Anche la Cina alle prese con la minaccia jihadista

Contrariamente a quanto si pensi, il fondamentalismo islamico non rappresenta un pericolo solo per gli Stati Uniti e l’Occidente: anche la Cina deve fare i conti con questa minaccia.

Il 1° marzo, presso la stazione ferroviaria di Kunming, nella provincia dello Yunnan, otto uomini armati di coltelli si sono scagliati contro la folla, compiendo in pochi minuti una strage: 33 morti e 143 feriti. L’agenzia di stampa Xinhua lo ha definito l’11 settembre della Cina. Alcuni mesi prima, precisamente il 28 ottobre, nella celeberrima piazza Tienanmen, a Pechino, una jeep si è lanciata a tutta velocità contro i passanti che si trovavano di fronte all’ingresso principale della Città Proibita, provocando la morte di cinque persone (i tre attentatori e due turisti). In un primo momento si era parlato di un attentato legato alla repressione cinese in Tibet, ma nei giorni seguenti la polizia ha arrestato cinque sospetti militanti islamici di etnia uigura.

Pechino gli uiguri, una convivenza difficile

Su 1 miliardo e 300 milioni di abitanti, la Cina conta circa 20 milioni di musulmani: meno del 2% della popolazione. Tra essi primeggiano proprio gli uiguri, un popolo concentrato nella regione dello Xinjiang. Attualmente costituiscono uno dei 56 gruppi etnici ufficialmente riconosciuti dal governo cinese: nonostante ci sia incertezza sui numeri, si può ragionevolmente supporre che 8 milioni circa risiedano in patria e 3 milioni all’estero.

Lo Xinjiang – “Nuova frontiera” in lingua cinese – comprende gli aridi deserti occidentali del Paese. Molti fattori ne indicano il forte collegamento con l’Asia centrale: cultura, economia, lingua e religione. Gli uiguri sono infatti una popolazione di stirpe mongola, turcofona e musulmana. Secondo la storiografia cinese contemporanea, lo Xinjiang rappresenta una inalienabile parte della Cina da più di un millennio, ma la sua conquista definitiva è avvenuta solo nel 1759. In seguito, nella regione si istituì un governo integrato nel sistema imperiale cinese e cominciò una massiccia immigrazione di funzionari e lavoratori Han da ogni parte del Paese. Un processo d’integrazione che avrebbe conosciuto un punto di svolta con la fondazione della Repubblica Popolare Cinese da Con e le riforme di Mao Zedong. In analogia alle politiche etniche già attuate in Unione Sovietica, volte a spezzare l’omogeneità culturale, religiosa e storica delle minoranze interne con le popolazioni turche stanziate in Asia Centrale, l’identità uigura venne definitivamente codificata in una serie di provvedimenti legislativi, la cui attuazione venne affidata ai funzionari locali inviati dalla capitale.

Per la Cina è impensabile rinunciare al possesso dello Xinjiang, soprattutto per motivi economici. La regione è uno snodo fondamentale per l’approvvigionamento energetico del Paese dall’Asia Centrale. Il volume del commercio interregionale attraverso i suoi deserti ha raggiunto i 18,4 miliardi di dollari nel 2007, un aumento di più del 60% rispetto all’anno precedente, per arrivare a 25 miliardi di dollari nel 2008. Inoltre, è da qui che transiteranno sia il nuovo gasdotto tra Cina e Turkmenistan che la nuova, faraonica linea ferroviaria ad alta velocità che dovrebbe collegare l’Asia orientale e l’Europa, da Urumqi alla Germania. Due progetti grazie ai quali la Cina segnerà un punto decisivo nella corsa al predominio dell’Asia Centrale. Lo Xinjiang, infine, è ricco di pozzi di petrolio che le industrie cinesi sono ansiose di sfruttare.

Tutte queste ragioni hanno convinto Pechino a lanciare una poderosa campagna di modernizzazione della regione fin dagli anni Novanta. A tale scopo il governo ha incoraggiato i cinesi Han a trasferirsi nella regione, alleviando così il peso della sovrappopolazione nelle aree centro-orientali. Ma la miscela di sviluppo economico e assimilazione etnica adottata finora non ha avuto esiti soddisfacenti, e negli anni la convivenza forzata tra Han e uiguri ha provocato numerosi episodi di violenza. La rivolta organizzata di una certa instensità risale al 5 aprile 1990, quando Zahideen Yusuf, uno studente religioso fortemente influenzato dagli ideali della jihad afghana, diede avvio ad una sommossa nel distretto di Baren, una località nel Xinjiang sudoccidentale abitata soprattutto da kirghisi.
Da lì in poi gli ultimi ventennio è stato contrassegnato da un susseguirsi di azioni di sabotaggio, rivolte e atti terroristici con numerose vittime civili e che hanno causato l’inasprimento della repressione da parte di Pechino. L’episodio più sanguinoso si è verificato nel 2009 a Urumqi, dove sono morte circa 200 persone.

Dal separatismo al jihadismo

Il petrolio e l’iniqua distribuzione delle risorse non sono mai l’unica causa delle sommosse civili, ma possono facilitarle e renderle più lunghe. Nel caso degli uiguri, il risentimento verso un governo lontano ha trovato il suo sbocco nell’unica forza in grado di riunire e mobilitare le popolazioni turcofone dell’Asia Centrale: il fondamentalismo islamico. Peraltro gli uiguri hanno fama di essere musulmani più zelanti rispetto ai loro vicini dell’Asia centrale: si dice che la gran parte delle donne sposate locali indossi il burqa, abbastanza raro in Asia centrale. Negli anni l’odio anti Han si è così radicalizzato, alimentando le aspirazioni secessioniste rappresentate dal Movimento islamico per l’indipendenza del Turkestan Orientale (Etim) è considerato da Pechino la più pericolosa organizzazione terroristica del paese. Il governo cinese teme che questo movimento riceva sostegno economico e operativo da al-Qa’ida, fatto corroborato da un dato incontrovertibile: lo Xinjiang confina con Afghanistan e Pakistan, i due grandi hub del terrorismo islamico, dove i separatisti uiguri hanno ricevuto (e ricevono) addestramento e appoggio logistico.

Nel 2001, anno spartiacque della percezione globale della minaccia fondamentalista, la cosiddetta “global war on terror” – promossa dal presidente americano George W. Bush in seguito agli attentati dell’11 settembre – ha fornito alla Cina un pretesto per incrementare la repressione delle minoranze più riottose senza che ciò le comportasse troppi problemi di immagine – già Vladimir Putin stava sfruttando lo stesso cavillo per scatenare l’offensiva in Cecenia. Fino ad allora Pechino aveva negato di avere un problema di separatismo entro i propri confini, e le frequenti tensioni etniche che scuotevano la regione venivano derubricate a meri incidenti tra contadini. All’epoca il Jhad era un pericolo molto lontano da Pechino: varie analisi dell’epoca avessero già smentito la presenza di organizzazioni terroristiche operanti sul suo territorio. Eppure negli anni Duemila lo spettro del terrorismo islamico venne elevato al rango di minaccia esistenziale.

L’ipersensibilità del governo di Pechino sul tema si manifesta ancora oggi dall’importanza che l’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai (Sco; organismo in cui la Cina vanta una posizione dominante) attribuisce alla lotta al terrorismo e al se-paratismo. Dal palco di questo consesso, il governo cinese ha richiesto l’estradizione di uiguri in odore di partecipazione alla propaganda separatista – anche se non necessariamente legati all’Etim – che vivevano nei Paesi membri. Fatto più controverso, grazie alla Sco e ad una serie di accordi bilaterali con i diversi Paesi membri, i cinesi hanno fatto in modo che gli uiguri che vivono in Asia centrale non godano più di quelle tutele e dei trasferimenti statali che ricevevano nel periodo sovietico.

I portavoce di Pechino ripetono in continuazione che lo Xinjiang sia il problema interno più grave per il Paese, più del Tibet e di Taiwan, trascurando però un fatto. ネ vero che il conflitto afghano e la fondazione di repubbliche indipendenti nell’Asia centrale ex sovietica hanno indubbiamente assicurato nuova linfa alle aspirazioni indipendentiste dello Xinjiang, ma né il Dragone né di riflesso la comunità internazionale hanno fatto nulla per distinguere quei pochi uiguri che hanno scelto la strada terrorista da tutti gli altri che vivono in condizioni miserevoli sia in Cina che all’estero. Tutto ciò conferma indirettamente quelle teorie che vedono l’enfasi posta dalla dirigenza cinese sulla minaccia terrorista dell’Etim come uno strumento per recidere definitivamente i rapporti tra uiguri dello Xinjiang e quelli centroasiatici.

Nel 2012 succede qualcosa.

Al-Qa’ida in salsa orientale?

il 30 ottobre 2012 la stampa cinese riporta l’annuncio di un colloquio tra i funzionari e e Lakhdar Brahimi, inviato speciale dell’Onu in Siria, per promuovere una soluzione politica alla guerra civile di Damasco. La notizia stupisce un po’ tutti, che il principio di non interferenza negli affari interni di altri Paesi è da sempre uno dei capisaldi della politica estera cinese. Come mai questa presa di posizione? La risposta l’aveva data un giorno prima il Global Times, quotidiano in lingua inglese costola del Quotidiano del Popolo, organo ufficiale del Partito comunista cinese, che aveva rivelato come tra i ribelli siriani ci fossero anche dei cinesi – dei separatisti uiguri, cioè – impegnati nei combattimenti a fianco di altri gruppi estremisti legati ad al-Qa’ida contro le forze fedeli al regime di Bashar al-Assad. Si sa nel conflitto siriano sono impegnati combattenti jihadisti provenienti da un po’ tutto il mondo islamico, molti anche dall’Europa, ma nessuno aveva pensato anche ai separatisti uiguri.

Il timore di Pechino era che queste milizie, una volta cessate le ostilità nel levante mediterraneo, potessero rientrare in patria ed impegnarsi un’escalation di attentati contro il governo centrale. D’altra parte, negli ultimi tre decenni l’azione costante del fondamentalismo islamico è stata quella di sfidare le grandi superpotenze planetarie: ieri l’Urss (sconfitta), oggi gli Usa (né vincitori né vinti) e domani, probabilmente, proprio la Cina.

L’attentato di Piazza Tienanmen si è verificato esattamente un anno dopo le rivelazioni sul coinvolgimento uiguro in Siria. Pochi mesi dopo, c’è stata la strage di Kunming. Questi episodi rappresentano un salto di qualità nella strategia dei separatisti. Se in precedenza gli attentati di matrice uigura si erano sempre concentrati nello Xinjiang, teatro degli ultimi attacchi suicidi era stavolta la capitale Pechino. Inoltre, mentre negli anni precedenti gli attentati avevano sempre preso di mira simboli governativi e/o uomini delle forze dell’ordine e di sicurezza, sia a Tienanmen che a Kunming vengono colpiti due luoghi che non hanno alcuna rilevanza per gli uiguri, provocando in entrambi i casi una strage di civili.

L’obiettivo della guerriglia uigura non sembra più quello di rivendicare i propri diritti di minoranza etnica inascoltata. Adesso l’Etim sembra voler seminare il panico tra la popolazione Han, alterando la percezione della sicurezza e ponendo seri interrogativi in capo ad un disorientato governo centrale. Non va dimenticato che i recenti attentati cadevano in prossimità di alcuni eventi significativi nel panorama politico cinese: La strage di Kunming si è verificata pochi giorni prima dell’apertura dei lavori del Congresso nazionale del popolo (il parlamento cinese) e della Conferenza consultativa politica del popolo. L’attentato avvenuto a piazza Tiananmen ha preceduto il terzo plenum del diciottesimo congresso del Partito comunista cinese. Per gli uiguri quali migliori occasioni per lanciare una sfida diretta al potere?

Conclusioni

Al di là delle consuete semplificazioni con cui la retorica delle nostre lande giustifica la “lotta al terrorismo globale”, è sempre utile ricordare che il terrorismo ha delle cause molto concrete, una sua genesi prevedibile e che, nella maggior parte dei casi, si sviluppa in condizioni di restrizione e repressione di diritti legittimi. Mentre il mondo si è a lungo interessato della causa tibetana, poco o nulla si è letto o ascoltato a proposito della condizione degli uiguri.

Più in generale, la strage di Kunming non ha solo obbligato la Cina a fare i conti con una realtà interna finora sottaciuta, ma ha anche riaperto il dibattito sulla libertà religiosa e sulla convivenza etnica. Da una parte c’è chi sostiene che l’unica strada percorribile sia la repressione totale delle religioni e dei propri aderenti; dall’altra si cercano ponti di dialogo. La storia ha ampiamente dimostrato che reprimere la religione e gli altri fattori identitari, lungi dal contribuire all’ordine, al contrario moltiplica le violenze sociali.

* Originariamente comparso su The Fielder

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