La Russia prosegue le manovre nell’Artico

Il rinnovato interesse di Mosca per le gelide acque dell’Artico registra nuovi sviluppi. Dalla precedente analisi sappiamo già che le rivendicazioni di Mosca si intersecano con quelle degli altri Stati che si affacciano all’interno del Circolo Polare, e che lo scioglimento dei ghiacci non crea solo opportunità economiche, ma impone anche dei cambiamenti negli aspetti militari che coinvolgono la regione.

Sabato 15 marzo, l’esercito russo ha posizionato sei aerei militari di categoria Su-27, e tre cargo per il trasporto di soldati, in Bielorussia, presso la base di Baranoviche. Si tratta di un palese riflesso della crisi ucraina, in conseguenza della quale la Nato ha incrementato le proprie forze aeree nelle basi in Polonia e Romania, a ridosso dei confini con Kiev. Lo stesso giorno, però, alcuni bombardieri dell’esercito russo di categoria Tu-95MS hanno compiuto un inusuale pattugliamento nei cieli dell’Artico, al confine dello spazio aereo di Canada, Norvegia, Stati Uniti d’America e Danimarca. Un chiaro avvertimento ai vicini che la presenza russa nella regione si fa sempre maggiore.

Un mese dopo, il 22 aprile, Vladimir Putin ha annunciato che il suo Paese costruirà una rete unificata di strutture navali sui propri territori artici in grado di ospitare navi da guerra e sottomarini avanzati. Secondo il presidente russo, allo stato attuale la forza della Flotta da Guerra del Nord non è sufficiente per garantire la sicurezza nazionale. A tal fine la Russia sta organizzando una rete capillare di rilevazione radar che prevede di completare entro il 2018. Il disegno di Mosca prevede un sistema radar di difesa aerea completamente automatizzato in grado di rilevare ogni tipo di minaccia, compresi missili da crociera e velivoli senza pilota, ad una distanza massima di tremila chilometri.

Secondo Difesa online, quattro stazioni radar classe “Voronezh” sono già attive. Due radar classe “Voronezh” modello “DM”, seimila chilometri di scoperta con capacità di tracciare simultaneamente 500 target, sono pienamente attivi nel territorio di Krasnodar e nella regione di Leningrado. Le stazioni radar nelle regioni di Kaliningrad e di Irkutsk sono in fase di test. I nuovi radar “Voronezh”, possono essere rapidamente ridistribuiti e richiedono un equipaggio ridotto rispetto alla generazione precedente. Altri sette radar della stessa classe saranno messi in servizio nei prossimi cinque anni, sostituendo così gli obsoleti sistemi modello “Dnepr” e “Daryal”.

Va detto che la Nato svolge regolarmente esercitazioni militari nella Norvegia settentrionale. Quest’anno, nel corso dell’esercitazione Cold Response 2014, sono stati mobilitati 16.000 uomini da 16 differenti Paesi e la Russia ha partecipato in qualità di osservatrice. Al di là di queste iniziative e della retorica sulla collaborazione tra Mosca e l’Alleanza Atlantica che le circonda, tutto lascia intendere che i russi vogliano sfruttare al massimo le prospettive offerte dallo scioglimento dei ghiacci nel profondo Nord.

Interessante questo commento de Il Caffè geopolitico:

A fine settembre scadrà il mandato dell’attuale Segretario Generale della NATO, il danese Anders Fogh Rasmussen, che sarà sostituito dal norvegese Jens Stoltenberg. Durante il mandato di Rasmussen l’Artico venne relegato in secondo piano rispetto ad altre questioni rienute più importanti per l’Alleanza. Le motivazioni dietro la richiesta canadese a Rasmussen di non far assumere alla NATO un ruolo maggiore per la risposta alle minacce alla sicurezza emergenti nella regione artica (episodio avvenuto nel 2010) può far comprendere molto. Da un lato vi era la volontà di non provocare la Russia in questa regione, dall’altro non si voleva creare un’occasione tale per cui Paesi alleati senza particolari interessi nell’estremo nord acquisissero peso nella gestione degli affari inerenti. Sarà interessante osservare se con il cambio al posto di Segretario Generale ed a seguito dei fatti in Ucraina la NATO ed i suoi membri decideranno di adottare una diversa linea nei confronti della Russia anche in quest’area.

Parallelamente alle manovre militari prosegue anche la pianificazione di infrastrutture energetiche. L’obiettivo della Russia è assumere il ruolo leader nell’esplorazione dei giacimenti del petrolio e del gas nell’Artico. Secondo quanto ha dichiarato pochi giorni fa Pavel Zavalnyj, presidente della Società russa del gas, il volume complessivo iniziale delle risorse estratte nell’Artico russo è aumentato ed è valutato in 106 miliardi di tonnellate equivalenti di petrolio. In proposito, il 19 aprile Gazprom ha annunciato di essere pronta ad inviare in Europa il petrolio estratto dalla piattaforma petrolifera off-shore Prirazlomnaya, la prima ad aver avviato le trivellazioni commerciali al di sopra del circolo polare artico. 

Indubbiamente l’emancipazione delle Repubbliche dell’Asia centrale e del Caucaso meridionale hanno reso la Russia un Paese sempre più “del Nord”, il che rende semplicemente inevitabile lo sviluppo delle sue regioni artiche. Al tempo stesso, tuttavia, c’è chi si chiede se Mosca stia operando nel modo più economico ed efficace per garantire la propria presenza nell’Artide. Ad esempio, a cosa serve investire somme ingenti nel sistema di difesa radar se poi il programma per modernizzare le navi rompighiaccio – più utile ai fini dell’esplorazione della regione – procede a piccoli passi e con ritmi decisamente poco ambiziosi?

Inoltre, la debolezza della propria cantieristica e gli intoppi che già si palesano per la creazione di infrastrutture adeguate allo sviluppo dei giacimenti nel Nord renderanno necessaria la ricerca di una sinergia con aziende estere, unica via sulla quale puntare per ottenere quel know how che sarebbe difficile recuperare altrimenti. Portare a termine gli ambiziosi piani che Mosca si è prefissata, sia in ambito civile che militare, sarà dunque più difficile di quanto stimato. Nel frattempo, la militarizzazione prosegue, e le provocazioni verso Europa e Paesi Nato pure.

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