Quando Davide soccombe a Golia: San Marino bussa a Bruxelles per sfuggire a Roma

Nel corso dell’anno c’è un solo momento in cui il mondo torna a parlare di San Marino: inizio settembre, in occasione del Gran Premio di MotoGP che si tiene sul circuito di Misano Adriatico. Per il resto, agli occhi dei non residenti il corso degli eventi in cima al Titano rimane pressoché ignoto – aggettivo che, come vedremo, nella visione politica sammarinese del mondo è tra i più caratteristici.

In pochi a conoscenza del referendum che domenica 20 ottobre ha chiamato i cittadini di San Marino a decidere se formulare o meno una domanda ufficiale per entrare a far parte dell’Unione Europea. Per la cronaca, la consultazione non ha raggiunto il quorum del 32% previsto per essere considerata valida. Ma è interessante comprendere i motivi per cui la piccola Repubblica ha deciso di intraprendere il cammino verso Bruxelles: esso è in pratica l’estremo tentativo di sfuggire allo strangolamento a cui essa è stata sottoposta dal governo di Roma, da quando la crisi economica ha reso le relazioni tra Italia e San Marino sempre più tese.

San Marino – Italia, la strana coppia

La tradizione fa risalire la fondazione della piccola Repubblica al 3 settembre 301 d.C., quando il diacono Marino d’Arbe, un tagliapietre dalmata fuggito dalle persecuzioni dell’imperatore Diocleziano, stabilì una piccola comunità cristiana sul Monte Titano, il più alto dei sette colli su cui sorge la Repubblica. A prescindere che si tratti di storia o leggenda, è significativo che, nel corso dei secoli, la repubblica abbia attraversato pressoché indenne le varie tempeste storico-politiche che si sono via via addensate sul continente europeo. A parte rari momenti di occupazione militare straniera – l’ultimo dei quali risale al 1740 ad opera del cardinale Alberoni –  San Marino ha conservato la propria autonomia quasi ininterrottamente dal Medioevo fino ad oggi. Neppure durante il Risorgimento la sua esistenza fu messa in discussione. Lo storico Denis Mack Smith si pose la domanda sul perché un piccolo Stato quasi al centro dell’Italia non fu reclamato dall’Irredentismo italiano e neanche da Mussolini (che addirittura lo difese dai tedeschi durante la sua Repubblica di Salò), arrivando alla conclusione che i nazionalisti italiani considerassero San Marino una specie di minuscola repubblica italiana solo nominalmente indipendente, oltre ad essere un vanto davanti al mondo per aver mantenuto l’indipendenza addirittura dai tempi della Roma imperiale.

Per i sammarinesi la risposta è un’altra, e si riassume in un motto: “Noti a noi, ignoti agli altri“. E’ stato questo il tradizionale spirito guida della politica estera di San Marino dal suo ingresso nella modernità. Lungi dall’essere un semplice ossimoro, il motto riassume la strategia di nascondimento di sé, fatta in concreto di un ossequio formale ai potentes vicini mantenendo però la custodia delle proprie libertà concrete, che ha consentito alla piccola repubblica di perpetuare la propria esperienza istituzionale e politica a dispetto degli sconvolgimenti avvenuti negli ultimi secoli di storia europea, unità d’Italia compresa. Unità a partire dalla quale l’amicizia tra il piccolo Stato e il suo Grande vicino è divenuta l’architrave della politica interna ed estera sammarinese. Oggi infatti San Marino è difficilmente inquadrabile come uno Stato a parte rispetto all’Italia, un luogo in cui tutto appare identico al Belpaese (secondo gli italiani), mentre tutto è in realtà diverso (secondo i sammarinesi).

Per quanto la narrazione storica voglia sottolinearne il primato di repubblica più antica del mondo, tra Roma e il Titano vi è un osmosi quasi perfetta, con ciascuno dei due Stati che sembra debordare dai propri confini per riversarsi nel territorio dell’altro, quasi espandendosi per via di una reciproca utilità. E’ indubbio che la sussistenza di San Marino derivi dallo sviluppo economico prodotto nel corso degli anni nel territorio romagnolo e marchigiano. Tuttavia il legame biunivoco tra Roma e il Titano viene costantemente negato. Ed ecco qui la madre di tutte le contraddizioni: da un lato la Piccola repubblica rivendica la propria unicità al cospetto della Grande, ma dall’altro è legata a doppio filo al territorio circostante. Secondo l’art. 4 della Convenzione di buon vicinato siglata da Italia e San Marino nel 1939: “I cittadini di ciascuno dei due Stati saranno ammessi, nel territorio dell’altro, all’esercizio di qualsiasi industria, commercio, professione, arte, e potranno accedere a qualsiasi pubblico impiego a parità di condizioni con i nazionali”, come se la Piccola repubblica fosse la 21esima regione d’Italia. Ma se consideriamo che la tassazione sammarinese si assesta sul 19%, contro il 43% circa di quella italiana, è evidente come questo vincolo biunivoco abbia delle perverse ricadute fiscali.

Per decenni disposto del citato art. 4 ha consentito un notevole passaggio di attività (e dunque di denaro) dall’Italia verso San Marino, e senza che nessuna transazione fra i due Stati risultasse dubbia o penalmente rilevante. L’attività finanziaria era diventata così il cuore pulsante della Piccola repubblica: sul Titano avevano sede 12 banche e 59 finanziarie, secondo quanto ricostruito dalla trasmissione televisiva Report. Nel 2008 San Marino era riuscita a concentrare nel proprio sistema bancario sistema bancario qualcosa come 14 miliardi di euro. Soldi che consentivano lo sviluppo di un’economia florida e che, attraverso un’imposizione fiscale minima, permettevano allo Stato di finanziare una pubblica amministrazione da 10 mila impiegati: un terzo dell’intera popolazione. 

Ovviamente ciascuno Stato è libero di stabilire le proprie aliquote fiscali come meglio crede, e in ogni caso San Marino non può essere messo sullo stesso piano di altri Paesi vicini (Svizzera e Vaticano) che, nei decenni, hanno offerto ai magnati italiani rapide opportunità in termini di segreto bancario e riservatezza. Il problema sorge quando, a fronte di politiche d’economia interna, non siano applicate norme di trasparenza per l’indagine fra Paesi riguardo l’evasione fiscale. Nel 2009, con l’economia globale in balia della tempesta finanziaria perfetta, la lotta all’evasione arriva all’ordine del giorno dei grandi vertici internazionali. E le esigenze di cassa nel contesto della crisi hanno spinto l’Italia ad approfittare dei bruti rapporti di forza nei confronti del suo Piccolo vicino.

San Marino non è (più) un paradiso fiscale

Il G20 di Londra del 2 aprile 2009 si celebrò tra gli squilli di tromba con l’obiettivo di “rifondare il sistema finanziario” globale a pochi mesi dalla caduta di Lehmann Brothers. Alla conclusione del lavori, i grandi della Terra impugnarono la black list e la grey list stilate pochi giorni prima dall’Organizzazione della cooperazione e dello sviluppo economico (Osce) per lanciare una campagna corale contro i cosiddetti “paradisi fiscali”.
Eppure la funzione di “microcosmi compiuti” assolta dai territori a fiscalità agevolata riveste un ruolo tutto sommato utile – o quanto meno tollerato – ai fini dell’economia mondiale. Così la definizione stessa di “paradisi fiscali” diventa un teorema a geometria variabile in funzione del peso politico del Paese a cui più ciascun microcosmo interessa. Per cui era del tutto normale che nel corso del G20 del rigore planetario i governi occidentali accettassero supinamente che “Macao e Hong Kong non sono e non sono mai stati paradisi fiscali” secondo quanto affermato dalla Cina, così come hanno chiuso un occhio sulle isole anglonormanne della Manica, o sulle legislazioni fiscali di Stati membri della UE come l’Austria, il Lussemburgo e i Paesi Bassi.
Altri soggetti additati come paradisi (i cosiddetti PSE, Piccoli Stati Europei) sono invece stati abilmente “massaggiati” dalle mani dei loro grandi vicini: Andorra dalla Spagna (anzi, dalla Catalogna) e il Principato di Monaco dalla Francia; andò peggio al Lietchenstein, rimbrottato dalla burbera Germania merkeliana dopo la pubblicazione di una lista di centinaia di nomi di evasori da parte di un anonimo funzionario del principato. La grande montagna di Londra aveva così partorito il classico topolino.
In questo contesto, San Marino rientrava nel novero dei paradisi fiscali inseriti nella prima “lista grigia”, ma grazie a una folta serie di accordi bilaterali internazionali stipulati a tempo di record dal governo sammarinese ne è rapidamente uscita, tanto che già nel 2009 il Global Forum on Transparency and Exchange of Information inseriva la Repubblica nella “lista bianca” degli Stati che hanno implementato le richieste di maggiore trasparenza. A differenza degli altri PSE, tuttavia, sul Titano pendeva la spada di Damocle di un Paese, l’Italia, soffocato da un debito pubblico tra i più alti del mondo e angosciato dalla costante necessità di rimpolpare le proprie magre finanze.

Nel 2009 il governo italiano varò lo scudo fiscale per incoraggiare il rientro dei capitali detenuti all’estero. A metà febbraio 2010 secondo le stime governative erano rientrati circa 80 miliardi di euro, graduando i Paesi maggiormente interessati dal rientro secondo questo ordine: la Svizzera con 59,9 miliardi, il Lussemburgo con 7,3 miliardi, il Principato di Monaco con 4,11 miliardi e infine San Marino con 3,8 miliardi. Quasi contemporaneamente, però, l’esplosione della crisi greca obbligava i governi di tutta l’Eurozona a varare delle manovre finanziarie per stabilizzare i propri bilanci. L’Italia, oltre a scaricare il peso degli oneri fiscali sulle spalle dei soliti noti (lavoratori dipendenti e pensionati), ingaggiò una serie di misure volte a mettere le mani sui forzieri dei Paesi vicini.

Subito però le autorità italiane dovettero fermarsi davanti al Principato di Monaco (sponsorizzato dalla Francia) e al Vaticano, per cui l’attenzione finì per concentrarsi sulla ricca cassaforte svizzera. Partì un’ondata di perquisizioni della Guardia di Finanza alle sedi italiane delle principali banche svizzere che si sarebbe arrestata non tanto di fronte alle veementi proteste da parte del governo elvetico, quanto alla minaccia elvetica di sospendere gli usuali versamenti delle quote delle imposte riscosse in Svizzera (per i redditi prodotti dai frontalieri) e poi destinate alle province italiane confinanti. Rimaneva solo San Marino.

La vicenda Carisp – Delta 

Nel 2008 la Guardia di Finanza aveva sequestrato un furgone che trasportava banconote dalla sede forlivese di Monte dei Paschi sino a San Marino. Due milioni e mezzo di euro che avrebbero dovuto garantire la normale liquidità alla Cassa di Risparmio di San Marino, chiave di volta dell’economia del Titano, ma che per la Procura di Forlì indicavano un rapporto non cristallino con l’Italia. Partì così l’inchiesta iniziata dalla Procura che avrebbe portato alla decapitazione dei vertici della Cassa di Risparmio e del Gruppo Delta, una galassia di 25 società che in Italia esercitava soprattutto credito al consumo. L’intero Gruppo Delta era sotto l’egida della Banca d’Italia in quanto, tra le proprie società controllate, c’era anche un istituto bancario, SediciBanca. Secondo Palazzo Koch una banca extracomunitaria, Carisp San Marino appunto, aveva di fatto il controllo di un gruppo bancario italiano, per cui era necessario intervenire. Di lì a poco iniziò il commissariamento del gruppo.  Diverse di queste banche presero le distanze da Delta, mentre sulla carta stampata si accese una feroce campagna contro la Piccola Repubblica.

Il Gruppo Delta, una volta solido e in espansione veniva così avviato a una lenta eutanasia, e la Cassa di Risparmio di San Marino che prima dell’intervento di Banca d’Italia partiva da un patrimonio di 650 milioni di euro, nel 2012 arrivava a chiudere con appena 54 milioni, peraltro dopo un aumento di capitale da 80 milioni operato dalla Fondazione San Marino. Inutile sottolineare che il tracollo della Carisp abbia avuto delle conseguenze nefaste per l’intera economia del Titano: dal 2008 al 2012 il pil della Repubblica è sceso di di oltre il 20%, con una perdita di 300 milioni di euro in soli quattro anni. La disoccupazione, che era una delle più basse d’Europa, è quasi al 6% alla fine del 2011. E quella pubblica amministrazione da 10 mila stipendiati è diventata di colpo un peso insostenibile. Una situazione peggiore anche di quella della stessa Italia.

Quasi contemporaneamente agli sviluppi della vicenda Delta, a partire dal 2010 si verificò una serie di sconfinamenti – più o meno – involontari da parte delle forze di polizia o militari italiane entro il territorio di San Marino, quasi a voler intimidire il governo locale, o semplicemente a ricordargli che l’occhio di Roma è sempre vigile. Questi episodi, a cui andava aggiunta la violazione degli spazi consolari sammarinesi in territorio italiano con blitz della guardia di finanza quantomeno ai limiti della legalità internazionale, provocarono le proteste del Titano (il Segretario di Stato Antonella Mularoni dichiarò: “la gente del Titano è stufa di vessazioni esterne“) a cui corrisposero le formali scuse del governo italiano, senza però che il Grande vicino attenuasse la sua pressione.

Tutta colpa di Tremonti, o forse no

Per i sammarinesi il responsabile della loro rovina ha un nome e un cognome: l’ex ministro dell’economia Giulio Tremonti. Nel convegno “Il destino dei paradisi fiscali”, organizzato dall’Agenzia delle entrate e dalla guardia di finanza nel 2009, Tremonti aveva così esposto la sua visione di San Marino: “Non è solo Italia su Italia, ma è anche un paradiso nel quale si sviluppano, sia pure su una scala relativamente ridotta, attività che non sono solo finanziarie, ma anche commerciali o di altro tipo. I dati sul contante servito da Eurosistema a San Marino indicano rapporti che non corrispondono alla popolazione“. Ma la pervicacia con cui l’ex ministro ha spogliato la Repubblica delle sue risorse in nome della lotta all’evasione fa quasi impressione.

In primo luogo Tremonti ha rimandato per mesi la firma dell’accordo bilaterale in materia di collaborazione finanziaria fino all’ultimo momento politicamente fruibile, mentre i media italiani accusavano le autorità sammarinesi di sfuggire alla firma e di volersi sottrarre ai propri impegni internazionali. L’accordo sarebbe arrivato in data 26 novembre 2009, quando la Procura di Forlì aveva già arrestato i vertici di Carisp e il Gruppo Delta era già stato commissariato, e ben sei mesi dopo dalla cancellazione di San Marino dalla lista grigia dell’Ocse. In secondo luogo, nonostante gli sforzi compiuti dalla Repubblica per accogliere le richieste dell’ex ministro, Tremonti è arrivato al punto di rifiutare ogni apertura al dialogo con i funzionari sammarinesi.

Sul Titano ricordano ancora quando, il 22 settembre 2010, il consigliere sammarinese di Democrazia cristiana, Teodoro Lonfernini, recatosi a Montecitorio per illustrare a Tremonti i passi avanti compiuti dal Titano nella direzione della trasparenza finanziaria, si sentì rispondere dal ministro “vada a prendere in giro qualcun altro“. L’episodio, pressoché ignorato alla stampa italiana, è testimoniato dai consiglieri della piccola Repubblica usciti dalla riunione congiunta delle Commissioni Esteri Italia-San Marino, i quali, giunti al bar del Transatlantico, avrebbero accostato il ministro mentre prendeva un caffè con Umberto Bossi. Ma Tremonti, a San Marino, riteneva di aver già detto tutto.

Nella riunione Ecofin del dicembre 2010 in cui venne approvata all’unanimità una direttiva avente per obiettivo lo scambio automatico di informazioni sui cittadini detentori di conti all’estero e sulle loro proprietà, dagli immobili alla pensione entro il 2015 (data dalla quale gli Stati membri non potranno più opporre il segreto bancario), Tremonti chiuse la porta ad ogni tentativo di accordo con San Marino: “Ritengo che, con l’intesa appena realizzata, si debbano fermare i tentativi di fare trattati bilaterali con paesi non Ue“. La replica di Antonella Mularoni fu altrettanto lapidaria: “Il rapporto Ocse di settembre dà atto a San Marino dei passi avanti compiuti: dall’abbandono dell’anonimato societario al segreto bancario, là dove sono in vigore specifici accordi bilaterali. E San Marino non è un paradiso fiscale […] se l’accordo con l’Italia non si firma, non è a causa nostra”.

Con la fine del governo Berlusconi e l’avvento dei governi Monti prima e Letta poi i rapporti tra Italia e San Marino sono appena migliorati. Il commissariamento di Delta è proseguito fino allo scorso agosto, e alle vecchie inchieste giudiziarie già aperte se ne sono aggiunte altre (come quella denominata Amphora, in cui l’Italia ha fatto la voce grossa in più di un’occasione).

Certo,  il tramonto di Delta, lo svuotamento della Carisp e la recessione del Piccolo Stato siano il frutto del concatenarsi di problemi nati in parallelo – come la crisi finanziaria globale – e anche sul Titano c’è chi ammette che Tremonti non c’entra nulla col degrado economico di San Marino, dovuto piuttosto a ragioni interne come  gli intrecci dei favori e la corruttela. Ma non vi è dubbio che le azioni promosse dalle autorità italiane abbiano contribuito molto al tracollo della Repubblica. E spariti i soldi degli evasori, restava un solo attore in grado di pompare risorse sufficienti nelle vene dell’esangue sistema sammarinese: la criminalità organizzata. Le infiltrazioni mafiose a San Marino sono note fin dal 2011, e sono solo l’ultimo effetto collaterale della caccia ai capitali evasi ingaggiata dal governo italiano.

Ci salverò l’Europa, o forse no

La lezione che San Marino ha tratto dalla crisi finanziaria è che mantenere i migliori rapporti con l’Italia non è più una condizione sufficiente per salvaguardare la propria indipendenza. Nella storia millenaria di San Marino si è chiuso un ciclo e la sopravvivenza della Repubblica, secondo l’opinione pubblica locale, passa necessariamente attraverso l’apertura di un altro, e di più ampio respiro.
Consci della propria condizione di staterello completamente avvolto dal territorio italiano, per sfuggire alle tribolazioni di rapporto esclusivamente bilaterale – ormai ridotto a mero protettorato de facto da parte di Roma – non restava che un’alternativa: una più stretta collaborazione con l’Unione Europea. Ossia con l’unico potere in grado di indurre l’Italia a più miti consigli.
L’idea di Europa, balenata fin dagli inizi del 2010, ha suscitato presto un vivace dibattito negli ambienti politici sammarinesi. Il salto di qualità verso Bruxelles comportava sfide impegnative, e questo intimoriva buona parte dell’opinione pubblica; tuttavia, l’esperienza pluridecennale del Lussemburgo, così come quella più recente di Malta e Cipro, avevano dimostrato che era possibile, sia pure con le ambiguità e le difficoltà a tutti note, riunire Stati di dimensioni diverse in un comune contesto istituzionale, tutti sullo stesso piano e con pari dignità. Proprio ciò di cui San Marino aveva bisogno, e che l’Italia non garantiva più.

Il 20 gennaio 2011 San Marino ha inviato attraverso i canali diplomatici una formale richiesta all’Unione Europea per avviare un negoziato “per una maggiore e migliore integrazione europea, non escludendo la possibilità di una richiesta di adesione”. Ma da due anni a questa parte neanche l’Europa sembra più un porto sicuro. L’attenzione ossessiva per le questioni di bilancio, le misure d’austerità unilateralmente imposte e gli scarsi risultati nel risanamento degli Stati in crisi della Ue germanodiretta hanno indotto la Repubblica a rivedere i suoi calcoli. Con la profonda recessione che San Marino vive ininterrottamente dal 2008, è evidente che oggi la mannaia del rigore europeista si abbatterebbe anche sul Titano, e nessuno desidera che sposare Bruxelles per sottrarsi a Roma voglia dire passare dalla padella alla brace. 

Il 21 ottobre sarebbero serviti 10.657 voti per richiedere l’adesione di San Marino all’Ue. Ne sono arrivati soltanto 6.733 (50,28%): quorum non raggiunto per 3.924 sì, anche se vincono i voti favorevoli per un pugno di preferenze. Nulla di grave: la richiesta di adesione è solo il primo passo verso l’integrazione, ferma restando la possibilità di valutare, nel corso del negoziato, altre eventuali forme intermedie, come l’adesione allo spazio economico o lo status di Stato associato. D’altra parte l’Unione Europea rimane un punto prioritario nel dibattito politico nazionale.

In conclusione, se oggi San Marino è ridotta ad un moderno Davide che soccombe a Golia è perché la strategia del “Noti a noi, ignoti agli altri” ha funzionato anche troppo bene. Sicché le misure poco ortodosse condotte dall’Italia nei confronti del suo vicino o sono passate silenzio o sono state capovolte dagli organi di stampa nostrani per giustificare la pur sacrosanta necessità di colpire l’evasione fiscale. Del resto, la potenza di fuoco dei nostri organi di stampa è evidentemente maggiore rispetto alle minuscole voci sammarinesi. Il luogo ideale per dissipare la coltre di nebbia che circonda il Titano resta comunque il grande convivio europeo, laddove in un principio di parità tra i suoi membri sarebbe possibile ribadire che nessuno Stato ha il diritto di prevaricare le ragioni di un altro.
Scampata a Diocleziano, al cardinale Alberoni e ai conflitti del Novecento, San Marino spera così di passare indenne anche i postumi della crisi finanziaria globale.

* Articolo comparso in forma ridotta su The Fielder

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