L’Ucraina nella morsa tra separatisti e oligarchi

Non poteva chiudersi peggio questo convulso mese di maggio sotto il sole d’Ucraina. Se da domenica sera alla Bankova c’è nuovo capo di Stato democraticamente eletto – il magnate Petro Poroshenko – nell’Est del Paese regna il caos più totale, a dispetto di quell’accordo di pace firmato in aprile che tutti oggi sembrano aver dimenticato. Gli oligarchi, intanto, studiano le contromosse in difesa dei loro interessi. Si consuma così la guerra “in” e “per” l’Ucraina, tra chi vorrebbe dividerla e chi invece ha interesse a tenerla unita per salvaguardare i propri interessi.

Partiamo da un fatto. Oggi la stampa internazionale nota che prima di Poroshenko nessun presidente nella breve storia dell’Ucraina indipendente era mai stato eletto al primo turno, ma chi oggi sottolinea questo dato dimentica che si è trattato di un’elezione praticamente a candidato unico. Il magnate del cioccolato gareggiava con due sfidanti, Yulia Tymoshenko e l’ex pugile Vitaly Klytchko, che si erano defilati dalla corsa già all’inizio. Inoltre, curiosità statistiche a parte, resta il fatto che circa un decimo della popolazione non ha potuto esprimere il proprio voto. Si tratta dei cittadini della Crimea e di quelli del Donbas: i primi passati sotto la bandiera russa dopo il referendum di marzo; i secondi in procinto di seguire la stessa direzione e al momento sotto il fuoco incrociato di una guerra civile dagli esiti tuttora incerti.

Normalmente ci si chiederebbe quale credibilità possa avere un’elezione svolta in queste condizioni; invece Stati Uniti ed Europa considerano la consultazione come valida e regolare. E come invece non considerano il referendum indipendentista di due settimane prima, stravinto dai “sì” con percentuali del 90%. Nel caso caso l’Occidente plaude ad una democrazia azzoppata nell’illusione che il nuovo governo ristabilisca l’unità del Paese; nel secondo la volontà popolare è stata brandita come un’arma per contribuire alla sua disgregazione.

Il bello è che la tanto reclamizzata contrapposizione tra ucraini e russofoni che caratterizzerebbe l’Ucraina è più sfumata di quanto si creda. Per mesi l’informazione mainstream ha battuto sul tasto delle rispettive identità come motore principale delle tensioni nell’Est, ma a dar retta ai sondaggi emerge una realtà diversa. L’Ucraina divisa, ma non spaccata. Le divisioni regionali esistono, ma fin qui non erano mai arrivate al punto di minacciare l’unità nazionale. Negli ultimi anni il presidente Yanukovich aveva cercato di anestetizzare le pulsioni identitarie ristabilendo il grosso delle pratiche e dei simboli sovietici, storicamente assimilati da filo e antirussi, benché l’idea dell’Ucraina sovietica non avesse più ragion d’essere. Mosca avrebbe poi usato le divisioni regionali come strumento per mantenere la presa sul Paese, ma a parte i separatisti più radicali sono in pochi a volere una reale divisione in due Ucraine.

Tra i tanti sostenitori dell’unità poi spiccano gli oligarchi, ossia quei pochi, ricchi personaggi che nel complesso intercettano quasi la metà del PIL ucraino. Nel Paese pochi miliardari controllano l’economia e la politica dell’ex repubblica sovietica, usando i politici come marionette per proteggere i propri interessi. Dall’indipendenza del 1991 gli oligarchi hanno accumulato asset, favoriti dalle privatizzazioni selvagge conseguenti alla fine del socialismo, e boicottato le riforme, grazie ai rapporti a doppio filo con le classi dirigenti affinché preservassero le loro rendite di posizione. Chiusa la stagione di Maidan e davanti allo spettro della scissione, alcuni di loro stanno cercando di riposizionarsi, a cominciare dai magnati di quel “clan di Donetsk” (come Rinat Akhmetov) fino a ieri timonieri dell’economia – e della politica – ucraina e oggi preoccupati che la secessione dell’Est possa compromettere i loro ricchi affari.

Sia Akhmetov che il magnate dell’energia Dmytro Firtash, in passato tra i principali sostenitori del Partito delle regioni di Yanukovich, hanno comunicato di appoggiare il governo provvisorio. La ragione è ovvia: più la crisi lacera l’Ucraina, più i loro interessi possono risentirne. Se all’inizio della crisi, in novembre, i due avevano mantenuto una posizione equidistante, ora i due sono nettamente schierati con il blocco nazionalista che ha preso il potere a Kiev, continuando però ad invocare un negoziato tra le parti. Molti altri oligarchi, a prescindere dall’orientamento politico e soprattutto in seguito al responso quasi plebiscitario a favore dell’autogoverno nell’Est, si sono mossi lungo lo stesso solco.

Ma Akhmetov non si è limitato al cambio di campo. Il 14 maggio ha diffuso una dichiarazione in cui rifiuta la causa separatista ma si dichiara favorevole a una maggiore autonomia della regione di Donetsk. Il giorno seguente, a Mariupol – seconda città ucraina per popolazione – ha portato per le strade della città migliaia di lavoratori metalmeccanici delle sue aziende allo scopo di riportare l’ordine. Riuscendo a fare ciò in cui il governo di Kiev aveva fallito.

Le dinamiche interne all’élite economica del Paese sono fondamentali per comprendere l’attuale scenario. Non va trascurato che oligarca è anche il neo presidente Poroshenko. Conosciuto nel Paese come proprietario dell’industria dolciaria Roshen, il suo impero va oltre cioccolatini e biscotti e raggruppa attività nei più disparati settori, dai media agli armamenti, dai trasporti all’agricoltura. Per lui il difficile comincerà subito dopo il suo ingresso alla Bankova. I poteri del presidente, dopo il ritorno alla costituzione del 2004, sono stati ridimensionati e il capo di Stato reggerà il Paese in coabitazione con il primo ministro. A tal fine il neo presidente ha detto che intende confermare Arsenij Yatsenjuk, attuale primo ministro ad interim, alla guida del governo ucraino. Nei mesi caldi delle contestazioni a Yanukovich i due sono stati dalla stessa parte delle barricate, ma governare insieme sarà ben altra cosa.

L’elezione di Poroshenko e le iniziative di Akhmetov non sono altro che il primo passo verso una rimodulazione dei rapporti di forza tra gli oligarchi. Quest’ultimo, l’uomo più ricco d’Ucraina, cerca di restare al centro della scena, ma gli altri potentati stanno già elaborando delle contromanovre alternative per diluirne lo strapotere. L’unica certezza è che se prima dominavano i magnati di Donetsk (Akhmetov, appunto, ma anche Pinchuk), anche grazie al cambio di vertice a Kiev ora dominano altri: Poroshenko, Kolomoiski (subito nominato governatore di Dnepropetrovsk), Taruta (nuovo governatore di Donetsk) e così via. Tutti comunque sulla stessa barca per proteggere i loro asset. D’altra parte è questa la loro missione storica.

Tra i notabili, solo una sembra essere al tramonto. Quella Yulia Tymoshenko che tanto aveva attratto le simpatie occidentali ai tempi della Rivoluzione Arancione, di cui però oggi sconta il fallimento. Mentre la pasionaria era rinchiusa in carcere, la piazza era cambiata e si era resa conto che di lei non aveva più bisogno. Così, una volta liberata, l’ex premier si è ritrovata praticamente ferma alla Rivoluzione Arancione di dieci anni prima, lontana anni-luce dall’Ucraina di oggi. E poco importa che sia stata vittima della giustizia selettiva di Yanukovich.

Tornando sul campo, la schiacciante vittoria dei separatisti nel referendum di metà mese è di fatto una tappa ulteriore nel processo di smembramento dell’Ucraina, ma è tuttavia improbabile che la Russia annetta le regioni secessioniste così come ha fatto con la Crimea. Certo, Mosca ha fatto leva sulle divisioni regionali per mantenere un’influenza sui territori orientali, ma qualunque operazione di forza stile Crimea per sottrarle a Kiev richiederebbe un impegno su larga scala le cui conseguenze potrebbero essere drammatiche per tutti, anche per i russi. Si spiega così la riluttanza di Putin ad ascoltare i leader separatisti che invocano l’aiuto del Cremlino per fermare la controffensiva dell’esercito regolare. Dall’inizio di maggio, anzi, il presidente russo ha mostrato di voler ammorbidire la sua posizione verso l’Ucraina. Dalla ferma volontà di “difendere le popolazioni russe ovunque si trovino”, egli è passato ad una serie di gesti e dichiarazioni volti ad allentare la tensione: prima l’annunciato ritiro (non ancora avvenuto) delle truppe al confine ucraino, poi la richiesta ai separatisti di rinviare il referendum sull’autogoverno e infine la rinnovata disponibilità al dialogo nei confronti di Kiev. Segni che vanno presi per quel che sono: gesti di buona volontà, ma nulla più.

Ogni giorno la crisi sembra toccare un nuovo apice, e con l’Est del Paese controllato almeno in parte dalle truppe filorusse, l’impressione è che qualunque gioco la Russia intendesse giocare, questo le stia pericolosamente sfuggendo di mano.

* Scritto per The Fielder

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