Quante “Europe” escono dalle europee?

È lecito domandarsi se le elezioni Europee siano veramente “europee” oppure no, visto che il Parlamento di Bruxelles non è scelto tramite un’elezione unica bensì attraverso 28 scrutini nazionali? Solitamente snobbate e buone solo a garantire un po’ di poltrone a politici di seconda fascia, le elezioni continentali sono sempre state sfruttate dalle classi politiche del continente solo per tastare il polso dell’opinione pubblica interna senza rischiare alcunché. Corollario di queste due premesse è che non solo non esiste un progetto di Europa condiviso, ma manca un’idea stessa di Europa poiché ciascuno ne coltiva idee diverse, più spesso nessuna idea. Ogni Paese si è recato alle urne spinto dalla necessità di rispondere ai problemi di casa propria, la cui origine è spesso e volentieri attribuita all’Europa stessa. Tralasciando la situazione italiana, dove la vittoria del centrosinistra resta un caso isolato a fronte di un imperioso avanzare delle destre, e per la quale sono state già spese troppe parole, quante “Europe” escono, allora, da queste elezioni europee?

In Francia, il trionfo del Front National, primo partito con il 25% anche grazie al suicidio dell’UMP (dilaniato da lunghe faide interne ed eroso all’esterno dagli scandali di Sarkozy) e all’inconsistenza dei socialisti (che pagano il calo di consensi del presidente Hollande) ha spinto il neo primo ministro Manuel Valls a parlare di un “terremoto politico”, le cui scosse erano già state annunciate dalle amministrative di marzo. Dopo cinque anni di crescita zero e aumento della disoccupazione, e con Parigi in lizza per il titolo di grande malato continentale, la vittoria di Marine Le Pen è di riflesso la sconfitta di un’Europa in crisi che non è riuscita a proteggersi da un malcontento popolare di cui è corresponsabile.

Più epocale è stato l’esito del voto nel Regno Unito. Per la prima volta nella storia democrazia inglese né i laburisti né i conservatori hanno vinto le elezioni, entrambi superati dal partito euroscettico UKIP di Nigel Farage, che ha ottenuto intorno al 28% dei suffragi. Un bel balzo in avanti per una formazione che non ha mai eletto esponenti al Parlamento di Londra e che vent’anni fa, nella sua prima elezione europea, aveva raccolto la miseria dell’1%. Qui ha vinto l’Europa di chi non vuole l’Europa, pensiero che oltremanica sembra guadagnare sempre più consensi. Ciò ha avuto dei riflessi anche sull’azione del premier Cameron, che ora annuncia di voler anticipare il referendum di permanenza nella UE se il popolare – e federalista – Jean-Claude Juncker sarà scelto alla guida della Commissione Europea. Poco importa che alfiere delle spinte europee sia un personaggio, Nigel Farage, appunto, nemico dichiarato della finanza globale e che invoca un Inghilterra agli inglesi, ma che alle spalle ha un passato da broker finanziario e un cognome che si pronuncia alla francese.

In Grecia, l’ottimismo per il probabile exploit di SYRIZA è andato di pari passo con la paura per una nuova affermazione di Alba Dorata. Il popolo ha scelto di affidarsi al partito di Alexis Tsipras in chiave antieuropea, il quale ha subito sfruttato l’occasione per chiedere le elezioni anticipate. Il giovane leader si presentava in Europa con un programma che è uno schiaffo alla Germania: cancellazione del debito e abrogazione del principio del pareggio di bilancio, più investimenti e difesa dei beni pubblici: un New deal di sinistra contrapposto al rigorismo nord europeo. L’impatto del voto di Atene non poteva che essere limitato perché la sinistra radicale poteva vincere solo qui; ciononostante, la vittoria di Tsipras è la reazione di un Paese – e nemmeno l’unico – frustrato dalla miopia politica di un’Europa che invoca l’austerity senza preoccuparsi dei costi sociali che questa comporta.

Dello stesso tenore il voto in Spagna, dove la grande novità è stata la nascita di un nuovo partito, Podemos, che ha ottenuto 1,2 milioni di voti e manderà cinque europarlamentari a Bruxelles. Un successo che si spiega con la crisi dei due principali partiti spagnoli: il Partito popolare e il Partito socialista, che insieme non hanno preso nemmeno il 50% dei voti; cinque anni fa i due partiti insieme avevano preso più dell’80%. I popolari hanno festeggiato la vittoria, ma sanno di non aver ottenuto un grande risultato, mentre i socialisti non nascondono la loro delusione. Il voto di Madrid è emblematico di un Paese in cui crisi economica ne ha risvegliato un’altra, latente, d’identità. Il crollo di popolari e socialisti è una dura punizione non solo ai partiti tradizionali, ma alle istituzioni nazionali, considerate inadatte a rappresentare i cittadini di fronte ad un’Europa di cui si dimostrano ormai supine. L‘abdicazione di Re Juan Carlos, ai minimi storici negli indici di gradimento, suona come una presa d’atto in questo senso.

La Germania rappresenta forse il caso più interessante. Qui la coalizione CDU/CSU di Angela Merkel ha vinto a man bassa (35,3% dei voti), ma la cancelliera non può dormire sogni tranquilli. In questi anni la grande famiglia democristiana – cristianosociale ha costituito l’architrave della politica tedesca anche in virtù del suo essere l’unico referente dell’elettorato conservatore. Oggi questo monopolio ideologico non c’è più: gli euroscettici dell’Alternative für Deutschland, partito nato nella primavera scorsa e che auspica lo scioglimento dell’Eurozona, ha conquistato un lusinghiero 7%, che gli permette di inviare 7 deputati al Parlamento europeo. E se guardiamo ancora più a destra, troviamo quel partito neonazista Npd che entrerà per la prima volta della sua storia nel Parlamento europeo.

Altro sorvegliato speciale era il Belgio. Non perché Bruxelles vanti chissà quale peso politico nella UE, ma per il significato simbolico che essa rappresenta. La capitale belga è anche capitale d’Europa; qui ha sede gran parte delle sue istituzioni. E sempre qui troviamo le istanze secessioniste più accese, quelle di due popoli (fiamminghi e valloni) che faticano sempre di più a restare uniti. “L’Europa o sarà belga, o non sarà”, si diceva una volta. In Belgio le elezioni del 25 maggio erano state definite “la madre di tutte le elezioni”: regionali, federali ed europee cadevano tutte nella stessa giornata. Il vincitore è Bart de Wever, sindaco di Anversa e leader della Nuova alleanza fiamminga (N-Va), il quale auspica un rapido rafforzamento dell’Ue che a suo parere porterebbe a un parallelo irrobustimento delle identità locali e regionali. A quel punto il Belgio – così come tutti gli altri Stati membri dell’Unione – finirebbe “inevitabilmente” per apparire superfluo. A prescindere dalla domanda se i belgi debbano far fronte ad un nuovo braccio di ferro istituzionale tra i suoi partiti, la posizione di de Wever ci ricorda come le pulsioni autonomistiche di alcune regioni, rinvigorite dalla crescente diffidenza verso l’integrazione europea, possano porsi non solo come alternativa a quest’ultima, ma addirittura come il suo sbocco naturale.

Non possiamo chiudere questa carrellata senza menzionare le elezioni in Ucraina. Che non fa (ancora?) parte dell’Europa, ma che ad essa guarda come alternativa all’abbraccio asfissiante della Russia. La data del 25 maggio come appuntamento per le elezioni presidenziali era stata scelta proprio a questo scopo, ma circa un decimo della popolazione non ha potuto esprimersi perché in alcune province (la Crimea già amputata da Kiev, e le riottose Donetsk e Lugansk) i seggi sono stati chiusi e distrutti da uomini incappucciati. La crisi ucraina è paradigmatica delle difficoltà della UE di assumere una posizione unitaria in politica estera. Se nei Paesi sin qui esaminati hanno vinto tante idee di Europa, tutte accomunate dai riflessi che questa ha nelle rispettive politiche interne, a Kiev i 27 non sono riusciti a fornirne neppure una. Amara immagine di un’Unione incapace di concepire se stessa di fronte ad un mondo troppo veloce ed interconnesso perché la burocrazia e i vertici di Bruxelles siano in grado di stargli dietro.

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