Se l’Ucraina avesse ancora l’atomica…

Forse l’Ucraina è davvero sull’orlo della guerra civile. Nelle ultime settimane, i gruppi armati filorussi hanno sequestrato gli edifici governativi in diverse città dell’Est del Paese e hanno ucciso almeno un agente di sicurezza ucraino. Ora Kiev sta mobilitando le sue forze per riassumere il controllo su queste località, alimentando un’esclation dagli esiti al momento imprevedibili. L’unica certezza è che il Cremlino sta strumentalizzando la presunta istigazione alla violenza da parte di Kiev come pretesto per un’altra invasione Crimea styleBusiness Insider riporta una mappa con le possibili opzioni militari della Russia. 

Di fronte agli ultimi, preoccupanti sviluppi, qualcuno rimpiange lo smantellamento dell’arsenale nucleare ucraino. Lasciamo stare le parole di Yulia Timoshenko (personaggio non più limpido del vituperato Yanukovich,non dimentichiamolo), che al telefono avrebbe illustrato la sua “soluzione” suggerendo sarcasticamente l’uso di armi nucleari contro gli ucraini di etnia russa, e concentriamoci in una riflessione più seria.

Qualche giorno fa il Wall Street Journal scriveva che le nazioni che abbandonano il loro arsenale nucleare lo fanno a proprio rischio e pericolo. Durante il periodo della Guerra Fredda l’ipotizzato conflitto tra i due blocchi, minacciava, a causa del duopolio nucleare, di essere devastante, di investire intere aree del pianeta e, soprattutto, di essere difficilmente controllabile. Il potere nucleare, peraltro militarmente inutile in quanto, essendo totalmente distruttivo, faceva perdere l’interesse stesso di vincere la guerra, diveniva però “politicamente efficace” se impiegato in funzione dissuasiva. Ai nostri giorni, secondo il quotidiano d’oltreoceano, questo avrebbe garantito l’integrità territoriale di Kiev in quanto la Russia difficilmente avrebbe invaso un Paese confinante col rischio di vedersi puntare contro una batteria di testate nucleari.

Il collasso dell’Unione Sovietica aveva lasciato sul territorio ucraino diverse migliaia di armi nucleari strategiche e tattiche, tanto che Kiev si ritrovò a possedere, per pochi mesi, il terzo arsenale nucleare al mondo dopo quelli americano e russo. Limes ricorda che, subito dopo l’indipendenza nel 1991, l‘Ucraina si affrettò a ribadire che non avrebbe mantenuto quelle armi nucleari ereditate dall’Urss, ma le avrebbe trasferite in Russia e avrebbe aderito al Tnp come Stato non nucleare. Peraltro una parte importante dell’industria missilistica sovietica si trovava proprio in Ucraina (gran parte dei vettori strategici sviluppati in Urss erano infatti prodotti nelle industrie di Dnipropetrovsk), la quale era quindi in grado di progettare, sviluppare e fabbricare missili a lungo raggio, a combustibile liquido e solido. Le industrie ucraine sono tuttora coinvolte in una serie di progetti spaziali in collaborazione con imprese russe: Kosmostras, ad esempio, è una joint-venture russo-ucraina per convertire i missili SS-18 in vettori spaziali Dnepr.

Non tutti a Kiev erano d’accordo all’idea di rinunciare alla bomba atomica. Dagli inizi degli anni Novanta, quando le forze politiche nazionaliste usarono la “carta nucleare” contro il primo presidente dell’Ucraina post-sovietica, Leonid Kravchuk, accusandolo di aver svenduto le armi nucleari alla Russia per nulla in cambio, il dibattito sulla scelta dell’abbandono dello status nucleare si è periodicamente riaffacciato sulla scena politica di Kiev. Tuttavia, all’indomani dell’indipendenza le priorità della neonata repubblica erano ben altre, e la denuclearizzazione negoziata avrebbe potuto assicurarle l’assistenza internazionale per la propria fragile economia e per far fronte alle pressioni politiche russe. Si trattò dunque di una scelta di opportunità politica.

Nondimeno, lo smantellamento di tutti i bombardieri strategici venne completato soltanto nel gennaio 2006 – alcuni di questi sono stati in realtà ceduti ai russi per saldare l’enorme debito contratto per le forniture di gas – e solo nel marzo del 2012 l’Ucraina ha adempiuto agli obblighi contratti in occasione del Vertice sulla sicurezza nucleare del 2010 rimuovendo tutto l’uranio altamente arricchito (Heu) dal suo territorio.

Con le armate di Kiev che premono alle porte, molti esponenti politici ucraini rimpiangono la scelta operata vent’anni fa. Il deputato Pavlo Rizanenko, ad esempio, ha definito su Usa Today la scelta fatta dal suo paese all’indomani dell’implosione dell’impero sovietico “un grande errore”.

Ma, con le armi nucleari ancora a disposizione di Kiev, la crisi ucraina avrebbe davvero preso un’altra piega?

Forse no. L’analista John Loretz su Peace and Health Blog ritiene che seppure l’Ucraina possedesse ancora le 1.500 testate ereditate dall’Urss, ciò non avrebbe reso la situazione attuale meno problematica. Se un numero maggiore di Stati acquisisse armi nucleari, spiega l’autore, ci avvicineremmo semplicemente al giorno in cui la deterrenza fallirà e le armi nucleari saranno usate comunque. In ogni caso, anche la consapevolezza che Kiev disponesse dell’atomica non avrebbe impedito a Putind i mostrare i muscoli per ribadire la propria posizione di forza nei confronti di un Paese affacciato su un’area (il Mar Nero) vitale per la proiezione geostrategica di Mosca.

A prescindere da chi abbia ragione o meno, resta il fatto che la perdita dell’Est sarebbe per Kiev un durissimo colpo.

Matteo Tacconi, analista dei Paesi dell’Europa Orientale, nota sul Manifesto che l’Est ucraino è il bari­cen­tro pro­dut­tivo del Paese, irri­nun­cia­bile tanto per Kiev quanto per la Rus­sia e i filo­russi: lì si con­cen­tra la parte più lunga della spina dor­sale indu­striale dell’ex repub­blica sovie­tica. Solo la regione di Done­tsk, ex roc­ca­forte di Yanu­ko­vich e del Par­tito delle regioni, nel 2013 ha garan­tito il 12,4% del Pil nazio­nale. Un dato che dei pro e dei contro: l’industria dell’est è pesante, vec­chia, stan­tia. È sem­pre vis­suta gra­zie ai finan­zia­menti dello Stato. Que­sto ha com­por­tato la soprav­vi­venza dei grossi gruppi, con­trol­lati dagli oli­gar­chi (in Ucraina 100 persone detengono l’80% della ricchezza nazionale). Il para­dosso dell’est è pro­prio que­sto: da una parte è eco­no­mi­ca­mente indi­spen­sa­bile, dall’altra ha biso­gno di una mas­sic­cia inie­zione di rifor­me. La sua perdita a vantaggio della Russia, tuttavia, sarebbe un colpo durissimo per l’economia – e di riflesso per la stabilità politica – dell’Ucraina, o di ciò che ne resterebbe.

Dall’altro lato, se è indubbio che l’esercito russo abbia i mezzi per invadere l’Ucraina Orientale, è tutto da dimostrare che sia anche in grado di difenderla. Come spiega dettagliatamente Robert Beckhusen su War is Boring, il presidio militare delle province dell’Est, a differenza di quanto avvenuto in Crimea, sarebbe logisticamente molto più arduo.

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