L’Europa dopo il voto del 25 maggio

Quelle del 25 maggio non sono state elezioni europee come le altre. Quest’anno, si concludeva il processo di transizione iniziato coll’entrata in vigore del Trattato di Lisbona, il cui obiettivo di fondo era una maggior democratizzazione del funzionamento dell’Unione europea. Inoltre, da questo scrutinio sarebbe emerso il nome del nuovo presidente della Commissione europea. Nella visione dei firmatari di Lisbona, le elezioni di quest’anno rappresentavano perciò uno spartiacque storico nell’àmbito dell’integrazione continentale.

Ciò che a Lisbona nessuno poteva immaginare era che, dal 2009 a oggi, l’Europa sarebbe stata investita da cinque anni di crisi economica, la cui onda lunga ha lasciato profonde ferite nella realtà sociale del Vecchio Continente. E il disagio dei popoli non poteva che manifestarsi anche nelle urne. Risultato: il voto recentemente espresso avràconseguenze tanto importanti quanto insidiose sia per l’Europa sia per i singoli Stati membri.

La prima è la netta e ampiamente prevista affermazione dei movimenti euroscettici. «Per la prima volta ci sarà una vera opposizione alParlamento europeo», ha esultato il leader della Lega Matteo Salvini, il quale trascura — come molti osservatori — che quella da noi chiamata «opposizione euroscettica» è tutt’altro che un monòlito. I movimenti che la compongono sono sí uniti quando si tratta di puntar il dito contro l’Europa, a loro avviso la radice di tutti i mali, ma si dividono quando si tratta d’esporre visioni e obiettivi, in aperto contrasto fra loro.

In economia, Marine Le Pen è convinta che il rilancio della Francia passi attraverso l’imposizione di misure protezionistiche, mentre Geert Wilders, leader del Partito per la Libertà, è un liberista dichiarato. Il Fronte Nazionale è politicamente centralista, mentre la Lega conduce da sempre la battaglia per il federalismo. Salvini e Le Pen, prima o poi, si troveranno l’uno contro l’altra anche sul tema della Politica Agricola Comune, di cui la Francia è la prima beneficiaria, mentre l’Italia (settentrionale) è ciclicamente alle prese con la grana delle quote latte. Wilders riconosce i diritti degli omosessuali, mentre Lega e FN sono piú conservatori, e difende Israele, mentre nel FN l’antisemitismo è ancora diffuso. Posizioni contrastanti anche sull’Islam. Il «temuto» gruppone d’euroscettici ed euro-critici sarà eterogeneo e probabilmente litigioso: a dispetto degli allarmi lanciati da politici e media pro Europa, è difficile che questa minoranza abbia un’influenza rilevante nel Parlamento che va a costituirsi.

Il vero problema è che in Parlamento, con 150 seggi occupati da deputati euroscettici, per i partiti europei tradizionali è praticamente impossibile formare una maggioranza sulla base delle sole affinità ideologiche. Prima delle elezioni, le cinque grandi famiglie politiche paneuropee — destra, sinistra, verdi, centro, sinistra radicale — avevano concordato che dal responso delle urne sarebbe uscito il nome del successore di Barroso alla guida della Commissione. Cosí, ciascuna aveva proposto il proprio candidato, con tanto di dibattito in eurovisione, come già accade presso qualsiasi democrazia europea e occidentale. Idea comune alle cinque correnti era proporre un candidato a Bruxelles, cosí da non permettere al Consiglio europeo (che rappresenta gli Stati membri) d’imporre un presidente della Commissione che non fosse espressione della coalizione maggioritaria nel Parlamento (che rappresenta i popoli).

Nel Trattato di Lisbona, non è scritto da nessuna parte che il nuovo presidente della Commissione dovrà essere uno dei cinque capofila: è previsto solo che venga «tenuto conto» del risultato delle elezioni. E questa formula è stata voluta proprio per riservare agli Stati (quindi a quelli piú forti, quindi alla Germania) la scelta finale, senza necessariamente rispettare gli equilibri parlamentari emersi dal voto. Prima delle elezioni, gli esperti s’aspettavano un duro braccio di ferro tra Consiglio e Parlamento, tra la camera degli Stati e quella dei popoli. Senza una maggioranza certa, c’era la possibilità che gli Stati vincessero la partita, con buona pace di quanti volevano che il presidente della Commissione fosse eletto a suffragio universale (per quanto indiretto).

Alla fine, il nome di Jean-Claude Junckerleader della coalizione popolare e presidente in pectore della Commissione, è (ri)emerso come favorito, perché sostenuto tanto dai partiti conservatori quanto da quelli progressisti, evitando cosí di rimettere al Consiglio la decisione finale. A quanto pare, siamo vicini a stabilire un precedente che permetterà agli elettori europei di scegliere chi guiderà la Commissione, e ciò rappresenta un grande passo verso una maggior democratizzazione dell’Unione. Ma non si tratterà d’un passaggio indolore, vista l’ostinata opposizione del governo britannico, timoroso che l’UE si trasformi in un attore politico che prenda il sopravvento sugli Stati membri.

In attesa di ratificare il nome di Juncker, altre sfide attendono Bruxelles. Il 27 maggio, nel primo Consiglio europeo post-elezioni, i capi di governo hanno scelto di concentrarsi sulle nuove priorità politiche comunitarie, e súbito sono venute a galla le tradizionali divisioni. Ad esempio quella tra un primo ministro inglese come Cameron, che chiede «meno Europa» perché troppo autoritaria e invadente, e un presidente francese come Hollande, che invece vorrebbe concentrarsi sul processo d’integrazione in risposta all’ondata euroscettica. Le riunioni dei ventotto si riscoprono cosí il consueto dialogo tra sordi, dove a fronte di problemi comuni i singoli Stati propongono soluzioni diverse e spesso inconciliabili.

Il vertice del 26 giugno s’è svolto sulla stessa falsariga. Con la questione delle nomine in parte decisa (Juncker) e in parte rinviata, oggetto del vertice dovevano essere le strategie future dell’Unione. Tra i governi di sinistra (compreso quello italiano) e molti governi di destra che vorrebbero un allentamento delle politiche d’austerità ma soprattutto l’approvazione d’un piano d’investimenti comuni per rilanciar la crescita in Europa, e una Germania (spalleggiata dai governi piú liberali) che considera queste proposte un ritorno al lassismo, il confronto a Bruxelles si preannuncia particolarmente duro.

Ciò che Cameron (per un motivo) e Merkel (per un altro) sembrano non comprendere è che l’euroscetticismo guadagna consensi perché l’UE è percepita dai propri cittadini come un’istituzione non democratica e per di piú confusionaria, che impone la propria volontà agli Stati anziché permettere agli Stati di formare insieme la volontà dell’Unione.

E pensare che le elezioni del 25 maggio precedevano di due settimane una data fondamentale nella storia europea: il 6 giugno, settantesimo anniversario del D-Day. Ironia della sorte, l’Europa commemora la riconquista della libertà e della democrazia proprio nella fase in cui il divorzio con gli europei va consumandosi, e tutto per l’incapacità di dare un senso concreto a quei valori cosí sacri e tuttavia cosí bistrattati.

* Scritto per The Fielder

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