale minaccia all’integrità dello Stato nigerino. Con un ciclo di attacchi tanto spettacolari quanto brutali, in poco tempo il gruppo è riuscito a destabilizzare l’esecutivo strappando al suo controllo sempre più ampie porzioni nel nord del Paese.

D’altro canto, non possiamo trascurare che se il gruppo ha avuto tempo e modo di evolvere da setta locale a cancro geopolitico è innanzitutto a causa della debolezza del governo centrale, dell’opera scriteriata dei politici locali di usare gli stessi Boko Haram per ricattare i rivali e, soprattutto, della mancanza di prospettive che spinge molti giovani ad avvicinarsi non tanto ad una visione più radicale dell’Islam, quanto al generoso stipendio che la militanza jihadista può offrire. Perché l’incubo di una divisione tra il Nord (prevalentemente musulmano) e il Sud (a maggioranza cristiana) più che nelle rivalità confessionali, affonda le sue radici nella realtà di un Paese dove più del 60% della popolazione vive con meno di 2 dollari al giorno.

* Originariamente comparso su The Fielder

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