Ucraina, perché l’accordo di Ginevra è già un fallimento

L’annessione dell’Est Ucraina da parte della Russia è solo rimandata. In una diretta televisiva di mercoledì 16 aprile,  Vladimir Putin ha affermato che la Russia ha annesso la Crimea in parte per rispondere all’espansione della Nato nell’Est Europa. Il capo del Cremlino ha inoltre ammesso che truppe russe si trovavano nella penisola prima che ritornasse sotto Mosca, ma ha negato che esse siano ora presenti nell’Ucraina orientale.

Il presidente russo per ora non vuole invadere, ma può ottenere quello che vuole in altri modi. La minaccia di una guerra civile, di un intervento armato russo e della guerra economica con Mosca sono leve sufficienti per rafforzare il suo potere negoziale con Kiev, impedendo all’Ucraina di scivolare verso Ovest.

Sul fronte interno, l’Ucraina che non riesce a tirarsi fuori dalle sabbie mobili in cui rischia di inabissarsi. La fiducia nei confronti del presidente ad interim Olexandr Turchynov e del premier Arseni Yatseniuk è ai minimi storici. La nuova classe dirigente si trova davanti al compito immane di non far sprofondare il Paese economicamente. Da questo punto di vista non è stato fatto nulla e si aspetta in sostanza l’arrivo dei fondi internazionali. In otto settimane al potere, il nuovo establishment si è dimostrato impotente di fronte agli eventi e le diverse anime del nuovo governo, unite nella fase rivoluzionaria contro Yanukovich, hanno seguito strategie diverse, contraddittorie e controproducenti.

Non c’è da stupirsi che l’urlo di protesta contro l’attuale dirigenza provenga non solo dagli autonomisti, ma soprattutto da quella parte della popolazione – la maggioranza – che non vuole certo un’annessione alla RussiaI separatisti filorussi, eterodiretti da Mosca, sono infatti ucraini: ex militari del Berkut, bande al soldo degli oligarchi, giovani estremisti nazionalisti con tanto di stemma dell’ordine di San Giorgio al petto. Tutti circondati da gente normale. Se la gran parte della popolazione è silenziosa, chi scende in piazza a fianco degli autonomisti lo fa soprattutto perché è contro l’attuale governo, che in questi due mesi ha contribuito a far sprofondare il Paese nel caos.

Fallita l’offensiva dell’esercito di Kiev a Est – il governo è consapevole che il pugno duro aumenterebbe in ogni caso la distanza tra centro e periferia, difficile da colmare anche con l’aiuto degli oligarchi fin qui messi alla guida degli oblast orientali – Russia, Usa, Ue e Ucraina hanno raggiunto un accordo per provare a ridurre la tensione. Limes propone il testo completo, Geopolitical Center le dichiarazioni a margine. “Disarmo delle milizie illegali”, “ritiro dagli edifici pubblici occupati”, “amnistia per tutti i manifestanti (tranne per coloro che sono stati accusati di reati particolarmente gravi)” e “sgombero di strade e piazze presidiate” sono i punti fondamentali del negoziato.

Tuttavia l’accordo, salutato con freddo ottimismo tanto dalla Casa Bianca quanto dal Cremlino, potrebbe già rivelarsi un fallimento. I separatisti filorussi di Donetsk non hanno alcuna intenzione di rispettare i termini del patto di giovedì, annunciando che non lasceranno gli edifici pubblici occupati ormai stabilmente. Girano voci di uno scontro armato nelle vicinanze della città di Serhiyivka, nella regione di Donetsk, dove alcuni paracadutisti dell’Esercito ucraino avrebbero aperto il fuoco contro un gruppo di militanti filo-moscovite che aveva organizzato un posto di blocco.

Posto che né Kiev né Mosca lasceranno andare facilmente la presa su Donetsk e sulle altre regioni orientali dell’Ucraina, ad esempio, motore economico del Paese, per il momento tutti gli scenari – peggiori – rimangono aperti.

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