Per la Spagna è la fine di un’era

È un tipico esercizio della stampa, quello di mettere in relazione eventi superficialmente simili, ancorché distinti e privi di qualunque nesso funzionale, per renderli meglio fruibili al grande pubblico. Non ha fatto eccezione la recente doppia “abdicazione” spagnola, ossia quella di re Juan Carlos ha cui ha fatto seguito l’uscita di scena della Nazionale di calcio dai Mondiali in Brasile. Al di là della scontata, e se vogliamo ingenua tendenza dei cronisti a cedere alla seduzione di certe analogie, i due eventi testimoniano un cambiamento di portata molto più ampia di quanto immaginiamo. Non si tratta solo del fatto che adesso la Spagna abbia un nuovo re e non sia più Campione del mondo; la vera notizia è che essa non sarà più come l’abbiamo conosciuta fino oggi.

Juan Carlos aveva molte buone ragioni per abdicare: al peso degli anni si era aggiunto quello, meno sopportabile, degli scandali; negli ultimi tempi la caduta di consensi era stata inversamente proporzionale al numero degli acciacchi fisici. Nel suo ultimo discorso, il monarca ha parlato della necessità di lasciare spazio alla generazione giovane «che merita di andare avanti», indicando nel figlio Felipe la figura migliore per affrontare le sfide del presente. Ad esempio la crisi economica, oppure – ma questo il re non poteva dirlo – la conservazione stessa della monarchia. Al di là delle spinte indipendentiste della Catalogna, infatti, molti osservatori non nascondono che in Spagna più che la monarchia fosse popolare Juan Carlos e ora mettono in dubbio che l’istituzione possa sopravvivere all’uscita di scena di quello che era stato ribattezzato “il re repubblicano”. La Spagna si scopre dunque un Paese diviso tra regioni che vogliono andarsene e altre che invece dettano le proprie condizioni per restare; tra chi acclama il nuovo re e chi aspira invece ad eleggere un presidente.

Passando dal trono ai campi da gioco, perfino gli analisti allergici al pallone concordano come lo spirito della Spagna si rifletta appieno nel suo calcio. Fino al trionfo negli Europei del 2008, la Nazionale iberica ha sempre presentato una singolare contraddizione. Da una parte vantava alcuni tra i più forti giocatori nel panorama calcistico internazionale ed era solita i gironi di qualificazione per Europei/Mondiali a pieni punti segnando sempre valanghe di gol; dall’altra, nelle fasi finali delle grandi competizioni steccava sempre. La ragione, spiegavano gli esperti, rispecchiava un carattere di fondo dell’intera società spagnola: la divisione tra diverse anime al suo interno. Perché se la Spagna è politicamente unita fin dal matrimonio di Ferdinando e Isabella, rispettivamente sovrani d’Aragona e di Castiglia, gli spagnoli sono invece sempre stati divisi. Ci accorgiamo allora che, metafore a parte, un filo sottile lega l’uscita di scena del re a quella delle Furie rosse.

Biografia breve di un Paese mai unito

La storia della Spagna è una storia di disunione e di come questa sia stata dapprima negata, in seguito tollerata e infine rimossa dalla coscienza del popolo e dei suoi governanti. La divisone tra i popoli della penisola è un dato endemico. Già Strabone narrava che le popolazioni pirenaico-cantabriche non erano solo riottose alla potestà straniera, ma tendevano anche a non mescolarsi o allearsi tra loro. Questi archetipi devono aver permeato il carattere degli iberici lungo i successivi otto secoli di dominazione romana prima e visigota poi.

In un saggio pubblicato alcuni anni fa, l’ambasciatore Sergio Romano faceva risalire le origini dello stare al mondo degli spagnoli all’epoca della Reconquista, quando il combustibile della religione e l’innesco della monarchia accesero un sentimento di appartenenza comune a tutti i popoli iberici ostili all’Islam. La grandiosa opera di recupero territoriale alla cristianità valse agli spagnoli l’elogio della Chiesa e il rispetto degli monarchi europei, ma lasciò dietro di sé diversi strascichi oscuri. L’espulsione degli ebrei, la sottomissione e il genocidio delle popolazioni amerinde, l’estrema crudeltà dell’Inquisizione, la controrifoma negatrice della scienza e avversa al libero pensiero furono tutti risvolti della proclamata “fedeltà” ai valori cristiani della Reconquista. Della Spagna seicentesca l’Europa conservò solo immagini a tinte fosche.

Agli albori dell’Ottocento, questo Paese noto per primitivismo e tirannia sorprese l’Europa con la sua veemente ribellione al predominio napoleonico. E subito il ritratto della Spagna tornò ad illuminarsi dei caratteri di terra selvaggia e romantica, patria della corrida e del flamenco, abitata tanto da uomini orgogliosi e indomiti quanto da donne esotiche e passionali. L’elegia continentale cristallizzò le diversità regionali in una serie di stereotipi (es.: i catalani sono austeri come i Pirenei; i galiziani nostalgici come un lungo viaggio di mare; gli andalusi ardenti come il ritmo dei loro balli) che nel secolo successivo neppure la guerra civile – quando la divisione portò alle conseguenze più estreme – e l’infame dittatura franchista avrebbero scalfito.

Fu a partire dagli anni Sessanta che la Spagna iniziò quel cammino che in mezzo secolo l’avrebbe portata da una sostanziale condizione di decadenza all’essere uno dei Paesi più avanzati d’Europa. Per lanciare la nascente industria del turismo, il governo franchista coniò lo slogan “Spain is different”, intendendo la presunta diversità come recupero e conservazione dei valori tradizionali: in Spagna era possibile trovare ciò che altrove era stato perduto. Una propagandistica declinazione dell’identità spagnola che implicitamente richiamava quella visione poetica forgiata dal romanticismo ottocentesco.

Ma il franchsimo era al tramonto, e l’avvento di re Juan Carlos, oltre alla libertà d’espressione, restituì alla Spagna il rispetto e la fiducia del mondo che il regime le avevano sottratto. Ciò che all’estero non trapelò a sufficienza fu che la transizione verso la democrazia fu possibile grazie ad un “patto dell’oblio” con cui i nuovi governanti suturarono le vecchie ferite lasciate dai precedenti attraverso un’amnistia generale in cambio del loro consenso sulle istituzioni democratiche.

La Spagna era una pentola a pressione. Sotto il coperchio del prestigio acquisito e di un’economia in crescita, c’erano ampie fasce della popolazione frustrate da una disoccupazione cronicamente alta e dal risentimento per una transizione che aveva lasciato impuniti i crimini della dittatura. L’entusiasmo per la democrazia aveva coperto il silenzio delle vittime rimaste senza giustizia. Il benessere. Oggi possiamo dire che la transizione è stata una finzione: niente più una bugia condivisa. Ripeterla all’infinito, s’illudevano (non tutti) gli spagnoli, sarebbe bastato per trasformarla verità. La Spagna era un modello di modernità e democrazia, se ci si limitava a contemplarla da lontano. Quando la crisi ha indotto gli osservatori stranieri (e spagnoli…) a scavare un po’, il mondo (e gli spagnoli…) hanno scoperto quante rughe e imperfezioni si nascondessero sul volto del Paese sotto strati e strati di cosmesi. Possibile che quella nazione così allegra, ricca e dinamica d’un tratto fosse diventata il grande malato d’Europa?

Già, l’Europa. Negli anni Ottanta, la Comunità Europea decise di puntare all’allargamento ai Paesi del Sud con l’obiettivo di garantire la stabilità dei confini meridionali. A quel tempo l’attenzione di Bruxelles era esclusivamente rivolta al completamento del Mercato comune, ma l’idea di integrare le giovani democrazie di Grecia, Spagna e Portogallo nella grande famiglia europea, allontanando il rischio di nuove agitazioni, avrebbe preservato il funzionamento della stessa CEE. A tre decenni di distanza, non vi è dubbio che sia stata una strategia vincente.

Per Madrid – la cui adesione venne procrastinata di dieci anni dall’opposizione della Francia, timorosa di perdere i ghiotti finanziamenti comunitari nell’ambito della politica agricola – i benefici dell’ingresso nella Comunità andavano ben oltre i denari che affluivano copiosi grazie ai fondi strutturali. Per gli spagnoli, “diventare” europei significava esorcizzare i fantasmi del passato, consentendo di rimarginare una volta per tutte quelle ferite che la transizione democratica non aveva curato ma solo ignorato. La crescita economia e il fregio di una nuova identità (quella europea) calata dall’alto hanno sollevato l’opinione pubblica dal riflettere su se stessa. Negli anni del boom, l’euforia immobiliare garantiva non solo lavoro e sviluppo, ma anche il privilegio dell’oblio. Poi l’economia ha fatto marcia indietro e i corsi del settore bancario e di quello edilizio sono crollati, trascinando con sé le illusioni del “miracolo” economico e quelle, non meno anestetizzanti, di aver chiuso i conti col proprio passato.

Autonomia per tutti

C’è un altro punto. Col ritorno alla democrazia, la divisione sociale ha avuto dei riflessi anche in ambito istituzionale. L’architettura politica della Spagna ha previsto la generalizzazione di un regime di autonomia periferica che, in origine, era stato concepito per accontentare le istanze di due realtà chiaramente differenziate rispetto al resto del Paese: quella catalana e quella basca. Ma la ribellione dell’Andalusia dinanzi a questo sviluppo costituzionale convinse il Legislatore nazionale ad estendere le stesse competenze a tutte le regioni, a prescindere dalle reali necessità di ciascuna. Questa strategia politica, poi denominata “caffè per tutti”, ha portato alla formazione di 17 Comunità (le 15 regioni iberiche più le Baleari e le Canarie) basicamente uguali in quanto a funzioni e prerogative.

La crisi economica ha messo in discussione il clima di “pacifica convivenza” intercorrente tra governo centrale e autonomie periferiche. I deficit accumulati nel tempo dalle amministrazioni locali, frutto di filiere clientelari e rendite di posizione tipiche della peggior politica, hanno spinto alcuni membri dell’esecutivo a proporre la ricentralizzazione di alcune competenze come Sanità e Istruzione, quelle che drenano le maggiori risorse dai bilanci delle Comunità. Se attuata, la mossa si tradurrebbe nell’inevitabile smantellamento non solo dell’apparato burocratico (e del relativo costo) di queste ultime, ma anche di fatto della loro stessa autonomia. Contemporaneamente, in Catalogna si organizzano iniziative, ufficiali e non, per rivendicare l’indipendenza da Madrid, a cui fanno eco i mugugni di baschi e galiziani. Il governo propaganda l’idea delle regioni come principali responsabili del dissesto finanziario dello Stato, ma poi dimentica il proprio deficit di investimenti centrali in favore delle regioni stesse – soprattutto della Catalogna.

In ogni latitudine la retorica nazional-populista torna in auge quando si attraversano momenti di crisi, e in questo la Spagna non è diversa dal resto del mondo. Ciò che invece la distingue è l’avere elevato al rango di legittimità costituzionale le richieste di autonomia giungenti da ogni dove, favorendo inconsapevolmente quelle divisioni interne alla società che pure si era sforzata di mascherare. Sicché oggi qualunque politico può brandire le cause più infantili come un’arma nella battaglia per la difesa dell’autonomia. Un esempio? La lingua, storicamente decisivo fattore identitario. Per i linguisti il catalano e il valenzano sono la stessa lingua, eppure la politica locale e nazionale, in nome delle rivendicazioni dell’una e delle resistenze dell’altra, tende a distinguervi due parlate, con delle conseguenze talvolta tragicomiche. Nel 2004 il governo Zapatero approvò la separazione dell’insegnamento dei due idiomi nelle scuole primarie, ponendo in essere un provvedimento già ideato dal precedente esecutivo Aznar. Nel 2010 il premier spagnolo chiese a Bruxelles la traduzione del Trattato di Lisbona nelle lingue giuridicamente tutelate in Spagna, vatalano e valenzano compreso. Quando si scoprì che l’unica differenza tra le due traduzioni era nell’epigrafe in copertina, a Valencia andarono su tutte le furie.

Conclusioni

La crisi dell’euro ha portato alla recrudescenza del vulnus mai guarito e forse inguaribile della storia: la questione nazionale. A fronte di una Spagna come “Nazione” qualificata tale fin dal preambolo della Costituzione, il sentimento nazionale degli spagnoli è declinato nei termini di appartenenza alle varie comunità locali. Possiamo allora descrivere la terra di Cervantes come uno Stato nazionale, o piuttosto come plurinazionale, o regionale? Difficile dirlo. di sicuro, all’epoca in cui si dava credito alla famosa affermazione di Metternich sull’Italia come mera espressione geografica, la Spagna da oltre tre secoli costituiva già uno Stato unitario, magari non proprio “nazionale” dai punti di vista etnico e linguistico, sicuramente coeso in senso storico ma non in quello sociale e identitario. L’unità in sé considerata non è stata altro che una grande bugia elevata a verità condivisa.

Nel corso dei secoli alcuni simboli irrinunciabili, come la fede cattolica, e più di recente la figura unificante di re Juan Carlos e quella più prosaica dei 22 campeones del mundo, hanno offerto un alibi alla società spagnola per eludere questa domanda. Il primo è ancora presente, ma con sempre minore attrattiva; gli altri due hanno “abdicato”. La metafora della doppia discesa dal trono che tanto ha stimolato la penna dei cronisti trasfigura in realtà un dato incontrovertibile: per la Spagna si è chiusa un’era.

E se il calcio, come diceva Pasolini, è l’ultima rappresentazione sacra del nostro tempo, nessun’altra immagine come l’ascesa all’olimpo e la successiva caduta agli inferi delle Furie rosse potrebbe sintetizzare meglio la breve e pure intensa parabola di un “miracolo” spagnolo che, dal punto di vista economico, non è mai stato realmente tale.

* Scritto per The Fielder

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