OT: L’Aquila, 6 aprile. Il più freddo dei giorni

[Scritto per Val Vibrata Deal]

Per spiegare cosa sia L’Aquila oggi, a cinque anni dal sisma che l’ha devastata, ci vorrebbe qualcuno capace di raccontare il silenzio. Il silenzio spettrale che regna tra le macerie che un tempo furono case, tra le vie transennate, tra le chiese crepate, tra i negozi chiusi del centro storico chiuso. Il silenzio finora interrotto solo dai cittadini armati di cariola e pazienza (che per tanto ardire sono pure finiti sotto processo…) o dai clic di quei buontemponi ansiosi di rompere la monotonia delle foto vacanziere scattandone altre più suggestive – davanti alla Concordia, alla casa di Cogne, o alle zone rosse – purché intrise di disperazione. Il silenzio deturpato da politici, opinionisti e tuttologi che oggi avranno in massa una parola per L’Aquila, anche quelli che non ci sono mai stati prima e non hanno intenzione di venirci. Il silenzio delle coloratissime new town, ieri costruite in fretta e furia e consegnate con sorrisi elettorali, e oggi abbandonate di corsa perché cedono, prendono fuoco, perché non antisismiche. Il silenzio che alle 3:32 di ogni 6 aprile, al termine della ricorrente veglia di preghiera, fa da sfondo ai 309 rintocchi della campana della chiesa del Suffragio, scandendo il ricordo delle vittime. 

Sono cinque anni che L’Aquila è stata colpita dal sisma. Ad aprile del 2014 sono rientrate nelle loro case 46mila persone. Quelle che vivono ancora all’interno degli appartamenti del progetto Case (Complessi antisismici sostenibili ecocompatibili) sono 11.670, mentre sono 2.461 quelle che vivono nei Map (Moduli abitativi provvisori, prefabbricati) e 189 negli appartamenti messi a disposizione dal comune. Allo stato attuale ci sono più di 300 cantieri aperti nel centro storico e 1.500 nelle zone periferiche. Nei 56 comuni limitrofi interessati dal terremoto sono 662 i cantieri aperti nelle periferie e 138 quelli nei centri storici; per il restauro dei beni artistici e architettonici, i cantieri aperti sono 101.

Cifre, bilanci, buoni propositi, falsità che ancora pretendono di essere vere. La realtà autentica, quella che la freddezza dei numeri non potrà mai raccontare, è impressa negli sguardi di chi aspetta di tornare a casa, o di chi la propria l’ha ricostruita con i risparmi di una vita. E’ scolpita nella rassegnazione di chi i soldi per rimetterla su non ce li ha, e non ha nemmeno quelli per fuggirre da lì. E’ marchiata a fuoco nelle voci che si sfiorano quotidianamente e si sussurrano “Come va?’ E come vuoi che vada”.

Ecco perché è sempre più difficile parlare dell’Aquila all’approssimarsi di ogni 6 aprile. Quello che prima era il giorno del ricordo e del cordoglio, adesso sta diventando una ricorrenza rituale e ipocrita ricorrenza. A cinque anni dal sisma L‘Aquila non c’è più. Cinque anni in cui è passata dall’essere capoluogo di regione allo status di città fantasma. Perché è l’idea stessa di città che si sta perdendo, sepolta sotto le macerie assieme alla speranza ricominciare. Se ora gli organi di tutela del patrimonio culturale (le tanto vituperate soprintendenze) stanno lavorando bene, è la ricostruzione delle abitazioni civili – della città in sé – a non ripartire. I bambini delle new town crescono e vanno a scuola senza aver mai neppure avuto l’esperienza, di una città. Vedono gli adulti sentirsi estranei in quella che una volta fu la loro. Crescono e si avviano a diventare l’unica generazione incapace di far risorgere L’Aquila, tante volte distrutta, e altrettante – fino ad ora – ricostruita. L’unica che non avrà saputo prenderla in mano e aiutarla a rialzarsi. Semplicemente perché una città non l’ha mai vista, mai vissuta.

Quanto a noi, ci diranno che sono passati cinque anni. Ci faranno sentire le registrazioni di quei piccoli uomini che ridono nel letto. Ci faranno vedere il mantra delle immagini dell’ospedale, della Casa dello studente, di intere famiglie che gridano aiuto in piena notte. Vi racconteranno di persone costrette ad abbandonare le case. Voci, opinioni, chiacchiere. Tutti parleranno. Come sempre. Tutti. Si ricorderanno dell’Aquila in questo orribile, triste anniversario, per poi dimenticarla negli altri 364 giorni dell’anno. Ci sono i Mondiali di calcio alle porte, c’è l’Expo 2015 che incombe. Ma verrebbe da chiedersi: da cosa dipende la nostra immagine nel mondo? In cosa si misurano il talento e l’orgoglio di una nazione? Da come saremo capaci di allestire una super-fiera o piuttosto da come saremo o non saremo in grado di ricostruire il capoluogo di una delle venti regioni del nostro Paese? Qualcuno ha detto tempo fa, nel commentare la notizia dell’arresto a L’Aquila di un noto imprenditore, il solito “furbetto” che avrebbe gonfiato i lavori della ricostruzione, “questo è il terremoto … quello era il sisma!”. Penso che niente sintetizzi meglio il triste momento che stiamo vivendo.

Tutti parleranno. A tacere sarà L’Aquila stessa. Nessuno parlerà del silenzio che toglie il fiato, che ti colpisce. Quello che circonda la zona rossa e le riempie. Quello che pervaderà i paesini attorno distrutti ma dove le telecamere non sono mai arrivate. Quello che accompagna chi quel maledetto giorno ha perso qualcosa e/o qualcuno. Silenzio che taciturno e a braccia conserte guarda senza fare mosse, e che per questo è il nemico peggiore. Silenzio come freddo, quello che scende quando la fiammella della speranza si spegne. Silenzio che fa del 6 aprile, di ogni 6 aprile, il più freddo dei giorni, nella triste attesa che quella fiammella si riaccenda.

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