La Serbia tra il martello di Mosca e l’incudine di Bruxelles

L’onda lunga della crisi in Ucraina si sta propagando fino a Belgrado. Il governo serbo, tradizionalmente vicino alla Russia ma in trattativa con Bruxelles in vista di una futura adesione alla UE, si trova sempre più in imbarazzo a causa della difficoltà di esprimersi in modo coerente sulla situazione.
Da un lato, c’è la situazione internazionale: il processo di euro-integrazione in corso imporrebbe alla Serbia di associarsi alle parole di condanna verso le iniziative di Mosca sin qui manifestate dall’Europa, ma il Paese balcanico non può correre il rischio di alienarsi le simpatie del Cremlino.
Dall’altro, però, la questione ucraina ha degli importanti riflessi di politica interna. La gran parte delle argomentazioni con cui la Russia ha preteso di legittimare l’annessione della Crimea si fondano sulla similitudine con il precedente del Kosovo. Abbiamo già detto che la Crimea non è il Kosovo, ma se Belgrado se dovesse appoggiare le rivendicazioni di Mosca andrebbe contro i suoi stessi principi di integrità nazionale secondo i quali questo è una parte della Serbia e dunque quella sarebbe parte dell’Ucraina.
Si tratta dello stesso paradosso  in cui è caduta la comunità internazionale, ma Da qui l’impossibilità di trovare una posizione coerente.

Come ricorda l’Osservatorio Balcani e Caucaso:

per la Serbia la questione centrale collegata all’Ucraina è quella del Kosovo. Belgrado avrebbe in questo senso interesse a sostenere l’Ucraina e a contrastare la separazione della Crimea. Tuttavia ciò facendo entrerebbe in netto contrasto con la Russia. La Russia a sua volta è sempre stata contraria all’indipendenza del Kosovo ed ha sempre appoggiato la Serbia al Consiglio di Sicurezza dell’ONU, ma poi in Ucraina ha agito seguendo altri principi.

Sia la Russia che l’Occidente, ognuno con le proprie argomentazioni, affermano che il Kosovo e la Crimea non sono la stessa cosa. Alla Serbia aggrada però di più il punto di vista di Mosca secondo il quale il Kosovo non ha il diritto di separarsi dalla Serbia. In Occidente invece si riconosce il diritto all’autodeterminazione del Kosovo ma non quello della Crimea.

 

Per la Serbia l’alternativa è tra appartenere all’Europa solo geograficamente oppure condividere il progetto politico europeo senza riserve. L’atteggiamento dell’Europa, in questo senso, non si è mostrato molto conciliante. Già in gennaio la UE aveva fatto pressione su Belgrado affinché prendesse le distanze dalle iniziative di Mosca; pressing ribadito in seguito alla notizia della presenza di paramilitari serbi in Crimea.

D’altra parte i rapporti con Mosca, cementati da secoli di affinità storiche, religiose e culturali, hanno dei risvolti molto concreti poiché la Russia è un importante partner economico della Serbia e le aziende russe possiedono praticamente il monopolio del gas e del petrolio nel Paese. Non stupiamoci se in Serbia, oggi governata dal Partito progressista serbo (SNS) del premier in pectore Aleksandar Vučić, continui ad essere tacitamente in vigore quindi la posizione secondo la quale sul fronte internazionale non si deve fare nulla che possa essere interpretato come una mossa contro la Russia.

Secondo Business Insider:

In seguito alle elezioni dello scorso 16 marzo, Vucic è stato promosso all’incarico di primo ministro, ma la sua posizione sulla vicenda ucraina continua a rimanere ambigua, in quanto ancora oggi la Serbia non ha espresso una chiara posizione ufficiale. In Parlamento domina il Partito progressista serbo (SNS) del premier Vucic, un partito della destra conservatrice che ha forti relazioni con Russia Unita, il partito di Putin, ma, allo stesso tempo, è favorevole all’integrazione europea. Oltre la metà degli elettori dell’SNS non vede di buon occhio la gestione europea della crisi in Ucraina e coltiva forti simpatie per Mosca. Che fare dunque? Se dovesse dire sì a Mosca, il processo di integrazione europea, che già di suo si prevede lungo e complesso proprio per il “fattore Kosovo” (gli europei mal digeriscono il fatto che Belgrado consideri Pristina parte del suo territorio), subirebbe forti scossoni,  allungando all’infinito i tempi per l’ingresso nell’Ue. Dall’altro lato, se dovesse dire sì  Bruxelles, la Serbia perderebbe l’appoggio dei potenti cugini russi.

Il governo pare voler portare avanti la politica “amici di tutti senza scontentare nessuno”, cosa che sta creando una gran confusione sulla linea di politica estera da seguire. La scorsa settimana, nel corso del voto sulla possibilità di togliere ai deputati russi il diritto di votare all’Assemblea parlamentare del Consiglio d’Europa (COE) per tutto il 2014, i rappresentanti serbi, proprio perché non avevano ricevuto dettami da Belgrado, si sono espressi in maniera disomogenea e in base ai propri orientamenti politici. In particolare, Natasa Vuckovic e Vesna Marjanovic, del Partito democratico (DS), al momento all’opposizione nel Parlamento serbo; e Vladimir Ilic, dell’Unione delle regioni serbe (URS), hanno votato a favore, mentre gli altri deputati hanno votato contro o si sono astenuti. Un caos. Vuckovic si è giustificata sostenendo che il suo voto non è contro la Russia, ma piuttosto filoserbo e, soprattutto, a favore del principio dell’integrità territoriale. Come darle torto, d’altronde, in un Paese che si trova a vivere la stessa situazione che il suo principale alleato (la Russia) ha creato in un altro Stato (l’Ucraina).

Per la Serbia, la questione ucraina rappresenta il primo banco di prova per la definizione di un nuovo concetto di politica estera. A lungo andare, il processo di avvicinamento all’Europa renderà sempre più difficile per Belgrado mantenere la sua equidistanza tra Bruxelles e Mosca, soprattutto in una fase di tensioni come quella attuale. Una volta entrata nella UE, Belgrado non sarebbe più in grado di navigare tra le opposte posizioni, ma avrebbe degli obblighi rigorosamente definiti. Diversamente, tenersi fuori dal consesso europeo significherebbe restare una sorta di isola circondata da membri dell’UE e della NATO. E’ questa la sfida che l’SNS e il futuro premier Vučić sono chiamati ad affrontare.

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