Argentina vicina al (settimo) default

Chissà se l’Argentina vincerà il suo terzo titolo mondiale di calcio; per saperlo dovremo attendere la finale in programma per il 13 luglio, sempre che Messi e compagni ci arrivino. Nel frattempo il Paese potrebbe centrare un altro primato, meno appetibile del primo: quello di nazione più volte “fallita” della storia. Per saperlo ci basterà aspettare il 30 giugno, termine ultimo per pagare alcune vecchie pendenze legate al default del 2001.

Il 16 giugno scorso la Corte suprema di Washington ha respinto l’appello presentato dal governo di Buenos Aires contro una sentenza di Thomas Poole Griesa, giudice federale di New York che nel 2012 aveva avallato le richieste di alcuni fondi (tra i quali Elliott Management Corp.’s NML Capital Ltd. & Aurelius Capital Management LP., pari al 7,6% dei creditori totali) che dopo aver fatto incetta di bond argentini, svalutati per via delle ristrutturazioni del 2001, ne avevano chiesto il rimborso integrale. L’Argentina era così stata condannata a risarcire 1,33 miliardi di dollari ai richiedenti. La decisione prevedeva che il Paese non potesse ripagare i suoi debiti ristrutturati a meno di stanziare nuovi fondi per i creditori che non avevano accettato il default.

Ultima chiamata: 30 giugno

Ora Buenos Aires avrà tempo fino al 30 giugno per rimborsare gli 1,33 miliardi in questione. Il problema è che a questa cifra si aggiungono anche i 225 milioni di dollari ai creditori che hanno accettato le ristrutturazioni del 2005 e del 2010, che corrispondono rispettivamente al 76 e 16,4% dei creditori che hanno subito perdite nel 2001. Con questo 92,4%, però, il governo di Buenos Aires aveva raggiunto un accordo (la cd. clausola RUFO: Rights Upon Futures Offerings) che scade solo il prossimo 31 dicembre, e che dà loro il diritto di accedere a eventuali migliori condizioni che altri creditori possano ottenere. Dopo la sentenza sfavorevole del 16 giugno, tutta la ristrutturazione rischia di saltare. Pagare il 7,6% di creditori che non ha accettato le ristrutturazioni significherebbe spendere 15 miliardi di dollari, pari alla metà della riserve valutarie del Banco Central argentino. Rimborsare tutti, invece, richiederebbe l’astronomica cifra di 120 miliardi di dollari.

Il 30 giugno, inoltre, scade pure un pagamento di 907 milioni, in qualità di cedola da corrispondere su un bond con scadenza 2033, che non c’entra niente con le pendenze del 2001 ma che a questo punto peserà come un macigno sulle esangui casse del Tesoro.

Per l’Argentina, che aveva confidato probabilmente troppo in un appoggio formale dell’amministrazione Obama, si tratta di un fulmine a ciel sereno. Ora il governo di Christina Kirchner minaccia di rovesciare il tavolo. Già in passato i suoi funzionari hanno più volte ribadito che, in caso di conferma della sentenza, Buenos Aires non l’avrebbe comunque rispettata, palesando così la volontà di procedere ad un nuovo ripudio del debito.

Economia a pezzi

L’Argentina sta vivendo una fase drammatica a livello economico e finanziario. A parole il 2014 sarebbe dovuto essere un anno positivo per l’economia di Buenos Aires: lo scorso settembre il governo prevedeva per quest’anno una crescita del 6,2% a fronte di un tasso d’inflazione stabile al 10,4%, anche grazie alla ripresa dei principali partner commerciali dell’Argentina, ossia Brasile e Stati Uniti.

La realtà si sta invece dimostrando di ben altro tenore. Nel solo primo semestre dello scorso anno, gli investimenti diretti dall’estero (IDE) sono crollati del 32,2%, così come le riserve di valuta straniera, mentre l’inflazione reale si attesterebbe tra il 25% e il 30%, ma sottostimata volutamente dalle statistiche ufficiali. L’inflazione è – almeno in parte – il frutto avvelenato del tentativo di sostenere la crescita reale del Paese attraverso la monetizzazione del debito pubblico, a cui la banca centrale è stata costantemente spinta (leggi: costretta) dal governo. Inoltre il governo ha deciso di stabilire un cambio quasi fisso con il dollaro pari a 5,54 pesos, circa i due terzi rispetto al cambio al mercato nero, pari a 8,51 pesos per dollaro.

Questo deprezzamento artificioso della valuta locale, però, ha provocato un costante deflusso di capitali proprio in un momento in cui il governo cerca disperatamente di recuperare valuta forte (come il dollaro) o quantomeno prevenirne la fuga. A tal fine il governo ha imposto dei controlli valutari molto rigidi, i quali tuttavia non hanno affatto arrestato l’emorragia finanziaria. A causa della svalutazione di fatto del peso, non tramutatasi in un adeguamento del tasso di cambio ufficiale, le riserve di valuta sono crollate del 33% a 35 miliardi di dollari. Ad oggi le riserve ufficiali consentono di pagare importazione di in beni e servizi ancora per pochi mesi.

Se le riserve dovessero continuare a ridursi, l’Argentina sarebbe costretta a svalutare ulteriormente il peso, e di conseguenza il governo  si troverebbe presto o tardi in serie difficoltà a ripagare un debito denominato dollari. Secondo Citigroup, le riserve della banca centrale finiranno sotto i 25 miliardi di dollari entro la fine del 2015, e ciò dovrebbe mettere sulle spalle dei possessori di debito pubblico argentino il timore che Buenos Aires possa cercare sollievo imponendo loro delle perdite: la possibilità di una ristrutturazione delle obbligazioni con scadenza nel 2015 risulta essere del 37,5% secondo la banca newyorkese.

A ciò si aggiunga che, nel disperato tentativo di reperire risorse finanziarie, negli ultimi due anni il governo Kirchner ha nazionalizzato tutto il nazionalizzabile – a cominciare dalla compagnia petrolifera YPF, epsoropriata senza preavviso ai danni della spagnola Repsol – contribuendo ad alienarsi simpatia e fiducia di una comunità economica internazionale che ormai considera l’Argentina alla stregua di uno Stato fuorilegge. Alla faccia di quanti la elogiavano come un modello da seguire contro lo strapotere della finanza globale

Qualche spiraglio

In questo scenario il rischio di una nuova bancarotta (dicevamo la settima nella storia del Paese), già paventato da diversi anni, era (ed è) torna a farsi concreto. Nel 2002 l’Argentina aveva ristrutturato il proprio debito – pari a 132 miliardi di dollari – proponendo un accordo, supportato dal Fondo Monetario Internazionale, che prevedeva il pagamento dei titoli precedenti a valori molto più bassi, circa il 25,30% dell’obbligazione contratta, e con una dilazione significativa della scadenza. Il 93% dei creditori accettò questa soluzione, mentre il 7% restante – quasi tutti creditori privati americani, come i fondi speculativi o quelli pensionistici – decise di querelare l’Argentina al fine di ottenere i loro investimenti volatilizzatisi con il ripudio.

I mercati non hanno mai smesso di mostrare il proprio nervosismo, tanto che già lo scorso settembre – quando la clausola RUFO è stata messa nero su bianco –  l’Argentina veniva considerato il Paese più a rischio di default nel mondo, almeno guardando ai credit default swaps a cinque anni, con una possibilità pari all’80% da qui al 2018. Una situazione paradossale se si pensa che l’Argentina sta effettivamente ripagando i possessori di tango-bonds che hanno deciso di rinegoziare il debito ad una percentuale compresa tra il 60% e l’80% a seconda delle opzioni di rifinanziamento scelte. Un mese dopo, in ottobre, Ma il caos generato dalla decisione di Griesa potrebbe mandare all’aria l’intera operazione di ristrutturazione del debito.

Per evitare il tracollo, secondo le ultime notizie l’Argentina proporrebbe ai creditori dissenzienti e vincitori della battaglia legale negli USA un anticipo del 30% entro fine luglio. In seguito, si aggirerebbero le clausole sui titoli ristrutturati e sarebbe loro pagato il 100%. C’è il rischio che anche gli altri creditori non ristrutturati richiedano un simile trattamento. Ma, intanto, si sarebbe già aggirato il default tecnico di fine luglio. Quel settimo “titolo” che gli argentini vogliono assolutamente evitare.

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